Cronaca
locale
“Chi avesse smarrito un orecchino di un certo
valore al Capolinea di testa del tram n°1, può trovarmi al medesimo posto
Giovedì 7 Maggio alle ore sei del meriggio, per un’ora; porterò un cappello a
bombetta color del mosto e un foulardino in pendant, seguirà accertamento. Se
nessuno si dovesse palesare mi riterrò libero di disporre a piacere del
suddetto monile.
Un onesto cittadino di passaggio”.
Chiuso riquadro
“Benfatto!” pensò.
Ludovico Serristori, fotografo professionista
e viveur, era aduso a questo tipo di genialate (mai nella propria città, mai
nello stesso luogo), per approcciare giovinotte scaltre; poiché l’orecchino mai
fu perduto, coloro che si sarebbero presentate sarebbero giocoforza state
fanciulle o signore di certo ardimento, che molto probabilmente sapevano
leggere, intraprendenti: stuzzichevoli creature da condurre a sé per qualche
ora di piacevolezza.
Avrebbe come al solito avuto in tasca un gioiellino
di tanto fina quanto fasulla fattura, nell’evenienza si fosse presentato
qualcuno di corposo, marito, fratello o quant’altro di cui non sapeva cosa
farsene, e infine per lasciare alla fanciulla il ricordo della sua fuggevole
quanto strapazzante presenza.
Quante avventure ne arano sortite, quanto
savoir-faire, quanta fascinazione.
Si innamorava ogni volta di quelle cartoline
che ne sortivano, storielle audaci quanto il personaggio che nasceva in sé in
ogni incontro.
Nella camera oscura della casa che abitava
come attracco Ludovico custodiva un libro con le fotografie che lui stesso
scattava alle fanciulle e dietro ad ogni cartoncino correva il filo romantico
eppure schietto della vicenda.
Dunque Giovedì 7 Maggio alle ore cinque e
mezza, con il nome di Renato Badalamenti, si appostò al capolinea della linea 1
con la sua attrezzatura fotografica che funzionava con modernissimo rullino
Kodak. così da studiare i movimenti del luogo, gli angoli, le presenze.
Cappello e foulardino in mostoso pendant.
Alle sei e tre a minuti si presentarono una
madre con la figlia che aveva smarrito un orecchino da tutt’altra parte della
città, ma che la più anziana delle due si ostinò a far chiedere alla giovane
che, paonazza, non alzava lo sguardo dalla vergogna, peccato egli pensò, perché
era davvero deliziosa.
Alle sei e dodici una coppia di curiosi
voleva sapere se fosse stato riconsegnato il valore, alle sei venti una guardia
che voleva in tutti i modi prendere in carico il gioiello e che Ludovico
dovette allontanare richiedendo che ci fosse anche un superiore a testimoniare
il fatto.
Alle sei e tre quarti, quando ormai era sul
punto di dare la serata per perduta, una donna vestita dei toni del verde e del
mosto, dal passo svelto e dalla mossa chioma fulva scarmigliata gli si parò
davanti col fiato grosso.
Aveva perduto il tram e si era avvicinata a
piedi.
Si sedettero per farle prendere fiato ad una
delle panchine della fermata: la donna che disse di chiamarsi Violetta si
interessò moltissimo all’apparecchio per la fotografia cosicché il discorrere
fra il due divenne presto un fiume di parole che prometteva di riversarsi in un
mare di accordi comuni.
Dio se questa non era meravigliosamente
bellissima!
Avrebbe dovuto giocarsela con la migliore
versione di sé.
La donna, si occupava di costumerie per il
Teatro della Prosa e dell’Opera e l’orecchino che era venuta a reclamare non
era esattamente stato perduto da lei medesima, ma dalla famosissima cantante
Osanna Nascimbeni, che la aveva spedita in sua vece con una descrizione della
buccola che non stava né in cielo né in terra, Violetta s’era dovuta presentare
per forza e con poche speranze di riuscita, e il fatto di aver conosciuto
Renato era per lei una insperata ricompensa.
Quello ascoltava ed era accorto e mai
lezioso, vicino ma non incombente, mentre sentiva che via via si sgretolava la
maschera e restava qualcosa che s’assomigliava al vero.
Dunque Violetta accettò di buon grado
d’andare a cena con il fotografo, e poi a zonzo, a mostrare lui le bellezze della
città in cambio della mostra del fatidico orecchino che Ludovico le consegnò
quando infine accettò di seguirlo al suo albergo dove la nudità delle loro
anime si confuse allegramente con quella dei corpi.
Almeno all’apparenza.
Poiché al risveglio del quarto giorno d’una
passione olimpica Ludovico si trovò alleggerito di tutti i suoi quattrini,
orologio, apparecchio fotografico e della bombetta colore del mosto.
Sul cuscino al suo fianco un biglietto
recitava:
“Ho sinceramente amato il tuo Teatro, spero
che medesimamente tu abbia apprezzato il mio.
Con sinceri ringraziamenti.
Violetta?”
Quella non fu l’ultima volta che Ludovico
Serristori, o come diavolo si fece chiamare, andò per il mondo a sedurre
bellezza, ma Violetta (?) fu la sola donna che gli restò profondamente impressa
nel cuore e nelle carni e della quale non ebbe mai né il nome né una fotografia
da istoriare.