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domenica 31 ottobre 2021

BARDO di Fabrizio Ernesto Giuseppe Coco

Rassegnato al succedersi di esistenze e stadi intermedi guardo i moscerini autunnali turbinare intorno alle foglie sbriciolate e marce, ricordano le volute aromatiche d’incenso.

Gli ultimi fiori sembrano avvizzire, alcune foglie sono impregnate di rosso autunnale e l’odore di terra madida ha il sopravvento. Questo gelsomino imponente mi attraeva per i tronchi intrecciati, i tralci incrociati tra loro e i rami spuri attorcigliati intorno all’aria che restavano immobili come un meditatore diligente. Mi meravigliavo nel trovare sempre intorno al tronco, gatti pasciuti intenti a triturare e a poltrire satolli.

A quel tempo leggevo e praticavo, per apprendere. Avevo provato la percezione di sé e le danze sacre di Gurdjieff per frantumare la meccanicità. I Koan e il muro bianco su cui scaraventare i pensieri. La ripetizione lenta e precisa dei movimenti del Tai Chi per percepire il corpo.

Quando entrai in confidenza con le dense visualizzazioni e i Mantra buddisti, finalmente mi sentii a casa.

Un giorno, passando da questo vialetto, ho sentito la forza del gelsomino: mi chiedeva di apprezzare le sue inflorescenze ammalianti e profumate. Mi avvicinai ad annusare e alcuni fiori si staccarono cadendomi nella mano. Li trasportai con cura fino a casa per offrirli al Buddha. In un paio di minuti marcirono. L’aria sapeva di putrefazione. Gli incensi trasformarono ogni molecola di quel puzzo.

Avevo fame di pratica e conoscenza e ricevetti istruzioni sul Tonglen: inspiravo il dolore degli esseri senzienti con cui entravo in contatto, espiravo su di loro beatitudine, per lenire le loro sofferenze. Alcune persone mi dicevano di sentirsi più leggeri e liberi. Di questi risultati non mi sono mai vantato: era un dono della pratica.

Volevo andare oltre, così chiesi di essere iniziato al Tummo e dopo il ritiro, riuscivo a sviluppare e mantenere il fuoco interiore. Nelle giornate fredde, gli individui mi passavano accanto e non sentivano più l’algore nella carne. D’estate invece, era impossibile starmi vicino. Se m’incrociavi mentre mangiavi un gelato ti si struggeva seduta stante.

Presi l’abitudine a fare brevi ritiri, lontano da casa e dal mondo, così da purificarmi e dare nuova luce alle mie energie. L’ho fatto anche quest’anno.

A fine agosto, rientrato da pochi giorni, sono ripassato davanti al gelsomino: era ancora più imponente e solido dell’ultima volta. Lo contemplavo e immaginavo la faccia sbigottita di chi lo aveva piantato, di sicuro non si sarebbe mai aspettato un risultato così in un luogo pubblico e senza alcuna cura. A un certo punto ho sentito lo stesso silenzio provato in alcuni momenti del ritiro e dalla chioma intricata, insieme all’essenza calda e pungente, ne arrivava anche una, dolce e morbida, come di rosa. Quei profumi mielati mi pizzicavano la mente e gli occhi.

Inspiravo, mi stordivo, mi illanguidivo.

Poi un cane mi leccò le dita e mi ridestai. Guardai il cellulare. Si era fatto molto tardi, avevo ricevuto un paio di telefonate, ma non le avevo sentite. Dovevo rientrare in fretta.

La sera ebbi difficoltà a concentrarmi sul respiro, a entrare nella meditazione. Mi dissi: Capita! Imparare a rinnegare le aspettative, questo ha valore.

Volevo ritornare a sentire quel profumo, ma seguirono giorni di rovesci e perturbazioni che mi obbligarono ad altri percorsi.

Dieci giorni fa, ahimè, sono tornato in questo vialetto: il gelsomino era florido e fiorito come in primavera, il maltempo non sembrava averlo scalfito. Percepivo quell’odore ammaliatore. Inalavo e penetravo verso il centro della chioma. Era confortevole. Mi appagavo e non mi rendevo conto che i tralci mi avvinghiavano e i fiori carnosi stavano aderendo alla mia pelle come sanguisughe affamate. Non mi raccapezzavo, sentivo salire un dolore sordo e l’energia scemare. Provai a domare il panico con le tecniche apprese, ma il dolore aumentava. Ancora lucido meditai sulla dissoluzione dei cinque elementi per prepararmi al trapasso. La cosa scatenò l’appetito vorace della pianta e aumentarono le fitte lancinanti.  La mia forza spirava. Per sottrarmi a quel supplizio feci l’errore di posare la mente sulla bellezza di una farfalla, indifferente alla mia sofferenza, si era adagiata a pochi centimetri.

Fu l’ultimo atto karmico della mia coscienza in quel corpo umano.

Iniziava il bardo della morte.

Dopo sette giorni, a causa di quel lepidottero illusorio, mi schiudevo bruco.

Ogni giorno trascino questo corpo setoloso. A volte un ostacolo mi fa rotolare, mi arcuo e con difficoltà mi rimetto sulle zampette e riprendo il percorso. Striscio lungo la pianta, mi nutro vorace delle stesse foglie che mi hanno divorato. Ingrasso e muto l’involucro. Spero di ascoltare echi di mantra per una rinascita fortunata, nel frattempo ricerco il posto perfetto in cui diventare crisalide. Ho una certa impazienza di trasformarmi in farfalla, vorrei volare fino a dove era casa mia.

 

martedì 30 marzo 2021

NINNOLI di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

Quando Lina entrò in nell’appartamento i due drammi erano già avvenuti:

      I.       I.  Il Signor Lucci e la figlia Maria le raccontarono che sei anni prima, una puntura, invece di proteggere Cosimo dalle insidie di nemici microscopici e potenti aveva bruciato la potenziale carriera di notaio a cui lo aveva predestinato il padre.

     II.       II. Adesso che da due settimane era morta la moglie/madre devota avevano bisogno di una domestica fidata su cui contare.

Le fecero conoscere il bambino dal corpo florido e dall’intelletto inerte, indifferente al trascorrere del tempo, passava le giornate a giocare e a squittire, trastullandosi con cavalli di plastica satinata continuava a dire “lallo, lallo, lallo, lallo”. Lina iniziò a chiamarlo Lallo, lui rideva e sbavava.

Lei curava la casa come se fosse sua: aveva l’ordine di non spostare nulla, neppure un soprammobile. Stava attenta a che nessun garzone o corriere potesse rigare il parquet, sporcare i tappeti o, peggio, buttare a terra un ninnolo.

Dopo qualche anno, Lucci raggiunse la moglie nella cappella di famiglia, ma prima fece in tempo a stipulare un contratto con la figlia: si sarebbe dovuta occupare di Lallo, non doveva rinchiuderlo in istituto altrimenti avrebbe perso la facoltà di beneficiare dell’agio economico.

Maria rinunciò a una propria famiglia. Sfioriva e ingrassava trascorrendo le giornate a fumare, spilluzzicare e a curare Lallo come se fosse il suo bambino, anche se ormai era grande come lei.

Lina invece non consumava, ma come una formica accumulava. Nella sua stanza nascondeva gli abiti ancora nuovi in cui Maria non entrava più. Ogni tanto ne provava uno, per sentirne l’effetto.

Ogni sabato sera purgava Lallo, tanto il bagno della domenica toccava agli adepti della Confraternita della Misericordia che lo lustravano a dovere da tutta la melma intestinale spurgata tra pannolone e lenzuola.

Mentre i volontari lavavano Lina cucinava e rassettava le stanze.

Dopo il pranzo domenicale, Maria lenta e dolente si preparava per il teatro, Lina guardava la televisione, Lallo faceva trottare due cavalli sul tavolo. Una volta soli, Lina lo portava in camera per il riposino pomeridiano, lo spogliava e iniziava a toccargli i piedi che, anche se grandi, erano morbidi e cicciosi come quelli di un bambino: obbligati nelle scarpe ortopediche, non erano mai stati veramente usati. Le piaceva sentire la pelle sudata e macerata, aspirarne l’odore acuto che sapeva di formaggio fermentato. Lei li vellicava e lui gioiva. A quel punto si risvegliava l’istinto di femmina inappagata e cominciava a giocare con la virilità dell’infermo che, anche se nella testa era rimasto un bimbo di sei anni, aveva il corpo di un ventiseienne. Lo incitava a cavalcarla come per andare in battaglia, e insieme ripetevano “lallo, lallo, lallo, lallo” fino a quando Cosimo, il cavaliere, non finiva la sua corsa e Lina, il suo destriero, non era appagata. Poi gli richiudeva il pannolone, lo rimboccava per il riposo pomeridiano e andava in salotto a sbracarsi sul divano, come se fosse la padrona.

 

Lallo imbiancava e Lina si avvizziva, ma la loro cavalcata settimanale rimase un appuntamento fisso.

 

La signorina Maria morì mentre Sergio, il badante peruviano, la massaggiava in profondità.

Lina ereditò tutto, ma anche lei secondo testamento, doveva occuparsi di Lallo. Fu soddisfatta di diventare la padrona di quel mausoleo e di poter giocare con Lallo tutte le volte che voleva. Per comodità assoldò una serie di badanti che, sotto la sua supervisione, si alternavano nella gestione di Lallo. Usciva con l’infermo in carrozzina solo per saltare le file o per entrare gratis in qualche manifestazione mondana. A casa lo trattava come se fosse il marito: chiedeva, si arrabbiava, lo vezzeggiava; lui la guardava imbambolato e diceva: «Lallo?»

«Ma pensi sempre a quello? Lallo lo facciamo dopo».

Gli anni trascorrevano senza sussulti.

Lallo superò i sessantacinque, giocava sempre coi cavalli – ora vecchi e monchi – e ogni tanto una crisi epilettica o un attacco ischemico transitorio lo bloccavano.

Lina era sempre più tigliosa; ogni giorno, mentre la badante Giorgiana lavava Lallo, lei spolverava i ninnoli e lucidava i mobili con un fluido nutriente: con gusto ne inspirava l’odore penetrante e oleoso. La televisione era la sua unica amica: ne aveva messa una in ogni stanza, le piaceva l’echeggiare che percepiva mentre percorreva l’intera casa. Non voleva ascoltare il brusio di pensieri e ricordi che si affaccendavano nella testa.

Un sabato, dopo la battaglia e dopo aver preso la purga, sdraiato tra le lenzuola in attesa di cominciare a sognare, Lallo, oltre al consueto trambusto intestinale, avvertì una fitta dolorosa che gli tolse il respiro.

La domenica mattina, dopo essersi lavata e idratata con cura, Lina, come da rito, portava il caffè a Lallo chiamandolo dal corridoio con la sua voce garrula. Quando tirò su l’avvolgibile lo trovò immobile e terreo intriso nel liquame viscerale.

Il cuore le batté forte.

Abbassò l’avvolgibile e chiuse la porta. Svuotò nel lavello di ceramica la tazzina di Lallo, ci fece scorrere dell’acqua affinché non restasse macchia e la mise sullo scolapiatti. Poi riempì la sua e andò a sedersi nel salotto buono: adesso era una vera signora. Sorseggiò il caffè prima di fare le cose necessarie.

mercoledì 30 dicembre 2020

PENSA QUEL TANTO CHE SERVE di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

[08.10] Oggi devo rientrare dopo tre mesi di lavoro agile: negozi di cianfrusaglie cinesi riaperti e ponteggi edili ripopolati di voci e corpi massicci. Un operaio dell’est parla incazzato al cellulare, scaraventa mattoni e calcinacci sul camion, sollevando nuvole di polvere.

Il silenzio surreale della fase uno è un rimpianto, adesso rumori di motori, grida becere e clacson coprono garriti e cinguettii dei volatili.

Non voglio fare tardi, sudo, mi manca l’aria e il fiato inumidisce la mascherina: diventerà permeabile?

Semaforo rosso, siamo tanti in attesa del via, fremo. Adesso sulla strada solo una macchina distante. Attraversiamo in tanti, fregandocene che ancora non sia scattato il verde.

Arrivo. Mi metto in fila come in chiesa. Fletto la testa per la temperatura, apro la mano per ricevere il gel.

Era un ambiente ridanciano, ora sembriamo ectoplasmi che transitano nei corridoi per raggiungere le proprie celle. Entro nella mia, apro la finestra, spruzzo tavolo e tastiera di soluzione al cloro, pulisco accuratamente. Qualcuno saluta, chiede come sto. Maura mi dice: ­– Dopo andiamo al bar e mi racconti. – Non so, ti manderò un WhatsApp. – Chiudo l’uscio e calo la maschera, pronta a rialzarla se c’è una riunione online: da mesi non vado dall’estetista e ho finito le creme antirughe e rimpolpanti.

Tiro fuori dalla borsa le ciabatte e tolgo le scarpe, dopo tre mesi non sono più abituata a stare tutto il giorno con i tacchi. Che mani da vecchia: i guanti e il continuo uso di gel mi irritano la pelle.

La giornata lavorativa è a base di briefing online, mail, flow chart, caccia a refusi nelle procedure, call conference e zoom meeting e telefonate.

Ogni venti minuti arieggio la stanza, ogni mezzora faccio il conto di quanto manca per tornare a casa.

A Maura scrivo che non ho tempo, mi rompe sentire i cappottini sulle colleghe e i ragguagli su quanto sono perfetti i suoi figli, anche se non voglio, tutte le volte faccio paragoni con il mio e mi deprimo.

Esco dalla stanza solo per andare in bagno, evito i contatti, in fondo è scritto da tutte le parti che gli ambienti chiusi, anche mantenendo aereazione e distanza di sicurezza, possono essere pericolosi e poi, da tre mesi non vado dal parrucchiere: qualcuna di queste megere noterebbe la ricrescita bianca.

Tra una mail e una videochiamata, disinfetto le mani con il gel e bevo una tisana con liquerizia e finocchio, poi spilluzzico delle verdure crude, in questi mesi ho messo su qualche chilo, alla mia età sarà difficile toglierlo. Nei giorni di lockdown svuotavo il frigo in una mattina, poi mi attaccavo a internet per fare provviste.

[15.10] È arrivata l’ora: esco.

L’aria è calda d’estate, ragazzine smaniose di esporsi, mostrano corpi adrenalinici tatuati e già abbronzati coperti a malapena da abiti un po’ più grandi delle mascherine colorate che coprono il viso. Le osservo per trovare tracce di magagne che diventeranno segni indelebili quando saranno più grandi.

Per respirare e camminare senza fare intricati slalom, dovrei evitare Via Gioberti, ma non voglio.

Dopo la clausura c’è smania di spendere per mangiare, incontrarsi, toccarsi, parlare di cazzate, mettersi in mostra. Tre uomini caciaroni e nerboruti parlano di calcio, occupando tutta la larghezza del marciapiede, hanno braccia muscolose e addome prominente, segno che le palestre sono state chiuse. Amici seduti e distanziati nei dehors, bevono il caffè con i guanti di lattice e la mascherina sotto il mento. Fingono che tutto sia tornato normale, anch’io vorrei essere così.

Entro da Mariannaud per rifornirmi. Poca fila alla COOP, mi faccio coraggio e attendo, tiro fuori il libro dalla borsa, non lo aprivo dalla vacanza a Vienna. La notte, rientrando in albergo, leggevamo poesie. Apro a caso, è la solita. Mi irrita. Chiudo e lo riposo, tanto tra un minuto tocca a me.

[16.50] La gatta mi accoglie festosa, dopo tre mesi si è ritrovata a stare sola. Sono sfinita, andrei a dormire. La vicina anziana con voce acuta e nasale continua una giaculatoria giapponese che dal balcone si espande in tutto il cortile, sembra di ascoltare una solista delle voci bulgare. Accendo la televisione in cucina e opto per fare il cambio degli armadi. Il riflesso allo specchio mostra che mi sto imbolsendo: quante cose che non avrò più occasione di mettere. Dalla TV sento parlare e mi sale l’ansia. La gatta acciambellata sul letto mi guarda e sembra dirmi: ti pare il momento di faticare?

Devo ricordarmi di telefonare per sentire se hanno ricominciato a dare gli appuntamenti per la visita ginecologia e la mammografia.

[19.40] La foto sul cassettone mi pugnala mostrandomi come ero felice a Vienna, com’ero magra. La notte prima di addormentarmi ti chiedevo del nostro futuro, avevo paura al risveglio, di non trovarti più. Rispondevi leggendomi sempre i soliti versi:

Pensa quel tanto che serve,

non un attimo in più,

perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

Sommersa di viscida solitudine guardo il cielo senza una nuvola, ricorda il tempo fermo delle tele di Dalì.

 

 

 

sabato 30 maggio 2020

DOUBLE FANTASY di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco



Hanno sparato a John Lennon da circa tre mesi, Double Fantasy imperversa nelle hit parade. Mario ha comprato il 45 giri, Woman, preferisce ascoltare il lato B, Kiss Kiss Kiss: il finale con la voce di Yoko Ono in preda a mugolii e orgasmi sincopati, gli procura erezioni che lo fanno arrossire.
A Catania è primavera, ma stamani pare già estate. Carmelo, Alfredo e Rosario, brufolosi adolescenti della terza C dell’ITC De Felice Giuffrida decidono di aderire allo sciopero: è un’occasione ghiotta per saltare le interrogazioni.
Mario, per voglia di novità, ha deciso di unirsi al trio. Per lui i compagni di classe sono solo ragazzi con cui condivide sei mattine su sette. Non ha amici, forse qualcuno nel gruppo della parrocchia. In compenso ha un’infinità di complessi che gli tengono compagnia. Si sente brutto, grasso, goffo, crede di avere un pisello piccolo (anche se non se l’è mai misurato). Sogna frequentemente di diventare un artista come Klimt: è incantato dall’energia sensuale di Giuditta II, brama quel seno e quella bocca altera, niente a che vedere con i corpi modaioli delle sue coetanee.
Con frasi smozzicate i quattro prendono accordi. A un segnale prestabilito e si allontanano alla chetichella verso il Supercinema Vittoria, che dal fulgore iniziale dei primi del novecento si era trasformato in sala a luci rosse. Camminano e chiacchierano, Mario non riesce a seguire i discorsi, si sente osservato e giudicato da l’umanità che incontra per strada, non alza lo sguardo per paura di trovarsi decine di indici puntati addosso e voci gridare: Cosa fai? Dove stai andando? Hai marinato la scuola, vergognati!
Appena entrato nel cinema sente provenire un odore schifoso di uovo marcio e candeggina. Cerca di nascondere il tremito involontario che gli fa battere i denti, è persuaso che il vecchio alla biglietteria lo giudichi uno sporcaccione. Paga il biglietto, guarda le tende fonoassorbenti sgangherate color rubino e le attraversa trattenendo il fiato. Adesso è nella sala fredda illuminata appena, dalle immagini del film. Ha il cuore in gola. Con la coda dell’occhio guarda i compagni: sono fermi, aspettano che la vista si abitui alla semioscurità per cercare la fila dove andare a sedersi. La vedono e come soldati in marcia la raggiungono e abbassano il sedile delle vecchie sedie in legno, dai braccioli un po’ appiccicosi.
Seduto, prova a concentrarsi sulle immagini.
Dopo dieci minuti, è deluso: poca azione, poca carne, scene noiose. Pensa a come sono più eccitanti i giornalini porno trafugati dal nascondiglio del padre. Il sesso è un atto impuro da vivere in solitudine, dietro la porta chiusa di un bagno o di una stanza, non certo insieme ad altri nel buio di una sala immensa. Si sente un vizioso, senza possibilità di redenzione.
Si annoia, muovendo solo gli occhi si rende conto che tutto è vecchio. Prova a contare le sagome distanziate delle file davanti. Si sente a disagio.
Alfredo guarda l’ora e sussurra che è il momento di andare via. Finalmente.
I tre, dandosi aria da esperti, commentano la pallosità del film. Mario non apre bocca, annuisce, vorrebbe essere lontano. Saluta e si precipita tra le strade affollate scaldate dal mezzogiorno primaverile. Vuole togliersi quel fetore di muffa, candeggina e vecchio. Teme che a casa lo possano sentire. Comunque, fino alle otto di stasera nessuno rientrerà.
Annasa l’odore acuto e caldo di una parete di gelsomino fiorito. Ricorda quando anni prima, le sere d’estate, suo padre lo portava all’Arena Ideal, dove quel profumo lo stordiva tanto da trovarlo irritante. adesso prova imbarazzo ad uscirci insieme a quell’uomo che trova vecchio e sfortunato. Tutte le domeniche prega Dio che non lo faccia mai assomigliare a lui.

Solo a casa, dopo aver finito i compiti, per ammazzare la noia pomeridiana, ascolta senza tregua il lato B di Woman.
La sera nessuno si accorge delle sue occhiaie spaventose.
Prima di addormentarsi ha fermamente deciso: da domani i mattini scolastici seguiranno la monotonia dei programmi ministeriali, almeno di non incontrare una come Giuditta.

venerdì 31 gennaio 2020

DIAFORESI di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco


Il bisogno di svuotare vescica e intestino mi fa aprire gli occhi ancora prima della sveglia. L’aria della stanza sa di chiuso, di sebo rancido, di corpo stagionato e sudato. È il mio odore. Minchia, ma in fondo non è tanto diverso da quello che sento nelle mattinate fredde d’inverno, quando entro nelle camerate assonnate sature del calore diffuso dai termosifoni del reparto. Forse, qui manca l’olezzo delle flatulenze effuse, durante la notte, da organismi malati.
Prima di uscire da sotto le coperte, al buio, con le dita cerco sul comodino gli occhiali. Faccio attenzione a non rovesciare niente, prima però, stacco la sveglia: non sopporto quel trillo metallico. Sento schiena e collo legati e bagnati. Con un piccolo sforzo esco dal letto, gli stimoli fisiologici sono sempre più impellenti. Rimango seduto sul bordo, mi stiro e cerco di abituare la vista alla luce flebile del mattino che morbida filtra dagli spazi fra le veneziane. Mi è rimasta la sensazione piacevole del sogno che non ricordo. Accendo la luce sopra il letto. Mi guardo i piedi, sono bitorzoluti, la pelle grinzosa è piena di vene aride, sembrano quelli di uno dei tanti vecchi che accudisco. Ho la bocca impastata per il troppo bere e mangiare di ieri sera. Entro in bagno evitando di guardare i segni degli anni e degli stravizi riflessi nello specchio.
Mi siedo sulla tavoletta e libero il mio corpo. Vedo all’angolo della finestra un ragno piccolo:
– Mi guardi mentre sto sul cesso?
Quanti anni avrà? Pensavo campassero poco poi ho letto che possono vivere anni. Vita da ragno: sempre a tessere. Che noia!
– Vai via? Sto facendo troppo puzzo, oppure ti sei offeso?
Gli animali non conoscono la noia, vivono il tempo. Io invece è da parecchio che non vado più a tempo. Quando avevo vent’anni sognavo di mettere su famiglia, cominciai a lavorare duro: turni in reparto e quando ero libero, privatamente facevo notti.
Io e Agnese mettemmo su casa.
Dopo io, Agnese e il primo figlio, a cui seguì la prima figlia e dopo arrivò la seconda. Eravamo felici con tre marmocchi da crescere, un mutuo da finire pagare e qualche acciacco dei genitori.
Poi ho realizzato il sogno della casa al mare per le ferie, per il tempo libero, per quando saremo stati in pensione. Perdevo i capelli e la vista, ma non la forza.
Un giorno ci fu un clic, qualcosa nell’ingranaggio s’inceppò. Mia madre a sessantacinque anni, una protesi al ginocchio destro e diversi denti finti, decise di lasciare mio padre:
– ho bisogno di vivere la mia vita di donna. Prima sono stata moglie, poi madre e ora nonna. Ma io sono altro.
Andò a vivere con una sua amica e iniziò una nuova vita fatta di cinema, teatro e vita sociale.
Mio padre cominciò ad intensificare la sua presenza al bar, consolidò amicizie inerenti il tifo calcistico e si lanciò in sortite goliardiche in cerca di prostitute, un’attività, come mi confessò, che già esercitava quando ancora la famiglia era unita. Mi disse anche:
– Tua madre lo sapeva ed era pure contenta di non assolvere ai doveri coniugali. Che puttana!
E così il mio modello di vita si polverizzò in pochi mesi. Avevo sognato di fare una famiglia autentica e felice come loro, adesso scoprivo che il loro rapporto era basato sull’ipocrisia delle apparenze.
Non fui forte abbastanza e finii inglobato dalla depressione. Vivevo congelato in attesa che qualcosa accadesse.
Infatti, prima o poi, le cose accadono.
Agnese stremata dal mio stato e con tre figli da accudire mi lasciò. Non solo per il troppo carico di lavoro, ma principalmente perché da qualche anno aveva intrecciato una relazione, all’inizio solo platonica (ci tenne a sottolineare), con un suo collega con cui aveva delle affinità elettive, non ho mai capito bene cosa intendesse.
– I figli li porto con me, non sei in grado di gestirli. Reagisci! Hanno bisogno anche di un padre.
Ho reagito. Un mio collega caro mi ha iniziato ai riti raffinati della cocaina, così smorzo gli effetti degli antidepressivi e divento performante. Ho ripreso a lavorare senza sosta per mantenere i figli, per comprare la cocaina, per pagare le bollette.
Guardo l’orologio impolverato sopra il lavandino: è l’ora di togliere la patina appiccicosa del sudore notturno e prepararsi alla giornata. Mi alzo dalla tavoletta.
Adesso sogno di cambiare vita e sudare meno. Ho anche un desiderio di riserva: morire per essere libero.
La luce del mattino illumina il ragno intento a impacchettare un insetto finito nella tela.