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lunedì 4 giugno 2018

MIO PADRE di Andrea Mitri

Alle volte penso che questa storia non mi appartenga, che sia qualcosa che allo stesso tempo mi coinvolge ed in qualche modo mi allontana, vista la forza che l’ha generata e la mia iniziale estraneità alla stessa.

E spesso mi convinco che ci sia, all’interno di questi possibili fatti, qualcosa di omesso, di non raccontato; o addirittura di pilotato, per fare sì , che di questa storia, io conservi per sempre un ricordo dolce e malinconico.

Ogni tanto metto il 45 giri sul piatto, appoggio la puntina sul solco della traccia A e mentre si spandono le prime note, mi affaccio alla finestra grande, quella che dà sul giardino; e semplicemente ascolto quei quattro minuti e quarantacinque che appartengono alla mia vita, che l’hanno segnata e in qualche modo costruita.

Ci sono degli accordi sommessi di chitarra, all’inizio, ad accompagnarmi nella camminata verso la finestra. Con il tempo ho imparato a scostare la tenda esattamente sull’entrata del basso e della batteria. Appoggio il naso sul vetro, prendo un respiro, butto fuori l’aria lentamente e dalle casse arriva la voce di Sondra Weller.

La sua voce roca e quasi disperata continua ancora oggi, a dodici anni di distanza dal primo ascolto, a percorrermi dentro, a graffiarmi l’anima, a farmi sentire solo al mondo.

Il disco è del 1972 e si intitola “My simple wonderful family B”e probabilmente a molti non dirà niente. Ma chiunque ha la pazienza di seguire la voce fino all’ingresso dell’organo Hammond,  non può fare a meno di stupirsi e commentare che si, questa è proprio “The Circle of Life “,  tratta dalla colonna sonora del Re Leone e che probabilmente è una versione azzardata cantata da Amy Winehouse.

Sondra Weller era mia madre.

Dico era, perché mi ha lasciato dodici anni fa: senza avermi detto chi era mio padre.

Questa cosa, apparentemente, non mi risulta da allora più pervadente di quanto lo fosse prima, come se la quasi certezza che questo uomo non si paleserà mai davanti alla mia porta o all’interno di qualunque altro spazio potrebbe essere deputato ad un incontro procrastinato, sia ormai una delle poche certezze che mi abiteranno in questa vita.

Alle volte l’ho immaginato, questo uomo dai capelli biondi, o neri, dalla pelle olivastra o bianca , alto basso, magro grasso, sorridente ombroso, con l’aria di essere di passaggio da quelle parti . Ho immaginato che mi sollevasse in aria, mi riprendesse al volo e mi dicesse che potevo andare a trovarlo ogni volta che volevo, nel Wisconsin, in Australia, a Parigi, a Civitella sul Reno.

Mi sono anche raramente illuso, che un giorno una macchina si sarebbe fermata in un qualunque posto possibile e che mia madre, sorridendo, mi avrebbe spinto verso l’uomo che apriva la portiera, dicendomi solo che mi avrebbe aspettata al mio ritorno.

Non è accaduto, ma sono cresciuto bene comunque, circondato dall’amore delle componenti il WUR (“Women under Recostruction”) il gruppo femminista di cui mia madre è stata cofondatrice, il 27 aprile del 1973. Non mi è mai mancato niente, e tuttora sono sufficientemente felice. Penso che la famiglia che ci insegnano sia comunque una convenzione, un contratto di rassicurante assembramento a combattere le brutture del mondo, atta fondamentalmente a costituire un rifugio possibile quando il buio sta per scendere e meno facile ti sembra il peregrinare per le strade in cerca di risposte.

Non mi sono mancati i calci al pallone, i lanci del baseball, la pesca al salmone, i discorsi sul sesso e tutti gli altri inutili momenti di comunanza maschile padre figlio, osservati nei film che hanno riempito la mia adolescenza per niente ribelle. E alla fine, mio padre, non l’ho cercato.

Paul Brewer, il mio collega dell’autolavaggio, insiste ancora oggi nel dire che su questa cosa del Re Leone, e di quel 45 giri, io dovrei indagarci fino a togliermi ogni dubbio. Io gli rispondo che non esiste, che il re Leone non può essere mio padre: e ridiamo, ridiamo forte, fino quasi a sentire che noi due potremmo anche essere una famiglia, se non fosse così anticonvenzionale che un’amicizia si trasformi in nucleo abitativo profondo.

A dire il vero una volta ho recuperato, tramite una amica con cui talvolta giochiamo a costruirci una famiglia temporanea tra sesso, cinema e lunghi pianti, il numero di cellulare di Elton John. Senza pensare per un attimo alla sua omosessualità conclamata ho chiamato per chiedergli se per caso lui fosse mio padre oppure,in seconda battuta,per accusarlo di essere un triste plagiatore di musiche altrui: ma non ho avuto il coraggio di parlare quando lui ha risposto.

Vivo una vita normale, tra lavoro, amicizie e qualche viaggio.

Il sabato mattina vengono a trovarmi le amiche di mia madre , ingrigite , deformate dal tempo che passa o irregimentate nella asciuttezza della loro pratica yoga. Parliamo di lei, dei tempi andati, dei sogni che sono stati smaterializzati e di quelli che ancora possiamo costruire. E anche di loro penso che in fin dei conti potrebbero essere la mia famiglia, perché a lungo lo sono state, tra manifestazioni di affetto e manifestazioni di protesta, marce della pace e camminate nel parco, slogan ad alta voce e ninne nanne della sera tardi.

Non esiste la famiglia perfetta, siamo soltanto anime in movimento, talvolta aggregate talvolta disperse, che attraversano per periodi più o meno lunghi gli accadimenti della vita, creando e cercando luoghi e mani tra le quali fermarsi. Alle volte ci illudiamo di essere tra le persone giuste, ma siamo solo tra persone momentaneamente connesse, brevemente collegate ai fatti in accadimento, tese a riprendere forze prima del successivo passaggio.

Per questo continuo a vivere da solo, in questa grande casa che si affaccia su questo giardino di rose che mia madre mi ha fatto promettere non verrà mai lasciato all’abbandono al tempo, atmosferico e non:perché credo che sono stato già famiglia in un altro tempo, in un’altra vita e che in questa non lo sarò.

Quando però il dolore di essere solitudine nel mondo si fa forte e mi sembra poco chiaro dove mi deve condurre questo percorso accidentato e meraviglioso che chiamiamo vita, io semplicemente penso ad un fumoso garage del Village, mia madre seduta su di una sedia scassata e mio padre al basso, alla chitarra, oppure all’ organo Hammond. Si guardano, lui accenna qualche nota e lei canta. E io so che sono tra loro, nell’aria inespressa del futuro di lì a poco a venire,di quello che sarà più distante e del passato che non ci appartiene.

Lo so che è solo un millesimo di secondo nella vita enorme ed eterna che ci circonda, ma so che siamo lì e che lì saremo uniti per sempre, amori successivamente dispersi nel mondo, ma per sempre incatenati ad un vecchio vinile che comincia sempre più a gracchiare, quasi fosse la tosse di un vecchio destinato a breve a non riuscire a parlare.

E penso che sì, anche io ho avuto un padre.

THERE’S SOMETHING ELECTRONIC WITH TED NEELEY di Giovanni Ciappelli




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NOVOLI 1977- TUBO CATODICO di Gabriele Doria



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CAPELLI SUGLI OCCHI di Leonardo Canestrelli


Ok, potremmo stare a parlarne ore ed ore come si fa generalmente verso le 22.30 delle serate tra 40enni ma a niente varranno i vostri tentativi: l’eroica confusione sessuale di Lady Oscar? I discutibili giochi di equilibrio degli animali di Remì? La sfortuna evidente che accompagna Candy (peraltro nessuno ha mai capito perché da Candy Candy non abbiano fatto un film con Julia Roberts protagonista, vabbè, continuiamo con Tarantino e Von Trier...)? I panini morbidi della nonna di Peter? Sono giochi da ragazzi… La vera totalizzante quasi anestetizzante ansia di vivere da cartone animato è data da lei. Da Peline. La sigla (già sulla melodia potremmo discutere): “Marcondirondirodirondero cigola la ruota sul sentiero”. Capito? La ruota non corre, non cammina, la ruota cigola… La famiglia: babbo, mamma, Peline medesima, un ciuco. Tutti su un carretto di legno in giro a far foto per guadagnarsi da vivere. Aspettative sul futuro che nemmeno Mattarella durante le consultazioni. La giovane Peline è dotata di un particolare acconciatorio quantomeno da analizzare: ella ha i capelli sugli occhi. Non un po’, non su un occhio solo, non qualche ciuffetto: Peline c’ha un cespuglio davanti agli occhi. E nonostante questo cammina con disinvoltura verso l’amaro futuro che la attende. Eroica. Struggente ma eroica. Il babbo muore. La mamma muore. Il ciuco sopravvive ma non lo vedo benissimo. Va a stare dal nonno. Ricco. A bestia. Ma ignorante come una capra. Non se la fila di pezza. Oddio, non si fila nessuno a dire il vero. Verso gli sta sulle scatole perché con quella ciaffata di capelli sul muso nemmeno riesce a vederla negli occhi. Ma lei è adorabile. E’ la nostra Peline. Al grido di “Se il ciuco può cambiare, tutto il mondo può cambiare”, il nonno diventa amorosissimo. Nasce una meravigliosa con la nipote. Il nonno diventa cieco. Non bene. Grazie mamma per avermi imposto di guardarlo. Non mi sono mai innamorato di una con la frangi lunga sotto la fronte. Credo sia colpa di Peline  

E SE LA VOGLIA DI TUTTO di Iacopo Melio

E se la voglia di tutto

Fosse solo

voglia di te?

PRICE TAGS di Francesco Barilli

Daniel Mc Vicar, guardandosi la mattina allo specchio, si accorse del piccolo nastro adesivo attaccato sotto il labbro. Si staccò quella piccola linguetta dal mento, e l'avvicinò agli occhi: poteva vederla tra le sue dita, e insieme allo specchio. C'erano dei numeri: 4988. Provò a pensare a come potesse esserci finita: un'etichetta del dentifricio, oppure della saponetta. Ma no. Da quando in qua. 4988. Mah. Eppure ... Finì di lavarsi la faccia, e per qualche minuto smise di pensare a quell'etichetta. Poi, al tavolo della colazione, quando lo sguardo si spostò sulle carte che erano ammassate accanto alla tazza del caffè ancora da riempire. Daniel sollevò la bolletta della compagnia telefonica e prese in mano la busta paga. Quella nuova, con l'aumento di stipendio: 4988 sterline. Sorrise. Tutto tornava, doveva essersi staccata da lì. Un'etichetta adesiva. Mentre si versava il caffè, vide qualcosa sul dorso della mano. Stavolta la cifra sulla linguetta era 7668. Posò la tazza e delicatamente la stacco dalla pelle della mano. Poi vide l'ora: le 07.46. Etichetta o non etichetta, doveva uscire.

Alle 08.02 entrava nella metropolitana, strisciando la carta sul sensore. Sul dito della mano, una nuova linguetta uscita dal nulla: 1301. Si trovò qualche minuto dopo, sudato, appoggiato con la testa contro l'asta del sedile. Tra le sue mani, decine di biglietti adesivi, ognuno con una cifra: 4209, 2199, 3321, 8964.

Alle 08.24 Daniel era seduto alla sua scrivania. Sullo schermo del PC, stava scorrendo l'applicazione del Programma. Le stesse domande, ogni mattina.

Che prezzo daresti a un intervento chirurgico che potrebbe salvarti la vita?

Che prezzo pagheresti per incontrare una donna che ti ama davvero?

Che cifra saresti disposto a spendere per essere un leader nella tua azienda?

Quanti soldi vale un viaggio che ti porti lontano dai tuoi problemi.

Erano centinaia di domande, ogni mattina. "Quanti soldi vale un viaggio che ti porti lontano dai problemi?" Daniel lesse la domanda, e provò a digitare. Ma il Programma fece comparire sullo schermo la cifra che Daniel aveva in mente, senza bisogno di battere le dita sulla tastiera. 7668 sterline.

CANZONE D’AMORE EGOISTA Di Chiara White

Tu sei…

 
mentre mi guardo

mentre mi penso

mentre mi stanco

mentre mi odio

mentre mi amo

 
…sei tu

Ascolta

INNAMORATI di Mario Lombardi

Mi sono innamorato del primo sguardo che mi ha sorriso

Mi sono innamorato della prima mano che mi ha accarezzato

Mi sono innamorato della prima persona che mi ha perdonato

Mi sono innamorato della prima persona che mi ha capito, ma poi subito mi sono innamorato anche della persona che mi ha fatto capire che non avevo capito

Mi sono innamorato dei miei primi sogni

Mi sono innamorato dei miei sbagli e poi di te e ancora di te e ancora di te

Mi sono innamorato dell’amore e poi e poi… finalmente, ho smesso di innamorarmi perché ero troppo occupato a vivere l’amore insieme.

Ora siamo innamorati e non è più il tempo per pensare ma di fare.

Gli innamorati sono così, due persone che hanno smesso di parlare d’amore, per viverlo, sopportarlo, ricostruirlo, ogni giorno … Di più… Faticosamente,  felici di farlo.

W GLI SCOUT! di Narciso Fenice Ramparti

Molti di voi, negli anni, si son fatti un'idea dei boy scouts che sta agli antipodi della realtà. Mia madre non fece eccezione e mi iscrisse de auctoritate, credendo di affidarmi a una sorta di plagiante seminario per poveri.

I molteplici livelli di traumaticità che dovetti fronteggiare erano stati solo in parte preventivati dalla mia fulgida genitrice, sempre sollecita nell'infilarmi con ingannevoli sorrisi in fosse di serpenti per vedere come me la sarei cavata. Però era contenta, e io mi compiacevo di compiacerla (come di dispiacerle), allora come oggi, in maniera rovinosa. In sé, e negli anni, si rivelò un'occasione formativa preziosa e stimolante, ma vi era un sinistro rovescio della medaglia nella gran quantità di tempo in cui si svolgevano attività senza il controllo degli adulti. E in cui, logicamente, poteva succedere di tutto.

Nel lontanissimo ottobre del 1987 partecipo alla c.d. 'gita d'apertura'. È il mio esordio totale e tutti sembrano, di primo acchito, relativamente gentili e cordiali. A fine giornata registro un'esperienza tutto sommato piacevole, nonostante una malcelata insofferenza che percepisco nei miei confronti da parte di alcuni ragazzi più grandi: alle mie domande entusiaste e forse snervanti rispondono infatti con cose del tipo 'machiccazzosei? Non rompere il cazzo!'.

Con altri due, ero stato affidato come 'caso problematico' ad uno scazzatissimo sedicenne di nome Simone, il quale, come ci disse, non doveva neanche essere lì e non aveva bene idea di cosa dovesse fare. Si limitò a spiegarci controvoglia cosa stesse succedendo durante i rigidamente codificati rituali comunitari, per poi raccomandarci di non fare domande se non avessimo voluto essere scuoiati.

Nella realtà, noi nuovi entrati avevamo schivato, senza accorgercene, un atroce rituale d'iniziazione: per l'assenza di un paio di tagliagole che avrebbero dovuto occuparsi di noi e che, solo per puro caso e per nostra fortuna, non avevano partecipato al primo incontro. L'appuntamento col terrore era soltanto rimandato: il giovedì seguente ci presentiamo del tutto ignari alla riunione fissata e veniamo accolti da due ragazzotti che ancora non conoscevamo. Non dimenticherò mai gli occhi azzurri dello Zacchi dilatarsi e iniettarsi di sangue alla nostra vista: 'Carne fresca! Ben arrivati, marmocchi! Vi faremo schiantare!'. E mi fissava paonazzo mentre ripeteva 'schiantare!'. Ma era un bullismo sano, vissuto con maschia e cameratesca vigorìa. Sì, stocazzo. Io, cresciuto come un topo domestico, ero turbatissimo, e quando realizzai che nessuno di loro era il mio caposquadriglia mi feci coraggio e li minacciai fieramente, sicuro dell'imminente autorità superiore. Ma avevo completamente frainteso il contesto. E quando, mezz'ora più tardi, arrivò finalmente il suddetto, ricevetti la mia prima dose di cognacchini multipli.

Quella e altre sevizie valsero nondimeno a fare di me un vero uomo. Oltre ad istillarmi una violenza repressa che può scatenarsi reattivamente nel più casuale o impensato dei momenti avversi. Ma è una cosa propria solo del primo anno, quasi che volessero persuaderti a lasciare mentre stanno soltanto mettendo alla prova la tua determinazione. Alla fine nessuno mi ha mai fatto sanguinare. Hanno saputo esser pesi quanto può esserlo un sedicenne con un dodicenne, ma poi si sono mostrati amici. E, soprattutto, sono cresciuti come persone per bene: questo posso testimoniarlo.

Così, se da adulto mi guardo indietro e faccio un bilancio di quella fase decennale, devo riconoscerla come fondamentale per me, anche se fu la prima a insegnarmi la banalità del male o a edurmi spiacevolmente sulle varie forme di disadattamento e sociopatia. Ma era un ambiente migliore di molti altri! Di questo le mamme possono stare sicure: fino ai 21 anni non tirai una sola boccata di sigaretta, e tantomeno di canna, grazie solo e soltanto alla vita sana paternalisticamente imposta dallo scoutismo.

Alzarsi presto, praticare attività fisica di buona lena, impegnarsi in tutti i lavori e affrontare le difficoltà sorridendo e cantando, camminare, camminare, camminare TANTO! Per sentieri, crinali, ghiacciai, boschi neri e immensi. Ma non senza un senso: camminare è la metafora della strada che percorri nella vita e ti aiuta a crescere in pazienza, perseveranza, saggezza e prudenza. Il “campo mobile” rappresenta a tal proposito un vero e proprio perfezionamento per la costruzione delle tue palle d'acciaio: due settimane di massacranti marce montane di 8/10 ore al giorno con 25 kg di zaino. Ricordo che in certi momenti e in certe pendenze mi ci vollero due minuti per percorrere due metri tanto ero rallentato dalla stanchezza. Arrivi stravolto dai dolori muscolari, monti le tende, ceni frugalmente, espleti altrettanto frugalmente nella macchia, vai a letto e – dopo alcune ore di per nulla riposante e leggerissimo sonno – ti alzi, fai colazione e riparti.

Ogni volta che, a fine giornata, arrivi al punto prefissato e ti ritrovi, per esempio, ai bordi di un lago o al cospetto di un tramonto infinito, vedi puntualmente la madonna e tipo lasci due terzi del tuo cuore in tutti questi paradisi che ti hanno accarezzato stanco in un'unica sera d'estate dei tuoi sedici, diciassette, diciott'anni. Dopo una cosa del genere non accetti più spiegazioni da nessuno. Perché hai respirato. Ma il campo mobile è una sfida particolare, per quando sei grande, una tantum. Per lo più, infatti, il campo è fisso. E meno male.

E poi (ongoing list): costruirsi con legna e pietre un forno, una cucina e un tavolo, montare e smontare le tende. Trarre alimentazione per l'energia elettrica dal fiume vicino con una mola rotante e una dinamo. Giocare a immensi e medievali giochi di ruolo per 72 ore filate, con garanzia di maggior successo per le azioni notturne.  Fare il bagno al fiume. Flirtare. Discendere un fiume con una zattera di legno costruita da noi (dire rafting potrebbe non rendere l'idea). Bivaccare la sera davanti a un fuoco. Vegliare la notte alle stelle. Intonare il canto di buonanotte nell'oscurità silente di una radura alpina a strapiombo sul vuoto, quasi ultimi al mondo. Dormire all'addiaccio su un costone appenninico, a quasi duemila metri, senza tenda, e venir svegliati alle 4:14 dalla pioggia che ti sferza le guance. Momenti della vita che levati.

E queste sono solo alcune delle cose che potrei raccontare, per quanto le più rivelatrici restano quelle che la tradizione scout impone di tramandare solo internamente. L'ultima poesia dei lupi. Non è roba per voi, siete troppo smaliziati. In un altro capitolo dovrei poi parlare del ruolo impeccabile quando non fraterno degli educatori, ma questo aspetto è anche (buon per loro!) quello meno adatto alla mia distorsione parodistica. Mi limito a lasciare una mia stringata testimonianza: ho dormito sette notti di fila con un prete da soli in tenda nel bosco e non starò a ricamarci su: in ogni caso non venite a darmi lezioni di filologia biblica o patristica.

Pertanto tutte le cose che potrete portate come argomento svalutativo dovranno comunque scontrarsi con questa granitica realtà. Di certo agli scout ebbi meno problemi che a catechismo, dove alla sei giorni di meditazione pre-cresima di Vallombrosa tentarono di incarotarmi: dovetti berserkare. Ricordo ancora con soddisfazione il grido di resa del Fallani: 'Occhio, ragazzi! Si sta trasformando!'.

 

COME IN UN CARTONE ANIMATO di Francesco Mancini

Come al solito non avevo una lira. Camminavo in giro per Firenze senza niente da fare. Era bello non avere niente da fare, peccato che per mangiare ci volevano i soldi. Si vedeva anche, mi sa che ero senza soldi. Infatti spuntò una ragazza, mentre ero seduto sulla mia panchina preferita di piazza del mercato centrale, e mi disse: "Non hai una lira vero?" "Macché", risposi "non faccio una mazza perché sono ricco di famiglia". "Non ci crede nessuno" sentenziò lei, e per giunta si mise seduta insieme a me sulla mia panchina preferita, che, pur esseno di proprietà del comune di Firenze, sentivo mia a tutti gli effetti. "Devi credermi" insistevo "i miei stanno benino. Ecco perché mi vedi sempre qua seduto, a quest'ora." "Ascolta" disse lei guardandomi dritto in faccia "Io sono di famiglia ricca. Tra noi ci riconosciamo a occhio, anche se a volte andiamo in giro combinati come dei pezzenti. Tu sei figlio di un operaio dell'Enel, al massimo". Rimasi senza fiato. Aveva indovinato perfino il lavoro di mio padre. Era una maga? "Va bene, io sono povero e tu dimostri una certa capacità parapsicologica di leggere il pensiero." le sparai, senza pensarci, "Ma non fare una mazza richiede impegno -dovresti saperlo- quindi o te ne vai tu o vado via io." "Ti va di guadagnare un centino baciandomi?" Mi chiese. Io stavo per indignarmi -non so bene di che cosa- e per fuggire via. Poi cominciai a chiedermi dove voleva andare a parare, come pensava di fregarmi, la tipa. La guardai attentamente per la prima volta. Era bella, due labbra grandi e tumide, gli occhi chiari, grandi ricci castani. "Che cosa?" "Mi hai sentito. Tu mi baci. Qui, su questa panchina. E ti becchi cento euro." "E io sono Wanda Osiris. Sarò povero, ma mica cretino! Devi venire a prendere per il culo proprio me?" "Lo faccio per fare ingelosire il mio fidanzato" spiegò, abbassando lo sguardo. "Tra poco passerà di qui. Mi trascura, ultimamente. Un tempo, eravamo così innamorati! Mi vedrà mentre ti bacio, così, da come reagirà, capirò se mi vuole ancora bene." "E se reagisce riempiendomi di botte?" "Lo fermerò prima, non preoccuparti. In quel caso, gli spiegherei tutto subito." Pensai che la cosa era abbastanza sensata. Screzi tra fidanzati ricchi. Eppure, sentivo puzza di bruciato. La guardai ancora. Bella e ricca. Coi suoi capricci, e col fidanzato che la trascurava, ricco sicuramente anche lui. Certo, un centino mi faceva proprio comodo. Mi svoltava la settimana. E la ragazza mica era gobbina e con la bava... "Vedrai, sarà come in un cartone animato!" concluse con un gran sorriso, porgendomi i cento euro. "Ma... vuoi che cominciamo ora, subito?" "Tra poco il mio fidanzato passa..." Io presi i cento euro e lei prese la mia testa tra le mani. Sentii la sua lingua entrarmi im bocca. Una lingua da ragazza ricca. Sulle prime restai un po' impalato (non mi succedeva dal 2004) poi l'istinto sopraggiunse e partecipai con una certa forza. Mi toccava anche, dappertutto. Toccai anch'io. D'altra parte, aveva cominciato lei. Stavo cominciando a divertirmi, quando sentii esclamare: "Puttana!" dall'altra parte della piazza. Ci voltammo in direzione del grido, vidi un tipo moro, non tanto alto ma molto robusto che ci fissava con gli occhi fuori dalle orbite. Eccolo, pensai, ci siamo, ecco il fidanzato. Fuori di sé. Quindi la ama ancora. Quindi ora lei spiegherà tutto e me ne potrò andare. "Vattene via!" disse lei invece, "e lasciami in pace col mio nuovo ragazzo!" Gli occhi del tipo uscirono maggiormente dal cranio. Tremava. Ok, pensavo, ora lo ferma. Ora gli spiega tutto. Se non lo fa lei lo faccio io. "Mi hai sentito? Vattene via! Lui, per lo meno, mi scopa divinamente!" urlò lei con tutta la forza che aveva. Nella piazza ci stavano guardando tutti. "Io vi ammazzo." disse lui. Con calma. Con una calma che quasi mi provocò la diarrea. Ecco, ora gli spiega, pensavo. Ora, proprio ora. Avrei voluto parlare, dire qualcosa, spiegare io. La mia bocca si aprì un un paio di volte, nel tentativo. Non uscivano suoni. Sembravo un pesce fuor d'acqua. Lei mi tirò a se con forza, poi esclamò: "Sono incinta di lui!" La folla mormorò. Lui non mormorò. Caricò. Alzai le mani, aprii di nuovo la bocca inutilmente, poi sentii il primo cazzotto. E ancora. E ancora. Mentre mi si annebbiava la vista, ebbi modo di scorgere lei che rideva come una pazza. "E' una melodia!" gridò, alzando le mani al cielo. "Come in un cartone animato" mi venne di ricordare.

CARTONI ANIMATI, MELODIE E INNAMORATI di Lisa Stampfer


CARTONI ANIMATI, MELODIE E INNAMORATI di Virginia Puccianti


NELLA NOTTE UNA TEMPESTA DI FULMINI MI HA ATTRAVERSATA di Chiara Macinai

Nella notte una tempesta di fulmini mi ha attraversata

evocando momenti carichi di desiderio nascosto

Un rapace da lontano chiamava la sua preda

con invocazioni simili a lusinghe

Sono corsa sotto la pioggia per lavare via la paura

con i piedi nel fango ho lottato contro la forza di gravità

Aggrappata a rami di un salice ascoltavo le parole del vento

Melodie di polvere accompagnavano un canto antico

a ritmo di fenomeni rituali mi guidavano nella danza

 

Sospesa con i piedi sollevati da terra danzo.
 
 
 
 

INTERNO STAZIONE ( TRATTO DA FATTI REALI) di Roberta Sandrini

L’aria è stranamente fresca, eppure oggi era quasi caldo.
Stesa su questo banco di legno stondato, sento mille lievi soffi freddi che si insinuano sotto i vestiti (una maglietta, una giacca a vento non troppo pesante, pantaloni di cotone, il mio abbigliamento da viaggio), e che sembrano venire tutti da una parte sola, salire dal metallo dei binari e dalle pietre color fumo che li dividono.
Provo a serrare le braccia intorno al corpo ma serve a poco.
Si prospetta una notte senza sonno e non so nemmeno che ore sono; alzo a fatica la schiena e la testa per sbirciare l’orologio (incredibilmente un bell’orologio grande tradizionale, di quelli con lancette per le ore ed i minuti, non quei numeri anonimi e squallidi che lampeggiano sotto l’orario dei treni): le tre e venti, sono le tre e venti.
Ci sono delle persone ora nella sala d’attesa.
Un ragazzo di colore con un giubbotto invernale e l’aria stanca, che va su e giu’, molleggiandosi ogni tanto sui ginocchi.

Una donna seduta su una grossa valigia verde che sembra sul punto di scoppiare e inondare del suo contenuto tutta la sala d’aspetto: grassa, coi seni enormi strizzati in una maglietta leggera a fiori, il viso che non sarebbe nemmeno brutto ma segnato e sciupato, sembra un pezzo di carta piu’ volte appallottolato e poi stirato su un banco.
Prende una birra messa accanto alla valigia e beve un sorso; quando non si produce in questo gesto rivolge frasi a voce alta in una lingua incomprensibile al ragazzo, che finge di ignorarla.

Un signore di una certa età, fermo in piedi a fissare con occhi spenti l’orario dei treni che non scorre più: dal rapido per Roma delle quattro e venticinque si passa direttamente alle partenze di domattina, dalle sei e cinque in poi.
Ha un’aria tranquilla e triste, se fosse vestito meglio lo si potrebbe definire distinto: ma la camicia, benché pulita, dal bianco sta passando al giallognolo, ed i jeans hanno gli orli logori.
Chissà che ci fa qui a quest’ora, chissà se è un senzatetto sotto mentite spoglie o a casa è solo, non riesce a dormire e viene qui a passare il tempo.
Un ragazzo alto ed in carne, coi capelli radi e unti.
Si stende sulle sedie della sala d’aspetto, prova a girarsi e rigirarsi due o tre volte, ha una polo scura a maniche corte e pantaloni estivi, sottili: si stringe anche lui le braccia intorno al corpo, quasi a volersi strizzare, deve aver freddo.
Si rialza, bofonchia qualcosa in napoletano, si ristende: non ha borse né valigie.

Mi rimetto giù: la luna è bella stasera , tonda e bianchissima, splendente di luce argentea, sembra farsi avanti come una donna bellissima in mezzo ad una piccola folla, ed inglobare i fili elettrici che pendono lugubri e neri sui binari.
Non c’è nessuno che sembri veramente pericoloso in sala d’aspetto ma preferisco rimanere qui.
In realtà non ho voglia di stare vicino a nessuno e magari dover per educazione attaccare conversazione o anche solo rispondere a due o tre domande, giusto per far passare un po’ il tempo.
Mi hanno rubato lo zaino, ho ancora un po’ di soldi in una delle tasche della giacca, quanto basta per comprare un biglietto e tornare a casa non appena aprirà la biglietteria: ma comprensibilmente non ho particolare voglia di socializzare.
Poi un cellulare squilla e tutto cambia.
Con un colpo di fianchi stendo di nuovo la schiena e stavolta mi metto a sedere e mi volto decisa verso la sala d’aspetto.

E’ il cellulare del ragazzo di colore.
Dice due o tre cose di malavoglia, ascolta, dice in inglese “bye”, riattacca.
Chissà perché si è messo proprio quella suoneria, forse lo guardano i suoi figli, forse lo guarda lui qualche volta, di pomeriggio (magari è disoccupato e di pomeriggio rimane a casa), su un canale locale o comunque semisconosciuto, che raggiunge a malapena qualche migliaio di persone.
Lo guarda perché gli piace, perché ha bisogno di imparare l’italiano e cerca di farlo con cose semplici come i cartoni animati.
O forse gli hanno solo fatto sentire la canzone, qualche italiano della sua età, e gli è piaciuta così tanto che l’ha cercata su Internet , se l’è scaricata e la usa come suoneria.
La canzone di un pirata, un pirata tradizionale, di quelli con una benda sull’occhio, che issano una bandiera col teschio, con un pappagallo nero e scheletrico sulla spalla, che ordina di armare i cannoni per l’assalto, ma un pirata che solo per un caso fortuito ha cambiato in astronave il suo veliero.
Che abita un futuro strano, dove si viaggerà in astronave ma esisteranno ancora le cassette per registrare la nostra voce, ed i fiori, e i boschi, e i prati, dove i bambini giocano aspettando di veder spuntare all’orizzonte la sua astronave (nel futuro in cui tutti viaggeranno in astronave temo non esisterà più nulla di tutto questo).
E affascinante, solitario, tenebroso, ma tenero, gentile, audace: come non esserne innamorate a sei anni?

 
Aspetto qualche minuto, sperando che qualcuno richiami il ragazzo ma niente.
Mi giro verso i binari; una luce verdognola sale timida appena sopra i fili elettrici immobili, non più neri ma di un grigio sicuro e scintillante.
Non sono più lugubri.
Un sibilo attraversa l’aria, seguito da un fruscio di ali: il più mattiniero degli uccelli, che non si vede, nell’aria ancora scura, ma si fa sentire e basta.
Mi rimetto giù e sorrido.

VOGLIO DAR SPIRITO AI MARMI, AI COLOR FIATO E VITA, VASARI REMINDS... di Cecille Cafca Burns


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LA FINE DEI COMBATTIMENTI di Monica Capomonte


Tetsuja scese dal Mazinga pieno di lividi e graffi. Tutti conoscevano la parte eccitante, il combattimento coi mostri, le vite salvate sotto il bombardamento alieno. Pochi conoscevano quello che accadeva la sera, quando il ragazzo rincasava, e ad aspettarlo c'era un'insalata con del pollo freddo. Quella sera dal bosco usciva un silenzio denso, sinistro. Tetsuja fissò tra i rami resi scuri dalla notte, ma non riuscì a scorgere nulla, se non le ombre degli alberi. Decise di coricarsi senza mangiare, posandosi sul letto con ancora indosso la tuta del Mazinga. Si addormentò quasi subito, ascoltando il proprio respiro che si perdeva nel silenzio. Quando la melodia lo svegliò era ancora notte fonda. Il suono di uno strumento a fiato, rudimentale, dolce e potente. Tetsuja corse alla finestra, temendo si trattasse di un tranello dei Micenei. Non era la prima volta che l'Imperatore delle Tenebre inviava un suo emissario assassino nascondendolo dietro una forma gentile. La figura femminile che suonava il suo flauto di bambù, alle pendici della foresta non era una delle Bestie Combattenti. Era Jun.

"Che cosa fai qui, a quest'ora?"

"Volevo che tu venissi da me."

"Jun, che dici?"

La ragazza si alzò dal giaciglio dove era seduta. L'abito che indossava era trasparente. Delicato e provocante.


"Jun ..." Lei prese il viso di Tetsuja tra le sue mani, e le loro labbra si unirono. Tetsuja era ancora stanco, esausto. Ma fu preso dal desiderio di lei. Si baciarono come mai era successo prima, preparandosi a fare l'amore. Mentre era perso nel suo viso, Tetsuja si accorse la melodia continuava, anche se Jun aveva smesso di suonare. Vide un lampo negli occhi di lei e poi "Tetsuja! Sveglia!" Jun era davanti a lui, in divisa da battaglia. "C'è stato un attacco! Dobbiamo andare!" Era la solita Jun, piena di vita e di energia. Ma Tetsuja sapeva che una volta ascoltata la melodia, niente sarebbe tornato come prima. I tempi dei combattimenti stavano per finire."Arrivo!" gridò lui, correndole dietro e fingendo di non avere pensieri.

 

OTTIMI CONSIGLI di Verdiana Raw


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