Visualizzazione post con etichetta NumeroVentotto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NumeroVentotto. Mostra tutti i post

lunedì 31 gennaio 2022

BANDIERE, GIARDINI E ATMOSFERE di Virginia Puccianti

 


RACCONTO D’ACQUE di Gila Manetti

Lungo il perimetro dell’intero isolato sfarfallavano al venticello caldo di agosto triangoli di carta cerata variopinta tenuti insieme da uno spago di corda raddoppiato: le bandierine della vicinanza, così le chiamavano.

Segnavano con pacchiana allegria il tempo di due settimane dove i negozi abbassavano le saracinesche, gli uffici serravano le porte blindate, le fabbriche acquietavano i motori, le macchine lasciavano spazi aperti ai cordoli dei marciapiedi.

Allora il vicinato non avvezzo alle ferie villeggianti si riuniva, senza badare troppo a orari e forme, al fresco dell’unico verdeggiare rimasto fra i palazzi e le industrie.

Il giardino degli Inciampi.

Vuoi perché era pieno di buche costate caviglie e fascioni, vuoi perché il monumento che avrebbe dovuto portare lustro e decoro al parco s’era spaccato in fase di montaggio lasciando in attesa un piedistallo circolare di cemento francese e marmo rosa con la scritta “Ai cittadini caduti”, dove i bambini giocavano a “tavola apparecchiata”.

Nella bellezza della dimenticanza gli alberi dalle ampie chiome selvagge regalavano ombra e temperature accettabili oltre a fornire rami per altalene fuori norma e tronchi attorniati da corde robuste per amache fatte di tappeti, coperte o lenzuola.

Il Comune aveva minacciato più volte di mandare squadre di potini altamente qualificati a capitozzare i perniciosissimi tentacoli che mettevano in pericolo la vita dei più, ma fortunatamente quartieri migliori e più attivi nelle rimostranze intercettavano financo gli spiccioli, deviando così le cesoie in più domati cespugli.

Davanti al monumento mancato si distendeva una lunga e stretta vasca alta un braccio di Adelaide Ferrami, lunga cinquantasei passi e larga sette della medesima, piastrellata di tessere piccolissime color azzurro variabile, muschio e carpe rossicce. Suddetta piscinetta in questa quindicina di giorni si popolava densamente di creature di ogni età e costume.

Con buona pace per i pesci che venivano in cambio ricompensati da briciole e pelletiche rilasciate dai bagnanti.

Il professor Franco Mariotti e la Professoressa Maria Franceschetti, sposi e docenti di “Teoria e Pratica dell’esercizio fisico” alla scuola Statale, si offrivano ormai da un decennio, a turno o contemporaneamente nei momenti affollati, di fare i Bagnini.

Non tragga in inganno la poca profondità dello specchio d’acqua: tra scivolate, indigestioni, assopimenti, cozzi e tafferugli, i nostri due avevano salvato dall'annegamento un numero spropositato di cittadini, fatti che li avevano resi coniugi ed eroi del circondario.

Al crepuscolo intorno alle panchine fissate nel terreno si aprivano gislonghe, si spiegavano plaid, si accendevano fornelli da campeggio e si scoperchiavano borse frigidaire.

Si dava dunque avvio al governo dei popoli, s’inventavano ricette con ingredienti a sorpresa scartati all’istante, si sorbivano misture inebrianti e freschissime, si ballavano fritture e dispetti.

La musica, rigorosamente dal vivo e senza corrente, vedeva alternarsi suonatori e cantori d’ogni palazzo e provenienza in una mescolanza di stili, età, accenti e linguaggi.

Solo il quinto anno della Comunanza fu deciso all’unanimità che fosse la cosa migliore, poiché precedentemente i sistemi di amplificazione accavallati avevano reso quel giardino un inferno simile alle fabbriche, quando le fabbriche somigliano a inferni.

Si consumava in quel giardino una feria condivisa, senza pareti, raramente interrotta da acquazzoni che vedevano ritirare i partecipanti per lo stretto necessario.

Era un tempo in cui ogni confine si dissipava, ogni asperità invernale si scioglieva, un tempo di commistione e condivisione di un mondo possibile, sebbene ritagliato fra ciminiere, asfalto e cemento armato male.

 

Tuttavia quell’anno, a tre quarti del tempo, qualcosa di particolare accadde, qualcosa che mai sarebbe potuto riaccadere.

 

Gisella Tarquini dell’attico doppio con vista Campanile posto al dodicesimo piano del palazzo/ufficio di famiglia, al numero 1357/G di Viale Assio, rimasta vedova e gravida al medesimo istante, proprietaria della manifattura Tarquini & Tarquini che dava lavoro a un numero non indifferente di famiglie del quartiere, dopo lungo e solitario inverno, rifiutò di raggiungere la famiglia allo Chalet Ristoro sulla Costa Est, asserendo che “non le fosse mai piaciuto e che aveva le palle piene di tutti quella paccottiglia del cazzo e preferiva rimanere in quel bidet dimenticato da dio che unirsi a una manica di stronzi quali erano i suoi familiari, soprattutto ora che era rimasta sola con la sua pancia a fare da cane da guardia ad un luogo che vedeva fuggire anche la nostalgia della cultura”. La telefonata fu urlata ad un apparecchio color “giallo di Napoli”, munito di lunghissimo cavo attorcigliato, dal terrazzo che affacciava sul retro, cosicché ogni parola si trovò riflessa e amplificata in un’eco che riecheggiò per le vie sbattendo sulle bandierine triangolari al momento esatto della loro stesura, come un vento di buriana, tra lusinga e offesa per ogni abitante del rione.

Dunque Gisella quella mezza estate, ogni giorno appena prima del crepuscolo si presentava all'ingresso del giardino degli Inciampi in tutta la sua sobria eleganza, s’inseriva a capo alto nel vialetto centrale che costeggiava la vasca come a voler fendere l’aria, cercando di sfondare un velo d’elastico che la respingeva indietro. Ogni giorno un po’ più in là. Ostinatamente.

Non salutava, non reagiva agli schizzi, agli schiamazzi, alle offerte d’assaggio.

Non vedeva oltre la determinazione del suo incedere.

Fu il decimo giorno quello in cui arrivò all’altezza del piedistallo. 

E li cadde.

Le acque del suo grembo s’apersero e le colarono lungo le cosce.

Dopo una ossequiosa esitazione le si fecero intorno Bartolo Fuochi, Giuditta D'Amadeo, insieme alla maestra Marzia, Tonino il verduraio e le tre sorelle Gemelli con rispettivi mariti e nove figli.

Fu Giuditta D'Amedeo, di stazza importante, a tirarla in piedi e condurla a giro: “per agevolare il canale” diceva.

Ogni qualche minuto le due donne si fermavano per accogliere la doglianza e farla lavorare all’apertura.

Gisella mormorava “MMMMM” mentre Giuditta la esortava a continuare accostandosi a suo mantra, cosicché via via che le fermate si addensavano per tempo e contrattura tutto il parco s’unì a quella vibrazione che scuoteva le cortecce e le fronde.

 

 

I musicisti imbracciarono gli strumenti e scovarono note d’appoggio, sui fornelli si scaldarono brodi e si cossero pani, i bambini giocavano alla creazione del dio vasaio, mentre la donna e la creatura si preparavano al distacco del passaggio alla vita.

A mezzanotte in punto, mentre la campana rintoccava i ventiquattro colpi, Gisella si adagiò nell’acqua.

Il suo respiro era un abisso di vita e morte, i suoi occhi chiusi e il suo corpo ora ignudo e caldo si muoveva guidato da dentro.

Sull’acqua levitava una coltre di vapore chiarissimo.

Giuditta si portò in ginocchio davanti alle gambe aperte della partoriente e le tenne forte le piante dei piedi. Gisella ululò alla luna e a tutti i pianeti del firmamento.

Allora Giuditta alzò al cielo la braccia e tutto il giardino s’unì all’invocazione alla vita, respirarono e cantarono come quando si è uno.

Silenzio.

Ora l’acqua si tinse di rosso, e una creatura, che soltanto per un attimo parve a tutti una sirena, apparve all’aria e trasse in sé il suo primo respiro.

Così nacque mia madre, Anna Giuditta Giardina Tarquini, in una notte che non si potette raccontare poiché le sue atmosfere furono così dense e intime da svanire con il rumore delle saracinesche settembrine.

Oggi che siamo qui a celebrarla davanti al mare che l’ha inghiottita voglio ricordare che nacque fra i pesci e con la coda da sirena e così, con la medesima forma, se n’è andata.

Sia pace.

 


 

NAPOLI CLUB CILEA di Monica Capomonte

Giorgia se ne arrivò di corsa, saltando i gradini dispari, come le piaceva fare. Sorrideva come un poster della parrucchiera e spalancò la porta con aria trionfale: “il nostro Napoli Club è stato approvato!” Che poi a dirla così ti immagini chissaquale trafila di carte bollate, commissioni che si riuniscono la notte, pareri della Soprintendenza. In realtà Leonardo le aveva detto che Salvo gli aveva fatto sapere che sì, il Capo Supremo degli Ultras nel nostro settore, Ciccio Gargiulo, aveva sorriso. E quando Ciccio sorrideva voleva dire pollice alzato dell’Imperatore, semaforo verde, la Nasa che approva la missione dello Shuttle. Era fatta. Giorgia si fiondò sul divano lanciando in aria le gambe e finendo come al solito con la sottana in faccia. Di lì a pochi anni un gesto del genere avrebbe fatto salire la pressione a diversi ragazzi che le avrebbero girato intorno. Ma adesso aveva ancora dodici anni, le gambe magre come un tubo di gomma e i capelli riccioluti alla Maradona, quindi se lo poteva ancora permettere. Si era messa perfino un filo di lucido intorno alle labbra e i suoi occhioni sparati facevano dimenticare il filino di moccio che le si era seccato sotto al naso: era raggiante. Aveva fatto una cosa da uomini e l’aveva fatta nella maniera migliore, vale a dire fatta da una donna. Suo fratello Alessio quasi buttò via la merendina briciolosa alla marmellata che stava mangiando, poi ci ripensò e continuando a masticare si mise a sedere accanto a lei, annuendo dandole una strizzata paurosa al braccio, che nel suo linguaggio significava approvazione e affetto incondizionato. Lei continuò a sorridere e questo non le impedì di notare che era il terzo giorno di fila che lo vedeva con la stessa maglietta bianca con le strisce spesse rosse. Il ciuffo biondo gli copriva parte del volto e delle briciole, ma non si sarebbe sognata di pettinare con la mano i capelli di suo fratello senza incorrere nella sua vendetta.

-Adesso manca solo bandiera- disse Alessio, pensando al suo ingresso trionfale in Curva B. Il nuovo “Palummella”, a tredici anni.

- Mettiamoci un teschio- disse Giorgia- con i coltelli, la mazza ferrata e due asce incrociate. E poi un ariete. Lance, pugnali. Pistole no, sennò poi pensano che siamo della Camorra.

-Perché non ci mettiamo uno zombie che tiene in bocca una gamba sanguinolenta con calzettone della Juve?- risponde Alessio.

-Si potrebbe scrivere qualcosa contro i ricchioni della Cavese!

-Perché, che ti hanno fatto i ricchioni?

-Nulla, ma odio quelli della Cavese.

Quella sera dissero le loro idee ad Arturo, in cucina, mentre la mamma preparava la cena. Raccontarono tutto, tranne la storia dei ricchioni che sennò la mamma si arrabbiava per via dello zio Vincenzo, e poi si metteva di traverso. Arturo annotò tutto su un quadernetto piccolo come la tasca di una camicia: i mostri di Ghostbusters, i vampiri, le teste mozzate, perfino i missili: “Ve la preparo io la bandiera, non vi preoccupate. Il vostro Club sarà il più terrificante della Curva B.

Due domeniche Giorgia e Alessio erano allo stadio. Il pomeriggio era freddo, ma c’era il sole. Il babbo e Arturo srotolarono la bandiera del Club, con scritto: “Forza Napoli”. E basta.

Alessio e Giorgia si guardarono. Proprio in quel momento Ciccio Gargiulo si fermò sotto di loro. E sorrise.

“Jammo, ja!” disse Alessio al massimo della gioia, salutando i giocatori del Napoli che entravano in campo.

Giorgia era contenta per Gargiulo, per il babbo che era con loro allo stadio, per il Napoli che entrava in campo, per suo fratello che si era cambiato la maglietta.

“Magari aggiungo qualche scritta in pennarello, piccola piccola” disse Giorgia al fratello. Che annuì e sorrise, come faceva Gargiulo.

“Jammo, ja!” gridò Giorgia, ricevendo in cambio una bella strizzata al braccio.

 

ORA DI RELIGIONE di Gabriele Giustri

Ora di Religione

Scuola Media Statale Emilio Salgari

Gabriele Giustri 1^ I

COMPITO

Racconta a parole tue la lettura della Bibbia fatta in classe con commenti e note.

 

Dimolti anni fa, prima del primo scudetto della Fiorentina, ma tanto tanto prima, insomma tanti anni fa, Dio*1, visto che gli uomini erano delle carogne pazzesche, s'arrabbiò di brutto. Arrabbiato oggi, arrabbiato domani, decide di far fuori tutti e ricominciare da capo, come quando il computer del babbo non va più e il babbo s'arrabbia come una bestia e alla fine spegne tutto e riaccende.

Dio, data la carognaggine dell'uomo, decide quindi di mandare un diluvio purificatore. Acqua dal cielo senza un domani. Poi però Dio si rende conto che gli animali non avevano fatto nulla e decide di salvarli, almeno una parte.

Dio si accorge però che proprio tutti stronzi gli uomini non erano, uno buono c'era. Chiamò allora Noè che era un tizio buono come il pane. Dio dice a Noè che deve costruire un'arca che poi è una barca molto grande che avrebbe contenuto tutte le coppie di animali e la sua famiglia, la Bibbia dice che Noè aveva seicento anni*2.

Noè costruisce l'arca e come per magia tutti gli animali a coppie si presentano e lui li accoglie bello tranquillo. Coppie di ogni animale: coccodrilli, scimmioni, gabbiani, fagiani, topi anche le piattole e le zanzare, arrivarono non si sa come anche i koala e i canguri*3 Una volta tutti dentro l'arca, cominciò a piovere quaranta giorni e quaranta notti*4. Appena smesso di piovere e appena spuntato il sole, Noè mandò un piccione per vedere se ci fosse stato della terra emersa ma questa bestia non tornò mai*5. Poi aspettò qualche altro giorno e rischiò la colomba, questa però tornò con un rametto di olivo nel becco*6. Terra, da qualche parte terra! Dopo lungo navigare l'arca si arenò sul monte Ararat, tutti gli animali scesero per ripopolare il mondo, così come la grande famiglia di Noè.

 

FINE

 

NOTE E COMMENTI

 

1 Dio: Divinità totale, onnipotente creatore di tutto.

2 Ma non c'era uno buono più giovane che so di quaranta/cinquant'anni? Far fare le cose pesanti ad un anziano è molto rischioso. I suoi figli? Quanti anni avevano? E poi i nipoti? Ci saranno stati? E i nipoti dei nipoti? Insomma un monte di gente, icché lo ha fatto a fare il diluvio?

3 Ma erano in Australia come avranno fatto? Salti lunghissimi?

4 Sull'arca ci sarà stato un caldo pazzesco e un puzzo di bestia da andar via di cervello.

5 I piccioni li deve aver avuti doppi.

6 Non si sa come, dopo le devastazioni del diluvio che, ricordiamolo ricoprì d'acqua il globo, ci fosse già un ulivo bello pronto...mah?!

 

Le zanzare: perché Noè non sfruttò la situazione del diluvio per farle sparire dalla Terra? Perché le ha salvate? Produceva Autan in segreto? A quei tempi non conoscevano né l'Australia, né i due poli,

 

ASSENZE INGIUSTIFICATE di Gino Ciaglia

Mi pare di aver sentito il campanello. Tolgo l’audio alla tv e attendo. La mente mi invia un’immagine di un dobermann. Ora bussano. Mi alzo lentamente dal divano e, tallonando, vado alla porta. Sollevo lo spioncino. È la mia vicina. Ha in mano un campanellino.

Apro.

“Devi fare Babbo Natale”.

“…”

“Tutto bene?”

“A che ora?”

“Alle otto e mezza”.

“E il vestito?”

“Macché vestito. Non ce l’ho nemmeno.”

“…”

“Ti spiego il piano. Ti faccio uno squillo all’ora prevista e ti lascio la porta aperta, io mi chiudo in bagno con i due mostri. Tu posa i regali sul pianerottolo, infila la testa in casa, fai ho ho, un paio di scampanellate, ecco la campanella…” me la passa. “Ah, a momenti dimenticavo. Devi mangiare anche i biscotti e la carota. E bere il latte. Oddio!” reprime all’istante l’entusiasmo e abbassa la voce. “Mi è appena venuta un’altra idea. Prima di scendere mettiti le scarpe ‒ ma perché sei scalzo. Non hai freddo?”

“…”

“Ti lascio fuori una bustina di farina, dai una spolverata a terra e camminaci sopra. Fai le orme. Già che ti trovi, i regali non li lasciare fuori, sistemali davanti al caminetto; non troppo vicino, non vorrei che una monachina desse fuoco alla carta e… d’accordo, non ci voglio pensare, no, mettili sotto l’albero, da sempre i regali si mettono sotto l’albero, giusto?”

Annuisco.

“È tutto chiaro?”

Annuisco di nuovo.

“Più tardi ti salgo i regali.”

Mi fa l’occhiolino, mi dà le spalle e inizia a scendere i gradini a due a due.

Aspetto che sparisca alla mia vista e richiudo la porta.

Corro in bagno a vomitare.

Conoscendo la mia piccolina non si offenderà. Anzi. Tuttavia mi avvicino a una delle tante foto in corridoio e glielo chiedo. Nel dubbio, chiedo il permesso anche a mia moglie.

 

MI SONO NASCOSTA DIETRO UNA BANALE MENZOGNA di Chiara Macinai

Mi sono nascosta dietro una banale menzogna

Goffo tentativo di non cedere all'imbarazzo

Sfodero la verità della debolezza

Sento lontano un senso di malinconico turbamento

Guardo silenziosa il beffardo desiderio

Senza rinunciare a rendermi ridicola

Fuori tempo mi concedo diversivi

Sei tu che sento vicino come compagno

Ho scelto te nella cabala della vita

Guardami ancora con tenero rimprovero

Sono qui, non mi nascondo al sicuro di antiche tentazioni

Parlo con te senza vergogna dei miei pensieri

Ridicola, ecco cosa sento

Banale patetica vecchiezza che mi trascina per le viscere

Dentro ardo di vergognoso pudore

Coraggiosa rinuncio al mio sentire

Esco allo scoperto vestita di onestà

A tutti i costi visito terreni sconosciuti

Prendimi senza domandare il mio rifiuto

Fammi scoprire il domani della nostra ansiosa realtà