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martedì 30 marzo 2021

GETSEMANI di Carlo Banchieri

Mirko è un omone di poche parole. Di quelli a cui si porta sempre rispetto, che tutti ascoltano quando ha qualcosa da dire. Le spalle sono larghe ed il volto è segnato da rughe profonde. Il carattere duro e spigoloso è forgiato da anni e anni di duro lavoro in cartiera. Il suo volto è snellito da quella barba lunga che porta praticamente da sempre, nonostante sia difficile tenerla perché lì dentro fa sempre così dannatamente caldo. La cartiera non fa sconti a nessuno.

A volte l'aria brucia talmente tanto che pare di essere in un maledetto deserto africano. È proprio così. Lo dicono tutti, gli operai. Tutti quanti vorrebbero gridare il loro disagio, la loro frustrazione. Ma la cartiera ti dà da mangiare, sfama i tuoi figli. Lo stipendio è buono e allora si tiene duro. Turno 22-06. Nei rari momenti di pausa, tra operai si può scambiare due parole. Di fronte alla macchinetta del caffè, fumando di nascosto sigarette che non si potrebbe fumare e, il più delle volte, dicendo cose che sarebbe meglio non dire. Tizio che è un ruffiano, Caio che è un crumiro perché non vuole scioperare. Spesso, le conversazioni non sono molto diverse dalle chiacchiere che farebbero gli avventori sguaiati di un bar, davanti a un boccale di birra o un bicchiere di vino. Poi c'è il risultato di quella partita di pallone, l'ultima busta paga, qualcuno di cui sparlare, un'altra cena da organizzare. Niente di più.

Ma Mirko non è di quelli. Lui, che di carattere è piuttosto chiuso, si tiene tutto dentro. Parla poco, specialmente con i nuovi arrivati. La maggior parte del tempo, mentre scorrono lente le interminabili otto ore, si lavora e basta. Testa bassa e andare. Quando le macchine continue vanno bene, tutto sommato, il lavoro non è neanche così male. Ma quando c'è “una rottura in seccheria”, lungo quel corridoio infernale dove la carta corre a mille metri al minuto e si asciuga su cilindri roventi a più di 150 gradi, è tutta un'altra storia. Lì sì che c'è da farsi il mazzo, da tribolare. In quei momenti, si lavora così tanto che per resistere a quel caldo devi fartelo quasi piacere. L'aria manca, i polmoni bruciano dentro, la pelle sembra sciogliersi. Si urla, si impreca. Non è ammesso alcun errore. Mirko, in quei momenti, bestemmia con rabbia e pensa alla vita che non ha mai avuto. La vita a cui pensa di aver dato tanto, ma da cui si sente tradito. Fa pensieri confusi.

“Lavori in cartiera, cosa credevi? Pensavi, che interrompere gli studi ti avrebbe portato a qualcosa di meglio? Questa è la tua vita. E non cambierà mai niente.”

Si suda. Si lavora. E poi, un giorno, si crepa.

“Per quello c'è ancora tempo.”

Sono le quattro di notte. Mancano ancora due ore.

Ecco, arriva il capoturno. Stasera c'è proprio lui, il rompicoglioni. Ma è l'assistente di produzione. Comanda lui.

Ti rimprovera. Ti tiene d'occhio.

Strappa la carta. “Dai, manca poco.”

Spazza la carta. “Ho mal di testa.”

Osserva la carta. Dev'essere perfetta.

“Mi ci vuole un caffè.”

Sono le sei. Il cambio è arrivato. Finalmente il turno è finito.

Albeggia a malapena. Mirko esce di cartiera.

Fuori piove e la pioggia lava via l'odore di carta e polvere.

Mirko la doccia se la fa a casa.

Non gli va di sentire i soliti discorsi dei colleghi su questo e su quello. Pettegolezzi degni di “donne da mercato”, dice lui. E poi, dopo tutto quel rumore, ha bisogno solo di silenzio. Intorno a lui aleggia un tanfo che sa di uno sporco pesante e fuligginoso, che per otto ore è penetrato a fondo nelle sue narici. Mirko monta in auto. Sta tornando a casa. Si riflette nello specchietto retrovisore. “Lo vedi quello lì che ti guarda con gli occhi pescati, con le pupille scure e stanche? Sei proprio te. Sono le sei e dieci del mattino. Il turno in cartiera è appena finito e non hai ancora per niente sonno. L'odore di carta e polvere impregna i tuoi vestiti, da capo a piedi. Il blu acceso della tuta è diventato un grigio sporco e lurido. Le orecchie ti fischiano e la testa ti gira, tanto è stato il rumore assordante che hai sopportato per tutta la notte. Hai fatto il tuo lavoro anche stanotte, per la quarta consecutiva. Ma per che cosa? Per un misero stipendio? In fondo al mese sono più trattenute che altro. E allora per cosa? Però... dì la verità... che in fondo ti piace il tuo lavoro. La carta che fai la vendono anche all'estero. La fanno con materiale riciclato, aiutano il pianeta, no? E poi la nottata l'hai passata anche bene, giusto? Due o tre caffè, quattro chiacchiere con il tuo collega operaio. Chiacchiere... chiacchiere... ma quanti discorsi del cazzo, ti ha fatto venire il mal di testa quello lì!” Mirko si sente abbattuto, deluso dalla sua vita. Una volta a casa, la moglie lo avrebbe assillato ancora. Mirko non è più disposto a sopportare anche lei. Lei che non lo capisce, che lo accusa per non averle dato una vita migliore. “D'accordo che non ho studiato, che ho sempre lavorato. Ma perché solo chi studia deve avere una bella vita? Una bella moglie, una bella casa? E magari fare anche soldi? Accidenti a chi ha i soldi, spero che se li spendano di dottore!” Mirko ha un segreto. Nessuno dei suoi colleghi lo direbbe mai. La cartiera è un luogo strano. Lì non conta che cosa si è, ma come si appare. Un po' come in tutto il resto del mondo, del resto. Ovunque, c'è tanta apparenza. Della sua vita fuori dalla fabbrica, Mirko è piuttosto insoddisfatto. A vederlo, non si direbbe proprio che uno come lui possa buttarsi giù, fare certi pensieri tristi e cupi. Mirko, l'uomo forte e dalle maniere brusche e spigolose, che ostenta sempre tanta sicurezza. É stanco. Guida fino a casa, la testa annebbiata e confusa da mille pensieri che poi, in fondo veri pensieri non sono. Più che altro sono immagini veloci e frastagliate, istantanee che si susseguono nella mente e che si frappongono tra lui e l'asfalto bagnato illuminato dai fari. Parcheggia sotto casa, ma non sale immediatamente. Decide invece di farsi due passi. Intanto, ha smesso di piovere. L'omone cammina lungo il ciglio della strada. Rimugina.

 

***

La sera dopo Mirko è uscito presto di casa, subito dopo cena. È alticcio. Una bottiglia di rosso, ormai vuota, l'ha lasciata sul tavolo mentre continuava ad urlare alla moglie parole incomprensibili perfino per lui. La bambina intanto piangeva, inconsolabile. Poi è crollata esausta, nel suo lettino. Ma Mirko non poteva badare anche a lei. Lui è stanco, deve ricaricare le batterie per poter ricominciare coi turni, l'indomani. Mirko, l'operaio insoddisfatto della sua vita.  Mirko e il suo pacchetto di sigarette arraffato con rabbia. Mirko e le chiavi di casa agguantate di fretta. Il solito urlo rauco in faccia alla moglie. Non si sente capito da lei. Si sente come tradito. Le scale scese senza neanche accendere la luce. Poi fuori, il passo è svelto. Adesso vuole solo fumare. Non gli serve altro. Dopo il vino ci vuole. Vorrebbe togliergli anche quello, quella stronza di sua moglie? E il resto è sotto la luna. È tutto lì. La voluta del fumo si disperde velocemente nel buio. Mirko cammina, accompagnato da un vento freddo e pungente, sull'erba umida a bordo strada. Gli basta quello, è tutto ciò di cui ha bisogno al momento. Vanno i suoi pensieri, lasciandosi trasportare ad ogni folata, tra il rumore dei suoi passi sul selciato e la luce lunare che filtra tra i rami del pergolato, di quella casa, poco più giù. Ad un tratto si arresta. Quel posto gli ricorda qualcosa. Riaffiorano ricordi di tanti anni prima, quando frequentava la parrocchia del paese e un vecchio prete gli parlava di quel luogo in cui Gesù venne tradito. “Sì... il Getsemani... l'orto degli ulivi. Già... dev'essere stato proprio così, quel posto: solo quiete e vento.” Mirko è lì, sotto la luna. Respira a pieni polmoni. Ci sono fiori profumati. Alberi imponenti, centenari, contorti. Pace. Nient'altro che questo. Ma... con Gesù c'era anche Giuda, il traditore. Mirko è intorpidito dal vino, ma ci vede ancora bene. Non è mica stupido, poi. Lì non ce ne sono mica di alberi centenari. A casa non c'è mai pace. Quella donna... lei sì che gli ricorda Giuda...

“Ma che vuole quella da me? L'avrò anche sposata, ma non ha nessun diritto da rimproverarmi sempre. Vada a quel paese...”

Dopo un attimo la mente vola chissà dove. È un secondo e la strada gli sembra di nuovo quel posto. Già. Come si chiamava?

“Come si chiamava? Getsemani? Si... quello lì...”

Mirko torna sui suoi passi. Adesso il vino comincia a farsi sentire molto e le gambe sembrano di legno. Sale le scale di casa cercando di fare piano, ma inciampa più volte. Gli scarponi arrancano pesantemente sui gradini in cotto. Si trascina verso la camera da letto della bambina. La sua piccolina è lì che dorme, beata. Succede qualcosa. In un attimo, tutto diventa più chiaro. Improvvisamente, si ricorda per che cosa è che suda e fa sacrifici. La sua vita, la cartiera, la fatica, i colleghi che non sopporta, forse, sono anche un po' colpa sua. Nessun Giuda, nessun traditore. C'è anche dell'altro. Una volta, lui amava sua moglie. E lei non l'ha mai tradito. Nonostante il vino, le discussioni, la vita sempre più dura. Nonostante tutto. Lancia un'occhiata all'orologio sul muro: sono le ventitré e trenta. Tira un sospiro e si riempie nuovamente i polmoni. Questa volta l'aria sa di lettino, di latte, di guance profumate. Domattina la spesa e un paio di bollette da pagare. Se continuerà a lavorare, se saprà ascoltare sua figlia, se saprà aiutarla a scegliere bene, lei non avrà il suo stesso destino. Per Mirko, adesso è tutto chiaro. Forse, gli è proprio servito farsi quella camminata. In casa sua, nel luogo in cui non se lo sarebbe mai aspettato, proprio quando non lo avrebbe mai detto, Mirko ha ritrovato qualcosa che non credeva di avere più.

Getsemani.

mercoledì 30 dicembre 2020

IL CASTELLO CHE PARLA di Carlo Banchieri

 

Di cose labili appare la terra: di voci e di calde folate.

Bruciano, così giocondi roghi, i colori dei giochi infantili.

(Giorgio Caproni)

 

 

Da bambino abitavo in Collinaia, quartiere della periferia sudest di Livorno.

Ve l'ho mai raccontato? Credo proprio di sì.

Quello che tuttavia ancora non sapete è che allo “Stillo”, in quell'appartamento di 70 metri quadrati scarsi, al terzo piano del civico 419 di via di Popogna, abitavamo io, mio padre, mia madre e i miei due fratelli, Stefano e Giulia.

Pur vivendo in uno spazio che sarebbe stato, con tutta probabilità, troppo ridotto e limitato per qualsiasi altra famiglia di cinque persone, devo dire che a noi tre ragazzini lo spazio davvero non mancava.

Altroché se ce n'era!

Sarebbe bastato infatti uscire di casa, scendere i tre piani di scale fino al grande cortile ed uscire poi sulla strada principale, per trovarsi completamente immersi in spazi aperti e sconfinati, quasi del tutto inviolati.

La vivace percezione di trovarsi avvolti e quasi immersi nel verde e la consapevolezza della fortuna di avere intorno a noi una così grande area naturale ancora innocente e pulita si sarebbero potute facilmente avvertire, se ci si fosse ritrovati, ad esempio, sulla sommità della piccola collina prospiciente lo Stillo.

Da quella piccola altura chiamata Monterotondo, infatti, se si fosse imboccata la grande strada alberata di via Collinet, per poi ridiscenderla fino al bivio che portava a quel piccolo quartiere ai margini della città, appariva evidente quanto il grande complesso di palazzi dove abitavamo, con quel suo frizzante colore giallo mandarino, fosse in netto contrasto con le tinteggiature naturali degli ambienti che lo circondavano.

Il verde argento del campo di ulivi, ad esempio, lo costeggiava al suo confine ovest; oltre il Rio Ardenza, poi, verso sud, spiccavano i colori accesi del campo di girasoli e dei vasti frutteti del signor Settimo. Ancor più suggestivo era, infine, lo squarcio sulla fitta boscaglia dai toni rugginosi di verde scuro, ocra e marrone, a formare quel mare di alberi e arbusti che ricoprivano per intero le Colline Livornesi, verso est.

Il colosso di pietra in cui abitavamo era proprio come un vecchio castello dormiente sulla cima di un piccolo poggio, circondato e protetto da aspre colline e dalle gentili, morbide e pianeggianti superfici dei campi coltivati dalle mani dell'uomo.

“Lo Stillo” era per me esattamente questo: l'ultima delle antiche fortezze. L'ultimo avamposto ai confini di un mondo per me ancora sconosciuto.

In quegli anni, in Collinaia, il tempo scorreva lento e tranquillo.

Tutto ciò che ci circondava, in quel luogo così silenzioso e alle soglie del mondo naturale, come i pini, le palme e gli oleandri del giardino condominiale, le colline tutt'intorno a noi, lo stesso muro di cinta dello Stillo, oppure il torrente che si snodava immediatamente oltre, pareva avesse vita propria.

Tutta quella bellezza era per me e i miei fratelli uno spazio perfetto dove poter vivere sereni la nostra fanciullezza.

Naturalmente, niente è più come allora.

Oggi, che è passato molto tempo, anche il ricordo si è fatto polveroso e ingiallito e tutto sarebbe oramai svanito, se non fosse per la voce pietrosa, fioca e sommessa di quel castello che, ogni tanto, torna a raccontarmi una storia delle sue.

Questa qui, che sto per raccontarvi, ebbe inizio in un primo pomeriggio di un giorno del Dicembre 1991. Lo ricordo molto bene perché, di lì a due o tre giorni, sarebbe stato il mio undicesimo compleanno. Era una splendida giornata di sole, luminosa, asciutta.

Ricordo il buon odore della terra ancora bagnata per la pioggia del giorno prima, e che, poco più tardi, nel risalire le scale del “castello” fino al nostro appartamento, lasciai su ognuno di quei gradini di marmo numerose piccole tracce del fango che mi era rimasto attaccato sotto le scarpe.

Quella volta, saranno state all'incirca le tre del pomeriggio, io e Stefano eravamo nei pressi delle vecchie macine di pietra che, da chissà ormai quanti anni, riposavano nel cuore dell'ampio cortile interno. Erano tutto ciò che restava di quello che, probabilmente, era stato lo Stillo prima che diventasse un condomino, cioè un antico frantoio.

Quelle tre macine in granito erano diventate per noi, negli anni, l'ideale luogo di ritrovo, il fulcro della contesa con la fazione rivale (quindi anche la causa di improvvise e feroci battaglie con gli altri ragazzini) e, naturalmente, in quanto punto focale del nostro maniero, il posto ideale dove innalzare la bandiera del castello.

Ciascuna delle fazioni, ovviamente, aveva la propria.

Noi, in effetti, ne avevamo due: quella dell'esercito confederato avrebbe sventolato sulle macine immediatamente dopo una battaglia vittoriosa, mentre quella della Contrada senese della Pantera sarebbe stata issata ogni giorno nei periodi di pace.

Chissà dov'eravamo andati a pescarla quella bandiera!

Comunque, la posizione di quei colossi di pietra era, oltretutto, davvero strategica.

Lì vicino, infatti, c'erano una vecchia fontana, che ci offriva una inesauribile riserva d'acqua, ed una grande pianta di glicine che ricopriva per intero il muro di cinta. I suoi piccoli semi potevano rappresentare la sola fonte di sostentamento e di cibo nel caso di un assedio da parte dell'esercito nemico.

Mentre me ne stavo con mio fratello giù nel cortile, ad un certo punto notai i miei nonni imboccare il vialetto che, dalla strada principale, conduceva al portone del mio palazzo.

Ebbi modo di distinguerli con facilità per via della loro statura ma, soprattutto, a causa della postura che erano soliti assumere nel camminare e che, oramai, conoscevo a memoria.

Sul momento ero troppo concentrato su ciò che stavamo facendo per poterli salutare. Notai tuttavia che, a ostacolare il mio sguardo e quindi a impedirmi di scorgere i loro volti, c'era un grande baule dal colore rosso e dai bordi color ottone che si portavano appresso, caricato sulle spalle di nonno.

“Che fai, Nicola? Non ti distrarre! Dobbiamo finire prima che ci veda qualcuno degli altri!” mi disse mio fratello tirandomi per la maglia.

“Ma sì, sì... continuiamo.”

“A che punto siamo, Stefano? Ah, già! Manca lo stenditoio!”

“Sarà meglio che ci pensi io, - fece lui, facendo roteare la penna tra le dita - tu sei troppo distratto, Nicola!”

Stavamo realizzando una mappa della zona.

Proprio dove ci trovavamo, avevamo infatti l'intenzione di nascondere qualcosa, un vero tesoro che soltanto noi due avremmo saputo ritrovare.

Quella carta, che dal giorno prima stavamo preparando, avrebbe rappresentato l'area dell'intero castello e, ovviamente, la stavamo disegnando con una penna biro rossa e su di un foglio a quadretti strappato dal mio quaderno di matematica, con tanto di legenda che ci avrebbe permesso di localizzare subito qualsiasi luogo ogni qualvolta la avessimo aperta.

Era davvero una bellissima mappa: ampia e molto dettagliata.

Dopo una mezz'ora, marcammo con una grande croce il punto in cui, di lì a poco, avremmo sepolto il nostro tesoro.

“L'hai portato?” gli domandai.

“Certo. - fece lui - Eccolo qui.”

“D'accordo! Scaviamo una buca sufficientemente profonda e, poi, ricopriamo tutto.”

Così facemmo.

Dopo pochi minuti, un oggetto davvero prezioso era ormai coperto da venti centimetri di terra fresca e nessuno, eccetto noi due, avrebbe mai potuto trovarlo.

Quando poco più tardi risalimmo in casa, mi tornò alla mente il baule che avevo visto portare dai miei nonni.

Tentai, allora, di assumere l'atteggiamento di chi fa finta di nulla, ma speravo davvero tanto che quell'oggetto così ingombrante, con cui li avevo visti arrivare e che aveva le sembianze di un antico forziere dei pirati, fosse il regalo per il mio compleanno.

Rammento che, quando entrai nella sala, i miei nonni erano assieme a mia madre che, seduta sulla poltrona proprio sotto alla finestra, parlava con loro.

Detti una rapida occhiata in giro: del baule nessuna traccia.

“Dove mai può venire nascosto un regalo in attesa di essere consegnato? Pensa, Nicola, pensa... la casa non è poi così grande...” mi dicevo.

“Nicola! - esclamò mia nonna, accorgendosi di me - Sei già qui? A quest'ora?”

“Sotto al letto!” risposi io.

“Come sotto al letto?” mi fece allora mio nonno, mettendosi a ridere.

“No... volevo dire... vado a sdraiarmi sul letto, nonno. Mi sento stanco.”

“Sei stanco?” mi domandò, allora.

“Si. Devo aver corso troppo.”

“Se sei stanco adesso che giochi tutto il giorno, figurati quando sarai grande e dovrai lavorare!” fece ancora lui.

Io mi strinsi nelle spalle e mi allontanai portando la mano alla bocca per far credere a tutti che stessi sbadigliando. Un attimo dopo, invece, stavo strisciando sotto al grande letto dei miei, alla ricerca del regalo. Niente, non c'era.

“Dove mai potrà essere?” mi chiedevo.

Cercai quel baule per tutto il resto del pomeriggio e anche il giorno seguente e quello ancora dopo. Niente da fare. Il giorno del mio compleanno ricevetti finalmente quello che credo sia stato il più bel regalo che abbia mai ricevuto. Figuratevi che era sempre stato sopra la mia testa, in cima all'armadio di camera mia. Avrei potuto vederlo, se solo avessi rivolto lo sguardo verso l'alto.

Ricordo che il nonno, nel consegnarmelo e ridendo proprio di gran gusto, canticchiava così:

“Gigi cerca il suo berretto. Dove mai l'avrà ficcato? Nei cantucci, sotto il letto, va a frugar tutto affannato. Urla, salta, pesta: poi s'accorge che l'ha in testa!”

Ridevo anch'io, mentre lui recitava la sua filastrocca.

Comunque, mi fu dato, finalmente, quel regalo bellissimo.

Per il soldatino che ero, difensore e comandante del nostro fortilizio, era proprio bellissimo quel baule di un luminoso rosso fuoco dove poter nascondere tutti i miei tesori e gli oggetti più preziosi!

Tempo dopo, una mattina, io e Stefano decidemmo di nascondere la mappa che, con tanta cura e pazienza, avevamo disegnato. Dopo averne bruciacchiato i bordi con l'accendino di mio padre, per dare alla cosa quel non so che di piratesco, la arrotolammo e la legammo con uno spago azzurro.

Il giovane muratore, che quel giorno stava aprendo un varco in una parete di casa per fare spazio alla cassaforte che vi avrebbe inserito, si prestò volentieri al nostro gioco e quindi, prima di richiudere il buco, mi dette il tempo di infilare quel rotolo così prezioso per noi dentro a quella fessura.

Così, in un attimo, la mappa del tesoro sfuggì dalle mie piccole mani.

Sinceramente, l'entusiasmo, che avevo l'attimo prima di introdurla lì dentro, lasciò subito spazio ad un po' di amarezza.

Ancora oggi, quando ripenso a quella storia, riesco a consolarmi solo immaginando che, forse, un giorno, un altro bambino possa ritrovarla. Se così sarà, spero proprio che saprà stringerla forte e, soprattutto, farne buon uso.

Sarà in grado di trovare quello che io e Stefano seppellimmo quel giorno nei pressi delle macine in granito?

Vi assicuro che, nel punto contrassegnato da una grande croce, un tesoro nascosto c'è davvero! Magari, fra cinquanta o sessant'anni, un ragazzino troverà quella carta ingiallita e bruciacchiata ed esclamerà: “Guarda mamma, la mappa di un tesoro!”

Perché quella volta, tra le mura del mio castello, lasciai qualcosa che difficilmente un bambino, con una sufficiente dose di immaginazione e di fantasia, potrebbe ignorare.

Se è vero poi che la storia si ripete sempre, allora, forse, anche quei territori incontaminati che mi hanno visto piccolo, quei luoghi così tanto puliti, freschi e naturali, quei piccoli grandi spazi e tutti gli elementi che li hanno resi ai miei occhi tanto speciali, torneranno ad esistere, da qualche parte, per un altro bambino.

Ci sarà sempre, spero, un regno magico e incantato con il suo vecchio castello, assieme ad un altro ragazzino pronto ad esplorarlo fino ai suoi confini più estremi.

O, forse, tutto ciò che è stato mai più sarà.

Forse, semplicemente, sono io che mi ostino a rincorrere ancora la dolce ed amara fuggevolezza di quegli anni passati.

E allora, credo proprio che, uno di questi giorni, chiamerò mio fratello e che, assieme a lui, andrò a controllare se quel tesoro c'è ancora.

mercoledì 30 settembre 2020

UN GIOVEDÌ di Carlo Banchieri

 

Io ho quel che ho donato.

(Gabriele D'annunzio)

 

 

La mattina alle quattro e mezza ero già pronto ad uscire di casa. Provai la strana sensazione di sentirmi più lucido del solito, nonostante le sole tre ore di sonno che mi ero fatto, probabilmente perché, la sera precedente, avevo saltato la mia razione di melatonina.

Ogni sera da anni la assumevo per cercare di dormire un po' meglio di quanto facessi, provando poi al risveglio una piacevole sensazione di annebbiamento, in genere abbastanza prolungata.

Quella volta, però, dato che avevo previsto una giornata molto impegnativa, decisi di farne a meno. Bevvi un buon caffè ed era proprio quello che mi ci voleva.

Francesca, mia moglie, era già sveglia a quell'ora e continuava a chiamarmi dalla camera. Non si era ancora abituata a vedermi uscire di casa così di buon'ora e così tornai da lei più di una volta, dopo essermi vestito, dopo essere stato in bagno e appena prima di uscire, per rassicurarla che tutto sarebbe andato bene.

Alla fine, lasciai accesa la luce sul comodino vicino a lei e, sebbene la stanza fosse debolmente illuminata, riuscii nell'ombra a notare la gatta, ai piedi del letto, che mi osservava curiosa. Fiammetta, piccola micia, poco avvezza com'era ai cambiamenti, sembrava disorientata e capii che percepiva qualcosa di strano. Dissi a mia moglie di non preoccuparsi, che sarei tornato presto e che avrebbe soltanto dovuto chiudere gli occhi e tornare a dormire.

Tornai in cucina e bevvi ciò che restava della caffettiera. Cinque minuti dopo ero sulla mia automobile, diretto a Lucca, più precisamente nella fabbrica in cui lavoravo. Nel silenzio della mia auto, mi godevo la piacevolissima sensazione di guidare da solo sulla strada buia e deserta.

Non incrociai lungo il percorso neanche una macchina, non una bici, né un camion, pareva che soltanto io andassi a lavorare così presto e credetti di essere fortunato, valutando il fatto che avrei anche finito prima degli altri.

Ad un tratto intravidi una figura, una spanna oltre il raggio d'azione dei fari, che si dimenava agitando le braccia.

Credetti che fosse un uomo, tanto che sul momento mi immaginai si trattasse di un automobilista in panne o di un camionista in difficoltà.

Era invece una donna di mezza età, vestita, mi parve, decorosamente e con un'espressione sconvolta e impaurita, come quella di chi fosse inseguito da un fantasma.

Non so per quale motivo, ma mi fermai, e proprio di fronte a lei.

“Adesso mi chiederà un passaggio.” pensai.

Lei, che pareva esitante e alquanto impacciata nei movimenti, si accostò al finestrino sull'altro lato e facendomi cenno di aprirlo mi disse implorando: “La prego!”

Io, senza pensarci più di tanto, lo feci e le chiesi che cosa le fosse successo e se avesse bisogno di aiuto. Nel frattempo lanciai un'occhiata all'orologio sul cruscotto perché sapevo che avrei potuto trattenermi al massimo per cinque minuti, calcolando che così sarei arrivato al lavoro per tempo.

La donna interruppe le mie valutazioni rispondendomi in tono accorato, ma risoluto, e, contrariamente a quanto presumevo, mi chiese subito del denaro.

Giustificò poi la sua richiesta parlandomi dell'auto in panne, del fatto che era rimasta senza benzina, mentre sarebbe dovuta tornare il più presto possibile a casa sua in non so quale posto vicino a Firenze e per non so quale grave motivo.

Non prestai molta attenzione alle sue parole. Pensai che avesse solo bisogno di soldi e so bene che, in certe situazioni, si direbbe qualsiasi cosa pur di ottenerli.

“D'accordo.” le dissi io tagliando corto.

Aprii il portafoglio e le detti dieci euro, gli unici che avessi con me.

Devo ammettere che, in situazioni simili, ma con altro tipo di persona, data l'ora ed il luogo, non sarei stato altrettanto generoso. Quella donna però mi era parsa davvero in difficoltà e oltretutto non sembrava una poco di buono, così senza alcuna riluttanza glieli diedi.

Lei estrasse dalla tasca della giacca una penna ed un foglio di carta, sul quale credetti che scrivesse il suo indirizzo, rassicurandomi poi del fatto che mi avrebbe sicuramente restituito il denaro.

Mi sembrò sincera e così le risposi che non ce ne sarebbe stato bisogno e che lo avevo fatto con piacere, ma lei insistette e così, per farla breve, presi quel foglietto, lo misi in tasca e, salutandola, ripartii. Ritrovandomi nuovamente da solo, mi venne in mente che una volta avevo letto una frase che diceva, a proposito dell'onestà: “Le persone oneste si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine.”

“Per essere goffa, era goffa.” pensai, e in un attimo mi convinsi che mi avesse fregato. Comunque, dato che dieci euro in meno non mi avrebbero di certo ridotto in miseria, mi dissi che, se anche quella donna si fosse poi rivelata un'ingannatrice, mi sarei tenuto il bidone e nel peggiore dei casi avrei imparato che oggigiorno non c'è da fidarsi proprio di nessuno.

Una volta in marcia, continuavo a ripensare a quello che era appena accaduto.

Era stato un fatto decisamente insolito, quasi surreale.

Oltretutto era successo tutto in maniera talmente veloce che la sensazione che sentivo predominare in quel momento pareva come suggerirmi che non fosse addirittura mai capitato nulla.

Sarà stato per colpa del sonno che ancora intorbidiva la mia mente, ma mi trovavo a ripensare a quel fatto come ad un qualcosa di talmente irreale, che mi pareva di non essermi mai neanche fermato.

Decisi addirittura che avrei fatto una sosta per controllare se i dieci euro fossero stati ancora nel mio portafogli.

Naturalmente subito dopo mi resi conto che non c'erano più.

Ripartii nuovamente spingendo sull'acceleratore per riuscire ad arrivare in tempo per timbrare il cartellino e così alla fine arrivai in orario. Intorno alle due del pomeriggio, uscito dalla fabbrica, mi ritrovai imbottigliato nel traffico sulla strada di casa.

Quando mi capitò di ripercorrere il tratto in cui avevo avuto quello strano incontro, mi tornò alla mente il foglio di carta che avevo ancora nella tasca dei pantaloni.

Lanciai un'occhiata allo specchietto e accostai per avere la possibilità di leggerlo con attenzione. Aprii il foglio stropicciato sul quale la donna aveva scritto l'indirizzo di casa e la parola

“Grazie.”

“Accidenti! - pensai - È successo un miracolo! E non è neanche Domenica!”