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martedì 1 novembre 2016

UNA PROGRESSIVA PERDITA D'IMPORTANZA di Francesco Barilli

Dio appariva tutte le sere alle 20.45 in punto. Iniziò, annunciato da uno scintillio nel cielo fragoroso che ogni essere vivente su questa Terra ascoltò nello stesso istante, un attimo di sospensione a cui tutti, anche chi non poteva udire, tendevano l’orecchio.

Il fenomeno non poteva essere ripreso con la telecamera, forse per questo a nessuno, chissà perché, venne in mente di annunciare in televisione, o su una App telefonica, che Nostro Signore anche stasera avrebbe parlato. Tutti conoscevano ogni singola parola dei discorsi che Dio ogni sera pronunciava. Diventò un’abitudine che sparse di saggezza i cuori degli uomini. Tutto il resto perse importanza. La certezza, visibile con i propri occhi- anche per chi non poteva fisicamente vedere- dell’esistenza di Dio tolse la voglia di rubare, di uccidere, di tramare alle spalle del prossimo, di invidiare. Persino d’ingozzarsi. I sette peccati capitali vennero meno, per mancanza d’interesse, spazzati via assieme agli atei, gli unici davvero fregati dall’intera faccenda.

Intendiamoci, nessuna sceneggiata biblica, o coranica, o da altro testo sacro conosciuto. Nessun chakra che si apre, nessuna Madonna che schiaccia la testa al serpente, niente lingue di fuoco, nessuna apocalisse. Chi faceva arte continuò a dipingere, a scolpire, a recitare e creare. Nessuna influenza sul senso dell’umorismo, il sesso o la voglia di vivere in generale. Solo la grande domanda, la grande paura circa il significato della propria vita nell’universo, riguardo la vita dopo la morte, l’anima e bla bla se ne andarono. La vita continuò, inquinando di meno, arrabbiandosi di meno. Non fu proprio pace, amore e autocoscienza, anche se i primi giorni i capi spirituali i predicatori e i profittatori provarono a mettere il cappello sulla presenza di Dio, inventandosi moniti, regole e minacce come al solito. La gente continuò ad ammalarsi, a volte a guarire,a volte a morire. A nessuno però passò per la testa che fossero il segno di qualche redenzione o punizione. Povertà, ricchezza: tutto affogò in una progressiva perdita d’importanza.

C’era chi moriva e scopriva l’ultimo dei segreti da conoscere. Ma c’era anche chi, una volta morto, continuava a camminare sulla Terra. Venivano chiamati i Tristi, si diceva fossero gli unici a non vedere più Dio. O forse lo sentivano, ma il loro cuore morto restava arido alle grida del Signore. I morti che camminavano non erano più brutti, macilenti e paurosi di come erano stati in vita. Niente di tutto ciò. Erano solo persone tristi che non avevano terminato il loro viaggio nel mondo. Ci si chiese questi Tristi fossero stati atei in precedenza, ma neppure questa ipotesi trovò un qualche riscontro. Tutte le principali ragioni per cui una persona solitamente diviene atea, cioè il dolore irrisolto per un lutto, il senso d’ingiustizia di fronte al mondo, l’amarezza e la solitudine, col consueto travestimento della ragione, non c’entravano.  Quando uno dei Tristi sceglieva finalmente l’Aldilà, i suoi cari organizzavano una grande festa, con musica e cibo. Con il morto viaggiante che tornava alla fine alla sua casa e si adagiava sul letto per non alzarsi più.

Da quando Dio aveva iniziato a parlare, questo l’aspetto più singolare, nessuno ebbe paura che non sarebbe apparso anche il giorno successivo.  Diventò per tutti una realtà conclamata, come il sorgere del sole il giorno dopo o il cielo terso alla fine di una giornata di pioggia. Divenne uno dei tanti miracoli che accadono davanti ai nostri occhi a cui l’abitudine fa perdere importanza, giorno dopo giorno. La voce di Dio si continuò a sentire, a lungo, poi come era apparsa, piano piano anche la presenza di Dio, così potente all’inizio, cominciò a perdere la sua importanza. Si dette un nuovo nome al miracolo e si iniziò a chiamare Dio col nome di Pensiero, Anima, Coscienza.

A poco a poco, alcuni cominciarono a pensare che ci fosse bisogno di un Dio di nuovo presente nel mondo. E iniziarono a costruire chiese, templi e santuari. Altri pensarono invece che la voce dentro di sé fosse troppo flebile, e credettero che Dio si fosse scordato di noi. Alcuni infine presero a sentirsi soli, e a odiarlo  per questa loro solitudine, camuffando come sempre il proprio sentimento con ragionamenti logici e razionali, come se si potesse argomentare l’amore o la mancanza dell’amore.

Insomma furono scritti i soliti libri, che per la maggior parte nessuno lesse, a spendere parole, che quasi tutti presto dimenticarono. I miracoli quotidiani intanto proseguirono, in una progressiva perdita d’importanza.

VITA IMMAGINATA di Verdiana Raw

Sei banalmente troppo bella.

Come la sonata in mi minore di brahms che passa radio tre

E la disperazione mite e di urla di modigliani

Come il cimitero di campagna di notte

E la pioggia di foglie dentro

I silenzi di un piatto solo.

Come un racconto interrotto da una carezza oppure

La risata di mio figlio quando ride per ridere

Come la rete sollevata dagli

Animali e la selva

sradicata dai pensieri eleganti,

così eleganti da buttare giù anche un teatro di carta e di carne

feroce come il nostro.

Così come la cecità dei libri

con la copertina che

mi consola entrando

In una stanza sconosciuta

E che mi fanno casa sulla testa e sotto le unghie.

Come la carezza sulla fronte

Di un'anima.

Sei troppo bella per compiacermi

E infatti rimani

Uragano in sordina

Bugia del disordine

Congelato.

Vita immaginata

FUMO NELL'ANIMA di Mauro Monni

Ricontrollo ancora una volta l’sms con l’indirizzo del locale: il quartiere non lo conosco e lo squallore che emana ne spiega il motivo. Accidenti a me e a quando ho deciso di farle questa sorpresa. Spesso nei week end pare si esibisce con un gruppo musicale e ciò le fa dimenticare di essere ogni santo giorno una commessa di supermercato periferico. “Florida Club” leggo tra i resti di un’insegna con tanto di palma stilizzata che di tropicale ha davvero poco e che ha visto sicuramente tempi migliori.

Mi fermo, trovo posto abbastanza facilmente vista l’ora tarda, e camminando verso l’ingresso vedo la sua Smart bianca parcheggiata non lontano da dove ho lasciato la mia: non so decifrare il mio stato d’animo e più diminuisce la distanza dall’ingresso (portone adatto ad un magazzino, non a un locale) più cresce in me la voglia di andarmene il più in fretta possibile, facendo finta di niente. Ma tiro avanti: imbarazzatissimo spingo la porta e mi ritrovo al caldo del locale. Musica di sottofondo, risate che arrivano dal basso; c’è una scala a chiocciola abbastanza buia e la affronto con le gambe diventate molli. Adesso, poco alla volta, la luce prende forma e l’odore di muffa e di chiuso lascia il posto ad uno slargo utilizzato come guardaroba. Una signora di mezz’età con una bottiglia di Ceres in mano mi fa cenno di passare. A quanto pare a quest’ora neanche chiedono più un biglietto d’ingresso. Ora la musica è più nitida e chiara e infatti riconosco la sua voce. Romina è giovane, Romina è bella. Romina forse è una troia. C’è il bar ancora aperto; un piccolo capannello di persone chiaccherano col bicchiere in mano. Sì è vero: questo governo fa schifo. Ordino un gin tonic più per avere la mano occupata e darmi così uno pseudo contegno che per la voglia di bere, anche se stordirmi un po’ a questo punto male non farebbe. Ma sai quanto alcol ci vorrebbe? Il tizio dietro al bancone, camicia unta e mani da falegname, mi scruta senza dire niente: è incuriosito perché non mi ha mai visto e forse sta valutando il fatto se possa essere un poliziotto in borghese o un agente della Digos: i suoi occhi fintamente distratti danno davvero fastidio. Butto giù velocemente l’ultimo sorso, pago e gli volgo le spalle.

Poi la vedo: bellissima, non c’è che dire.

Potrebbe essere una scena da noir francese: cantante ammaliatrice e pubblico in ossequioso silenzio. Cliché visto e rivisto. Ma affascinante, indubbiamente. Percepisco i loro sguardi spermatozoici che si stanno godendo le fantasie più indicibili. Quando mi metto a sedere su un divano laterale lei mi vede e, quasi impercettibilmente, si blocca. Sta cantando un pezzo in inglese che non conosco ma non è importante: camicetta aperta che fa intravedere la coppa del reggiseno, minigonna nera molto più vicina all’inguine che al ginocchio, calze bicolori che fasciano quelle cosce che conosco così bene, tacco dieci… insomma: bellissima, da colpo al cuore! E lei lo sa bene. E le piace sentirsi onnipotente, le piace piacere: lo so, lo immagino. Il gruppo sul palco è di una tristezza infinita: il bassista è alto e magro come neppure io a diciotto anni; la tastierista è Susy, amica sveglia di Romina, carina ma trasparente di fianco a lei. Alla chitarra (suonata da cani), c’è un tizio con baffi da tricheco anni ‘70: pantaloni di pelle e maglietta attillata inneggiante un tour europeo dei Genesis di qualche decennio fa; è palese il fatto che al momento dell’acquisto la sua pancia non avesse ancora conosciuto l’attuale circonferenza. Il tricheco non fa niente per nascondere lo sguardo fisso sul culo di Romina; si gode lo spettacolo quell’uomo ridicolo. Più indietro il batterista neanche si vede, nascosto com’è da un incrocio di luci piazzate male. In un contesto così squallido mi ritrovo, da vero cretino, a scoprirmi geloso per questa palese esposizione di una cosa che, stupidamente, ho immaginato di mia proprietà. Lei canta e fa finta di ignorarmi; noto quando lancia occhiate furtive ma appena giro lo sguardo lei fa altrettanto: non le basta aver vinto… l’avermi di fronte, il fatto che abbia ceduto alle sue richieste e che sia lì… no, questo è il suo mondo e lei comanda. E vuole dominare, farmi capire che lei è la regina e io uno spettatore come gli altri: che mi goda lo spettacolo oppure, se ho da lamentarmi, la porta si sa dov’è. Io son qua, e aspetto la sentenza fingendo di controllare un cellulare ovviamente muto visto che sono le tre di notte. Susy mi ha riconosciuto e sorride: sa di noi e forse un po’ invidia le nostre scorribande. Torno al bar per un secondo Gin Tonic. Il tizio mi chiede sorridendo se sono un amico di Romina e questo mi mette un’angoscia indescrivibile: è solo curiosità oppure qua sono abituati a trovarsi di fronte suoi amici impacciati? Con un minimo di pragmatismo e logica non ci vuole molto a ammettere a se stessi quanto sia ovvio che una donna così abbia la fila di uomini disposti alle peggio cose pur di averla, ma come si può parlare, appunto, di logica quando siamo coinvolti in prima persona? Poi è stata lei a cercare me, no? Io sono l’uomo alfa conosciuto, lei una cassiera. Io un professionista e lei una delle tante.

No. Io sono un coglione e lei una che mi tiene per le palle. Tutto il resto è fuffa.

“Sì, sono un amico di Romina” gli rispondo, “sa mica più o meno verso che ora finiranno?”

“Spero presto perché per stasera mi son già rotto le palle. Quattro euro”.

Pago nuovamente e me ne ritorno al divano, cellulare in una mano e bicchiere nell’altra. Romina ha una voce molto bella e pulita, non conosco neppure quest’ultima canzone.

Ci sono due tizi che si fermano sotto il palco per salutare lei e Susy e la confidenza è palese.

Ma che ci sono venuto a fare qua? A vedere questa donna giovane e bella che ogni tanto ti fai che usa il suo corpo come arma di distruzione di massa? Masochismo puro. Prenditi il bello quando capita e smetti di farti film sull’esclusività della relazione. Hai creduto di poter dominare e ti scopri dominato. Punto. Non puoi essere geloso, non ora, non qui!

Decido di andarmene, finisco il bicchiere e le faccio un cenno a distanza per salutarla. Fanculo a me, voglio scappare da queste luci al neon pallide e tristi. Basta, sono deciso. Macchè, sono manovrabile come tutti, visto che lei mi indica con la mano di aspettarla. Cinque minuti, mi fa cenno. Almeno mi sorride; forse ho pure intravisto un accenno di complicità, chissà. Fatto sta che non vado via: per non uscirne umiliato su tutto il fronte cerco di farle capire che esco per fumare e fare una telefonata. Sì, alle tre di notte, come no. Ripasso dal guardaroba, la donna di prima non c’è più e risalgo la scala a chiocciola per arrivare a respirare finalmente aria nuova. Il gelo della notte è una mazzata, le macchine sono sempre meno e sento arrivare profumo di spinello consumato nei paraggi. Sigaretta in bocca, mani in tasca: un James Dean senza poesia. Un affresco agghiacciante.

Poi mi raggiunge. “Ciao, che sorpresa m’hai fatto!” mi da’ un bacio sulla guancia. Il profumo della sua pelle lo conosco molto bene, mi scatena di tutto.

“Ti avevo promesso che una volta sarei venuto e l’ho fatto. Hai una voce bellissima, complimenti”. Risulto finto pure a me stesso.

Lei ride, quando a una donna fai un complimento non parti in svantaggio.

“Eh, come no: mi piace e mi diverto a cantare, tutto qua”.

“Eri molto bella su quel palco. Splendevi”.

“Apparenza…”

Vorrei dirle che quella minigonna gliela strapperei a morsi solo me lo chiedesse, e come me l’hanno pensato tutti gli uomini di stasera, ciechi compresi. Vorrei salisse in macchina mia per poterla prendere così, ancora nei panni della soubrette di periferia che tanto le piace. Lei sa di dominare il contesto e non fa sconti. Pure io lo so, ma non ho armi stavolta. Sono io il professionista e lei la cassiera, io l’uomo conosciuto e lei una delle tante. Sono io il condannato in attesa di giudizio.

“Perché non mi hai baciato in bocca come sempre?”

Sorride, nessuna risposta.

Sto per riprendere a parlare quando ecco apparire Susy.

“Ro sei qui? Ah, ciao: come stai? Che piacere…”

“Ciao Susy, tutto bene? Complimenti: siete bravi. E questo vestito ti sta divinamente”.

“Scemo”. Poi rivolta a Romina: “Che fai, vieni con noi? Andiamo a fare mattina in città tutti assieme. Andrea dice che sono arrivati dei suoi amici da Londra che fanno morire. Vieni?”

E poi si ghiaccia il sangue.

“Dammi due minuti che scendo” sento rispondere.

La guardo.

Mi guarda.

“Ti scoccia che vada con loro vero?”.

Vorrei dirle che sono qua apposta per lei, ricordarle di ieri pomeriggio quando s’è fatta prendere ancora vestita, i suoi sospiri infiniti. Vorrei dirle che in giro così ci vanno solo le zoccole e che gli amici inglesi saranno già brilli da un pezzo e per loro sarà automatico saltarle addosso come carne da macello. Vorrei dirle che gli inglesi puzzano e da ubriachi sono maleducati e pericolosi, che guidano contromano, che il Principe Carlo ha dei denti orrendi. Si lavano poco e puzzano, sono tristi e inoltre non sanno cosa siano i centimetri; dirle che le Falkland dovrebbero essere argentine e chiamarsi Malvinas. Soprattutto vorrei dirle quanto presuntuoso sia stato il pensare che il mio venire qua potesse essere uno splendido regalo ai suoi occhi.

“Tranquilla, figurati: è la tua serata. Per me è già troppo tardi, meglio torni a casa”.

Sorride, mi bacia in bocca (stavolta, la stronza) e promette di chiamarmi domani. Rientra nel locale, sento il rumore dei tacchi sulla scala che si allontana sempre più e a me non rimane che tornarmene davvero sui miei passi.

Solo, infreddolito e deluso.

Sì, devo tornarmene a casa.

Spira di fumo scappano dal finestrino leggermente abbassato della macchina andandosi a scontrare col freddo autunnale della notte; lo scalare delle marce è l’unico rumore che rompe i silenzi di questa scura periferia dimenticata dal mondo e dagli uomini.

L’ultimo riflesso luminoso è quello di un’insegna con tanto di palma stilizzata che ha visto tempi migliori.

 

 

INTERI E NO di Sabrina Carollo

Stava in piedi davanti allo specchio del bagno, senza il coraggio di aprire la bocca. Le lacrime le avevano impiastricciato le guance, mescolandosi alla terra e al sangue. Una maschera orribile, una bambola rotta. Stringeva ancora le mani al petto, la destra chiusa in un pugno, la sinistra stretta attorno all’altra. Cominciò ad aprirle lentamente, come petali di un bocciolo che si stiracchiano pigramente al sole. In mezzo al palmo sporco e leggermente graffiato, il frammento. Alzò allora nuovamente lo sguardo allo specchio. Respirò profondamente e aprì la bocca. Contrasse i muscoli facciali sollevando il labbro superiore, come in una smorfia. Eccola lì, la finestrella solitaria. L’incisivo superiore era spezzato nettamente in due: la parte sopra, ridotta a una striscia chiara che si affacciava timidamente dalla gengiva pallida, come il bordo delle lenzuola di un albergo a due stelle. Quella sotto giaceva abbandonata nella sua mano, pezzo di puzzle avanzato e inutile.

Cominciò a fare facce mostruose. Tirandosi il naso, incrociando gli occhi, esorcizzava il suo scorno per quel dente solitario, abbandonato sul bordo del lavandino mentre la bocca orfana si piegava in mille orribili angolature.

Era inciampata in una radice di merda. Avrebbe volentieri dato fuoco a tutti gli alberi del pianeta, a ripensarci. Una radice di merda e ZA! Era finita a faccia in giù, una mano ancora in tasca. Riflessi zero. Solo una fitta alla bocca, e poi quel pezzo di dente saltato via come una biglia. In ginocchio, un palmo sanguinante e graffiato per aver tentato di attutire la caduta, l’altra mano (inutile stupida) finalmente estratta che cercava tra la terra il frammento mancante, era riuscita a ribeccarlo tra i ciuffi d’erba e l’asfalto sbeccato. Con il dente in mano aveva pianto, mentre nessuno la vedeva, quel suo destino fantozziano, e tutta la rabbia di non riuscire a combinare niente di buono.

Ora, davanti allo specchio, provava a riattaccare il dente tenendolo con la punta delle dita e avvicinandolo all’origine. Avrebbe potuto fare una specie di kintsugi, con una bella linea d’oro a coprire la cucitura. Magari avrebbe lanciato una moda.

Chissà se quel mezzo dentino valeva qualcosa, per la fatina. Avrebbe potuto metterlo sotto il bicchiere e sperare di trovarci una monetina, il giorno successivo.

Si guardò con aria scoraggiata. Scosse la testa.

Poteva mangiare del cioccolato consolatorio ora? O sarebbe stata un’azione devastante? La carie si sarebbe formata alla velocità della luce, ora che il dente era rotto? Avrebbe dovuto considerarla una ferita aperta, da cui ogni tipo di maledetta aggressioni avrebbe trovato più facilmente una strada? Una specie di fessura nel recinto, un vulnus, la crepa che avrebbe fatto crollare tutta la costruzione.

Prese lo spazzolino da denti e ne appoggiò l’estremità dell’impugnatura al centro dello specchio. Poi afferrò la spazzola e con un colpo secco e violento la usò alla maniera di un martello contro lo spazzolino, come a inchiodarlo nello specchio. Il vetro non esplose ma si crettò pacatamente, fino a raggiungere le estremità della cornice. Tanti minuscoli frammenti proiettavano ora un’immagine caleidoscopica dell’interno del bagno. La sua figura era rifranta in milioni di pezzetti irregolari. I suoi occhi erano diventati almeno trenta, le orecchie una quindicina, sparse in modo disorganizzato a seconda di come si muoveva. Più braccia della dea Kalì, nasi in abbondanza, dalle forme irregolari e inafferrabili. Aveva davanti una persona sbocconcellata, di cui sarebbe stato impossibile definire il contorno esatto. Ecco, ora la finestra nella sua bocca non si distingueva più, sostituita da mille e mille irregolarità nella percezione della propria immagine.

Appoggiò il pezzo di dente proprio al centro della deflagrazione dello specchio e lo fissò con lo scotch.

Poi andò a telefonare al dentista.

AGATA E L'INCIDENTE di Andrea Mitri

Il camion dell’immondizia sbandò leggermente, giusto dopo la curva, all’altezza della prima vetrina del Bar Lux, quella con le uova di Pasqua pronte per la vendita dell’ultima ora. Probabilmente una macchia d’olio sulla strada, visto che la velocità non era poi così elevata. Solo che l’autista , al terzo giorno di lavoro, fu preso dal panico e nel tentativo di controsterzare finì con il perdere il controllo del mezzo, che dopo aver rigato la Polo del 2003 di uno dei baristi, andò a sbattere contro il palazzo di fronte, quasi dolcemente; danneggiando così, in fin dei conti oltre alla macchina,  solo lo specchio per il traffico stradale, che permetteva ai condomini di via Salvi di uscire senza rischio nella via principale.

Lo specchio si incurvò verso sinistra e si piegò contemporaneamente verso l’alto, svelando un nuovo paesaggio possibile.

Fu così che Elio Consalvi vide Agata per la prima volta.

Dalla postazione conservativa che aveva negli ultimi tre mesi presidiato in fondo alla saletta del bar, il giornale sportivo sul lato destro del tavolino e il quotidiano locale sul sinistro, Elio aveva osservato , nel suo tentativo di dimenticanza, tutto quello che avveniva davanti alla vetrina. E di tanto in tanto, quello che, spostando appena il lato sinistro del viso , riusciva, nella nuova visuale angolare, a percepire dallo specchio per il traffico:  persone in arrivo, nuvole cangianti, nuovi panni stesi al primo piano del numero 7. Un fluire disinteressato di cose e persone che aveva avuto in quei mesi, il potere benefico di calmarlo, e dissociarlo, temporaneamente, dal suo stato di sofferenza inevitabile; causato dalla perdita del lavoro di contabile, su cui aveva investito gli ultimi suoi dodici anni di vita solitaria.

Più che l’incidente stesso fu,  quel giorno, un lampo improvviso nelle striature del vetro convesso incrinato, a distoglierlo dalla passività in cui era precipitato. Il bagliore della catenina in volo  riflessa, ebbe a pensare poi, oppure addirittura un raggio di sole respinto nel sorriso, dall’apparecchio per i denti che la bambina portava: qualcosa insomma di veloce ed inaspettato, che lo aveva fatto guardare più a lungo nello specchio inclinato. Fino a vederla, le gambe penzoloni attraverso  il ferro battuto del balconcino stile liberty, i capelli biondi arricciati e il pianto irrefrenabile a rigarle le guance.

Il tempo di uscire velocemente, tra lo stupore del barista e l’imperturbabilità della cassiera, e  lei già non c’era più, probabilmente consolata da qualche parte in sicure braccia cullanti.

Ma la catenina la vide, fragilmente incastrata appena al ramo del castagno che si ostinava a resistere al traffico montante, quasi adagiata  in attesa di un raggio di sole improbabile che la rivelasse alla persona che l’aveva perduta o in un gesto di rabbia gettata.

Ma non sentì la necessità di arrampicarsi a prenderla.

Nei giorni successivi il suo sguardo abbandonò sempre più spesso la vetrina ed il suo ovattato tran tran di persone e macchine , dirigendosi con frequenza sempre più alta verso lo specchio inclinato. Di tanto in tanto la vedeva, Agata, giocare con una bambola senza vestiti, canticchiare una qualche canzone  impercettibile o disseminare di pentole e coperchi il pavimento del terrazzino. E talvolta guardare a lungo nello spazio sottostante, descrivendo con gli occhi e con le mani traiettorie di probabili uccellini inventati.

E gli sembrava , dalla sua non comoda posizione in fondo alla sala, che il volto della bimba si velasse di un piccolo grigiore,  nel disegnare questi voli di uccelli immaginari, come se Agata si rendesse conto di non potere anche lei riuscire a spiccare un minimo volo.

Fu un giorno di pioggia lieve, che mentre la osservava nel suo concentrarsi sulle traiettorie la vide sorridere e danzare felice sotto la pioggia. E poi rientrare in casa e riuscire trascinando per mano una donna bionda sulla trentina apparentemente infastidita, forse solo per il fatto di dover uscire a bagnarsi per accontentare chissà quale stranezza infantile.

La donna non parve capire quanto la bambina si premurava, con eccitazione evidente di farle comprendere, e dopo qualche minuto di partecipazione si risolse a tornare alle sue precedenti occupazioni abbandonate , lasciando la figlia delusa, ad affacciarsi al balcone.

Fu in quel giorno di pioggia lieve che egli comprese i gesti, il lucicchio , le traiettorie volanti e decise di uscire incurante delle gocce , del traffico nuovamente pieno: attraversò la strada e si arrampicò  sul castagno per recuperare la catenina.

Si voltò trionfante brandendo l’oggetto dorato verso il balcone; ma lei non c’era più.

E nemmeno apparve nei giorni successivi.

Cosicchè egli tornò al suo quieto stare , nell’angolo del bar, osservando la gente incurante passare e a stringere in tasca la catenina recuperata.

Poi un giorno la rivide.

Proprio davanti alla vetrina Agata  nuovamente ballava la sua danza di traiettorie. E sorrideva come mai le aveva visto fare.

Tolse di tasca la catenina e la mostrò alla bimba, aspettandosi che lei si precipitasse a prenderla ringraziandolo per averla recuperata.

Lei invece mise il dito indice perpendicolare davanti alla bocca, sgranò gli occhi, gli sorrise e si allontanò saltellando.

Il giorno dopo guardando Agata attraverso lo specchio gli parve di percepire che lei giocando guardasse spesso nella sua direzione.

E sorrise, perché ora entrambi sapevano che perlomeno fino a quando non avrebbero riparato lo specchio, nessuno dei due sarebbe più stato solo.

TORNASSI INDIETRO ... di Laura Vaioli


ANIMA E DENTE di Giovanna Daddi

Il dolore inizia piano, è solo un fastidio. Poi, con il passare dei giorni, non riesci più a masticare, senti un calore pulsante e infiammato, come di qualcosa che spinge per uscire.

Così vai dal dentista, ti fa una panoramica e pronuncia la frase “E' il dente del giudizio, è cresciuto in orizzontale, dobbiamo operare”.

Una parte molto piccola del tuo organismo si sta ribellando, infettando ciò che ha intorno. Un frammento di osso, residuo di un arcaico passato di predatori preistorici, che cresce, incongruo, in un corpo evoluto. Lui, il dente, ha delle pretese: vuole il suo spazio vitale. La lotta è impari, se non lo togli lui vincerà e il dolore sarà insopportabile. Perciò non hai alternative: devi accettare il contratto del dentista.

La poltrona è apparentemente comoda, ma tu sai che l'impressione è ingannevole, sai che quella poltrona accoglierà la tua sofferenza. Il dentista usa una siringa con un ago non abbastanza sottile per sparare l'oblio anestetico nella parte molle della bocca: nel giro di pochi secondi non hai più sensibilità, la guancia non c'è più, la gengiva è intorpidita, le labbra non sono tue. Non sai neanche se hai la bocca aperta o chiusa.

Concentrarsi sul respiro dunque. Ma intorno a te ci sono esseri alieni, con camice e mascherina, guanti e bisturi, un odore acidulo di medicamenti. Il taglio è un attimo. Ma il bello deve ancora venire.

Il dentista lavora per un'ora, un tempo infinito, si ferma e tu pensi che abbia terminato. Ma invece ti dice “Il dente non vuole venire via”. Quel frammento di origine della specie è attaccato con caparbietà e non si fa tirare via. Passa un'altra ora, il dentista suda, tira con tutta la forza che ha con una pinza che non riesci a vedere bene, tira e tira come se dovesse estirpare la radice di una quercia millenaria. Tu continui a respirare, cerchi di pensare ad altro, ma il rumore incessante della piccola fresa, l'aspiratore, il divaricatore che sta slabbrando la guancia non danno tregua, ti ritrovi con le mani aggrappate alla poltrona, le nocche bianche per lo sforzo, gli occhi dilatati per la paura e lo sfinimento.

E all'improvviso il dolore acutissimo: l'anestesia sta scemando e senti in un secondo tutto il dolore dell'universo. E gridi. Il dentista non capisce, poi si rende conto che è passato talmente tanto tempo che l'anestesia sta finendo. Deve farti una nuova puntura, ti escono lacrime involontarie, la vista si appanna e preghi quel dente di lasciarsi strappare dal suo alveo. Ma lui non vuole, quello è il suo letto, è la sua casa, lui ha diritto di stare lì e non ne vuole sapere, come un testardo vecchio cieco e sordo che non vuole lasciare la casa dove è nato e vissuto.

Il dentista è in difficoltà, parla con gli assistenti e tu lo senti e ascolti “Non c'è verso, ha radici profondissime, non viene via, va frammentato”. Senti che stai per metterti a urlare, ma la bocca spalancata a forza te lo impedisce, inizi a sentire il sapore ferroso del tuo sangue che esce dalla piaga che il divaricatore ha formato all'angolo della bocca, la saliva non c'è più, aspirata dal tubicino, vorresti bere e riposare le labbra, chiudere la bocca e piangere.

Il dentista inizia a rompere il dente in più parti, il rumore è quello della sega elettrica, sembra che debbano spaccare un blocco di marmo. Non riesci a pensare a niente se non al dolore.

Il dentista tira con forza, ha il volto stravolto dallo sforzo, gli assistenti muti continuano ad aspirare e guardare dentro la tua bocca: sei un caso particolare perché quel dente maledetto è incastonato come la spada nella roccia e non c'è Artù da nessuna parte.

Finalmente il dentista rimbalza all'indietro tenendo stretta la pinza e guardando con astio il piccolo pezzo di dente che è riuscito ad estrarre “Aspiri il sangue, subito”. Si asciuga il sudore e lascia cadere il frammento in un ciotolino di metallo. Tu lo vedi con la coda dell'occhio, ti sembra enorme, ma dentro di te, nella tua gengiva, alla profondità del nucleo terrestre, c'è ancora un altro frammento: quello coriaceo, il partigiano che non si fa stanare, che non lascia il suo posto sulla collina.

Dopo un'altra ora non stringi neanche più la poltrona con le mani, le braccia sono abbandonate allo stremo, le gambe e la schiena sono irrigidite e doloranti, tutte rattrappite nella tensione di resistere al dolore e alla pena per quel dente che viene strappato a pezzi dal suo habitat. Respirare profondamente non serve più, passi in rassegna mentalmente tutte le volte in cui avresti potuto essere migliore e non lo sei stata, tutte le volte che avresti voluto dire o fare e non hai detto o fatto, ripensi alla mamma, a quando eri piccola, non c'è più tempo per rimediare agli errori, è chiaro che stai morendo.

Vorresti piangere e implorare una seconda possibilità, ma il dentista, come un boia scrupoloso e stacanovista, con un ultimo energico strattone e dopo aver tagliato e segato come se dovesse produrre un mosaico di prezioso avorio, estirpa l'ultimo frammento: te lo mostra, con aria di trionfo. Ha gli occhi rossi, si siede per riprendere fiato. Ma non è ancora finita: disinfettare, sciacquare, mettere i punti alla ferita.

Passa ancora un tempo troppo lungo e finalmente tolgono i ferri dalla tua bocca “Può alzarsi. E' stato difficile, mai capitato un dente così”.

Per caso, per una sorte maligna, davanti a te c'è uno specchio, non puoi evitarlo: il tuo volto è tumefatto, il lato destro della faccia è già gonfio, ma non senti dolore, l'anestetico è ancora in circolo. 

Il preventivo, le raccomandazioni, l'antibiotico, gli sciacqui, non mangiare, per una settimana poi ci rivediamo per il controllo.

Torni a casa, il dolore arriva insopportabile tutto insieme, non riesci a resistere, le medicine non servono a farlo passare, la tua guancia gonfia sempre di più, è piena della mancanza del dente, e compare il livido. Pulsa, è calda. Il giorno dopo non hai il coraggio di avvicinarti allo specchio, senti come un corpo estraneo che continua a crescere.

Ci vuole un mese per guarire completamente, e un preventivo irritante.

Dopo tanto tempo continui a sentire il dente che non c'è, il quel punto nascosto e irraggiungibile della tua bocca c'è l'assenza del dente, la sentirai per sempre, mancherà sempre qualcosa, la lingua cerca un ostacolo famigliare che è stato rimosso con ferocia.

L'anima del dente continua ad abitare quel remoto angolo.

LA CATTIVA (BREVE STORIA FEMMINISTA) di Roberta Sandrini


I
Mmm, aspetta un attimo, aspetta un po’, mi e’ sembrato di notare qualcosa di strano saltellandomi in bocca con la lingua….mmm, come un vuoto morbido e umido, dove ci dovrebbe essere qualche altra cosa….aspetta, fammi vedere allo specchio….apri bene…apri di piu’….porca miseria, ne e’ caduto un altro! E dove e’ successo, come quando, perche’!?!....anche stavolta non ho sentito nulla, un dolore, un fastidio, una sensazione strana….niente, zero di zero! Ma possono cadere i denti cosi’ a qualcuno, per semplice azione della forza di gravita’, senza che si accorga di nulla? E adesso non so neppure a chi rivolgermi! Dovevo farmi fare una diagnosi prima, farmi prescrivere qualcosa la scema che sono! Ben mi sta! Adesso dovro’ trovarmi un altro dentista, pure bravo, che qua il problema mi pare serio, e pagarlo profumatamente magari! Idiota, idiota, idiota, idiota ed ancora idiota, idiota fino a quando mi passera’ il fiato per dirlo, uff! Vabbe’, chiamiamo quell’altro, quello che mi aveva consigliato la Lidia, quello dove porta anche i suoi figli, dove avevo messo il numero, lo avevo segnato da qualche parte….senno’ la chiamo….

II

Ho molti specchi in casa perche’ sono vanitosa. E’ una banalita’ effettivamente. Anche lo specchio che ho sistemato sopra al letto, quello che quando un uomo entra si gira verso di me con una stupida espressione giocosa negli occhi, non l’ho sistemato li’ per creare una situazione intrigante e sciogliere i timidi, l’ho sistemato li’ per controllarmi in certe situazioni…..capite? Se sono abbastanza sciolta, abbastanza appetibile, se devo dimagrire o fare solo un po’ di esercizi mirati, che faccia sto facendo, troppo assente, troppo imbambolata, troppo intelligente, troppo poco intelligente….Prego? Si’ in effetti anche in certe situazioni riesco a mantenermi distaccata e a stare attenta a certe cose….perche’ in genere le persone che mi porto dietro in questa stanza sono tutti piu’ o meno uguali, dicono tutti piu’ o meno le stesse cose, dopo un lasso di tempo che puo’ essere piu’ o meno lungo mi annoiano e comincio a concentrarmi su altro.

Intendiamoci non e’ colpa loro, in genere li scelgo tutti piu’ o meno carini, piacenti, mediamente intelligenti….è colpa mia che sono una cinica e non mi emoziono mai per niente, tutto mi pare fritto e rifritto, un piccolo labirinto nel quale si torna stancamente prima o poi al punto di partenza.

E magari perche’ sono cinica sono pure vanitosa e attaccata alle cose materiali, come questi specchi che ci sono in giro per la casa, alcuni sono antichi sapete? Ottocenteschi….

Come? La mia infanzia? Normalissima senza scossoni, senza accadimenti tragici, rapporto normale col padre, gli zii….

Femminista? Del tipo vecchio stampo che odia gli uomini? Mio Dio no, non penso, almeno non mi sono mai fermata a pensarci, ma ha ancora un senso parlare di femminismo oggi, e’ ancora valido ed attuale?

Io sono semplicemente CATTIVA, puramente, cristallinamente, definitivamente cattiva, ed in quanto cattiva poco incline alle emozioni, se non proprio impermeabile, in quanto cattiva vanitosa, in quanto cattiva annoiata dal mio prossimo perfino nell’intimita’, ed essendo eterosessuale questo mio modo d’essere coinvolge piu’ frequentemente gli uomini.

Gia’ la societa’ è poco incline a confrontarsi con la cattiveria, si pensa sempre che un cattivo sia piuttosto uno sfortunato, una sorta di disadattato, una persona sopra le righe da riportare nei ranghi, da correggere, da riportare a diversi consigli….perche’ e’ scontato che ad un cattivo non piaccia essere cosi’, che aspetti solo qualcuno che lo capisca, che lo venga a salvare….ah si’, si’, me le ricordo le suore a scuola, quando qualcuno dava una spinta, prendeva in giro, faceva dispetti….”poverino, ma lo devi capire! Ci devi parlare! Lo devi perdonare!” ed altri bla,bla,bla….

Che una donna poi si riveli cattiva non e’ proprio pensabile, non e’ proprio ammesso, la donna e’ dolce per sua natura, è una madre in potenza quindi necessariamente, anzi forzatamente aggiungo io, benevola verso il prossimo, verso i piu’ deboli, una donna e’ sempre accogliente, compassionevole, amorevole…

E’ che una donna cattiva e’ una donna libera, signori miei! Dice quello che pensa, che magari coincide con quello che tutti pensano e che per pieta’ o convenienza non dicono, fa cio’ vuole, senza stare a preoccuparsi di poter danneggiare o ferire qualcuno. Ecco se dire che una donna cattiva e’ una donna libera e’ femminista allora saro’ femminista!

Del resto per quale altro motivo se non per cattiveria pura e semplice avrei potuto ucciderlo? Lui sempre carino, cordiale, amorevole, pieno di pensieri, eccetera, eccetera, varie ed eventuali….nessun motivo in particolare, mi aveva annoiato, ero stufa, le sue gentilezze non mi facevano piu’ effetto, posto che me ne avessero mai fatto, ok il sesso, ma quello puo’ andar bene con chiunque, del resto si parla di meccanica…ho provato a parlarci, a farglielo capire, ma lui insisteva, balbettava, quasi supplicava, provava ad abbracciarmi, ed alla fine e’ stato tale e tanto il nervoso che sono andata in cucina con la scusa di bere un po’ d’acqua, ho afferrato il coltello, sono tornata di la’ e gliel’ho affondato nel basso ventre.

Mi sono un po’ sciacquata, mi sono rivestita e sono andata via….sentivo qualcosa, una sorta di mugolio che saliva dal letto, ma non saprei dire se era ancora vivo.

Solo alcuni minuti piu’ tardi, in macchina, ho realizzato di aver ucciso il mio dentista e che dovevo trovarne un altro.   
 
III
Quando ho visto i carabinieri andando ad aprire la porta sono rimasta tutto sommato abbastanza tranquilla, era prevedibile che sarei stata scoperta, non mi ero preoccupata di ripulire, rimettere a posto, uscire senza farmi vedere,come suggeriscono nei film…

Ho avuto solo due momenti di cedimento in realta’, diversi ed isolati.

Il secondo, e stavo vi giuro scoppiando a ridere in faccia al magistrato che mi faceva domande, quando ho scoperto che il sempre carino, sempre affettuoso, sempre tenero, sempre tutto, era in realta’ un playboy affermato, talmente affermato da conservare un piccolo trofeo delle donne che si portava a letto, forse per ricordarsi meglio della loro faccia: nello specifico il mio trofeo, l’ultimo della serie, era rappresentato da un mio dente, conservato in un piccolo lembo di panno bianco in uno dei suoi cassetti.

Il primo, non me lo so spiegare, ho richiuso la porta ai carabinieri, e mentre quelli urlavano minacciando di buttare giu’ la porta se non gli avessi riaperto, sono andata nello studio, ho afferrato il portapenne di pietra lavica e l’ho scagliato contro lo specchio, quello che stava sopra il letto.

Sono rimasta a guardare la pioggia scintillante e cangiante di pezzi di cristallo che volava sul letto, in un tintinnio soffuso quasi allegro.

Ma perche’ l’avro’ fatto, un cosi bello specchio, forse il piu’ bello di tutta la casa. Sono proprio cattiva.

VIVIMI ADDOSSO di Chiara Macinai

Vivimi addosso

Specchio di amore 

Rifletti  l'esistente

Accarezza il domani

Tutto sembra scomparire

Spalanchi gli occhi 

Svanisce ogni traccia 

Il passato dimenticato 

Beatitudine di infinito

Lascia spazio alla contemplazione 

Vivimi addosso

Nutriti di fili invisibili 

Distillati dal tuo esistere 

Sogna desideri di pura coscienza

Solca le acque delle emozioni 

Saggio distacco di mete raggiunte

Prosegui il viaggio

Senza guardare indietro 

Respira profondi mutamenti

Per colmare il tuo divenire

Vivimi addosso

Cresci comprendi 

Lasciati guidare dalla poesia

Disobbedisci alla logica dei sentimenti 

Viviti senza rimpianti 

Scolpisci le tue inclinazioni 

Sicuro di cercare nuove risposte

Poi lasciami andare 

Saprai sempre come trovarmi

Piccolo rosso guerriero. 

DENTI SPECCHI E FRAMMENTI di Virginia Puccianti


AWEN di Monica Capomonte

Awen corse allo specchio per vedere come le stava il vestito che le aveva regalato la sua mamma
Rise guardando le piccole pieghe del tessuto che le ricadevano sui fianchi
Sospirò sognante osservando i capelli che avvolgevano le spalle come la chioma di un albero ombreggiante
Ballò il ballo degli alberi mentre si agitava nell'abbraccio del tessuto.

"Sono stata una goccia nell’aria.
Sono stata una stella splendente.
Sono stata una parola in un libro"

Restò ferma osservando la mano che usciva dalla manica, che non sembrava sua
Rimase zitta nel vedere quei fili grigi che si nascondevano tra i suoi riccioli
Smise di respirare quando capì che quegli occhi che la guardavano dall'altro lato dello specchio appartenevano a un'anima che non era la sua

“Sono stata una spada nella mano.
Sono stata uno scudo in battaglia.
Sono stata la corda di un’arpa”

Per pochi piccoli istanti, per alcuni frammenti di tempo
La strega del tempo assunse il suo volto, un viso che aveva smesso di essere suo
Era la maga che un tempo era stata una bambina contento del vestito che le aveva regalato la mamma

SPECCHIO DI CIELO COPERTO di Roxana Iftime


Mediterraneo di paura...

Acqua e sale di dolore

Di parto, di morte e di ostriche.

Mediterraneo di fuga e suicidio

Di salvezza e promessa

Acqua come specchio

Specchio tagliente come una lama

Lama di bellezza e nutrimento.

Mediterraneo che bagni il ventre della madre...

Madre di congiuntura. Madre

Che abbraccia. Madre

Ce morde e ti ridà più forte.

Mediterraneo che inondi la bocca, infanghi le viscere

Che solletichi la pelle.

Amore.

Amore che chiede, che prende, che ha...

Sale di sogno e stelle d'invidia.

Culla nella terra che bagni.

Occhio nel ventre che sfami.

Forbici, aborto e dolce.

Mediterraneo dai frutti odoranti

Mediterraneo inchiostro sulla sabbia.

Ciclo e cimitero insieme.

Sangue di squalo che piange.

Amore che prende e tace. Amore

Che stringe e prude.

Acqua

D'amore che sarà il tuo.

Mediterraneo ferito

Ti piango!

HAMLET TV CIRCUS di Francesco Mancini

AMLETO- Sapessi quanto ci ho messo a rompere lo specchio. Quanti anni, quanta fatica, quante camice sudate. Non passava mai. Mi ipnotizzavo su di me. Non perché mi trovassi bello: mi trovavo tutto il mondo. Capito? E non riuscivo ad accettare che le cose cambiassero, che il piano Dio lo ribalta continuamente, che la vita è danza. Non riuscivo ad accettare che la fata buona fosse anche la strega cattiva, che cappuccetto rosso e il lupo sono la stessa cosa in due momenti diversi, che tua madre ti crea al mondo e anche te ne priva divorandoti. Non riuscivo a credere che le cose potessero finire. A voi sembra naturale che un bel volto di ragazza un giorno sarà concime per i fiori? Ecco io non l'ho mai condiviso, questo. Ora sto imparando che un bel volto di ragazza, se lo cogli quando è lì in quella forma, allora cogli la bellezza eterna; se no è già concime per i fiori.
 

L'ANTIBAGNO di Simone Magnani


L'ho fatto. Ed è davvero molto diverso da come me l'ero immaginato. Nessun sollievo, nessun dolore. Solo un leggerissimo senso di colpa che non so davvero spiegarmi. Ma forse sono i quasi venti anni passati a lavorare qui. Sarà l'etica avvolgente della grande impresa, che ti convince di essere sempre leggermente in torto. Rifletto su questa sensazione strana e sento che mi ha preso il viso. Ecco a cosa somiglia questa sensazione: a un rossore di gote. Di quelli che vorresti tenere lontano ma ce l'hai addosso e tutti lo vedono.

Mi sento dentro l'anima un bolo viscosissimo tra palato e stomaco. E la cosa che mi sembra più naturale è cercare di mandarlo giù bevendo un po' d'acqua dal rubinetto. Come se questo stato d'animo fosse fatto di patate lesse ingoiate giù con troppa foga e troppo poco olio.

Entro nell'antibagno e fuori dalla porta con l'omino e la donnina stilizzati c'è lei. Magra (anche troppo) e sempre in ordine (anche troppo). Sottile come il suo gusto nello scegliere le parole. Quanti anni avrà? Ma sai che non me lo ero mai chiesto prima? Lei che sapendo delle mie dimissioni,  si è presa la cura di regalarmi un dvd di Wim Wenders. Sì dai, il documentario su Salgado, come si chiama...

Mi rivolgo a lei come se fosse la continuazione di un ragionamento che forse è iniziato solo nella mia testa:

-Sai che mi ha davvero stupito il tuo regalo? Cioè io non sono uno da regali. Mi dimentico di farli e sono ancora più disorganizzato nel riceverli. Per esempio non so neanche se andava aperto a casa o così, davanti a tutti... Volevo dirti che mi ha fatto molto piacere e che...

Cioè tra tutte le persone che perderò inevitabilmente di vista, insomma tu se una di quelle più... che insomma.... mi spiace. Ecco.

-Sì, ok tutto: ma ti rendi conto di dove siamo?

Richiude spazzolino e dentifricio in quell'astuccio piccolo usato come beauty case e esce con un sorriso che non lascia niente in sospeso.

Resto così, nell'antibagno. E sullo stomaco ho l'aggiunta di questo bagaglio extra.

Mi chino sul rubinetto per bere e sento nell'aria ancora il profumo di menta e fluoro, così poco aziendale.

Mi rialzo asciugandomi la bocca con il dorso della mano destra. Vedo il mio riflesso e un po' lo compatisco; che aria stanca quello lì dentro lo specchio. Lo confronto con la foto del badge plastificato. 

Che differenza l'aspetto di quello fotografato il primo giorno di lavoro e l'aspetto di quello che oggi ha dato le dimissioni.

Ci sono gli anni in più. Ma forse la differenza vera la fa la minore voglia di credere al futuro. Mi massaggio il mento come negli spot dei dopobarba. Mi asciugo le mani sotto il getto di rumorosa aria calda e vado verso l'uscita.

Penso alla mia incapacità di fare regali. Al futuro che non ho saputo mantenere con me stesso. Penso a lei e a un film da vedere dopo aver litigato con il cellophane. Penso che sia ora di uscire da questo antibagno, che c'è gente che aspetta.