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mercoledì 30 dicembre 2020

LETTERA DAL CASTELLO di Roberta Sandrini

Riveritissimo Signore,

le voci insistenti e calunniose che corrono ormai per ogni dove e vi raggiungono da ogni parte, rendendovi ormai, ne sono certo, dubbioso circa la mia fedeltà e deferenza nei vostri confronti, mi obbligano ad impugnare la penna ed affrontare queste righe, con grande difficoltà, lo immaginerete, conoscendomi Voi abbastanza bene da sapere quanto io rimanga restio a dare spiegazioni sui più intimi motivi delle mie condotte e ad illuminare la mia anima, sebbene a vostro uso e vantaggio.

Il fatto che io abbia deciso di rimanere confinato entro le mura del castello e di uscire spesso se non solo all’imbrunire e durante le notti, quando non temo di incontrare nessuno, non ha innanzitutto, e mi preme dirvelo prima di ogni altra cosa, influenza alcuna sul buon andamento degli affari del castello e dei suoi dintorni: le ultime annate sono state buone ed hanno assicurato scorte sufficienti a dare un congruo pegno ai tributi che vi sono dovuti.

Uomini onorati fra i miei contadini, della cui fedeltà non ho motivo né pretesto per dubitare, mi fanno pervenire resoconti dettagliati sull’andamento delle faccende dei dintorni, e state pur certo che il minimo movimento che potesse far sospettare un pericolo per i vostri interessi sarebbe prontamente stroncato e rivolto in morte e silenzio.

Nessuna terra davvero può essere considerata più sicura e devota alla vostra persona di quella che avete deciso di affidare a questo vostro umile servo: e, se sono moderatamente esperto delle cose del mondo come forse presuntuosamente mi ritengo, sono certo che i messaggeri che avrete inviato in questi giorni in queste terre, per essere i vostri occhi ed osservare ciò che accade, e la vostra lingua per porre le opportune domande e verificare ciò che vi viene riportato, non potranno che confermare oltre ogni dubbio quanto vi ho appena detto. 

Mi piace credere che abbiate considerato per ciò che sono, ossia favole spaventose frutto dell’immaginario di villici ignoranti, che mai hanno avuto modo di attingere, nel loro miserabile modo di vivere, alla scienza ed al raziocinio, le dicerie su una mia sete di sangue che mi avrebbe resa odiosa la luce del sole, costringendomi ad uscire di notte ed abbandonarmi a pratiche oscene per placarla.

Se così non fosse peraltro, mi è certo che avreste già trovato modo e tempo per liberarvi di me e sostituirmi nel vostro servizio e nella cura di queste terre, non potendo ritrovarsi nefandezza alcuna sotto il vostro dominio. 

Quanto vi ho appena illustrato basterebbe forse a chiudere la questione ed a non molestarvi più con discorsi già divenuti inutili prima ancora di iniziare: ma la mia devozione nei vostri confronti mi obbliga a dilungarmi, per fugare definitivamente in voi ogni possibile dubbio sulla mia persona e la mia condotta, e riavviarci, ciascuno di noi, alla nostra vita ed alle nostre occupazioni consuete, con animo definitivamente rasserenato, alla fine di questo parlare.

E’ inutile che vi rammenti la pestilenza dell’anno passato, che ci obbligò a rifugiarci tutti ciascuno nel proprio possedimento o casolare, uscendo solo per le questioni più urgenti, questioni che, per quanto mi riguardava, consistevano in giri dei possedimenti, onde verificare che i lavori agricoli e di manutenzione fossero comunque portati avanti, e che le tasse fossero versate.   

In quel periodo licenziai i domestici, tranne i due che ho ormai al mio servizio da anni e che principalmente rassettano il mio appartamento e mi preparano qualcosa da mangiare, aprendo all’alba e chiudendo all’imbrunire col loro aiuto le porte del castello.

In quei giri per le campagne che la pestilenza e la stagione rendevano praticamente deserte ebbi modo e facoltà di apprezzare il particolare e carezzevole silenzio, che mi dava modo di apprezzare la natura ed affinare i miei pensieri, arrivando infine a poter accompagnare ogni mia particolare riflessione con un moto ed un suono del mondo svuotato della gente: per cui un ricordo piacevole era un volo od un canto d’uccello, un calcolo eseguito mentalmente sull’importo di un tributo od un’altra valutazione pratica e d’interesse era il sasso scalciato dallo zoccolo del cavallo, o staccatosi dalla melma di una riva, che rotola brontolando nella polvere o nell’acqua, il silenzio assoluto dei pensieri era il fruscio dei rami ai colpi brevi o prolungati del vento.

Tutto cio’ era talmente piacevole che , per quanto il pensiero Vostro non mi sia mai venuto meno neanche un istante, ero consapevole di uscire per le mie occupazioni anche nella più che piacevole attesa di questi esercizi con me stesso.

E non mi mancavano gli uomini e non ne sentivo il bisogno, anche se, qualora entrassi in contatto con loro, la consuetudine della solitudine nella natura mi rendeva, nei loro confronti, più ben disposto o più affabile e cortese, a seconda del loro rango.

Poi iniziai a uscire di notte, a piedi o con un cavallo abituato all’oscurità e perciò non facile al nervosismo né timoroso.

Dove prima si esercitava il pensiero si esercitò l’immaginazione: ovunque la luce della luna ritagliasse ombre e forme, o l’oscurità ingoiasse ogni cosa, lasciando solo macchie viranti sul grigio o sull’inchiostro piu’ nero, mi divertivo ad intravvedere ciò che piu’ desideravo e più mi piaceva, dal piu’ astruso marchingegno, alla piu’ nostalgica presenza, al più mostruoso essere di questo mondo o di un altro, al contorno maggiormente privo di senso, alla più contorta mano che porge o che respinge.

Ripeto, Signore oltremodo caro, tutto questo non derivava, a ben vedere, quando ben lucido interrogavo la mia coscienza, da un’avversione per i fatti del mondo e per coloro che vi abitano, fra i quali ritrovo la vostra magnanima persona.

Ma accortomi che la mia posizione mi concedeva uno spazio di libertà, per poter assecondare la mia natura ed il mio piacere, senza trascurare ciò che Vi è dovuto, decisi di approfittarne per sperimentare un mio personale modo di vivere, che non coinvolgesse del resto altri che me, senza nuocere ad alcuno.   

E così riuscendo a ritagliarmi quello spazio di serenità e contentezza, se non di felicità, che sarebbe parola troppo grossa a pronunciarsi, che tanto spesso è negato anche agli uomini più seri ed assennati.

E così facendo, ritrovo davanti a me quella linea retta, che a percorrerla sicuri e spediti, ci assicura, pur nell’incertezza del giudizio sulla direzione presa, se sia essa quella giusta e sensata alla luce dei precetti morali che ci furono insegnati, almeno la speranza di un arrivo nel porto che abbiamo scelto quando eravamo fra le onde più alte.   

Signore illustrissimo, io spero a questo punto, di essere riuscito ad avere la Vostra comprensione, e di aver sopito ogni vostra inquietudine, al termine di questo lunga lettera, che spero non vi abbia arrecato fastidio piu’ dello stretto necessario, nel proclamarmi, ancora una volta, Vostro servo in ogni Vostro desiderio e bisogno, Vi porgo ossequi sinceri e sentiti, nell’ansia di riaccogliervi presto in questa parte della Vostra terra.

TERESA A SIENA di Sabatina Napolitano

I genitori di Teresa si erano conosciuti ad un reading di poesia, entrambi non amavano David Bowie, anche se lui amava un certo genere rock, ma adoravano stare insieme ore ed ore in biblioteche. Ne avevano girate diverse negli anni: erano stati a Parigi, Chicago, e New York. «Che ne dici se ci sposiamo?» un giorno le disse lui, mentre teneva tra le mani le foto di un poeta morto. Erano stati da poco al suo funerale e non solo per questo avevano deciso di sposarsi. Il matrimonio sarebbe avvenuto in gran segreto senza invitati, lui le avrebbe messo l’anello nuziale e lei lo avrebbe guardato dall’alto di una scala. La prima notte di nozze la mamma indossava una elegante vestaglietta di pizzo con ricami bianchi e anche lui si sentiva elegante e teso, la casa era vuota e nell’altra stanza c’era un dipinto di Ulisse alla parete, una stampa regalata da un poeta, uno ancora vivo. Il papà di Teresa decise di trasferirsi a Siena nonostante nella sua vita avesse girato il mondo, visitando decine di capitali europee. Quando il papà prendeva per mano la moglie, lei scioglieva le sue angosce e le paure nella pelle morbida: per molti anni si erano solo desiderati ed ora che potevano stare insieme niente sembrava realmente dividerli. Il passato che avevano vissuto separati sembrava loro davvero insostenibile, ora che l’unica pace che poteva esistere era quella della convivenza. Gli anni dell’assenza non avevano ragion d’essere, anzi era meglio dire che ogni atto era stato un atto di offerta all’altare delle vittorie, strategie dei due amanti che non volevano far altro che scavarsi internamente fino a potersi vivere in un progetto di senso. «Ogni tuo bacio è per me un armistizio», le diceva lui innamoratissimo ma ancora sfuggente e misterioso. Nel resto degli anni lei non fece altro che entrare più a fondo nella sua aura sfuggevole e soffiarci sopra insieme a un amore immenso per gli affetti, la famiglia e per il futuro che ogni giorno nella vita quotidiana li attendeva. Si sposarono un caldo giorno di metà luglio in una piccola chiesa lontana dagli occhi di tutti, gli orologi battevano le dodici. C’erano pochissime persone. Quando lei uscì dalla chiesa, il vento le mosse il velo, scoprendo gli occhi luminosi e curiosi: la mamma era felicissima. Anche il papà si voltò verso di lei e abbracciandola con la sua sinistra la trattenne per baciarla. Con l’altra mano la accarezzo piano e leggero. Siena in quei giorni era una città lenta così il papà di Teresa portò la mamma a Venezia per la luna di miele. Non c’era nessuno a guardarli e il papà amava quella solitudine sconosciuta, chiudeva il cellulare per giorni interi, si isolava dal mondo per dedicarsi alla mamma. Una volta in albergo posava la borsa sul divano e spegneva la luce con l’interruttore, lo guidava nei gesti il profumo e il sapore della moglie. Dopo il matrimonio si guardavano per giorni senza dire niente, soprattutto lui la guardava mentre seduto disegnava qualcosa su un foglio. Chiuso nella sua barba nascondeva un sorriso continuo e una pace senza pari. Per la luna di miele erano stati anche a Firenze, e a chiusura del cerchio avevano girato insieme tutti i musei di Siena. La mamma scrutava ogni passo del marito, studiava ogni gesto per avvertirne meglio i cambiamenti, era attenta e generosa. La mamma di Teresa era una scrittrice e stava scrivendo un nuovo romanzo, col romanzo riusciva a giustificare la vita insieme al papà, continuamente, così il papà non si sentiva mai solo ed anzi era stimolato, si sentiva nuovo e amato. Il loro amore era una testimonianza importante come un intervento meraviglioso nei fatti e nelle cose del mondo. Si amavano con senso del sacrificio e della ricompensa. Siena faceva da sfondo alla loro parabola, signorile e orgogliosa. Tutti riuscirono a scorgere anche nel progetto della loro passione il fascino di una intuizione preziosa: combinarli diversamente li avrebbe resi soli e peggiori, perciò insieme tenevano una narrazione importante e riuscivano a governare energie continuamente nella direzione della vita. La prima volta che papà mi portò all’università avevo nove anni, erano gelosi i miei di mostrarmi in pubblico e mi dicevano di conservare sempre delle strategie per i miei progetti. Io già da piccola desideravo affermarmi in famiglia, ma raccontandomi mi rendevo conto di essere una bambina folle a volte e che era meglio per me restare una bambina buona fin tanto che non avrei cominciato le medie e mi sarei potuta spingere ad andare in giro da sola con le amiche. Siena era una città sobria, che non si poteva immaginare bisognava viverla per raccontarla. Tutti i miei amici erano degli insensibili e preferivano passare ore davanti al pc anziché leggere. Io da quando avevo imparato non riuscivo a smettere. E preferivo le favole, le trovavo liberatorie. Un giorno di maggio mamma mi fece trovare un libro di favole sulla scrivania, l’aveva scritto lei per me non ne sapevo nulla: fu un dono che mi ha ispirato sempre. Amavo la mamma era una donna giusta e sobria e mi sorrideva sempre, ad ogni ora del giorno. I miei amici a scuola erano gelosi che avessi una mamma così bella, anche papà era geloso della mamma. Lui però non alzava mai la voce, quando erano arrabbiati semplicemente non parlavano e io mi accorgevo dai loro sguardi che avevano litigato, ma poi da come si sorridevano capivo che avevano fatto pace. Amavo molto gli USA e volevo imparare a parlare presto l’inglese così mi facevo insegnare da papà e gli chiesi anche di mettere nella mia stanza una bandiera degli Stati Uniti. La mamma preferiva che io parlassi francese, alla fine a Natale mi portarono a Parigi quando ho compiuto dieci anni, passare il mio compleanno in aereo è stata una esperienza completa, mi sentivo felice. I miei non volevano che altre avessero la meglio su di me, mi avevano insegnato a difendermi, a volermi bene e a parlare presto come una bambina colta.

COSTRUIRE UNA NOTTE di Matteo Bogazzi

In un'ora di finestre di finestre,

in un'ora l'orizzonte è spento lago.

 

 

Abito

figure discritte,

accanto a fronde di vuoto.

Bestemmia di sole.

 

*

 

Ripeto e dimentico questo apparire,

o accedere:

è mio.

 

*

 

Di figure

figura che lo abitano in voce,

che manca,

al sole mostruoso.

 

 

Mani nel cono

del sonno.

 

*

 

Lingua artica,

amore,

nomi dorati, chiusi -

la tua mano -

mio paese è vederti, ora,

bestia è la porta

all'ora che punge.

 

 

Uno,

di ciò che è sempre,

abbraccia l'occhio sospeso.

 

*

 

Cerchio

verticale

di noci

l'Occidente.

 

Rovina di magra spoglia di curve

paralisi,

via,

nome ripeti infinito di fumi,

tra prima e dopo sei astro

disarticolato,

campana di tocco,

di taglio, tra denti,

vibri con l'animancante.

 

 

Corsa è il quaderno,

è vigna.

 

 

Silente presa un nome,

doma piano,

di domandare attratti serra,

passa il punto in cui, passato,

forse mare d'alberi donna,

lingua le urta,

noi destini, fiati, luci, uguali

fiumi di nomi, aperta tessitura

eri,

presente.

 

 

Oggetto dell'assente,

contro-preghiera, suono d'abbaglio,

dove il verso si scioglie la neve

e cola, città adesso,

labbra d'inverno,

 

andiamo.

 

E cosa è ogni cosa.

 

*

Disparte colture il verno un altro

tasto apre in cerchio, osa chi aspetta,

svernato richiamo, il verso

che altra lettera d'isole a dèi

insieme, donn'uomo, silenzi.

 

 

Abbiamo da fiutare suoni, flautate rotte,

piccole camere esplose

nei pugni: domande da frutto.

 

 

Come cammino

sogno questo amore.

TERTIUM DATUR di Narciso Fenice Ramparti

Cominciava lo stritolone dell'autunno-inverno. Corsi quadrimestrali spalmati sulle aiuole ghiacciate, pomeriggi inerti all'obitorio e serate avvilenti ai domiciliari, solitudini in rotta di collisione, il ritorno del sinistro mescitore e un paio di recensioni a dei buoni libri tedeschi, di cui uno sul consolato tardoantico: ci vuole la lucidità di programmare appena diocristo c'è un attimo di stasi. Mi verrebbe da dirti anche lunedì 26, ma no: allora raga facciamo anche il medley e ti rimpallo una potenziale sortita per sabato, come al solito strabordante di inopportuna sensualità.

Dondola, uovo: sei tornato in provincia. Come al solito, tra il dire e il fare c'è di mezzo il talent, quindi perché no, potrei anche rivelarvi questo segreto. È in atto una cospirazione per non farvi realizzare a pieno quanto sia una merda orribile e intollerabile avere più di quarant'anni. E' un inferno senza uscita, insopportabile per chi abbia mai vibrato di primavera: non puoi tornare indietro mai più e anzi neanche ti fermi, continui a sprofondare nel baratro della vecchiaia; ogni giorno che passa è l'ultimo nel suo genere e ti avvicina sempre di più a età incalcolabili e orribili, nel migliore dei casi. Mi ricordo gli anni Novanta: l'ideologia politica e l'impegno aggregativo erano ancora i più devianti alibi culturali. Oh, quel decennio infinito e candidamente stolido! Io me ne andavo in giro in giacca con improbabili acconciature scodellari o ostrogote, però non vorrei sminuirmi troppo. Quindi mandate dei soldi, a offerta libera. Oppure finiamo a celebrare voi che guardavate la partita o profondorosso.

Solo bella gente e vibrazioni positive al compleanno dell'impagabile Giuelle: accoglienza deliziosa, lounge bianco disadorno ed elegante, tuttecose che fanno bello il mondo, musica originale inedita di sottofondo accompagnata da un sobrio pornazzo vintage e spunti di conversazione brillante. Robi puttana riascoltava le sue piste vocali con sufficienza, ma hanno fatto un lavoro bestiale: nell'archivio del malefico elbano ci sono tipo giga di canzoni e sperimentazioni sonore da torcere lo stomaco; ho sentito suoni e soluzioni bestiali che andranno molto di moda tra quarant'anni. E un pò tutto il resto. Questa la mia occasionale licenza mondana del solstizio. Torno a casa presto segando la serata, ma è stato un party stellare!

Io – cheffaccio ledizione kritika emendando la tradizione manoscritta, e così entrando, pur spettinato e malvestito, nella storia della filologia latina – rihò un'identità documentale. La Mamma e la Rita mi hanno finalmente ritrovato la carta d'identità (smarrita nel maelstrom domestico nel 2018 e fino a oggi mai più repppperita). Riesisto attestatamente fino al 2023. Dacché non avevo stupidamente realizzato che il passaporto era scaduto e la legge, quando venne a casa mia pei ladri qualche giorno fa, me lo fece garbatissimamente notare.

IERI: Serata sgargiante e plurale in Dalmazia, euforia da estate in città e buena onda all the way: eccezionalmente senza telecamera, sono pure riuscito a succhiare il midollo della vita. Appena raccolgo la dispersa documentazione di selfie, non mancherò di illustrarvi nel dettaglio.

OGGI: Non è il vero me che esce a fare la spesa, è il peggior me, il più brutto e meno brillante che abbia mai visto. Pronto a sferrare calci urlando. Come mi sono ridotto. Tutta colpa del diavolo. Verrebbe da abbracciarsi tutti, ma come si fa. Statemi lontani percristo, almeno a cinque metri.

 

2019: E così è morto lo Spera. E io qui lo aspettavo. Pugile, simpaticone, pizzaiolo e ristoratore leggendario. La prima volta che lo incontrai era il 1989: avevo quattordici anni, mille lire in tasca e, senza nessuno a casa, ero rimasto da solo per pranzo in piazza della Vittoria. Oggi a Dakar o Shinjuku in ciabatte e senza una lira mi sentirei meno sperduto. Entro nel solo locale aperto chiedendo se mi danno qualcosa da mangiare per mille lire: è la pizzeria dello Spera. 'Non hai da pranzare? Ma come!'  Mi ha messo a sedere, mi ha portato pizza e cocacola e non ha voluto niente. Il genius loci di Cernaia. Quel gesto paterno e protettivo gli valse eterna ammirazione ma anche un cliente entusiasta che, negli anni a venire, gli portava gente da tutto il mondo magnificando quella che poi divenne anche la pizza campione del mondo. E che oggi lo piange ma anche lo canta come un grandissimo. Solo ricordi belli.

IL CUORE SANGUINANTE di Monica Capomonte

Maagnificaaat. Anima meee-a Dominuum. La mia voce si nasconde tra le altre del coro della chiesa. Il sabato pomeriggio le prove, il sabato sera praticamente solista alla messa dei vecchietti, in pompa magna la domenica alle dieci e trenta. Chiesa di San Francesco d’Assisi al Vomero, ovazione da stadio da parte dei miei parenti che giurano di riconoscere la mia voce tra altre trentuno. “L’unica intonata Moni’, li trascini proprio!”. Non ci credo, neanche se ho tredici anni, ma se faccio la brava poi zia Alba mi dà ventimila lire. Che se poi si scorda di avermele date, sono altre ventimila dopopranzo, totale quarantamila, che mi mette davanti a Palanca, Krol e Dirceu tra quelli più ricchi che abitano a Napoli. Siamo in epoca pre- Maradona, per capirci. Nonostante questo, al giorno d’oggi ho ancora 42 anni. Misteri della Fede, come il sangue di San Gennaro.

Ci sono passata, qualche mese fa: era vuota, eppure la terribile quarantena è finita. Una settimana prima, ho visto su Youtube gente che si lamentava per le chiese vuote, oggi che si può andare non ci va nessuno. Neanche zia Alba ancora viva, a colpi di ventimila lire riuscirebbe a riempirla. Così va il mondo, diceva mio cugino Gino. E come va? Domandava Alba. Pausa. Male. Ecco come. E Gino si rimetteva a leggere il giornale.

Fa freddo, è quasi sera. Oddio, freddo a Napoli non è che sia proprio rispondente a realtà. Per una come me che vive da 28 anni in Galles poi, non scherziamo.

Sì, 28 anni in Galles, 42 anni di età. Ci sono andata a 14 anni, va bene? No, non va bene. Non torna.

Riproviamo.

Per una come me che vive da 12 anni in Galles, non scherziamo.

Meglio.

Dicevo: è quasi sera. Ci sono luci, festoni inutili che illuminano il marciapiede vuoto. Entro nella chiesa con la facciata rosa illuminata, bifore e nicchie ognuna con la sua lucina, come un presepe gigante. D’altronde siamo a Napoli. Dentro è grande, ma me la ricordavo enorme. Non c’è nessuno dicevo. Il cuore sanguinante di Cristo vicino all’altare, splende nel riflesso delle candeline elettriche. Non l’ho mai capito davvero come sia saltato in mente di ideare un’immagine come quella, secoli fa. Un cuore sanguinante trafitto con un coltello, e sotto nel dipinto addirittura un piccolo secchio dorato a raccogliere il sangue colato giù. Il cuore è tipo quello dello dei cartoni animati e dei disegnini dei bambini, poi però c’è il coltello che riporta alla cruda realtà. Sì, il cuore trafitto è redenzione, l’espiazione dei peccati e compagnia bella. Si ricorda quanto accaduto al momento della crocifissione, la lancia nel costato di Cristo. Ma è anche e soprattutto qualcosa di simbolico e forse nella lingua greca in cui furono scritti i vangeli tutto suona molto suggestivo e affascinante. Però, più osservo quella scodellina col sangue che raccoglie quello che scende dal cuore trafitto dal pugnale e più mi sento a disagio. Saranno tutti quei tatuaggi che si vedono nei film addosso agli avanzi di galera, tra una pistolettata e un’altra. Ma anche quando avevo tredici anni mi faceva impressione, quando mi sistemavo sulla pedana di pietra accanto a quella spilungona di Michela (lei non aveva bisogno della pedana) e ci mettevamo a cantare. Poggiavo sempre una mano sul cuore, non per motivi patriottici come quando i calciatori cantano l’inno nazionale, ma per proteggermi dalla coltellata che ero sicuro mi sarebbe arrivata se avessi fissato troppo a lungo il cuore sanguinante.

E così, tanti anni dopo (non così tanti, ho solo quarantadue anni) mi ritrovai a cantare. Da sola, in chiesa, fissando le panche vuote. Fossimo in una storia di fantasmi, zia Alba comparirebbe dal nulla, in una nuvola vaporosa. Ma io non sono Dickens, e per di più siamo al Vomero.

Maagnificaaat. Anima meee-a Dominuum.

“E brava, Moni’… si sentiva solo te.”

D’un tratto sento un gran freddo, ficco le mani nei tasconi del cappotto e faccio per allontanarmi. Non prima però di sentire tra le dita, il fruscio di qualcosa nella tasca.

Ma certo, le ventimila lire. Grazie zia, non ti sei scordata.

A PIEDI NUDI TRA LE MANGROVIE (IN VIAGGIO DURANTE IL COVID) di Lucio Cascavilla

 

Questa è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilmente false, o viceversa; a voi la scelta.

Un capitolo al giorno (tranne il sabato e la domenica).

 

 

UNO. PREMESSA. LA MIA QUARANTENA FU QUELLA CHE FU.

 

 

Capitolo 1

La scelta

 

 

- E allora? Che cosa facciamo?

Qui a Freetown, in Sierra Leone, ci sono zero casi; il morbo non è ancora arrivato, riferiscono le autorità ai mezzi di informazione. Rimanere, invece di rientrare in Europa, nell’occhio del ciclone dell’infezione, sarebbe saggio.

Mi muovo dal balcone alla camera da letto, otto metri scarsi, in mutande, mentre aspetto una risposta.

Il sudore scende dalle tempie, una goccia si intrufola nell’orecchio e forma una bolla. Stacco il telefono, bagnato, raccolgo la maglietta che indossavo in mattinata per asciugarlo.

In casa non c’è un alito di vento e trentacinque gradi.

Osservo il ventilatore, immobile: non c’è corrente. Come ogni giorno la fornitura si ferma, con svizzera precisione, dalle 9 del mattino alle 6 del pomeriggio. Nove ore senza elettricità; devo ricordarmi di non aprire il frigorifero.

-  È stato confermato? Chiede Abigail, la mia compagna tedesca.

L’Air France tra due giorni sospenderà i voli Freetown- Parigi; Bruxelles Airlines tra tre giorni.

Abbiamo poca scelta: solo cinque compagnie transitano in Sierra Leone.


- Sì, sì… lo ha scritto qualcuno nella chat. Ha ricevuto comunicazione dalla compagnia aerea…

Restiamo in silenzio; la sento respirare, sta pensando a una soluzione.

L’organizzazione per la quale Abigail lavora in Sierra Leone non si è espressa. L’associazione locale dove faccio il volontario e colleziono storie di deportati, ex-richiedenti asilo rifiutati e rispediti al mittente, sta per chiudere i battenti.

Abbiamo un’ultima riunione e poi ci rivedremo tra un mese, se tutto va bene.

- D’accordo Loriano… Io adesso ho un meeting, poi un briefing e subito dopo una conference call. La cosa migliore da fare è parlarne quando sono a casa.

Mi sembra ragionevole.

- Alla fine la nostra idea è rimanere, giusto? Le chiedo.

- Guarda non so cosa sia giusto o meno. Al momento il morbo non è ancora arrivato. Ci lanciamo a capofitto verso il disastro? Non so, anche se…

Appunto, anche se.

In Sierra Leone tutto è ancora aperto. La sera è possibile andare al bar, uno dei tanti in riva al mare, e bere una birra, evitando gli assembramenti.

- Allora aspetto che torni e ne parliamo.

- Tanto c’è ancora Royal Air Maroc che prosegue i voli? Chiede conferma lei.

- No, Royal Air Maroc ha sospeso i voli da ieri.

Il sudore non si ferma. Osservo l’orologio; due ore abbondanti da attendere prima di riottenere l’elettricità.

Mi affaccio sul balcone alla ricerca di refrigerio, osservo la laguna sotto di me. Bassa marea, la brezza serale non si è ancora alzata.

Rientro in casa, saluto Abigail e lascio il telefono sul tavolo per qualche istante.

Poi lo afferro e controllo le notizie.

Contagi aumentati, pazienti in condizioni disperate, morti; in Europa la situazione peggiora di ora in ora. Mi sbaglio: di minuto in minuto.

In Cina migliora e la riapertura è vicina; siamo a ridosso della primavera, i fiori torneranno a sbocciare.

Ricevo un messaggio: Turkish Airlines e Kenya Airlines volano ancora su Freetown, ma Air France ha esaurito i biglietti e Bruxelles Airlines ha gli ultimi due posti disponibili.

Nel momento in cui abbiamo deciso di restare, ho capito di dover partire.

Un brivido; dobbiamo abbandonare il paese, ma come?

 

 

PREMESSA. LA MIA QUARANTENA FU QUELLA CHE FU

 

Capitolo 2

La corsa

 

Alle 9.40 vado a correre sulla spiaggia. Trentaquattro gradi centigradi, novanta per cento di umidità. C’è un gruppo di ragazzi che gioca a calcio.

Sono già pronto a rifiutare il loro invito: non posso rivaleggiare con dei diciottenni, atletici, cresciuti sotto questo sole. Si accorgono di me e si fermano a guardarmi, inquieti, facendosi da parte.

Io sorrido.

Il presidente della Sierra Leone è stato categorico in televisione. Il morbo non sarà il nuovo ebola: il paese è sano; la minaccia viene dall’esterno e bisogna chiudersi a riccio.

L’epidemia è giunta con un aereo, dagli USA, anche se non esistono voli diretti.

Chi cazzo è l’infetto che se lo è potuto permettere?

 

Il secondo contaminato è il primario di una clinica privata: la dottoressa che ha visitato il primo paziente.

La clinica è stata chiusa a scopo precauzionale.

Uscire dal paese è impossibile; l’aeroporto è stato sigillato per tre mesi, le frontiere via terra sono controllate dall’esercito.

L’unico luogo che continua a rimanere aperto è il porto commerciale.

I giovani calciatori si incupiscono; qualcuno urla: vattene a casa.

Abbasso lo sguardo per evitare lo sciabordare delle onde, vittime dell’alta marea. Correre è difficoltoso.

Alle volte sono costretto a eludere l’acqua all’ultimo secondo. Salto, accelero o rallento. È inevitabile che qualche onda colpisca le scarpe.

Il pallone mi rimbalza vicino, mentre mi guardano tutti. Io prendo la mira e mi esibisco in un tiro sbilenco per farli riprendere a giocare.

Il più piccolino avrà il doppio della mia muscolatura. Con gli occhiali da sole evito di fissarli. Nessuno ha fatto caso al pallone che è rimbalzato tra loro.

Noi abbiamo cibo, ma non è sicuro rimanere qui.

 

Per la prima volta loro, che vedono qualunque straniero come un bancomat ambulante, non si avvicinano per la questua. Affretto il passo, ma senza darmela a gambe. Oltre al sudore sento un brivido freddo.

Sono i bianchi che portano il morbo. Devo scappare via, non è sicuro uscire da soli.

Pumui! Mi urla uno di loro.

Uomo bianco di merda, persona non grata.

Dobbiamo trovare un modo per scappare.

 

 

 

Capitolo 3

 

In California – Le onde del destino

 

La porta del taxi si era chiusa con uno schiocco sordo e lei aveva mormorato un indirizzo. Il profumo di cocco e lavanda si era propagato nell’abitacolo arrivando fino alle narici di Mohamed che, professionale, l’aveva osservata attraverso lo specchietto retrovisore e aveva affondato il piede sull’acceleratore.

 

Subito dopo la partenza dell’auto la donna aveva sbottonato la camicia di seta, verde acqua, e aveva cominciato ad aggiustarsi il reggiseno color panna.

 

L’auto procedeva a ritmo di crociera mentre lui la osservava.

- Mi avevano detto che era normale mettersi a proprio agio su un taxi. Aveva scherzato la donna, per nulla imbarazzata, quando si era accorta che Mohamed le fissava le tette.

 

I genitori di Rowena si erano trasferiti in California quando lei aveva sette anni; aveva raccontato mentre era alle prese con l’aerodinamica del reggiseno.

Arrivati a destinazione il taxi aveva accostato, con il motore acceso. Mohamed sorridente aveva intascato la corsa; Rowena gli aveva sventolato sotto il naso un assegno.

Lui lo aveva afferrato, senza girarsi, e lo aveva roteato tra le mani.

- Devi solo consegnare questa lettera.

Mohamed aveva soppesato il plico, fissandole la scollatura.

 

Lei aveva maneggiato l’incartamento con lunghi guanti bianchi.

Mohamed aveva osservato il suo nome, inciso come beneficiario, e aveva annuito.

Rowena lo aveva ringraziato, aveva mostrato il tesoro della sua scollatura per l’ultima volta, si era riabbottonata la camicia ed era scesa dal taxi.

Mohamed aveva tre figli, due di loro non li vedeva da nove anni. Una volta all’anno, se era fortunato, mandava loro dei soldi; il più grande, Aboubaka, aveva raggiunto buoni risultati e gli aveva chiesto di poter frequentare il college.

Prima di scendere dalla macchina aveva impugnato il telefono:

- Pam? Preparati; ci prendiamo una vacanza. Ho appena ricevuto cinquemila dollari di mancia.

Senza immischiarsi negli affari altrui avrebbe potuto incassare quell’assegno, inviarne metà ai suoi figli, e godersi un weekend a Las Vegas.

Se non fosse entrato in quella villa, sarebbe rimasto in California, a guidare il taxi e a progettare il futuro.

Invece scese dall’auto e suonò il campanello.