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domenica 31 luglio 2022

QUADRATINI di Sabrina Carollo

Era malinconica quella sera. Non voleva andare con gli altri a guardare le stelle, anche se sapeva che sarebbe stata una bella occasione di stare insieme: del buon vino, grandi coperte stese sull’erba della radura in cima alla collina, qualche candela di citronella per provare inutilmente a tenere lontane le zanzare e molte risate. In attesa di vedere passare la cometa. Un piacere antico, quello di spalancare gli occhi sul cielo estivo e ammirare le stelle, i suoi movimenti misteriosi, i passaggi epocali di corpi celesti che avevano solide spiegazioni scientifiche ma colpivano comunque le emozioni più profonde di ciascuno, riportando tutti al punto di partenza, tutti uguali, tutti bambini spaventati e affascinati dal mistero di quello che ci circonda. Tanto grande, troppo inafferrabile. Perché alla fine, quello che non puoi misurare con le dita delle mani rimane sempre un po’ più in là della realtà.

E lei aveva bisogno più di realtà che di quello spazio infinito. Aveva un disperato bisogno di sentirsi grande, di avere la situazione sotto controllo. Di inscatolare, di circoscrivere, di capire. Troppe perdite. Troppa fatica. Troppa sofferenza. Quella sera non voleva una cometa a tracciare il percorso nel cielo nero, evocando una profondità che la spaventava. Avrebbe disegnato quadratini su un foglio di carta, a china. Un centimetro di lato, tutti uguali, senza sosta.

sabato 30 aprile 2022

DIDI GOGO E L’ORECCHINO di Sabrina Carollo

 - Hai visto i miei orecchini?

- Quali. Ne hai tremila.

- Quelli a forma di fiore, con la pietra rosa in mezzo.

- Non ce li ho presente.

- Ma si dai, quelli che ho indossato al matrimonio di Paolo e Marta.

- Ma secondo te io mi ricordo che orecchini avevi al matrimonio di Paolo e Marta?

- È stato tre settimane fa, mica quattrocento.

- Comunque no, non li ho visti.

- Ah eccoli! No, sbagliato, ce n’è solo uno. Hai visto l’altro orecchino?

- Quale orecchino?

- L’altro uguale a questo. L’orecchino di cui ti stavo chiedendo prima. Quello della coppia che ho indossato al matrimonio di Paolo e Marta.

- Ma me lo hai appena chiesto.

- No, ti ho chiesto se li avevi visti tutti e due, ora ti sto domandando se ne hai visto uno solo.

- No, non ne ho visto nemmeno uno. Però bene dai, almeno uno l’hai trovato.

- Non posso mica mettermi un solo orecchino. Ho bisogno anche dell’altro.

- Perché no? Questa fissa per la simmetria non la capisco.

- Non è una fissa, è una questione di armonia. Due orecchie, due orecchini.

- Se avessi un secondo buco in un orecchio allora cosa faresti?

- Ne metterei due uguali e uno diverso.

- E allora fai finta di avere solo il terzo buco.

- Ma non funziona così! Questi orecchini sono in coppia e li devo indossare insieme!

- Ma chi l’ha detto? Scusa, la ragazza con l’orecchino di perla, il dipinto di Van Dyck

- Vermeer.

- Va bene, Vermeer - tanto sono tutti uguali -

- Non sono tutti uguali! Non è tutto uguale! Sono profondamente diversi! È come dire che Leonardo e Michelangelo sono uguali!

- No, uno dipingeva l’altro scolpiva.

- Non è solo quella la differenza!

- Ma lo so, ti prendevo in giro. Comunque per tornare al dipinto di Van… cioè Vermeer, è un dipinto celeberrimo, giusto? Eppure non è “La ragazza con GLI orecchini di perla”. Ne ha uno solo. Non sarebbe mai diventato un dipinto famoso se avesse avuto DUE orecchini di perla.

- Questo non lo puoi sapere.

- Ma certo che no, è evidente! L’unico punto di luce condiziona l’intero dipinto! L’equilibrio della composizione, l’unicità del ritratto! Se fossero stati due sarebbe stato banale, sarebbe nello scantinato del nipote di Vermeer ad ammuffire.

- Questo non lo credo proprio, ma sentiamo, da quando sei diventato un esperto di pittura olandese del Seicento? E soprattutto, lo sai che quel dipinto si chiama “La ragazza col turbante” e non con l’orecchino di perla?

- Non ci credo.

- Certo.

- Vedi? Un solo orecchino ha reso il ritratto così particolare che nessuno nota il turbante ma tutti sanno dell’orecchino.

- Questo perché viviamo in una società di pressapochisti.

- No! È perché ciò che conta rimane.

- Quindi se indosso un solo orecchino verrò ricordata come questo dipinto, mentre se ne metto due no?

- Esatto. Più o meno.

- Mi sembri scemo.

- E potrebbe anche darsi che tu abbia ragione. Che io sia scemo. Ma prova almeno a pensarci. Perché non lo metti? Perché ti costringi a indossarne due oppure niente?

- Non è che mi costringo, è una mera questione estetica. Due is megl che uan.

- Se fosse una questione estetica quel dipinto di Van Dyck

- Vermeer

- Vermeer non sarebbe bello. Ma non è così.

- A parte che l’arte non si pone il problema di essere bella ma di essere autentica, e comunque io non sono un quadro. Mica sto di tre quarti tutto il tempo.

- E se ti mancasse un orecchio?

- Ma la smetti?

- Ma insomma perché? Possibile che i canoni estetici debbano essere così rigidi? Possibile che le nostre decisioni debbano essere così rigide? Automatiche? Perché decidiamo le cose sulla base di percorsi che non siamo liberi di intraprendere ma che sono segnati dalla morale, dall’abitudine o dal gusto altrui?

- Amore, il punk c’è già stato.

- Ma non è bastato! Quale libertà c’è se tutto ciò che facciamo è catalogato, etichettato, e già definito dalle abitudini, nostre o di chicchessia?

- Ci siamo svegliati ribelli oggi?

- Sono serio: perché sue orecchini e non uno, perché gli uomini non mettono le gonne - NON MI PARLARE DEGLI SCOZZESI O MI INCAZZO - perché brindiamo alle vittorie e non alle sconfitte, quando è ormai evidente che sono ben più utili le seconde per capire qualcosa, perché facciamo corsi di giardinaggio per avere delle belle rose e poi asfaltiamo la foresta amazzonica, perché facciamo lavori che non ci piacciono e stiamo con persone che non amiamo - no, non parlo di noi - perché insomma continuiamo a fare tutto quello che facciamo senza domandarci se va bene così, se ha un senso, se non c’è un altro modo? Fingiamo di scegliere per gran parte della nostra esistenza, ma la verità è che siamo schiavi, e procediamo con il paraocchi costantemente, senza dire o fare, o nemmeno pensare qualcosa di diverso da quello che diciamo o facciamo o pensiamo. Perché nemmeno siamo consapevoli di vivere così. Chiamiamo libertà qualcosa che libertà non è, perché siamo schiavi: schiavi di pensieri già pensati, di soluzioni già adottate, di abitudini e strutture mentali stratificate nel tempo. Andiamo avanti ripetendo modalità acquisite, pensando che siano le soluzioni migliori, le più pratiche e intelligenti, fino a che ogni tanto nasce uno cieco che impara a suonare la chitarra tenendola appoggiata sulle ginocchia perché non sapeva si facesse diversamente e la suona da dio. E nemmeno in quel caso dubitiamo, perché è molto più facile considerare chi agisce diversamente come un’eccezione, una persona originale o stravagante, piuttosto che stare a pensare se magari davvero ci sono altri modi. Che poi magari non ci sono, e va bene proseguire così, ma in quel caso è una scelta. Una scelta vera. Ci illudiamo di scegliere perché al supermercato abbiamo cinquecento tipi diversi di scatolette di tonno. Ma la libertà è un’altra cosa.

- Ok. Era solo un orecchino.


 

lunedì 31 gennaio 2022

IL GIARDINO DELLA CACCA di Sabrina Carollo

“Per me quello non è un giardino, è un luogo maledetto”.

E una volta pronunciate queste parole, non ci era più voluta entrare. Che lei, quando si metteva in testa una cosa, la faceva, cascasse il mondo. E poi l’avevano aiutata una vita vagabonda, accozzata a quel lavoro che le piaceva tanto, che non avrebbe mollato per tutto l’oro del mondo - altro che fidanzato o marito, era quello il grande amore della sua vita - e che l’aveva portata lontano, in giro per il pianeta come un satellite in orbita erratica.

L’ultima volta che era stata lì le aveva prese: la solita bulletta della scuola, quando ancora non erano stati definiti esattamente dalla psicopedagogia i bambini prepotenti che spalleggiati dall’impunità garantita dai propri genitori spadroneggiavano sulle esistenze degli altri, piombando come l’apocalisse sui tranquilli tran tran di scambi di vestitini e partite a guardie e ladri. Tra femmine non erano botte da orbi, ma bastavano qualche spinta, le offese a muso duro negli anni in cui tre centimetri fanno la differenza. Un attacco più subdolo, perché non lasciava tracce, ma era composto soprattutto di ostracismo e mancati inviti alle feste di compleanno. Quella volta però, aveva risposto per le rime e la carognetta aveva passato il segno: le aveva tirato i capelli così forte che una ciocca le era rimasta in mano, e assestato un pizzicotto sul fianco da sentirne gli spilli ancora oggi, a ripensarci. Aveva giurato di non tornarci più, nel giardino della cacca, come lo aveva ribattezzato, e così era stato. Avrà avuto dieci anni o giù di lì; ora, a poco più di quaranta, ci stava ripassando davanti. Sorrise, ripensando al suo proposito di allora, anche con un po’ di compiacimento per la propria determinazione: non aveva mai sgarrato, in un modo o nell’altro. Si domandò se avrebbe dovuto rispettare la decisione presa allora fino alla morte oppure se, complici le necessità burocratiche che l’avevano riportata lì come in una casella del Monopoli, si sarebbe potuta concedere di entrare in quel fazzoletto verde per buttare un’occhiata. Così, giusto per la curiosità di vedere quanto erano cambiate le cose nel frattempo. Decise che si, che ci sarebbe entrata. A dispetto della logica, lo avrebbe fatto proprio per onorare la memoria della bambina che era stata e per spezzare completamente i ponti con quei momenti che ora potevano far sorridere - non lei, comunque - ma che all’epoca le avevano fatto versare un congruente quantitativo di lacrime.

Ed entrò.

Molte cose erano cambiate: i giochi erano di nuova generazione, in plastica riciclata e dai colori vivaci, non certo quell’ammasso di tubi di ferro mezzo arrugginiti a cui si appendevano loro, e la pavimentazione era antiurto, in quel materiale strano che le avrebbe risparmiato non poche cicatrici su fronte e ginocchia, al tempo. Anche le panchine erano ovviamente nuove, con i braccioli a interrompere la lunghezza della seduta per evitare che qualche povero cristo ci passasse la notte, come andava di moda ora nella società delle tre scimmiette ingioiellate. Gli alberi erano altissimi: svettavano nettamente oltre il muro di cinta della scuola di fronte, e diversi altri erano stati piantati nel frattempo. Eppure la disposizione degli spazi, l’impostazione generale e soprattutto l’atmosfera erano rimaste le stesse. La colpì come uno schiaffo la constatazione che le dimensioni del giardino erano nettamente inferiori a quanto ricordasse: nei suoi ricordi formati a un metro e venti da terra quel giardino era enorme, mentre ora poteva ben abbracciarlo tutto con lo sguardo, e considerarne la grandezza decisamente contenuta, quasi mesta nelle sue possibilità di gioco.

Si concesse qualche minuto e si sedette in un angolo a osservare il via vai dei bambini, le mamme in gruppo, i passeggini, i richiami, le merendine, le corse e le grida. Si rivide ad arrampicarsi, le treccie storte, le ginocchia perennemente sbucciate, la foga e l’inconsapevolezza, la fatica di decifrare un mondo complicato senza libretto di istruzioni.

Non le mancava la se stessa bambina. Le disse addio, si alzò e uscì dal piccolo giardino di città.

 

mercoledì 30 settembre 2020

ANNO 2320 di Sabrina Carollo

Una fila breve e ordinata. Ovviamente. Del resto bastava prenotare il proprio ingresso e all’ora precisa era possibile entrare, senza aspettare. Le persone, se proprio necessario, potevano sedersi su confortevoli panchine all’ombra dell’albero che ciascuna aveva in dotazione; quelle poche presenti parlavano sottovoce per non disturbare gli altri. Ovviamente. All’ora stabilita, la porta si aprì e le persone vennero accolte da un cortese impiegato a disposizione dei pochi che potevano nutrire qualche dubbio rispetto alle indicazioni fornite dal sito internet o che preferivano comunque essere accompagnati nell’ala del museo che volevano visitare. Arturo si diresse con passo sicuro verso la sua ala preferita, quella in cui poteva ammirare la serie completa di Head di Francis Bacon.

I musei erano rimasti tra i pochi motivi per cui spostarsi fisicamente. Gli uffici pubblici erano tutti completamente informatizzati e non era necessario recarsi di persona negli edifici amministrativi per alcun motivo. In caso di - rarissime - necessità di chiarimenti, un impeccabile servizio di appuntamenti per videochiamate metteva in contatto gli ologrammi del richiedente e del personale di servizio, che era fornito di una propria postazione domestica da cui collegarsi per lavorare. In effetti, gli edifici amministrativi non esistevano più. Così come non esistevano più gli uffici privati: il terziario era tutto completamente elettronico e ogni abitazione era attrezzata con un confortevole ambiente di lavoro perfettamente collegato. Le produzioni industriali, del resto, erano tutte completamente robotizzate e le supervisioni venivano effettuate da remoto da competentissimi operai specializzati. Ovviamente.

Dalla spesa quotidiana agli acquisti più impegnativi, le merci venivano automaticamente prelevate dagli scaffali - gli stessi su cui prima erano state automaticamente depositate - da bracci elettronici semoventi e caricate in vetture prive di conducente programmate per seguire l’itinerario più efficiente sulla base delle richieste inviate dagli utenti.

Gli ospedali poi erano stati tra i primi edifici a essere dismessi. I medici visitavano tramite ologramma direttamente a casa, dove ciascuno poteva contare su un apparecchio infermieristico che eseguiva il programma stabilito dal medico; ogni edificio - o ogni quartiere residenziale, in caso di abitazioni monofamiliari - era poi dotato di personale specializzato che risiedeva nel condominio o in zona e interveniva in caso di necessità semplicemente facendo le scale. Ogni corpo era sottoposto a controlli automatici durante il sonno, quando il letto provvedeva alla scansione delle carni per verificarne il corretto funzionamento e il naturale processo di invecchiamento.

Gli insegnamenti erano trasmessi ai discenti da remoto: ogni alunno poteva contare su lezioni personalizzate di insegnanti appassionati e specializzati che creavano con ciascuno un percorso specifico i cui tempi e modi si adattavano perfettamente alle necessità di ogni singolo individuo.

I corpi si muovevano per lavoro solo in ambiti estremamente limitati: per esempio per portare i bambini dai quattro ai quattordici anni al centro educativo di quartiere, un piccolo edificio sempre edificato nel cuore di un enorme giardino alberato, dove si svolgevano quasi tutte le lezioni, in gruppi di tre o quattro fanciulli per insegnante. Durante i primi anni di vita ai genitori era concesso di dedicarsi interamente ai figli, con l’assistenza da remoto di psicologi e pedagogisti. Ovviamente.

Qualcuno amava ancora andare a teatro; pochi eccentrici, invero, poiché la maggior parte usufruiva della possibilità di assistere alle piece via ologramma, che componeva il lavoro degli attori su un palco virtuale, fornendo allestimenti di primissima qualità, senza scomodare nessuno.

I ristoranti rappresentavano un tipo di attività svanita da tempo, di quelle che i nonni a stento ricordavano fosse esistita quando erano bambini, una sorta di leggenda per chi, come Arturo, cucinava nella propria cucina professionale domestica e affidava le consegne per essere recapitate in tempi rapidissimi a chi le aveva ordinate. Per mantenere intatta la qualità del prodotto, aveva fatto un ulteriore investimento scegliendo di affidarsi a un veicolo a cuscinetto d’aria, che gli garantiva di fornire il cibo perfettamente impiattato senza che ci fossero problemi di dinamica. Peraltro il traffico scorreva regolarissimo e senza incidenti, poiché nessuno più guidava. Le vetture circolanti erano tutte automatizzate e seguivano un percorso preciso, coordinato con quello di tutti i mezzi che stavano viaggiando da un sistema centralizzato che le faceva fluire come acqua nelle tubature. Ovviamente.

Discoteche e concerti erano correttamente regolamentati, le persone potevano ritrovarsi per ballare e ascoltare musica insieme, dopo un passaggio nella camera di disinfezione in cui erano scannerizzati e sanificati da ogni tipo di disturbo contagioso; se necessario, in caso di virus persistenti, venivano avvisate e si allontanavano spontaneamente, raggiungendo velocemente la propria abitazione per sottoporsi alle cure necessarie.

Ma non era certo la morte della socializzazione, tutt’altro! Non solo c’erano ancora gli aperitivi, i locali dove trascorrere una piacevole serata, le passeggiate lungo il corso, le attività sportive, ma si erano aggiunte le sale a tema in ogni quartiere, in cui a rotazione era affrontata una discussione - attorno a un’opera d’arte, un libro, un contenuto filosofico o spirituale o qualunque altro argomento - e i partecipanti, seduti in confortevoli poltrone oppure in forma ologrammatica, scambiavano le proprie opinioni, ascoltavano, dibattevano, facendo così conoscenza con persone nuove e diversi punti di vista.

La principale differenza era che nessuno aveva più un’automobile: il mezzo preferito per spostarsi, oltre ai propri piedi, era la bicicletta, e quando impossibile fare altrimenti c’era un raffinato sistema di car sharing sempre ovviamente a conducente automatizzato, che prelevava le persone direttamente sotto casa all’ora richiesta. In questo modo i veicoli in circolazione erano pochi e sicuri - peraltro le strade dei pedoni e dei ciclisti erano differenti da quelle dei veicoli di trasporto automatico.

L’inquinamento dell’aria era stato drasticamente ridotto e le città erano rigogliose di giardini, pulite e silenziose.

Arturo si sedette davanti alla Head II del suo artista preferito. Era un passatista: durante le sedute di psicologia che venivano fornite settimanalmente come pratica di educazione civica, il suo psicologo lo aveva invitato a interrogarsi sul perché preferisse le opere di un artista così caotico e lontano dal sentire contemporaneo. Per quanto ci riflettesse, non riusciva a trovare una risposta. Eppure tornava sempre lì, come un metallo al magnete, a fissare quelle figure scomposte e distorte. E allo stesso tempo vive, pulsanti di dolore. Il dolore: ormai una parola, difficile da scomporre in emozioni reali, in sensazioni. Da quando il mondo era stato unificato sotto il Governo Unico del Nord, grazie alla pace e alla tecnologia le condizioni di vita erano diventate tali da aver praticamente cancellato ogni forma di sofferenza. Le persone erano in salute, l’ambiente era sicuro, l’equilibrio psicologico raggiunto. Le minoranze rispettate - il concetto stesso di minoranza era stato superato e i ragazzi ne leggevano sui libri di storia che avidamente divoravano, interessati a tutte le materie perché consapevoli dell’importanza della cultura. La politica era democratica e pacata; nessuno urlava. La delinquenza era stata praticamente annullata - anche perché era impossibile sfuggire alle maglie del controllo.

Arturo osservava il Bacon. Una luce perfetta ne illuminava ogni dettaglio. Ma lui continuava a non capire.

sabato 30 maggio 2020

CETUS CUPIDITATE di Sabrina Carollo


Chiamatemi Isa. Ma solo se è strettamente necessario: altrimenti, preferirei non mi chiamaste affatto. Non ricordo con precisione quanto sia passato dall’ultima volta in cui ho interagito con qualche essere umano. Da tanto, comunque, non sento pronunciare il mio nome da una voce diversa dalla mia, mentre sono intenta a borbottare dopo aver fatto cadere inavvertitamente qualche oggetto o aver lasciato qualcosa troppo a lungo sul fuoco.
Non sono però una monaca di clausura, o qualche altro tipo di figura ieratica in odore di santità. Se proprio dovete, pensate a me come a una capra selvatica, abbandonata dal gregge troppo a lungo per avvertirne persino il bisogno. Sul dirupo roccioso di questa piccola isola mi arrampico ormai lentamente, smuovendo la ghiaia candida ad ogni passo e guardando dietro di me le schegge di roccia scintillante singhiozzare giù per il pendio ripido, fino a tuffarsi nel blu assoluto del mare. Precipitano e sobbalzano come in una danza inconsapevole. Come la vita.
Mi servono poche cose: la luce bianchissima che acceca e circonda ogni cosa, il calore del sole d’inverno, l’ombra fresca degli arbusti d’estate, un po’ di cibo che mi viene lasciato dagli uomini, quello che mi viene donato dalla terra asciutta. Mi fanno compagnia la voce di miliardi di stelle, la notte; i sussurri delle navi che passano distanti, trasportando quei gomitoli di desideri chiamati uomini, di giorno.
Mi sono rifugiata qui per dimenticare, eppure tutto quello che mi resta da fare è ricordare. A volte nella vita capita di assistere a uno spettacolo straordinario, che si fissa nella memoria, di più, nel corpo, al punto che anche a distanza di anni, di decenni, continui a percepirne la forza vibrante sulla pelle, attraverso il pulsare del sangue nelle vene, nell’attorcigliarsi delle viscere. Quando la vidi, la prima volta, ne avevo già sentito parlare a lungo, e un’aura di mistero e di magia accompagnava il suo nome, come se si trattasse di un personaggio sovrannaturale, dotato di poteri ultraterreni, capace di gesta straordinarie. Mi colpirono subito la sua conformazione sottile, le ossa leggere e appuntite, da uccello migratore; e quegli occhi indagatori che parevano succhiare la realtà per rubarne l’essenza. Sembrava divorata da una febbre costante, che le rendeva impossibile stare, inquieta, irriverente, distratta da qualcosa di troppo grande. Sfuggente, anaffettiva forse. Pervasa di un magnetismo assoluto, che la rendeva la più desiderata, sempre e comunque, nonostante non fosse la più bella. Si spostava senza preavviso, abbandonando le conversazioni nate per compiacerla, inaspettatamente attratta da un insignificante movimento catturato con l’angolo dell’occhio, per poi richiamare tutti attorno a sé nella stanza con il pretesto di una proposta indecente a cui naturalmente nessuno sapeva dire di no. E quindi scomparire, appena cominciata l’avventura, per ripresentarsi giorni dopo, quando ormai la sete della sua presenza si era fatta arsura. Tutti la amavano e la odiavano. Scivolava tra i nostri corpi, sorvolava le nostre esistenze, inafferrabile, interrogativa, detestabile e intensa. Il suo potere era immenso: lei lo sapeva e se ne approfittava. Non era solo il suo essere sfuggente: c’era qualcosa in lei che la rendeva indispensabile a tutti. Anche a me: provavo un desiderio disperato di decifrarla, di vincere il premio, di arrivare per prima a conquistare le meravigliose perle di luce che racchiudeva dentro di sé. Rappresentava la ricompensa di una guerriglia che coinvolgeva tutti, senza regole, senza prigionieri, senza pietà.
Ciascuno usava tutte le armi a propria disposizione per conquistare un frammento della sua attenzione, un lembo di vita, una santa reliquia da trattenere come una lucciola sotto il bicchiere, per illuminare la notte della nostra esistenza. Ho un ricordo confuso di quei giorni (mesi? anni?) in cui al suo cospetto ci affannavamo per compiacerla, come magi in adorazione, come una ciotola di ciliegie nelle sue mani. Chi sa se fosse davvero consapevole di quanto enorme fosse il suo potere? Se seguisse alla lettera una formula precisa con l’intento di tenerci soggiogati, o se invece usasse le proprie ali colorate per attrarre e succhiare il nettare da ciascuno in modo febbrile, animale, guidata dalla necessità più che dall’intelletto. Quello che so è che rimasi felicemente preda, come tutti, fino a un preciso momento.
È difficile definire l’attimo esatto in cui prendiamo coscienza di qualcosa. Solitamente ci guardiamo indietro e risaliamo la corrente dei ricordi con fatica, tra le rocce e l’acqua gelida, per ricomporre il percorso e tornare all’origine, all’istante in cui tutto è cominciato, ma rimaniamo in una pozza di approssimazione, un tempo arrotondato dalle impressioni, sfumato negli angoli. In questo caso è differente: so dire perfettamente quando avvenne, quando cominciò il cammino che mi portò a svegliarmi dall’incantamento e a vederla per quello che era. Una piccola anima triste.
È nel nostro bisogno più profondo trovare qualcuno di cui fidarci, magari una madre o un padre che ancora ci dica cosa fare e dove andare. Per questo forse guardavamo a lei con tale appetito. Ma lei non aveva la soluzione. Non aveva risposte per nessuno, nemmeno per se stessa. La sua era la nostra stessa ricerca famelica.
M. apparve una nitida mattina di luglio, come materializzato da un’altra dimensione. Non era semplicemente un uomo bellissimo - la barba curata, lo sguardo intenso, il portamento di una statua greca -; era una foresta, una galassia, una sinfonia. Conteneva moltitudini e allo stesso tempo trasmetteva potenza, serenità, solidità, compostezza. Ovviamente, in un batter di ciglia eravamo tutte innamorate di lui. Anche lei - per quanto potesse essere capace di amare. Mi accorsi velocemente dei suoi tentativi di attrarlo nella sua rete, forzando quegli atteggiamenti che le erano sempre stati naturali. I gesti che avevano fatto di lei il centro della nostra attenzione, con lui parevano perdere di energia e significato, riducendosi ai movimenti di una bambina capricciosa. Un attimo prima era una regina; quello dopo, una patetica figurina che agitava le braccia per cercare di rimanere a galla nelle sabbie mobili. Disperata, aveva bisogno di lui per rilucere e più la sua necessità si faceva evidente, più il suo fascino impermeabile a tutto scivolava via. Aveva bisogno di possederlo: ma come fai ad afferrare un volo di gabbiani? Come puoi pensare di conquistare l’oceano? Come contieni l’azzurro intenso del cielo? Il suo bisogno di averlo tra le mani, di metterlo in cassaforte, di etichettarlo come un suo possedimento le toglievano vigore, smalto: e proprio per questo si ostinava a ricercarlo, a volerlo soggiogare. Insistente, lei che era stata tanto sfuggente; accanita, aveva perso tutta la leggerezza che ne faceva la nostra libellula preferita.
Come un castello di carte, la sua freschezza era stata soffiata via rivelando la ruggine, i parassiti, l’inconsistenza del piedistallo su cui era montata. Poco per volta tutti si accorsero dell’inganno a cui noi stessi avevamo voluto credere. La guardavamo affondare, piano piano, trascinata dal suo bisogno di afferrare la luce di un altro, dalla sua fame gigantesca, da una necessità travolgente di dominare lui, e noi attraverso lui. O forse solo se stessa. Chi sa cosa si nasconde davvero dietro l’urgenza titanica che la consumava. Probabilmente il solito buco, il pozzo profondo che atterrisce e attrae tutti quanti.
Almeno questo ho imparato, da lei e dalla sua triste vicenda: che procediamo tutti tra dolore e bellezza, uniti da una comune domanda.
Possiamo cercare di ignorarla, o di dare soluzioni fallaci, fatte di cose, di sesso, di studio matto e disperatissimo. Di apparenza e di specchi ingannatori. Se non la affrontiamo, allora, non aspettiamoci altro che di affondare, trascinati sotto le onde. Non certo dal nostro insaziabile bisogno di grande, quanto piuttosto dalle nostre piccole armi spuntate.

giovedì 27 dicembre 2018

CHE NON VOGLIO PIU’ SPARIRE di Sabrina Carollo


“Fammi vedere cos’hai sul braccio”
“Niente, solo uno scarabocchio”
“Fammelo vedere. È un ordine”
“Papà non è niente, solo uno scarabocchio, uno scherzo che mi ha fatto Andrea”.
Un gesto svelto, di chi è maneggia corpi tutti i giorni. Le afferra il polso con una mano, stringendo forte per bloccarla, mentre con l’altra spinge il maglione verso il gomito.
“Ahia mi fai male!”
“Che cazzo hai fatto ma sei cretina? È un tatuaggio!”
Il ruggito del padre aveva da sempre il potere di terrorizzarla, trasformandola improvvisamente in una statua di sale senza movimento, parola, vita, pronta a sgretolarsi al primo soffio di vento. Non era semplicemente perché era un poliziotto: il potere che emanava prescindeva dalla pistola, dalla figura imponente, dalla capacità di buttare in terra un uomo a mani nude e immobilizzarlo - lo aveva visto farlo, una volta in cui era molto piccola e lui ancora il suo supereroe preferito.
No, riguardava i suoi occhi: quello sguardo fiammeggiante che si accendeva solo in alcuni momenti e la immobilizzava, cancellando ogni sua possibilità di reazione. Chissà se lo faceva anche con loro.
“Chi ti ha dato il permesso di farti un tatuaggio eh? Non credo proprio che tua madre lo sappia! Lo sai che è illegale alla tua età? Ci vuole l’approvazione di un genitore!”
Il tono stava salendo i gradini di corsa, come un pugile che si riscalda prima del combattimento, muovendosi sempre più velocemente.
“E cosa c’è scritto? Cos’è un nome? A sedici anni? Il nome del fidanzato? Ma lo sai quanti ne cambierai da qui a tre anni?”
Ora stava decisamente urlando. Marlena non fiatava, lo osservava terrea conficcando paura e lacrime in un posto segreto, tra lo stomaco e i polmoni. Sfoggiava il suo sguardo di emergenza, velato, assente. Aspettava che passasse la tempesta, ma temeva che questa volta non sarebbe stato veloce.
“No, non è un nome, fammi vedere. Michela vieni! Tua figlia si è tatuata! Ma che cazzo c’è scritto? Su? Nu? Che cos’è?”
“Suruwa”
Marlena si svincola dalla presa lentamente, mentre parla a voce bassa.
“Smettila di urlare. Non ce n’è bisogno ci sentiamo tutti. Marlena cos’è questa storia?”
Sua madre era come le Nazioni Unite: tanti buoni propositi, ma incapace di agire. Non alzava la voce, non si arrabbiava mai. Nemmeno quando era necessario.
“È solo un tatuaggio. Il suo collega è pieno, no? Non capisco perché io non posso”
“Lui ha cinquant’anni! Tu sedici!”
“Ti ho chiesto di smettere di urlare. Falle spiegare”.
“Non c’è niente da spiegare mamma. È solo un tatuaggio”
“Ragazzina, tuo padre ha ragione. Non puoi tatuarti liberamente alla tua età. Hai falsificato dei documenti? Oppure dobbiamo denunciare chi ha fatto il lavoro?”
“Non potete denunciarla perché è minorenne. Me lo ha fatto un’amica dell’artistico”
Sapeva che avrebbe dovuto stare zitta. La sua era un’intifada inutile e dannosa.
“Ora mi dici come si chiama e andiamo a parlare con i suoi genitori. È illegale e se volessi potrei comunque denunciarla al tribunale dei minori! Non vorrai insegnarmi il mio mestiere spero!”
“Ma perché ve la prendete tanto! Tra due anni mi potrei liberamente coprire il corpo con un drago verde e rosso e voi non potreste farci niente, cosa cambia ora?”
“CAMBIA CHE SEI MIA FIGLIA E SEI MINORENNE! DECIDO IO PER TE!”
“SEI SOLO UN FASCISTA!”
Marlena scappa in camera, sbatte la porta, se li lascia alle spalle. Il copione è noto. Nemmeno gli hanno chiesto chi è, Suruwa. E nemmeno hanno visto il resto del braccio. O l’altro. Perché Suruwa non è l’unico tatuaggio. Non è il primo. Ci sono anche Madir, Ozo, Afef, Janina, Kahleb. Sono nomi che non vuole dimenticare. Sono i nomi di ragazzi che non ce l’hanno fatta. Ragazzi e ragazze come lei, che sono nati altrove. Che non hanno una casa come la sua, che non sono andati a scuola. Che hanno attraversato il mare su una imbarcazione approssimativa, pagando tutto quello che avevano, picchiati, logorati, violentati. Che sono stati ricacciati via, o che hanno raccolto pomodori per pochi euro. Ragazzi che sono morti in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse. Ragazzi come lei. Qualcuno deve pur ricordarli.

lunedì 17 settembre 2018

LA LISTA di Sabrina Carollo


Si era alzato con un mal di testa martellante. Della sera prima aveva un ricordo confuso: pasticche, alcol, miliardi di visi e musica ad alto volume che solo ripensarci in questo momento sembrava che le tempie gli sarebbero potute scoppiare all’istante. Nella cucina troppo piena di sole aveva indossato gli occhiali scuri, scavalcato alcuni vestiti abbandonati in terra e si era piantato come un mendicante davanti alla macchina del caffè, che con uno sbuffo gli aveva consegnato pietosa la vasca di caffè che sperava lo avrebbe rimesso in sesto. Aspirina? Mah, forse dopo. E ora accasciato sul tavolo, tenendosi la testa per non lasciarla crollare nella tazza, cercava di riordinare i pensieri e di scacciare quel dolore sordo nello stomaco. Il vuoto pneumatico lo circondava come un plotone di esecuzione. Tutto quello che riusciva a fare era abbassare lo sguardo nel caffè, per non vedere quella fucilazione imminente, che lo lasciava perennemente sospeso, in attesa di morire eppure mai morto, svuotato, disorientato, inutile. La sera si stordiva fino a tardi per riuscire a dormire almeno una manciata di ore, ma la mattina tutto tornava come prima, anzi peggio, a braccetto di una disperazione sempre crescente, un mostro nero che da piccolo neo era diventato un orrendo conglomerato sopra il suo petto, rendendogli impossibile respirare correttamente.
Aveva provato ad affogarsi in ogni specie di attività, dalla corsa alla canoa, dal lavoro al sesso, aveva guardato compulsivamente ogni tipo di serie televisiva, giorno e notte, fino a individuare perfettamente tutti gli schemi narrativi. Aveva preso più aerei di un pilota, raggiungendo angoli inesplorati di mondo, aveva frequentato ogni social ossessivamente per poi cancellare ogni profilo, sia quelli fittizi che quelli veri - quale fosse la reale distinzione non avrebbe saputo dirlo.
Aveva frequentato sciamani, psicologi, stregoni, guru, coach, aveva perfino vissuto per un mese in un monastero come ospite silenzioso (e ateo). Fino ad approdare a queste piccole caramelle colorate, ai bicchieri, alle bottiglie, all’annichilimento di ogni senso e di ogni pensiero.
Ormai viveva solo per i temporali. Davanti all’infuriare degli elementi, quando vedeva volare oggetti sul terrazzo, mentre la pioggia sembrava graffiare le vetrate e i lampi squarciavano il nero del cielo come coltellate al cuore, la sua ansia pareva placarsi. Come davanti a una giusta punizione, si sentiva liberato da quella morsa che gli stringeva gli organi interni e lo svuotava di energia.
Contemplando il cerchio scuro della tazza si domandava se ci fosse una porta nascosta solo ai suoi occhi. Un maniglione antipanico da premere in caso di incendio - o di glaciazione - per cambiare schema, per ritrovarsi fuori dalla programmazione video e ricollocarsi in un’altra esistenza. Questa volta compiuta, piena, positiva.
La matita dell’ikea stava proprio lì accanto alla tazza, al posto del cucchiaino. Mezza mangiucchiata, era ancora più corta del dovuto, quasi impossibile da maneggiare. La sollevò e la osservò attentamente prima di riuscire a ricordarsi cosa fosse e a cosa servisse. La provò sulla superficie non trattata del tavolo: funzionava.
Avrebbe fatto una lista.




AZIONI ( CHE RIMANGONO DA FARE )

Una lista di cose da fare per tappare il buco. Quel foro sempre più enorme in cui stava scivolando la sua vita senza che lui potesse trattenerla. Lo sciacquone universale, il buco nero di ciò che era. Avrebbe fatto un elenco ordinato e lo avrebbe seguito con precisione militare. Sarebbe andato in ordine sparso, seguendo il filo naturale dei suoi pensieri - anche se proprio naturale non era, ancora alterato dagli stravizi della sera precedente.


1.     ABBAIARE AL CANE DEI VICINI. MAGARI AVREBBE SMESSO DI FARLO LUI QUANDO LO SENTIVA PASSARE. NANO PULCIOSO.
2.     ANDARE DAL DENTISTA. AVEVA UNA PELLICINA DI POP CORN INCASTRATA TRA LA GENGIVA E IL MOLARE DA ALMENO UN MESE. UN FASTIDIO INFINITO.
3.     MANGIARE IN QUEL NUOVO RISTORANTE ALL’ANGOLO. IL PASTO DEL CONDANNATO.
4.     RIPASSARE LE CONIUGAZIONI IN SPAGNOLO. NON SI PERDONAVA DI AVER PERDUTO LA SUA FLUENCY.
5.     ANDARE IN CHIESA, ACCENDERE UNA CANDELA E PREGARE. SI SA MAI.
6.     NON TELEFONARE PIÙ A SUA MADRE. NESSUNO QUANTO LEI RIUSCIVA A FARLO SENTIRE INUTILE. VECCHIA STRONZA.
7.     SMETTERE DI BERE CAFFÈ. E ANCHE IL RESTO. E ANCHE DI MANDARE GIÙ QUELLE CARAMELLE COLORATE CHE DEFORMAVANO TUTTO.
8.    CHIEDERE SCUSA A SUO FRATELLO. NON PER TELEFONO. NON PER MAIL. ANDARCI DI PERSONA.
9.     RIDERE.
10.   RICOMINCIARE. ANCORA. ANCORA. ANCORA.