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sabato 30 maggio 2020

MATTINO di Roberta Vannucci



È mattino. È mattino? Si, deve assolutamente essere mattino. Ti prego, fa che sia mattino. Non riesco a capire se fuori c’è luce. Forse è ancora troppo presto. Il bambino dorme nell’altra stanza. Sento perfettamente ogni muscolo del mio corpo teso come le corde di un violino. Non so perchè mi torni in mente il violino. Proprio ora. È così tanto che non lo suono. Mi fa pensare a mio padre. Se fosse stato ancora qui, le cose sarebbero andate in modo diverso. O forse no, chissà. Comunque i muscoli sono tesi. Li sento. Soprattutto quelli del collo. Cerco di capire, senza voltarmi, se lui è già uscito. Perché se lui è uscito, allora c’è qualche speranza che la giornata inizi bene. Altrimenti dovrò fingere di dormire ancora. E sperare che lui non decida di fare colazione con il mio corpo. Ma non ho il coraggio di voltarmi. A volte basta così poco, un movimento del lenzuolo che io credo impercettibile, per svegliarlo e innescare un cortocircuito inatteso, impensabile, imprevedibile. Però la luce c’è. Ora la vedo. Quindi è mattino e allora è sicuramente uscito. Esce presto nell’ultimo mese. Per fortuna il lavoro che gli ha trovato Marco durerà fino all’estate. Muovo appena la testa verso sinistra. Appena appena, cercando con la coda dell’occhio di carpire la sua sagoma sotto le coperte. Quel fagotto informe. Non c’è, Dio sia lodato. Mi alzo. La casa è vuota e silenziosa. In giro ancora l’odore del caffè appena fatto. E il suo, un tempo un odore così amato. Guardo l’ora. È ancora abbastanza presto. Quando lui esce per noi, per me e il bambino, è una festa. Il mattino è il momento migliore della giornata perché ogni cosa al mattino mi da speranza che tutto sia diverso: il sole, la luce, il sorriso di mio figlio. Anche il mio volto allo specchio al mattino mi sembra più bello. Lo so, è una speranza effimera. Ma è pur sempre speranza e a volte è l’unica cosa che serve. Quando lui non c’è, il tempo si dilata e posso ancora fingere nella mia testa di avere una vita normale. Ecco, il bambino si è svegliato, finalmente. Arriva in cucina con gli occhi cisposi e i piedi scalzi. Arriva portandosi dietro quel suo profumo di notte e sonno. È incredibile come si possa diventare dipendenti da un odore. Si guarda intorno e mi abbraccia. Gli passo le mani tra i capelli neri e glieli arruffo. I suoi capelli, così uguali a quelli del padre. Anche lo sguardo lo ha preso da lui: a volte mi soffermo ad osservarlo mentre è intento a fare qualcosa e scopro somiglianze che un tempo mi avrebbero reso felice ed oggi invece mi atterriscono. Si può cambiare il cognome ma non lo sguardo. L’ho detto all’operatrice del centro: posso pensare di scappare ma il suo sguardo mi seguirà sempre perché è lo stesso di mio figlio. Lei mi ha risposto che uno sguardo non può uccidere nè picchiare. Lo dice perché  non ha mai incontrato il suo quando è arrabbiato. Ma non gliene faccio una colpa: le persone non possono capire l’inferno se non ci hanno mai messo piede dentro. Bisogna cambiare vita, mi ha detto l’operatrice, io ti aiuterò. Bisogna solo sopravvivere, mi dico io. E in questo mi aiuterò da sola.

È mattino? No. Non può essere già mattino. Ti prego, fa che non sia mattino. Non riesco a capire se fuori c’è luce. Forse è ancora troppo presto. Il bambino dorme nell’altra stanza. Emergenza corona virus la chiamano. Noi siamo sempre in emergenza. Adesso però è molto peggio perché lui non esce più. E noi siamo costretti in casa. Il lavoro è stata la prima cosa a saltare. Poi è toccato ai miei nervi. È un incubo. Le giornate sono lunghissime. Spero sempre che la sera si ubriachi, così almeno dormirà fino a tardi. E questo significa che io e il bambino avremo almeno qualche ora per noi. Per la nostra tranquillità. Che strano parlare di tranquillità nella nostra situazione. Ma se lui dorme, noi riusciamo quasi a divertirci. Facciamo pianissimo per non svegliarlo. Anche il bambino lo sa che deve far piano. Non credo di averglielo mai detto. Lo ha capito da solo. A quattro anni si capiscono molte cose senza bisogno di spiegazioni. Matteo poi è un particolarmente sveglio. Ieri comunque lui non ha bevuto. Non abbastanza almeno. Non so che ore sono ma so che tra un pò si sveglierà. Prego che non si svegli prima Matteo, perché lui non sopporta che io mi alzi dal letto prima di lui. Neanche se si tratta del bambino. Il mattino è il momento peggiore della giornata perché è l’inizio di un incubo che dura 24 ore e ora che siamo costretti a stare in casa, le ore non sembrano 24 ma 48 e forse anche di più. Trovo il coraggio di alzarmi. Faccio pianissimo, scosto appena il lenzuolo. Lui si muove cambiando posizione. Mi si gela il sangue. Ma per fortuna non si sveglia. Continuo la mia fuga dall’ammasso di coperte che sono il mio rifugio notturno. Svicolo in cucina e faccio il caffè. Calcolo sempre ogni movimento per evitare di irritarlo. Movimenti meccanici, ripetitivi, sempre uguali, ogni giorno, da un mese a questa parte. Non so se ce la farò a resistere. Ma non c’è via d’uscita. Letteralmente. Non si può uscire, lo hanno detto chiaramente. È legge. Una legge che mi condanna alla paura perenne. Una legge per la quale io e Matteo non esistiamo. Altrimenti non permetterebbero che noi restassimo chiusi in casa con lui. Senza alcuna possibilità di fuga da questo mattino continuo. Le ore si susseguono cambiando solo il colore. Vivo un eterno inizio di una giornata che vorrei fosse l’ultima. L’ultima giornata, l’ultimo mattino, la fine del mondo. Qualsiasi cosa sarebbe meglio di questo. Bisogna solo sopravvivere, mi dicevo. E ora? Sento il mio nome dalla stanza accanto. È il bambino che mi chiama. Indosso l’abito del coraggio e mi preparo a rivivere il solito terrificante dejà-vu di un giorno già vissuto.



lunedì 17 settembre 2018

BUONE AZIONI di Roberta Vannucci


FILIPPO
“Ieri, giornata da dieci: al lavoro liscio come l’olio e non è poco vista l’aria che tira. Lucia poi si è bevuta la storia del calcetto; di mercoledì, quando mai? E per fortuna! Altrimenti Federica chi la sentiva!” Filippo cammina veloce nella grigia indifferenza del caos mattutino. È giovedì e poche nuvole in cielo se ne stanno sfilacciate a rimirare la solita, vana frenesia. Filippo entra nel primo bar sulla sinistra. Ordina un caffè doppio e un budino di riso che ingurgita simultaneamente causa una velocità nel servizio quasi irritante. Uno sguardo fugace al culo della Mariella, la barista, e via di nuovo in strada. “Meglio chiamare Federica … è sempre in ritardo. Speriamo si ricordi l’appuntamento con Becheroni”. Filippo tira fuori il telefono dalla tasca e lo guarda perplesso. “Lo devo cambiare. Mi sa che mi prendo un Iphone”. Poi sospira. “Le giornate sono corte. Troppo corte per tutte le cose che ho da fare”.

CRISTINA
-          E poi cosa le devo dire, padre, le giornate sono così lunghe. Mi sembra che non finiscano mai. Arrivo alla sera e ho come l’impressione di non dormire da giorni. E la mattina, poi, mi alzo più stanca di come sono andata a letto –
-          Cara Cristina, quando si hanno delle preoccupazioni non si riesce a riposare bene ed ogni minuto sembra una spina dolorosa, è vero? Ma con l’aiuto del Signore si deve trovare la forza di sopportare ogni spina –
-          In questo momento, devo dirle la verità, non trovo conforto neanche nella preghiera –
-          Ma a che punto è arrivata la questione? –
-          Mah … sappiamo così poco e le notizie dalla tv sono poco rassicuranti. Siamo in attesa. Proprio stamani Andrea ha chiesto un colloquio e così sapremo qualcosa di più preciso –
-          E Guido? –
-          Guido …. Dipende dai giorni. Si è sempre occupato lui di queste cose e aveva i suoi consiglieri. Gente di fiducia. Perciò è ottimista. A giorni alterni … –
-          Lo capisco Cristina, lo capisco. Ma credo anche che le cose si sistemeranno. Preghiamo insieme –
-          Preghiamo –

FEDERICA
“Come al solito sono in ritardo. Devo darmi una mossa o arrivo tardi anche oggi”. Federica balza rapida sulla sua Micra grigio metallizzata. “Azz! Mi è colato il mascara!” I suoi occhi verdi fulminano al di là dello specchietto l’evidente e colpevole sbavatura. “Lo sapevo che non dovevo comprarlo dal cinese, è l’ultima volta! Oh, ecco Filippo che mi chiama”.
-          Si ciao. No, sono ancora per strada. Si lo so e c’è anche traffico. Certo che me lo ricordo … a che ora di preciso? Ho un sacco di tempo allora! È chiaro, ci parlo io, stai tranquillo. Ci vediamo in ufficio. Si, ok. Ciao, ciao –
“Oggi mi tocca di nuovo prendere tempo. Speriamo che questo non sia un osso duro. Speriamo assomigli al padre. Per essere un casino, è proprio un casino bello grosso. Questione di giorni però, poi le cose si risolveranno. Il posto di vice questa volta me lo stramerito. Con il cuore non si fa carriera. Dove l’ho sentita questa? Boh …”  Federica inforca i suoi occhiali marca Ray-Ban e accende l’auto. “Fanculo il mascara, ci penserò in ufficio!”

GUIDO
-          Cristina! Cristina! Dove sei? – La voce di Guido per la casa è lo squillo di una tromba arrugginita.
-          Qua, in cucina! Che c’è? – Cristina si blocca per un attimo: la tazza a mezz’aria in una mano, lo strofinaccio nell’altra.
-          È già andato via Andrea? – Una testolina canuta fa capolino dalla porta, un pulcino anziano che dispiega i suoi occhi all’intorno senza trovare ciò che sta cercando.
-          Eh … si. Doveva anche passare a saldare il dentista. Ti ricordi? Te lo aveva detto –
-          Ah già! Si, si, è vero … l’ha presa la cartellina dei documenti? –
-          Certo, ha preso tutto, stai tranquillo –
-          Bene. Federica, ci spiegherà tutto e finalmente riprenderemo i nostri soldi –
-          Ma si, Guido, devi stare tranquillo. Aspettiamo, vediamo … e comunque lascia che ci pensi Andrea …  ora però prendi la pasticca, sennò te ne dimentichi, come ieri –
-          Ah già … si, la pasticca … -


ANDREA E FEDERICA

-          Permesso, posso? –
-          Oh ma prego. Entri, entri pure – Federica si alza e si sporge oltre la scrivania allungando la sua mano affusolata – Piacere, sono Federica Mannelli –
-          Piacere, Andrea Becheroni – Andrea si siede e cerca di concentrarsi su qualcosa per fugare la sensazione di disagio che gli stringe lo stomaco come una brutta indigestione. Il rosso fuoco delle unghie di Federica potrebbe fare al caso suo così fissa lo sguardo sulle mani della ragazza.
-          Allora, mi dica tutto – Il volto di Federica si apre in un sorriso placido, quasi ammiccante. Gli occhi lampeggiano con un retrogusto di sfida sotto il mascara perfetto. Andrea smette di fissarle le mani e subito la sensazione di indigestione si trasforma in nausea di un certo livello. Deglutisce con forza ma in modo fortunatamente impercettibile.
-          Sono qui per avere alcune delucidazioni e conoscere gli andamenti degli investimenti fatti da mio padre –
-          Le azioni BT, certo. Lo capisco, con tutto quello che si sente in tv mi sembra giusto che siate preoccupati – Federica guarda oltre la finestra con sguardo sconsolato.
-          Beh. A noi basterebbe poter ritirare i nostri … -
-          Ma io le dico che non si deve fidare dei giornalisti –
-          No … ma noi vorremmo … -
-          Perché i giornalisti, vede, sono sempre alla ricerca dello scoop –
-          Va bene, ma mi scusi – Andrea riesce ad alzare il tono di voce quanto basta perché Federica torni a guardarlo negli occhi – io sono qui per capire esattamente qual era il rischio delle azioni BT. Perché gli interessi, l’ho visto, erano molto bassi ma è del rischio che non sono sicuro. Era basso? No? Perché qui c’è scritto … - Andrea apre la cartellina che aveva appoggiato sulla scrivania.
-          Ma guardi che i documenti li abbiamo anche noi, sa? Glielo dico io che le azioni sono sicure. Sono quelle della banca … più sicure di così! Gli stessi investimenti li ho proposti anche ai miei genitori. Questo per dirle che ci siamo comportati con suo padre come se fosse il nostro. La azioni non sono buone ma buonissime. Voi dovete stare tranquilli –
-          Si ma vede, mio padre vorrebbe riprendere tutti i suoi soldi e per fare questo quanto tempo ci vorrà? –
-          Ecco, in questo momento il mercato è bloccato. Ma si sbloccherà nel tempo di qualche giorno. Credo già entro la prossima settimana. Allora potrete riavere i soldi ma sono sicura che non li vorrete ritirare perché le assicuro che nel frattempo il mercato si sarà ripreso. È vero che ora le azioni BT sono date in calo ma fanno prestissimo a risalire. Le stesse azioni le abbiamo comprate anche noi impiegati. Guardi, torno a ripeterglielo, la azioni BT non sono buone, sono buonissime. E perciò le chiedo ancora un po’ di pazienza. Tornate tra un paio di settimane, martedì … anzi, facciamo mercoledì 27. Alle 11:00 qui in filiale da me. Aspetto lei e suo padre, d’accordo? – Federica è già sulla porta con una mano sulla maniglia – Grazie … ora avrei un altro appuntamento … -
Andrea si alza confuso e impacciato. - Si beh, allora arrivederci a mercoledì e … - La porta grigia che con estrema gentilezza Federica gli ha appena richiuso in faccia lo guarda silente e altrettanto silenziosamente sembra indicargli l’uscita. Il rumore dei tacchi di Federica che si muove all’interno della stanza lo risvegliano dal coma vigile in cui Andrea è appena caduto. L’uomo esce dalla banca con uno strano ronzio in testa il cui ritornello ripete come un mantra: “Le azioni non sono buone, sono buonissime”.
Nel frattempo Filippo entra nell’ufficio di Federica. – Ho ascoltato ogni parola. Sei stata bravissima! –
-          Quindi stasera mi porti a cena fuori? –
-          Stasera veramente ho il compleanno di mia suocera –
-          E che palle! – Federica si alza e sorridendo si avvicina a Filippo – Dai, che ti perdono. In cambio mi basta il posto di vice … -
-          Sto già lavorando per te … ora scusami ma a mezzo giorno e un quarto ho un cliente un po’ impegnativo … -
-          Ok, ok … allora a dopo – Federica resta in piedi a guardare Filippo che si allontana.


DUE SETTIMANE DOPO

Guido e Andrea arrivano in banca con dieci minuti di anticipo. Cauti come soldati in un campo minato superano un corridoio di porte chiuse e bussano con discrezione all’ufficio di Federica. Da dentro una voce li invita ad entrare.
-          Permesso … - I due uomini si bloccano sulla porta.
-          Prego, entrate – La voce è giovane e squillante.
-          Mah … noi avevamo un appuntamento con la signorina Mannelli – Andrea è evidentemente disorientato.
-          Ma la signorina Mannelli non lavora più qui. Non so dove sia stata spostata. Ma prego, potete parlare con me, come posso esservi utile? –
I due uomini più che sedersi si lasciano cadere confusi sulle sedie preparate per loro.
-          Siamo qui per le azioni BT e vorremmo sapere se … -
-          Ah, no! Di quelle non so proprio niente, mi spiace. Non le ho mai seguite, non ne conosco l’andamento né tanto meno il rendimento … -
-          Ma allora scusi … -
-          Se mi permettete però potrei consigliarvi un nuovo investimento … -
-          Ma sta scherzando?! – Andrea scatta in piedi con atteggiamento moderatamente minaccioso – Vogliamo parlare delle azioni BT come concordato con la sua collega! –
-          Benissimo. In questo caso però l’unico con il quale potete parlare è il direttore che in questo momento purtroppo non c’è. Se volete posso fissarvi un appuntamento ma a questo punto credo non prima del mese prossimo … -
-          Il mese prossimo?! Ma lo sa da quanto tempo noi cerchiamo di riavere i nostri soldi?! È una vergogna! – Andrea ha definitivamente buttato la sua calma nel primo cesso della sua coscienza.
La tensione accumulatasi evapora velocemente e svanisce appena Guido e Andrea escono dalla stanza con in tasca un nuovo appuntamento e in testa uno sgomitare di pensieri peggio di quando sono entrati. Pochi minuti dopo la giovane è convocata nella stanza del direttore. Filippo è in piedi davanti alla finestra. Si volta con calma appena lei entra.
-          Allora, Claudia, tutto bene con i Becheroni? –
-          Si, beh … diciamo di si. Ho preso tempo fino al mese prossimo –
-          Hai fatto un buon lavoro. Mi sembra tu ti stia muovendo bene –
-          La ringrazio direttore … -
-          Che ne dici di venire a cena con me stasera? –
-          Mah … veramente non saprei … -
-          Così parliamo anche di quel posto di vice ancora vacante … -
-          Va bene, certo … volentieri, direttore –
-          Basta con questo “direttore”, chiamami pure Filippo –
L’uomo sorride poi prende in mano il suo Iphone nuovo di zecca e chiama la moglie:
-          Stasera non ci sono per cena. Ho un cliente un po’ impegnativo -

martedì 6 marzo 2018

A MIA SORELLA V. di Roberta Vannucci

Riflessi diversi di uno stesso specchio che rimanda ad ognuna l’immagine di sé attraverso gli occhi dell’altra. Quando ho aperto gli occhi per la prima volta, tu eri già qui: primo esempio da seguire, primo mito da emulare. Non ho mai amato nessuno così tanto. Non ho mai odiato nessuno così tanto. Ho calcato i tuoi passi, invidiato la tua sicurezza, imparato dai tuoi errori. Ho riprodotto i tuoi angoli smussandoli. Ho divorato la tua essenza assorbendo i tuoi pregi e digerendo, a fatica, i tuoi difetti. Ti ho ascoltata, consolata, curata, accarezzata, assecondata, insultata, compresa, fraintesa. Mi hai ascoltata, consolata, curata, accarezzata, assecondata, insultata, compresa, fraintesa. Inconsapevolmente talvolta ci siamo fatte del male. Inconsapevolmente ogni giorno ci facciamo del bene. Mi hai insegnato tanto ed hai imparato poco. Ho imparato tanto e insegnato molto meno. La musica, i libri, l’amore, la vita: ogni cosa tu, prima di me; ogni cosa io, grazie a te. Diario fedele di ogni mio segreto, giudice inflessibile, seppur benigno, di ogni mio fallimento. Il babbo e la mamma spiegati attraverso le tue manie, le tue ossessioni; compresi attraverso i tuoi silenzi, le tue lacrime che mi hanno risparmiato le mie, proteggendomi dagli errori, quelli già fatti da te e coprendo gli sbagli, quelli commessi da me. Ti ho ucciso molte volte e sempre, ogni volta, ti ho riportato in vita. Ti ho ucciso per essere unica; tu lo eri già stata, unica, prima che io nascessi. Abbiamo litigato per il phon, per il telecomando, per il motorino, per un paio di anfibi, per chi dovesse usare il bagno o rimettere a posto la camera. Ci siamo strattonate, tirate i capelli, rincorse per la casa. Abbiamo guardato la tv sotto la stessa coperta e dormito nello stesso letto. Abbiamo riso come solo i matti sanno ridere. Abbiamo pianto come solo i bambini sanno piangere. Abbiamo affrontato il dolore più grande, quel dolore che ancora oggi, ogni giorno, trafigge i nostri cuori con la lama dell’assenza. E chissà come avrei fatto senza di te. Chissà se sarei stata capace di rialzarmi con la stessa forza senza il tuo ottimismo. Mi hai protetto dall’egocentrismo, dalla dipendenza dal giudizio altrui, dal bisogno costante di conferme. Tu mi hai dato tutto fin dall’inizio: confronto e scontro, critica e obiettività, guerra e pace, ogni cosa: spada e armatura per affrontare il mondo. Siamo state, e siamo, figlie imperfette, di quella imperfezione che è tipica di tutte le figlie. Ora siamo madri e saremo, nuovamente, imperfette, di quella imperfezione che è di tutte le madri. Figlie, compagne, madri, donne ma sempre sorelle, anime unite, anche se non necessariamente affini, rami diversi di un unico albero la cui forza sta nelle radici, quelle sì, uguali e nostre soltanto.

martedì 31 ottobre 2017

JIMY di Roberta Vannucci

Jimy arriva da lontano. Posti esotici riflessi sulla sua pelle. È sobrio solo quando si é appena svegliato e se ne sta nel solito bar a leggere il giornale. Ogni giorno, la stessa cosa. Appena sveglio, nella sua testa, c'é solo il pensiero del caffè e quando, dopo il secondo, chiede anche la prima grappa della giornata, questo è qualcosa che egli giudica del tutto casuale. Come se non fossero ormai più di trent'anni che comincia così ogni sua giornata da ubriaco. In fin dei conti, non sarebbe  tanto la prima grappa, quanto piuttosto l'effetto domino che ne consegue. Ma lui sembra non saperlo. Non se lo ricorda mentre assapora il suo caffè e l'inizio di una nuova giornata. Jimy ogni tanto alza gli occhi dal giornale e si guarda intorno. Qualcuno lo saluta. Lui risponde sempre a tutti, lo fa per educazione. E per nascondere il fatto che proprio non riesce a ricordare di averti mai visto. A intermittenza tornano gli attimi della sera prima. O era quella precedente? Alla quarta grappa si alza. Se ne tornerebbe volentieri a letto. È l’ora di pranzo, a giudicare dalle gente nei ristoranti. Jimy si incammina verso Via dei Serragli. Prima però ci starebbe bene un kebab. Ma quando si avvicina al negozio di Azim, l'egiziano, la sete gli impone di prendere una birra. È colpa della grappa. Ma poi Azim si mette a parlare e ad inveire sul fatto che si faranno controlli più frequenti nei locali contro la vendita di alcolici ai minorenni e allora Jimy si beve altre tre birre, per prima cosa perché lui non è più minorenne da un bel pezzo; poi perché per ascoltare Azim e accettare il giro di vite sull'alcool, gli ci vuole un aiuto. In un attimo è di nuovo in strada. Chissà se l'ha salutato Azim. Di certo si è scordato di mangiare il kebab. Jimy cammina lentamente e lentamente arriva in Piazza del Carmine. Vede il suo amico Pino addormentato per terra. Durante la notte Pino dorme sugli scalini della chiesa ma la mattina, per evitare di urtare la sensibilità, e anche qualche pedata, dei fedeli che si recano alla messa di buon'ora, si sposta dall'altro lato della piazza, tanto il ristorante lì davanti apre tardi e nessuno lo manda via. Abbracciato a se stesso Pino sta dormendo profondamente e ogni tanto rutta bofonchiando qualcosa. Jimy si avvicina al compagno e si china per prendere il fiasco di vino posato accanto a lui. È quasi vuoto. Giusto tre belle gozzate. E Jimy se le fa ma quando si abbassa a deporre il fiasco, perde l'equilibrio e cade addosso a Pino che scatta in piedi bestemmiando e Jimy se la ride talmente che non riesce ad alzarsi; così resta a terra e il sole illumina la sua sagoma distesa sul marciapiede. Pino tira un'altra bestemmia quando si accorge che il vino è finito e propone di andarne a prendere un altro fiasco al vinaino all'angolo. Jimy allora ritrova le forze e si alza. Ha smesso di ridere. È tornato serio perché gli sembra di aver dimenticato di fare qualcosa. Si è dimenticato della fame ma ormai Pino è partito deciso verso il vinaino e lui non può lasciarlo solo. Poi quello va a finire che si sbronza! Pino è calabrese e ha girato tutta l'Italia. Un tempo faceva il camionista ma poi l'avevano licenziato per fare entrare il figlio di un pezzo grosso, diceva lui; Jimy sapeva che era stato per l'alcool perché un pezzo grosso, il camionista lo fa fare al suo peggior nemico mica al proprio figlio! L’oste del vinaino all'angolo li conosce entrambi, Jimy e Pino, e quando li vede arrivare oltre il vetro del negozio, comincia a preparare due bicchieri di vino. Gli dispiace cacciarli via ma a quell’ora c'è la gente che viene per il pranzo e loro sanno che non sono gradite scenate. Troppe volte si sono sfiorate risse o denunce. Oggi sembrano ancora piuttosto sobri. I bicchieri sono già pronti e l'oste spera che bevano velocemente e che magari paghino pure. Jimy e Pino entrano e in effetti se la gestiscono ancora bene. Dopo i primi bicchieri si fanno fuori una bottiglia a testa. Jimy lascia sul banco 5 euro e, appoggiandosi l'uno all'altro, i due escono zigzagando tra i tavoli. Jimy ha voglia di una sigaretta e la chiede ad un ragazzo con i dread che gli lascia anche l'accendino. La gente è proprio buona pensa Jimy e si incammina verso Porta Romana dove si accorge che Pino non è più con lui e allora si arrabbia e dentro di sé manda al diavolo l'amico perché non lo ha neanche salutato. Gli sale un po' di tristezza ma poi passa una biondina in bicicletta con due belle tette e lui pensa che avrebbe proprio voglia di fare sesso, ziggy, ziggy, come dice lui. Entra nel circolino di Porta Romana e ordina un grappino. Lo beve ma poi deve andare al cesso. Quando torna al banco, si è già dimenticato di aver bevuto la grappa e ne ordina altre due, di cui una offerta. Cerca di dialogare con il barista ma questo, che lo conosce bene, con una scusa lo lascia solo a parlare a sé stesso. Pino è proprio un coglione. Lo conosci Pino? Jimy vuole parlare di Pino con qualcuno ma il tipo che sta bevendo un caffè accanto a lui si allontana appena sente il tanfo del suo alito. Jimy esce dal circolino e siccome proprio lì davanti c'è una panchina, si sdraia un attimo. Chiude gli occhi e gli appare la faccia di Pino, che però in realtà è il barista, che gli apre una porta del circolino e in una stanza c'è la biondina della bicicletta e lui si avvicina perché se la vuole scopare ma sul più bello viene svegliato da due mani alle quali é associata una voce forte e decisa. Apre gli occhi e non capisce se é un sogno o la realtà. Comunque di fronte a lui ci sono due poliziotti che gli chiedono se sta bene e se ha bisogno di qualcosa. Jimy socchiude gli occhi e sorride. Sta benissimo, si sta solo riposando un po'. I poliziotti in quella zona quelli come lui li conoscono bene e si allontanano senza neanche controllargli i documenti. Jimy non può più dormire e si alza. Imbocca Via dei Serragli e incontra la Gina che sta rientrando a casa. Lei lo invita a salire e lui si fa onore salendo settantasei scalini senza mai inciampare. La Gina apre la porta e come sempre arrivano di corsa i suoi tre gatti insieme al tanfo di piscio misto a quello di scatolette. Jimy entra e si lascia cadere sulla seggiola di cucina. La stanza è buia e la Gina apre le imposte. La cucina è unta e sporca ma il tavolo è pulito e anche il bicchiere pieno di vino che lei gli sta porgendo. La Gina è una lesbica di sessant'anni dalle carni grasse e sfatte. Beve più di un uomo, le mancano tre denti e fuma due pacchetti di sigarette al giorno. È lesbica ma se beve diventa anche bisex. Si scolano due bottiglie di vino e si aggrovigliano sul divano. Non compicciano nulla perché sono troppo sbronzi, allora Jimy butta giù un altro bicchiere ed esce di casa. Sul portone inciampa e per poco non finisce sotto ad un motorino il cui conducente lo manda a quel paese. Ormai è sera e Jimy torna barcollando in Santo Spirito. Non riesce più a vedere tanto bene le sagome che sfuggono ai suoi occhi intrecciati. Qualche ombra lo saluta e lui crede di rispondere ma lo fa troppo tardi, quando l'ombra è già svanita e si è confusa nel sole del tramonto con le altre ombre della piazza. È primavera e la gente rallenta la sua fretta perché in questa stagione Santo Spirito rapisce lo sguardo e invoglia a sostare sulle panchine o davanti ai bar aperti. Jimy parla con tutti e non si accorge di parlare da solo. Chi non è del quartiere e si trova a passare di lì per caso, lo scansa. Le mamme tirano a sé i bambini e le fidanzate si stringono al braccio del loro accompagnatore. Ma la gente che lo conosce, rivolge a Jimy solo qualche sguardo. È semplicemente un'immagine consueta che completa l'ambiente. Un elemento d'arredo in un gioco di esterni. Qualcuno è un po' scocciato perché lo conosce e, siccome vede Jimy parecchio ubriaco, teme possa attaccare discorso e lui non ha certo voglia di parlarci, specie ora che sta facendo l'aperitivo con la sua collega, con suo fratello o anche da solo. In effetti Jimy ha voglia di comunicare a qualcuno che ha bisogno di un bagno. Entra nel primo locale che vede, attirato dai movimenti del bandone che è appena aperto. I baristi lo conoscono bene e sanno che per tenerlo buono basta offrirgli da bere. Jimy barcolla ma accetta volentieri una birra. È caldo e lui è assetato. I contorni delle cose gli danzano intorno e non riesce a mettere a fuoco le dimensioni e le distanze tra gli oggetti. Inciampa su uno sgabello e si appoggia con una mano al muro, con l'altra sullo specchio davanti al bancone dove lascia due ditate sporche. Il barista gli chiede se va tutto bene ma lui non sente neanche una sillaba. Afferra la birra che il ragazzo gli porge, cerca di intavolare una discussione sul senso della vita dopo i cinquanta anni ma il barista gli fa capire che deve lavorare. I primi clienti stanno entrando e Jimy deve essere gentile e magari uscire dal locale visto che ha già rimediato una birra. Contrattano l'aggiunta di un rum e Jimy esce inveendo contro una coppia gay con la quale si scontra. Sbraita qualcosa sull'impossibilità di preferire il cazzo alla fica. Un gruppo di ragazzi seduti ai tavolini fuori ride. Jimy è instabile sulle gambe. Ormai ciò che vede non corrisponde alla realtà. La vista è appannata e i sensi a mille. L'eccitazione ai massimi livelli deve essere contenuta o sfogata a caso. Eppure Jimy sente le forze mancargli. Deve stendersi e il luogo migliore è una panchina. Vi si sdraia. Il fresco della sera primaverile lo rasserena. I mostri scompaiono e i suoni si attenuano. Calano le ombre sui suoi occhi e finalmente arriva la pace. Jimy si addormenta sognando l'oceano come al solito. E come al solito si piscia addosso.