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sabato 5 agosto 2017

CUCCIA PER CANI di Donatella Quartarone


Andando indietro di parecchi anni mi rivedo adolescente inquieta, magra, con i codini, in macchina con mio padre, diretti al Camping la Baia Azzurra di Follonica.
"Ma insomma, esiste questo campeggio o te lo sei inventato?”


“Eccolo babbo! Ci siamo passati davanti tre volte e non l’abbiamo visto!”

Dopo lunghe e snervanti trattative ero riuscita ad ottenere il grande regalo di trascorrere una settimana in campeggio con l’amica Rossella; finalmente libera, lontana da genitori apprensivi e fratelli impiccioni tra i piedi. Unica condizione, da non potere assolutamente rifiutare: il babbo mi avrebbe accompagnato fino alla tenda e sarebbe venuto a riprendermi dopo sette giorni.

Poiché la tenda in questione era una minuscola canadese alta poco più di un metro, la sera prima della partenza pregai al telefono la mia amica, già sul posto, di risolvere in qualche modo l’annosa questione poiché il babbo non mi avrebbe mai permesso di dormire in quella cuccia per cani; avrebbe sicuramente girato la macchina riportandomi in seno alla famiglia a Castiglioncello, dove aveva preso in affitto una spaziosa villetta per tutto il mese di agosto e dove mi aspettava una vacanza pallosissima in una località molto bella ma, a quei tempi, frequentata sfortunatamente da odiosi  sgobboni  con la puzza sotto il naso.

“Non ti preoccupare!” mi aveva tranquillizzato l’intraprendente Rossella, “mi faccio prestare una tenda più grande da qualche vicino di campeggio e tuo padre ci cascherà senza sospettare nulla!”

E così fu. Al nostro arrivo, Rossella, sfoggiando il suo sorriso più smagliante, ci mostrò una tenda veranda, più grande della mia camera da letto, estorta in gran fretta a due sprovveduti studenti di medicina, in cambio di un paio di sostanziose cene a base di pasta con il tonno, simmenthal e pomodori.

Ebbe addirittura la sfacciataggine di presentare i due brufolosi spilungoni a mio padre, che se ne ripartì tristissimo, lasciandomi un senso di colpa da tagliare con il coltello. 

Salutato il povero babbo, del tutto ignaro, riprendemmo possesso della nostra cuccia ed ebbe inizio così la nostra intensa settimana da leoni…anzi, da leonesse, della quale conservo ancora un vivo e tenero ricordo.

Rossella ed io diventammo in breve due selvagge. Stavamo perennemente scalze e presto sotto i piedi si formò uno strato di pelle così duro da renderli insensibili a qualsiasi asperità del terreno. Come se avessimo indossato scarpette invisibili, scorrazzavamo sui sassi, sugli aghi di pino, sugli scogli senza farci male e avvertire il minimo dolore. L’acqua marina era così pulita che spesso non sentivamo il bisogno di fare la doccia; mi piaceva sentirmi addosso quel sottile velo di salsedine; leccarmi la pelle salata mi dava una sensazione strana e meravigliosa.

In pochissimo tempo facemmo amicizia con tutti i campeggiatori, per lo più nostri coetanei.

La sera accendevamo un bel falò sulla spiaggia. E tutti intorno, incantati da quell’allegro scoppiettare, cantavamo, strimpellavamo la chitarra, mangiavamo panini pieni di sabbia, bevevamo gassosa e spuma e i più grandi si scolavano una birretta a testa, attenti a non gettare i vuoti che poi ci sarebbero serviti a fare il gioco della bottiglia o ruba bacio.

I più spregiudicati si facevano di nascosto uno spinello, in modo discreto. Io l’ho saputo dopo perché, imbranata come ero, non me ne sono mai accorta, forse perché l’odore dell’erba si confondeva con quello del fuoco.

Spesso, nelle serate più calde, c’era la belloccia del gruppo che a mezzanotte proponeva il bagno in mare, da fare rigorosamente nudi! Ricordo questa tipa piena di curve, un po’ più grande e disinvolta di noi due che si alzava di scatto e al grido “E ora tutti in acqua!!” si scioglieva le lunghe chiome, seminava sulla rena maglietta, pantaloni e slip, uno dopo l’altro, come i sassolini di Pollicino ed entrava intrepida in mare, seguita a ruota dai maschietti adoranti e dallo sguardo voglioso.La vista di quei sederi bianchi come polli di allevamento non era proprio esaltante per noi ragazzine, rimaste incollate davanti al falò, ben intenzionate a non cedere ai loro richiami.

Trovavamo le scuse più varie. “Sono raffreddata, ho le mie cose, ho mal di pancia, non ho digerito”.

La verità era che ci vergognavamo da morire. Ma a niente servivano le nostre suppliche. Quei deficienti ci pigliavano di peso e ci buttavano direttamente in mare, vestite, che a quel punto era peggio che nude. Perché uscire dall’acqua con quegli indumenti ghiacci appiccicati addosso era una vera tortura. Allora il fuoco del falò, ormai quasi spento, veniva nuovamente alimentato e potevamo così asciugarci, senza niente addosso, coperte da un asciugamano. Ricordo come era piacevole quella sensazione di calore sulla pelle e poi c’era sempre qualcuno, particolarmente furbetto,
che ci massaggiava la schiena
per riattivare, diceva, la circolazione.
Ci rimettevamo di nuovo intorno al falò, in assoluto silenzio, qualcuno mezzo addormentato, a osservare la fiamma che piano piano si spegneva. Solo quando rimaneva un minuscolo tizzone, una lucciola di luce, ci alzavamo, senza fretta, e assonnati ci dirigevamo nelle nostre tende.
 
Trascorsero alcuni anni da quella breve e movimentata vacanza.
Una volta, mentre viaggiavo in macchina con mio padre, ebbi un sobbalzo al cuore appena sentii alla radio le note di una canzone di Bob Dylan, Mr. Tambourine Man, proprio una di quelle che cantavamo la sera al campeggio davanti al falò. Quella musica mi riportò in un istante ad un’estate lontana e mi fece riaffiorare alla memoria quell’innocente bugia ormai dimenticata.
Decisi di raccontare tutto a mio padre. Mi ascoltò serio e silenzioso, con lo sguardo attento alla guida. Dio mio! pensai, vuoi vedere che si arrabbia anche se è passata un’eternità? Appena ebbi finito di parlare, si girò lentamente verso di me e un sorriso sornione illuminò i suoi incredibili occhi color salvia, di siciliano normanno.
“Io l’avevo capito subito, sai! Quando entrai a perlustrare la vostra tenda, o meglio quella che spacciavate per vostra, notai che sotto un materassino spuntava un manuale di medicina. E poi, come potevate farmi credere che i due spilungoni potessero stare in quella cuccia per cani?”
In tanti anni mai un’allusione, mai un accenno a quell’inganno innocente. Mi aveva vista troppo felice per la vacanza in campeggio, disse, e aveva preferito fare finta di nulla.
Ecco perché aveva un’espressione così mogia, quando, salutandomi all’uscita del Camping, mi aveva abbracciata forte forte e mi aveva detto mi raccomando una decina di volte.
 Poi era salito in macchina ed era partito.
 


 

NEL GETSEMANI di Roberta Vannucci


Se ne stava seduta lì ogni giorno. Sulla stessa panchina di quel giardino dove gli ulivi bassi e nodosi erano sparsi a pioggia sul terreno in discesa. In basso la città, regale, eccelsa, sensazionale. Un getsemani pagano sospeso tra cielo e orizzonte, immobile come il paesaggio che si apriva dall’alto in un quadro sempre uguale in cui le uniche cose a cambiare erano le luci e le ombre al mutare delle stagioni e al dispiegarsi del tempo. Quello era diventato il suo posto per caso. E perché era sempre aperto, anche nei giorni festivi. Lei sedeva composta, lo sguardo vitreo perso lontano correva libero scivolando da un tetto all’altro, da un campanile a una villa, senza mai stancarsi della bellezza sfolgorante di quella città antica. Il giornale e le sigarette sempre a portata di mano, distante dal resto delle persone, la donna era talvolta attratta da qualche rumore: bambini che urlavano contro genitori, genitori che urlavano contro bambini, cani tirati da padroni, padroni tirati da cani. Le solite semplici cose. La solita semplice vita. Più spesso sonnecchiava, corpo e alito appesantiti da un torpore che sapeva di vecchio e di igiene trascurata. Chissà, forse un tempo era stata anche bella o almeno piacente. Impossibile dirlo ora che nessun trucco, neanche pesante, avrebbe potuto celare i difetti dell’età. Era seduta lì anche quel giorno di un inverno qualsiasi, freddo come tutti gli altri inverni, solitario e malinconico come sempre lo è la fine di ogni cosa. Troppo freddo anche per lasciarsi incantare dal paesaggio che pure, solo più grigio e un po’ più stanco, continuava insensibile a riflettere la solita bellezza. Nessun ricordo ad alleviare il gelo, neanche un incubo per distrarla. Poi un odore la riportò indietro nel tempo. Ripensò alle sere davanti al fuoco, quando era bambina e se ne stava accovacciata in braccio a suo padre, mentre sua madre cullava Mariuccia e il gatto faceva la posta ai topi dietro la madia. Sentì il tepore di quel fuoco e delle braccia forti di suo padre, sentì il suo profumo acre di muschio e di tabacco odoroso, gentile, familiare, profumo di primo amore, di infanzia e di sonni tranquilli. Il fuoco giocherellava di fronte a lei, la chiamava, le bisbigliava parole conosciute ammiccando benigno dalla cornice dei suoi ricordi infantili. Avrebbe voluto avvicinarsi per sentirne tutto il calore come un tempo, avrebbe voluto inseguirlo ora che d’un tratto sembrava allontanarsi, risucchiato dai luoghi bui della sua memoria fatta a pezzi dal tempo trascorso, che era ormai troppo. Provò ad alzarsi e a correre. E corse. Corse senza bisogno di gambe, corse senza bisogno di fiato finché non riuscì a raggiungerlo e a toccarlo. Provò un dolore acuto, tremendo, fortissimo e penetrante. Aprì d’improvviso gli occhi ma ormai era tardi per capire che si era addormentata senza accorgersi di nulla. Tardi per capire che il fuoco era reale e la stava divorando per davvero. Tardi per salvare il suo corpo di vecchia barbona. Ma ancora in tempo per salvare un’ultima immagine di quella città incantevole.   

 

SWEET SLUMBER di Cecille Cafca Burns


you've been through a thousand lives
nine-nine-nine of which are fond
of glowing bright before your eyes
as sweet slumber comes along

the wind brings the autumn brings the wind
crisp news evading your reaching hand
the wind kicks the window in the pane
testimonies lost and lost denials wisped away

the north-south current and the east-west current
and the renaissant cypress are heaving
to stay still
to stay still
means not that these fears will stop wreathing

 

E FACCIAMO FINTA CHE I RADIOHEAD CI HANNO CAMBIATO LA VITA, C’AGGIO A FFA’! di Monica Capomonte


Partire da Mold, Galles, è sempre una iattura. Quando poi ti hanno prenotato il volo da Luton in direzione Milano, capisci che qualcosa sta andando per il verso storto. Macchina, treno, navetta e siamo ancora in Gran Bretagna. Chiudi gli occhi e sogni il Canale d’Ischia, Vivara, il Castello Aragonese. Pensi a quando la mamma e la zia, in pattuglia stile commando ti piantano sulla sedia e iniziano alle dieci del mattino a portarti da mangiare: non la pizza, come credono gli stupidi gallesi, quella la odi da sempre. Frittata di maccheroni e casatielli, anche a giugno, col caldo, massì. Stai ancora imbevendoti di luoghi qualunque partenopei all’aeroporto di Milano quando tua cugina Michela, dopo i settantadue abbracci canonici ti annuncia a trentadue denti la notizia: “ho pensato di farci un regalo. Andiamo a Monza, a vedere i Radiohead.” “Ma dai!” il sorriso più falso che ho a disposizione. 16 giugno, I-Days. Monza, Lombardia: quindi, ancora gente che non sa cucinare. A vedere la band che ci ha cambiato la vita.

No, aspetta. Ha cambiato … a chi? A sedici anni Michela canticchiava Bennato, io mi piccavo di fare l’intellettuale tenendo Dvorak tra i CD in macchina, col buon gusto di avere almeno tolto il cellophane dalla confezione. I … Radiohead? Davvero? Quel tale  con l’occhietto pesto che è passato in studio a Capital a Londra, ma certo. Quello che sembrava volesse soltanto aprire la finestra e lanciarsi. No, dai siamo professionali:  Thom Yorke, Jonny e Colin Greenwod,Ed O’Brien, Philip Selway. Come al solito Wikipedia fa un buon lavoro e noi neo cinquantenni ci sentiamo di rivaleggiare con le adolescenti con mocassini senza calzini.

“Miché … da quando i Radiohead?”

“Moni, ma che dici: Creep, Paranoid Android. Li adoravi! Ma come, non sei contenta?!

“No, no certo. Solo non dovevi” sorrido io finta come una latta, mentre con sospetto penso ai titoli che mi ha citato, tutti sulla prima pagina di Wikipedia.

Il pomeriggio del concerto tengo tra le mani il biglietto. E’ costato diversi biglietti da dieci euro. Quando spendi così tanto minimo devi essere entusiasta. Ischia, Vivara, il Castello Aragonese. Una folla di cinquantenni troppo vecchi per essere davvero cresciuti con la musica dei Radiohead. Ischia, Vivara, il Castello Aragonese. Un’orda di ventenni che quando è uscito Ok computer erano in fasce. Le Isole Flegree, Santa Margherita a Procida, il ponte tibetano. Fa caldo, c’è davvero troppa gente, la birra è di qualità eccezionalmente scadente. Scende la sera, inizia il solito turbinio carnevalesco di luci, la gente grida. Non sorride, grida, come all’inferno.  La frittata di maccheroni: meglio rossa come la fa mamma, o bianca, che la specialità di zia Marta? Yorke bela qualcosa, il subwoofer dei bassi mi spiaccica lo stomaco. Dio santo, sembro l’unica a non conoscere neanche una parola. Guardo Occhietto Pesto, che vuole ancora uccidersi. Ti capisco, amico mio. In fondo siamo quasi coetanei. Michela ha le braccia alzate, come alla Messa quando cantano il Padrenostro. Wikipedia aiutami:

Please, could you stop the noise?

 I'm trying to get some rest

From all the unborn chicken voices in my head (Occhie’, ma si può sapere che cazz’ stai dicent??)

Il deserto.

Sono in un deserto azzurro di mare.

Intanto, faccio finta di godermi le indimenticabili melodie dei Radiohead: c’aggio a ffa’..

Ma intanto medito vendetta. Eccome se medito. Già mi vedo la scena: “Miché, ci sta Anna Tatangelo a Ottaviano. Sììì, ho già preso i biglietti!! E che, non sei contenta??!”

Frittata di maccheroni: bianca, che poi con troppo sugo ingrasso.

 

YOUTH di Francesco Mancini


Una strega annullava l'altra e s'arrivava a Natale. Una strega annullava l'altra e si camminava leggeri. Vini, spezie, blow job. E si arrivava a Natale. Pronti per l'iniziazione dell'ultimo dell'anno, che ti sparava in alto. Ultimo dell'anno, danno più danno dell'altr'anno, din don, c'è nessuno in casa? No. Tutti rigorosamente fuori di casa anche quando s'era in casa, entendu? Non capire un cazzo era condizione privilegiata di beatitudine, come certe raffigurazioni arcaiche di iniziandi che camminavano senza testa con gli occhi sotto alle piante dei piedi. Contenuti e protetti comunque dal cerchio del Battesimo, quindi orientati a oriente, dove il sole sorge e sorge soprattutto quando tramonta, specchio specchio delle mie brame, chi è il più assente del reame, così da fare da specchio perfetto alle vostre proiezioni, così eccomi bastardo per voi, care, o non è vero che è sempre il peggiore che fa battere più forte il cuore di una ragazza?

Da una festa all'altra vomitando a turno. Sogni di donne impossibili come nella migliore tradizione dell' amor cortese, eretici ci dissipavamo nella frattura platonica tra spirito e materia, non avendo avuto ancora la grazia dell'incarnazione. Gli anni della Milano da bere ci davano un certo ché di vaga idea prospettica di supporto economico (anche se stridente, metallico), e poi ballare, ballare fino allo sfinimento. E la domenica  in macchina nei lividi pomeriggi, attoniti dal sabato sera prima al Tenax. Cure, Doors, Bauhaus.

Looking for troubles.

God Bless Chianti.

 

COME QUELLA VOLTA di Laura Vaioli


Come quella volta che mi hai lasciato nel deserto.

Quella volta che mi hai lasciato nel bosco.

Quella volta che mi hai lasciato alle cascate del Niagara.

Quella volta che mi hai lasciato nel mercato a Costantinopoli.

Quella volta che mi hai lasciato sotto a un tiglio.

Quella volta che mi hai lasciato ad Atlantide.

E poi al faro, al mare e nello spazio.

Ecco. Come un albero innestato dalle assenze

Ogni volta Io rinasco

L’ESTATE CHE COMINCIARONO GLI ANNI OTTANTA di Riccardo Ventrella


L'estate che cominciarono gli anni Ottanta ci eravamo da non molto messi alle spalle la dipartita di mio nonno paterno, dopo una non lunga ma tremenda malattia. Fu per me la scoperta della perdita, e della morte in casa invece che in trasferta come l'avevo sempre vista; nonché un paio di Natali trascorsi senza festeggiamenti e raffazzonate vacanze prive di genitori, con falsi cugini in località improbabili dell'Appennino pistoiese. L'estate che cominciarono gli anni Ottanta, invece, si prospettava come una normale estate di quei tempi. Allora era facile capire quando era estate: cominciava il ventiquattro di giugno, il giorno di San Giovanni, e terminava la sera della finale del Festivalbar, quando le canzoni che avevamo cantato per due mesi e mezzo perdevano ogni validità effettiva. In mezzo c'erano i film in televisione il pomeriggio, uno sul primo subito dopo il telegiornale dell'ora di pranzo e uno sul secondo dopo le cinque e mezzo (questo quasi sempre un musicarello, a completare la mia formazione pop; E soprattutto una teoria interminabile di gelati, da scegliere in un catalogo molto meno vasto dell'attuale. E le lenzuola fresche, le sere da trascorrere nel giardino di casa mentre si annaffiava e l’odore dell'umido della terra si mescolava a quello del traffico sempre più rado. Soprattutto, l'estate che cominciarono gli anni Ottanta era il 1982, quello dei mondiali di Spagna. Io ero da poco uscito fresco licenziato dalla terza media, e vagavo in quel tempo di passaggio in attesa che il greco antico mi prendesse sotto la sua ala. L'estate che cominciarono gli anni Ottanta ebbe un giorno in cui cominciavano gli anni Ottanta: il cinque di luglio. Quel pomeriggio vidi Zoff placcare la palla sul colpo di testa di Oscar, poi finire la partita. Quindi un silenzio di qualche minuto, ma interminabile, come i silenzi che devono esserci dopo le battaglie (non avendone mai viste una, mi fido dei resoconti letterari). Poi un boato e migliaia di persone per strada. Le macchine coi clacson e le bandiere. Il giorno in cui cominciarono gli anni Ottanta scopersi una cosa, la partecipazione. Al momento non sapevo cosa farmene, e a dire il vero non lo saprei dire neppure adesso: se non che la scopersi di quel giorno. L'estate che cominciarono gli anni Ottanta approdai ad un'altra scoperta: che le estati in fondo non sono fatte per essere vissute ma per essere ricordate. Anche di questa cosa non sapevo allora e non saprei ora cosa farmene. Ma è bella, molto bella da sentire dire.

 

ULTIME PAROLE DEL CUSTODE di Roberta Sandrini


 I

 

Da quando ho memoria sono questi i miei ricordi.

Staccati l’uno dall’altro, immagini che si susseguono, apparizioni splendenti come splendente e solenne e’ ogni cosa qua che mi circonda, le rocce, le sabbie, perfino le piccole orme delle bestie affrettate o striscianti che si ritrovano la mattina presto nel letto secco dei vecchi torrenti. 

Pure il vento, nelle giornate serene, benché invisibile ed incorporeo, soffia col passo ben ponderato della processione che precede il gioco, ne’ troppo forte ne’ troppo lieve, carezzando la sabbia senza sollevarla, solo a tratti, passandoci sopra come una mano decisa ed allo stesso tempo carezzevole, in modo che la sabbia scorra repentinamente e tuttavia dolcemente dall’alto ai piedi delle dune, in modo che scorra col fruscio di una veste leggera e con lo scroscio sonoro di un ruscello, dal ciglio delle rocce ai loro piedi.

Può essere che un  tempo conservassi dentro di me altre immagini, ma man mano le ho perse.

Ed ora come ora tutto quello che ricordo sono questi monti neri, lucidi come vasi di bronzo, che riflettono i raggi del sole in un’ unica grande vampata bianca ed accecante, che tuttavia non riesce neppure per un attimo a sopraffare l’azzurro squillante e profondo del cielo.

Sono queste dune altissime, sdraiate curve e morbide come donne su un letto disfatto, dopo aver avuto un figlio, dopo aver ricevuto un amante, immote sotto il sole, gialle all’alba, marrone infuocato al tramonto, piene dei sussurri e dei fremiti delle sabbie, che non si fermano mai, che non tacciono mai, le sabbie fatte di niente, le sabbie, povera e minuscola polvere animata, eppure responsabile della vita e della morte delle dune, col suo volersi dare al vento per vedere e conoscere un infinitesimo pezzo di cielo, un piccolo raggio riflesso dai monti di bronzo, invece di rimanere ferma e lasciare immota per sempre la sua duna sotto il sole.

La sabbia come certi piccoli insetti che possono tuttavia instillare malattie mortali.

E’ il ragno che mi siede accanto nella luce dell’alba, rosea e delicata sul suo dorso ispido , bianco e nero, sulle sue lunghe zampe, curve e sinuose come le anse di un vaso, ed insieme la ammiriamo, io coi miei due occhi lui con le sue quattro o cinque pupille, piccole e rosse, al culmine di un unico occhio, sporgente ed ammiccante sul mondo.  

Sono queste rocce, nere macchie informi di notte, spiriti acquattati pronti ad impadronirsi delle rare anime che passano di qui, fuochi divenuti pietra di giorno, piene di riflessi accesi che ruotano e si muovono, seguendo il giro del sole, molte strette le une alle altre, compatte, a formare muri sbrecciati e puntuti, molte gia’ quasi fattesi sabbia, che si sciolgono in lingue roventi, ad imitazione dei vecchi torrenti e delle vecchie piccole cascate che esistevano qui un tempo.

Sono i piccoli specchi d’acqua, le sorgenti timide e senza alcun rumore, giacché niente trova qui la forza di scorrere,  di mettersi contro le rocce e le sabbie, specchi che possiedono solo il riflesso nitido del cielo, annunciate in grembo ad una duna od in mezzo ad una pietraia da una siepe verde, da bassi cespugli spinosi eppure a volte pieni di fiori, delicate corolle bianche con un unico occhio giallo spalancato nel sole: siepi e fiori che mi indicano dove trovare l’acqua, quando sono costretto ad allontanarmi dal campo per farne rifornimento, piccole vite che mi insegnarono l’esistenza del colore verde, squillante e maestoso, l’esistenza dei fiori.

E’ il cielo di notte, che sprofonda in se’ stesso dopo aver cercato di rincorrere il sole, facendosi prima rosa, poi rosso, poi violaceo per lo sforzo, e sputa fuori le stelle, riverberi lontani e pallidi nel corpo morto del firmamento.           

Venni qui che ero molto giovane e qui ho vissuto quasi tutta la mia vita, in queste poche stanze scavate nel fianco della roccia piu’ grande dei dintorni, a custodia del campo di gioco.

In fondo non era necessario che conoscessi molte cose per fare ciò a cui ero stato destinato, far sì che il campo non si riempisse di sabbia, pregare all’alba ed al tramonto davanti alle immagini immote e severe degli dei, scolpite ai quattro angoli del campo, cercare di tenere a mente lo scorrere dei mesi e delle stagioni, malgrado il mio orizzonte fosse sempre uguale a se’ stesso, per accendere, al  momento opportuno, i fuochi intorno al campo e fra le rocce, che dovevano indicare la via alla carovana.


Per questo credo, ripeto, fui condotto qui molto giovane, quasi bambino, con poche cose da conservare con me e pochi rudimenti appresi, durante il viaggio, dalle persone che mi condussero qui, su come trovare le sorgenti d’acqua, come cacciare i serpenti, le piccole
volpi ed i rari uccelli di passo che mi fanno da cibo, e per questo non ho altri ricordi che le immagini di cui vi parlavo prima. 
 
II
 
I giochi si svolgevano una volta per stagione.
La carovana arrivava due o tre giorni e montava le tende a poca distanza dal campo: io davo una mano, correvo e mi davo da fare dove c’era bisogno, portavo acqua, legna per il fuoco, riempivo bicchieri di vino e coprivo vassoi di cibo.
I cavalli li ammiravo solo da lontano, era esclusivo appannaggio dei giocatori occuparsene; invece potevo governare i dromedari: recavo loro cibo, levavo loro i pesanti coltroni di lana e cuoio che avevano fatto da selle ai viaggiatori più anziani , fossero essi sacerdoti o spettatori, riempivo grossi secchi di rame d’acqua e glieli portavo : mi guardavano con aria stanca e benevola ed emettevano un grido rauco, che interpretavo come una sorta di ringraziamento.
E questi sono stati gli unici animali, che non fossero uccelli, serpenti, ragni o le piccole volpi timorose e svelte, che lasciano un riflesso argentato sulle rocce quando vi corrono in mezzo di notte, gli unici animali che abbia mai conosciuto.
I cavalieri, i sacerdoti ed i viaggiatori (certo tutti di nobili origini, a giudicare dai loro abbigliamenti e dalle loro armi) raramente mi rivolgevano la parola, se non per impartire brevi ordini o per discorsi letteralmente privi di senso, o battute di cui ero io a non cogliere il senso , che mi rivolgevano dopo aver bevuto: mi era stato detto che i custodi sono in genere ragazzi di umili origini, che i sacerdoti destinano al loro compito per beneficare loro o le loro famiglie, distintesi per devozione e pietà, e quindi non me ne stupivo ne’ offendevo.
Le donne che a volte accompagnavano la carovana si rivolgevano a me in modo più gentile.
Della loro esistenza ero informato attraverso i discorsi che udivo dai componenti della carovana, e da brevi sprazzi che irrompevano nella mia mente, un braccio affusolato e bianco che usciva da vesti modeste e si avvicinava al mio viso per una breve carezza, un ricciolo di forma simile e di colori diversi, una pietra colorata sotto una piccola bocca sorridente e sopra un petto delicato: ricordi di mia madre e di sorelle presumo.
Alcune di queste donne erano come i fiori che sbocciano nel deserto dopo le rarissime piogge.
Improvvisamente colorati, spavaldamente sgargianti, ansiosi di apparire alle sabbie, al cielo ed alle rocce.
Con la bocca vermiglia o rosa, i capelli lucenti ed innaturalmente rossi o chiari, sempre in contrasto con le carnagioni, gli ornamenti dorati e rotondi su petti larghi ed appuntiti,  coperte di veli trasparenti e variopinti, come corolle: mi rivolgevano lunghi sguardi dritti che mi avvolgevano e mi intimidivano, pronunciando frasi che volevano essere cordiali e rivelavano una sorta di sfida, che mi attraeva e mi respingeva ad un tempo, come la vista dei giochi.
Di notte passavano veloci per l’accampamento, infilandosi a volte in una tenda a volte nell’altra, con rapidi ed ariosi riflessi cangianti, come i riflessi d’argento delle volpi che corrono fra le rocce in vista di qualche piccolo serpente.
Altre donne accompagnavano talvolta un giocatore, restando alcuni passi dietro a lui, discrete e potenti nelle loro vesti drappeggiate come le sabbie che scorrono di qua e di la’ della duna, determinandone la forma e la fine: i loro sguardi erano compassionevoli, come se dividessero con me una sorta di comune destino di solitudine e paziente attesa di qualcosa che potrebbe anche non rivelarsi mai, le loro poche parole gentili al punto tale da ricreare sul mio volto la carezza dei ricordi.
Il giorno dei giochi ero libero, nessuno si curava di me, ed andavo  a sedermi in disparte dagli altri spettatori, al bordo del campo, che era un ampio rettangolo di sabbia, contornato da dieci ordini di spalti bassi e larghi: ai quattro angoli le statue alte e severe degli dei, con le braccia corte ritratte sui fianchi e gli occhi tondi, spalancati sullo spettacolo degli uomini.
I sacerdoti entravano in quattro gruppi, con litanie gravi, ognuno dei quali si recava presso una statua per cospargerla di vino, latte e fiori: ritiratisi loro, senza preamboli ne’ annunci, irrompevano sul campo i cavalieri.

Lo spettacolo certo era degno di nota, il balenare delle spade fra le criniere arruffate dei cavalli, il riflesso improvviso, come una lingua di fuoco bianco, del sole su uno scudo, le grida, gli scatti all’indietro ed i ritorni degli zoccoli, la curva discendente delle lance: e tuttavia non tale da far dimenticare i morti accidentali (era infatti vietato uccidere intenzionalmente).
La caduta pesante o stranamente aggraziata, nel sangue che iniziava a scorrere silenzioso e rapido come la sabbia sulla cresta delle dune, e gli occhi sbarrati e stupefatti che riuscivano all’improvviso a sostenere lo sguardo del sole.
La squadra vincitrice riceveva un grande scudo d’argento, con l’immagine di uno dei quattro dei, dai sacerdoti.          
 
III
Da qualche anno i giochi non si svolgono più. Nessuna carovana raggiunge più il campo, che nonostante i miei sforzi si sta riempiendo di sabbia.
Dovrebbero essere tre o quattro anni, anche se il tempo e le stagioni sono quasi tutte uguali qua.
Non so cosa e’ successo (Una legge ha abolito i giochi? E nessuno ha protestato, nessuno ha cercato di impedire la scomparsa di una tradizione così antica? Qualcuno che non doveva morire è invece caduto accidentalmente sul campo? Ma qualsiasi giocatore, dai tempi più antichi, conosce ed accetta ciò a cui va incontro partecipando , ed infatti dal gioco sono esclusi gli eredi al trono e gli altri componenti della famiglia reale, i sommi sacerdoti, gli alti funzionari!).
Per molte notti l’angoscia e le domande mi hanno tenuto sveglio.
Angoscia che mi ha stretto ancora di più, impedendomi per alcuni giorni persino di pensare e permettendomi di respirare solo a fatica, alcuni giorni fa, quando, spintomi volutamente più lontano a caccia di uccelli, sperando di intravedere la carovana dei giochi, mi sono imbattuto invece in una carovana di mercanti, uno dei quali mi ha parlato di una guerra, che ha infuriato violenta fino a poco tempo fa riducendo la capitale in rovina.
Sconvolto mi sono congedato rapidamente; non ha chiesto chi fossi e perché facessi quelle domande, probabilmente il mio ruolo di custode del campo è noto anche agli stranieri? Forse che si favoleggia di me e si raccontano storie sul mio conto fra i fuochi del deserto?
Piuttosto dovevo chiedere a quei mercanti di accompagnarmi a loro almeno per un tratto, cercando di avvicinarmi alla capitale, invece di farmi prendere dall’emozione e dalla disperazione: del resto della capitale ho cosi’ pochi e radi ricordi, che magari non la riconoscerei nemmeno, se mi capitasse di intravederla da lontano o anche di entrarci.
Tuttavia ho preso la decisione di partire domani alle prime luci dell’alba.
Ho radunato le pergamene in cui sono raccolte tutte le formule e le storie legate ai giochi sul mio giaciglio, ed ho chiuso le poche finestre con grossi sassi raccolti fra le pietre, per impedire che la sabbia prenda possesso del mio povero rifugio e seppellisca tutto.
Ho chiuso nella bisaccia tutta l’acqua che penso di poter trasportare ed alcune prede (anche una piccola volpe, una delle pochissime volte che ho deciso di cacciarne una, mi consola il fatto che forse sarà anche l’ultima volta).
Mi incamminerò verso il punto dove ho incontrato i mercanti, forse e’ una delle vie battute dalle loro carovane nel deserto, poi aspetterò lì, se riuscirò a trovare un rifugio, o forse proseguirò il mio cammino.
Forse riuscirò ad arrivare alla capitale o forse morirò molto prima, lungo il cammino, ed in un caso e nell’altro avrò assolto il mio compito.