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domenica 31 luglio 2022

INGANNI, COMETE E COMPLEANNI di Lorenzo Bellandi

Puzza di piscio, un ubriaco piegato a vomitare e un gatto randagio.

A volte, osservando la realtà che non sa di essere vista, si possono scoprire angolazioni inaspettate del comune punto di vista su situazioni ricorrenti nella vita di tutti noi.

Quella sera, la realtà inconsapevole, mi regalò uno di quegli sprazzi capaci di mettere in discussione le radici della società.

Il gatto balzò giù da una madia e si andò a sedere ad un paio di metri dall’ uomo.

-Vattene! Sho! Sho!- si interruppe per colpa di un coniato.

-Cosa hai da guardare?! Via bestiaccia! -

Il gatto era immobile.

L’uomo si scostò dal cassonetto sul quale poggiava barcollandogli incontro ma finì sul muro opposto e ricadde sul culo.

-Che cosa vuoi? Smettila di guardarmi così! Pensi sia facile? Io almeno mi pulisco il culo dopo aver cagato. Siete dei cazzo di selvaggi! Tutti voi animali lo siete. Noi siamo E-VO-LU-TI.- Si zittì una manciata di secondi e scoppiò a piangere.

Il gatto continuava a fissarlo serpeggiando con la coda.

-Noi umani non facciamo altro che prendere tutti in giro- riprese l'altro singhiozzando -Tutto comincia con il tuo primo compleanno. Ti mettono davanti una candelina e un gruppo di stronzi dietro il flash di uno smartphone ti dice di esprimere un desiderio e soffiare. Poi una sera sei in giro con tua nonna. Stringi quella mano grinzosa e sudaticcia mentre vieni schiaffeggiato da un vestito rosso con una fantasia di margherite che assomiglia più ad una tovaglia bucata che ad un indumento. Lei ti chiama “guarda lì” e tu vedi una roccia spaziale che si disintegra. - mimò un esplosione con le mani.

-Ma non è questo che ti dicono! No! E’ una cometa. Una stella cadente! Una stella cadente del cazzo?! E dove dovrebbe cadere una stella?! Non si cade nello spazio vecchia rincoglionita! - urlò nel cielo.

Poi tornò sul gatto.

-E lo sai cosa dice poi? Indovina. No. Non indovinerai mai sei troppo stupido. Dice “esprimi un desiderio”. E poi si va avanti così! Un ciglio sul polpastrello giusto, un braccialetto che un povero negro ha attorcigliato per gli spicci che ti avanzavano in fondo alla tasca. Una coccinella che ti tocca, un quadrifoglio e mille altre stronzate. Insomma a forza di esprimere quel desiderio ti ci affezioni cazzo. Poi accendi la televisione e vedi tutti questi tizi che “ce l’hanno fatta”. Attraverso uno schermo sembra che ce l’abbiano fatta tutti. Così l’idea comincia a stuzzicarti capisci? “Forse posso farcela anche io” pensi a bassa voce. E così un desiderio diventa un sogno- sospirò.

-Ma lo sai cos’è un sogno? Voi gatti avete dei sogni? Un sogno è un’illusione. E le illusioni non vanno d’accordo con la realtà e SBAAM! Schianti il tuo sogno contro un muro di titanio. Quel sogno era una bugia, è vero, ma adesso non sai più come andare avanti-

Rimasero in silenzio. Avevo finito la sigaretta ma volevo vedere come sarebbe andato a finire quel discorso.

-Sai noi uomini abbiamo bisogno di questo. A noi serve un sogno… chiamala speranza se vuoi. Serve quello per andare avanti. -

Si accese una sigaretta.

-Una speranza per tirare avanti. Come la carota sulla schiena di un asino… una ragione per essere felici. La speranza di essere felici. Almeno una volta. Almeno un secondo. -

sabato 30 aprile 2022

ORECCHINI, AMORI E QUATTRINI di Lorenzo Bellandi

Un goccia di sudore scivolò dall'attaccatura dei capelli giù fino alle ciglia, poi esitò prima di lanciarsi e infrangersi sul pavimento in marmo.

Tutti erano faccia a terra, B. stava in piedi sul banco che urlava come un pazzo mentre V. teneva busta che la cassiera stava riempiendo di soldi. Nessuno dei tre aveva la minima idea di cosa stessero facendo. Si erano basati sui film. Uno tiene d’occhio gli ostaggi, uno fa il pazzo e uno prende i contanti.

-Se qualcuno di voi stronzi si azzarda a scoreggiare gli mangio il culo! Lo giuro su Dio!- gridava B. ebbro di follia.

Non l’avrebbe fatto davvero. Si era fatto così tanta roba che le sue minacce erano diventate sempre più strane. Forse avrebbe dovuto prepararsi qualcosina. Tipo un cabarettista. Chissà se qualcuno ci aveva mai pensato. Uno entra in una banca per fare una rapina, fa sedere tutti per terra e mentre i complici si occupano di prendere i soldi si esibisce in una stand up comedy. Un pubblico difficile, ma se uno è bravo poi magari cominciano le risate, poi c’è anche quella roba, la sindrome di Stoccolma. E tutto passa sereno, gli ostaggi si divertono e i rapinatori prendono i soldi.

“Win to Win” come dicono quelli che fanno i soldi.

Magari poi la banca ha anche un’assicurazione che restituisce tutto. Magari il direttore della banca che dice sempre “Win to Win”, quando riceve la notizia della rapina si fa una risata e agita la mano come a dire “Chi se ne frega”. Regala gli orecchini di diamante alla segretaria e se lo fa succhiare sotto il tavolo. Mentre i figli della segretaria sono a scuola e i figli del direttore sono a spaccarsi le vene in una crack house.

Anche a O. sarebbe piaciuto regalare un bel paio di orecchini alla sua ragazza. Portarla in un centro massaggi, andare a cena in un ristorante stellato, farsi un fine settimana a Parigi. Gli sarebbe piaciuto regalare queste cose alla sua ragazza, a sua madre, ai suoi nonni. E a suo padre? Beh si anche a suo padre, o magari no… suo padre era un uomo. Un uomo come lui. Gli uomini certe cose se le procurano. Se le devono procurare, altrimenti che uomini sono? Un uomo non può farsi pagare un fine settimana a Parigi dal figlio. Non finché non è vecchio.

-E tu cos’hai da guardare puttana?!?- B. se la stava prendendo con una tipa stesa a terra che aveva alzato la testa. Saltò giù dal bancone.

-Quando sono entrato ho detto faccia a terra! Cosa sei una sorda del cazzo?!?-.

I sordi sono già abbastanza sfigati senza che qualcuno aggiunga “del cazzo”. Spesso si aggiunge a certe categorie di persone del cazzo. “frocio del cazzo”, “negro del cazzo”, “puttana del cazzo”. Pensandoci bene aggiungere l’epiteto è tipo un complimento. Cioè sta come a dire: non è un problema ciò che sei, ma è un problema che qualsiasi cosa tu sia, lo sei del cazzo. Cioè da schifo. È come dire “uomo del cazzo”. Però “uomo del cazzo” sembra più saggio e giusto di “negro del cazzo”. “Uomo del cazzo” lo diresti di qualcuno che ha abbandonato un figlio mentre robe tipo “frocio del cazzo” sembra qualcosa detta da un uomo etero, bianco e omofobo ad un omosessuale.

-SEI UNA SORDA DEL CAZZO?!- ringhiò B. sulla faccia della puttana riempiendola di bava.

-RISPONDIMI!-.

O. continuava a pensare alla faccenda del direttore della banca che se lo fa succhiare dalla segretaria. Ai suoi figli che si rovinano in una crack house. Alle ex-mogli che prendono il sole a bordo di una piscina comprata da lui.

B. alzò la pistola sopra la testa e la puntò al soffitto.

-QUESTI LI SENTI PUTTANA?!- sparò due colpi. La parte del pazzo lo aveva preso un po’ troppo.

Forse B. era un uomo del cazzo.

Ma il direttore della banca sicuramente non lo era. Perché lavorava tutto il giorno per tornare a casa e scaldarsi una cena nel microonde, aspettando la chiamata di uno sbirro che aveva ritrovato i figli in overdose, oppure quella di un ex-moglie che si lamentava, oppure della segretaria che ha messo in cinta, oppure quella del capo dei direttori.

Una guardia giurata saltò fuori da un angolo.

Ci fu un terzo sparo.

Poi un quarto.

O. caddé a terra. E mentre la vità scivolava via, gli venne da piangere. Come un uomo del cazzo. E non avrebbe comprato degli orecchini per la sua ragazza. Come un uomo del cazzo.

lunedì 31 gennaio 2022

BANDIERE, GIARDINI E ATMOSFERE di Lorenzo Bellandi

M. quella notte non aveva dormito. Era il gran giorno, il primo di tanti altri certo, ma chi parte bene è a metà dell’opera. Sarebbe stato l’inizio, una data fondamentale, per lui, per il movimento e probabilmente per il mondo intero. Si scaldò il caffè con il fornello da campeggio. Quel rifugio tanto nascosto agli occhi del mondo era completamente isolato, non c’erano acqua, gas o elettricità. Era per queste cazzate che alla fine avevano trovato Bin Laden. Quella storia del corriere era una cazzata, sicuramente quell’incompetente col turbante si era fatto un abbonamento a qualche sito porno a pagamento e sbam, un marines ti spara in testa. Ma è così, gli uomini sono uomini e non possono sopprimere certi istinti. E’ normale che se te ne stai segregato prima o poi la tentazione ti viene, quindi meglio evitare rischi inutili. Se proprio uno deve farsi una sega l’immaginazione va benissimo.

Mentre sorseggiava la bevanda ripassava mentalmente il discorso che di lì a poco avrebbe dovuto tenere. Non se l’era scritto, aveva più che altro dei punti chiave, degli argomenti da trattare: “bastardi capitalisti”, “società corrotta”, “insurrezione generale”, “governo ladro” eccetera. Si sentiva sicuro. Tutto era pronto. Il rapimento della figlia del senatore aveva ottenuto l’attenzione mediatica che si aspettava, i suoi informatici erano già pronti a cablare le principali reti mondiali per mandarlo in onda in qualsiasi momento. Niente poteva andare storto. Tutto doveva essere e sarebbe stato perfetto.

Uno scagnozzo irruppe nella stanza spezzando il filo dei suoi pensieri.

-Signore- batté il piede sinistro e portò il dito medio della mano destra sulla punta del naso.

-Prego- rispose lui sospirando. Quel saluto era da rivedere.

-E’ arrivato G. con la bandiera-

-Bene. Mandalo qui. La ragazza e le telecamere sono pronte? -

-Sissignore. Tutti in posizione aspettiamo lei. -

-Ottimo. Controllo la bandiera e procediamo. Contatta la squadra IT e digli di tenersi pronti al mio segnale. Congedo. -

-Sissignore-

Ancora quel goffo saluto, poi il sottoposto sparì. M. scosse la testa.

Qualche secondo dopo G. si affacciò sulla porta. Aveva un sorriso beota stampato a lettere cubitali sulla faccia.

-Capo-

-Ciao. Tutto bene con la bandiera? -

-Bene?! Direi benissimo- Sghignazzò. Poi balzò nella stanza con le mani nascoste dietro la schiena. -Wolà! - sventolò fiero una bandiera di fronte a se.

M. restò a bocca aperta.

-Ti piace vero?? Lo sapevo, mi sono permesso di fare qualche piccolo cambiamento all’idea di base ma così mi sembra pi-

-Che cazzo è quella?!-

-E’... è la nostra bandiera-

-Dimmi che è uno scherzo-

-Non ti piace? -

-G. maledetto idiota. Dimmi che è uno scherzo! -

-C… cosa intendi? -

La bandiera aveva stampato su tutta la facciata un dipinto. Un dipinto che solo un pennello fra le fauci di un coccodrillo con l’alzheimer avrebbe potuto dipingere. La scena era di un famigliola felice durante un picnic.

-Che cazzo è quella roba?!?!- tuonò M.

-E’ il quadro che ho fatto io? -

-Cosa? -

-Si quel quadro, te l’ho fatto vedere l’altro giorno, hai detto che ti piaceva tanto, così ho pensato di farti una sorpresa. -

-Il tuo quadro?! Non ho mai visto una cosa del genere! -

-Ma sì, l’altro giorno, mentre avevi per le mani tutte quelle scartoffie-

-Quali scart… ma che cazzo dici?! Non me ne frega niente di quando me l’hai fatto vedere, avevamo deciso per la silhouette di un uomo con due teste sgozzate ricordi??-

-Si…-

-E allora questo che cazzo è?!-

-Non so, ho pensato che ti sarebbe piaciuto, avevi detto che il quadro ti piaceva…-

-Mi piacciono anche i cuccioli di cane, questo non vuol dire che li volessi sulla maledetta bandiera del mio gruppo terroristico! -

-O.k. colpa mia, avevo capito male… però anche tu saresti potuto essere più sincero. -

-Cosa stai dicendo maledetto demente?!-

-Dico solo che se tu fossi stato sincero su cosa ne pensi del mio quadro, non saremmo in questa situazione. -

-G.? Non avrai mica volontariamente stampato una bandiera orribile e del tutto inadeguata solo per insegnarmi ad essere sincero e a dirti la verità sulla tua pessima, amatoriale e futile arte, vero? -

-Bah, io dico solo che se fossi stato sincero…-

-Maledetto cazzone ritardato hippie. Scimmia senza cervello. Io ti ammazzo! Io ti sgozzo e poi impregno la bandiera del tuo sangue! Dannato coglione idiota! IO TI FACCIO SODOMIZZARE DA TUTTI I MEMBRI DEL GRUPPO! -

-Francamente mi sembra una reazione esagerata-

-Ti rendi conto che abbiamo rapito la figlia di un senatore. Ci stanno cercando le intelligence di tutto il mondo, ho una squadra di tecnici pronti a mandarmi in diretta mondiale e una stronza bendata da sgozzare di là! Cosa cazzo faccio adesso?!-

-Eeeh quante storie! Alla fine è solo una bandiera-

 

domenica 31 ottobre 2021

GIORNI, CADUTE E RITORNI di Lorenzo Bellandi

Un ginocchio saltellava impaziente. Il suo padrone sbracato su una panchina nella notte sbuffò. Altri due energumeni giravano senza sosta sul manto fangoso, schiacciando i pochi fili d’erba emersi a respirare lo smog cittadino.

 

- Ma dove cazzo è finito? - fece quello sbracato.

-Sta’ calmo V. arriverà

- Si ma quando?! Dovevano essere dieci minuti due ore fa!

- Magari gli è successo qualcosa- ipotizzò un altro energumeno.

- Si magari ha incontrato tua madre per strada- lo zittì V.

- Anche se avesse incontrato sua madre sarebbe già tornato.

- Magari più avanti ha incontrato sua sorella.

- Non so ma sicuramente fare lo stronzo non fare arrivare A. prima.

 

Passarono ancora alcuni minuti di silenzio. Poi V. sbottò.

 

- Sentite mi sono rotto i coglioni di aspettare! Io me ne vado!

- Non puoi farlo!

- E perché no? La pazienza non è il mio forte e lo sapete bene! E poi si può sapere che cosa cazzo stiamo aspettando? Cosa ci deve portare di così importante?

- Ma come non sai cosa ci deve portare?

- No a me B. ha detto che stasera A. ci portava roba forte- sbraitò lanciando il mento verso B.

- Non lo so cazzo io penso sia droga- si giustificò B.

- Come non lo sai?! E perché abbiamo dato quei soldi a A. allora? Perché cazzo lo stiamo aspettando?

-Scusate un secondo voi due, quindi abbiamo dato ad A. sette centoni senza sapere perché?

-Senti D. ora non farci passare da idioti!

-V. ha ragione! Ha detto roba forte, non c’è bisogno di farsi troppe domande-

-Sta’ zitto B. Non so te ma io nell’oro non ci affogo. Non ho un padre sbirro ne mafioso e i soldi non mi piovono dal cielo

- Senti non fare la vittima! Neanche tu ti sei informato troppo prima di mettere la tua parte nel mucchio!

- Hai ragione V.! Hai proprio ragione! Sono il cazzone che si fida di quei ritardati dei suoi amici B. & V.! Il cazzo di gatto e la cazzo di volpe siete! Ci siamo fatti inculare!

-Tua madre si fa inculare stronzo!

- Ragazzi calma! Non litighiamo e cerchiamo di pensare. Perché A. ci dovrebbe inculare?

Sono sicuro che sta tornando.

V. scattò in piedi - E’ a pippare i nostri soldi con quella puttana di tua madre! Ancora non l’hai capito?!- urlò.

- Cazzo V. stai calmo! Perché devi essere così aggressivo con B.?

- Perché è un idiota!

- Così mi ferisci fratello.

- Smetti di fare la fighetta per favore e riporta quei piedi sulla merda che calpestiamo tutti per favore!

- Apprezzo il per favore, ti ringrazio cercherò di farlo.

D. chinò il capo tirandosi la mano sulla fronte. V. ricadde sulla panchina con un lungo sospiro.

- O.K. fratello perdonami lo sai che in certe situazioni la rabbia fa dire cose che non si pensano. Mi dispiace per quella storia di tua madre. E’ una brava donna e sono sicuro che è a casa a bere un thè e guardare un bel film O.K.?

- Grazie V. ti perdono.

- Bene se adesso avete finito di fare le checche sarebbe utile capire cosa abbiamo comprato da A.

- Non lo so… sarà droga- ipotizzò V.

- Non credo sia droga- rispose D.

- E perché mai?!

- Prima di tutto perché A. non avrebbe le palle di farsi un viaggio di due ore con addosso settecento euro di qualsiasi sostanza. Soprattutto con tutte le guardie che ci sono in giro. Secondo perché A. non ha mai avuto conoscenze nel settore. Terzo perché sicuramente se si fosse trattato di droga ci avrebbe almeno detto che di che tipo di roba stiamo parlando e quarto...

- O.K. O.K. è chiaro, non è droga, mi sta bene, ma allora cos’è?

- Un paio di scaccia infami? - Propose D.

- Scaccia-infami?

- Si B. vuol dire pistole.

- Pistole?!

- Ma che cazzo? Pistole?! Da quando noi compriamo o usiamo pistole? Dove merda siamo nel Bronx?!

- Effettivamente sarebbe strano… ma cos’altro può essere? -  D. si afferrò il mento scrutando il cielo.

- E se non fosse qualcosa di illegale?

- B. per favore sta un po’ cazzo zitto!

- V. non ricominciare, lascialo in pace. Cosa intendi B.?

- Magari si tratta di vestiti, tipo scarpe o giubbotti-

- Merda e io cosa me ne faccio di un giubbotto a Luglio?!

- A tarda notte può fare un discreto freddo-

- Smettiamola di dire cazzate per favore. B. non possono essere giubbotti

- Bene allora genio illuminaci! Dove cazzo abbiamo buttato i nostri soldi- sbottò V.

- Magari si tratta di roba di contrabbando.

- Contrabbando?

- Si B. tipo sigarette e roba del genere.

- E che cazzo me ne faccio di roba di contrabbando D.?

- La rivendiamo.

- Porca troia non ho voglia di mettermi agli angoli a vendere sigaretta per due spiccioli!

- Magari…

 

martedì 30 marzo 2021

MANI, PREGHIERE E DOMANI di Lorenzo Bellandi

Ero piccolo quando è cominciato tutto questo. Ero solo un cazzo di bambino in pre-adolescenza, con poche responsabilità e tanta voglia di menarselo. Non mi vergogno a dirlo… non più… mi masturbavo anche cinque volte al giorno. Gli altri bambini se ne stavano sotto casa a tirare calci ad un pallone. Poveri idioti. Io intanto ero a farmi una sega dentro l’armadio, o seduto in terrazza, o incastrato in qualche angusto anfratto. Mi sembrava di vivere in un sogno. Avevo undici anni e più orgasmi che amici, ma ero felice. Poi un giorno successe. Ero solo un bambino…

Mia madre, brava donna ma grande stronza, decise di “curarmi”, come se fossi malato. Le provò tutte, persino mettermi il peperoncino sulle dita. Ma io non mollai, non l'avrei mai fatto. Poi, un maledetto giorno, di una maledetta primavera, rovinò per sempre la mia vita con un ultimo, scellerato, tentativo di cambiare ció che ero. Don Paolo, il prete della parrocchia, fu invitato a casa nostra per una chiacchierata.

Ero solo un bambino… lo rispettavo, credevo in lui e nell’istituzione che rappresentava.

Eravamo soli nella mia stanza, quando pronunciò le parole che mi restarono stampate nella mente per tutta la vita.

-Le mani servono a pregare, non a masturbarsi-

Mi colpì. Passai la notte a rifletterci su, aveva senso. Provai a smettere, ma non ci riuscivo. Anzi, mentre mi masturbavo pensavo che con quelle stesse mani avrei dovuto pregare, e mi eccitavo. Dentro di me crebbe questa strana dicotomia fra l’amore per la religione e il piacere che mi procurava masturbarmi sapendo di sbagliare. Mi odiavo per questo. Ero due persone che non riuscivo a conciliare. So che può sembrare strano, ma soffrivo molto. Essere cresciuto in una famiglia credente, nutrito di certi valori, segnato da una serie di principi e, in un secondo, rendersi conto di andarvi contro senza riuscire ad impedirlo. Pensavo di essere un debole. Pensavo di essere sbagliato. Sentivo di dover espiare le mie colpe. Per questo cominciai, paradossalmente, a frequentare sempre più spesso la chiesa. Per ogni triste e inevitabile sega che mi sparavo, passavo, l’indomani, almeno mezz’ora in chiesa. Seguendo questo rigido rapporto sentivo di potermi, in qualche modo, giustificare e salvare. Fini per passare nella mia parrocchia praticamente tutto il giorno, e inevitabilmente anche a menarmelo in loco. Creai un legame così intenso con la religione da scegliere per il mio futuro la carriera ecclesiastica. Se avessi dedicato la mia vita a Dio, lui mi avrebbe perdonato per i miei peccati. Durante il giorno ero un modello di devozione e fede. Quando sentivo il richiamo, però diventavo, nel mio privato, un diavolo peccatore. Questo strano binomio inconciliabile di cui ero composto, mi logorava dall’interno. Mi concentrai negli studi cercando di redimermi fino al giorno in cui divenni prete. Incredibilmente mi spedirono proprio nella parrocchia in cui ero cresciuto, a sostituire proprio lo stesso prete che mi aveva detto quella frase, lo stesso che un tempo tanto stimavo, lo stesso che mi aveva spinto ad essere ciò che ero. Prima di lasciarmi il posto però dovetti passare con lui un mese, una specie di rapido apprendistato. Mi mostrò il funzionamento dell’abitazione che mi spettava e mi presentò i vari elementi che frequentavano la parrocchia. Lui mi passava il testimone mentre io, con l’altra mano, mentre non guardava, mi sollazzavo il più possibile.

Nella casa del signore succedeva però qualcosa di strano: ogni tanto, quando ero solo sentivo uno strano rumore. Sembrava che qualcuno facesse applaudire due petti di pollo. Il suono era continuo, mi stava entrando in testa. Chiesi a Don Paolo, ma lui mi disse di non averlo mai sentito. Ma io non riuscivo a lasciarlo perdere.

Una sera mentre cercavo di farmi una sega, il suono non mi dava pace. Così, stremato, decisi di trovarne la fonte. Vagai come un'anima in pena per un’ora. Freneticamente correvo per i corridoi cercando di inseguire il rumore. Finché, alla fine, lo trovai. Proveniva dall’armadio che mi stava di fronte. Senza esitare spalancai le porte. Lo vidi. Era lui. Il mio mondo crollò in un istante. Il prete se lo stava sciaguattando senza ritegno. Mi vide, ma non si fermò. Continuò a fissarmi dritto negli occhi e disse -Le mani servono ad espiare i peccati, figliolo- poi si lasciò andare ad un gemito mentre muoveva le mani sempre più velocemente.

Il liquido denso si schiantò sulla mia tunica all'altezza della spalla, poi colò giù. Restai inerme.

La mia vita… era una bugia.

mercoledì 30 dicembre 2020

CASTELLI, NOTTI E COLTELLI di Lorenzo Bellandi

 -Perché non ho detto di no? - Pensava K. mentre seguiva il tour nel castello. Odiava quel genere di cose, eppure quando sua madre gli aveva chiesto se ci voleva andare, aveva risposto di sì. Probabilmente era per non farla dispiacere, dopotutto le aveva dato già un sacco di problemi. Ogni tanto, una gioia, quella santa donna se la meritava. Però, all’ultimo, lei aveva avuto un impegno di lavoro, così si era ritrovato solo, in mezzo ad un gregge di turisti anglosassoni, patetici quanto la loro intramontabile accoppiata sandalo-calzino bianco.

Per di più, doveva ancora smaltire la sadica sbronza della sera prima, che si ribellava come una scimmia in gabbia nella sua testa. Intanto la guida passava da una sala all’altra raccontando di quel lord, di quel mecenate, o di quella volta che. A K. però non fregava un cazzo. Così dopo l’ennesima noiosa stanza, decise che si sarebbe svincolato dal gruppo.

Colse l’occasione quando, mentre il gruppo si muoveva, vide una piccola porta bianca, che sembrava riservata agli addetti ai lavori. Sparì con destrezza e disinvoltura, furtivamente aprì l’apparentemente insignificante porta e la chiuse alle sue spalle. Qui, però trovo qualcosa che solleticava il suo interesse. Nella stanza infatti c’era un set di diverse armi bianche. In particolare degli esotici coltelli catturarono la sua attenzione. Non che K. fosse un appassionato di armi in generale, di antiquariato o di qualsiasi cosa che potesse avere un valore storico, ma quelle armi avevano per qualche strano motivo attratto i suoi occhi, la sua mente e persino il suo cuore. Restò immobile di fronte alla tavola su cui questi erano stesi.

Era come in estasi. Per un istante gli parve che i coltelli fossero esseri senzienti, rinchiusi in un secolare letargo, pronti a risvegliarsi per essere posseduti dal prossimo volgare umano, cui era concessa, a differenza loro, la volontà e la capacità di perseguirla. Ad un tratto, riprendendosi dalla contemplazione dei coltelli, K. si accorse, scorgendo il buio oltre una timida finestrella che era sfuggita alla sua frettolosa scansione della stanza, che la notte era sopraggiunta. Ma come era possibile? Gli pareva di essere in quella stanza da non più di un paio di minuti. Il museo con ogni probabilità doveva essere chiuso. Possibile che nessuno si fosse accorto che era rimasto là dentro? A quanto pareva sì. Ma a K. non importò un granchè. Sarebbe rimasto con quei coltelli che su di lui esercitavano tanto fascino. Era attratto da loro come da un interiore forza centrifuga. Potendo non se ne sarebbe mai separato, e, pensandoci bene, chi avrebbe potuto opporsi ad una volontà tanto ardente?

“Nessuno” rifletté compiaciuto il ragazzo. Decise di dormire un po’. Non tanto, solo lo stretto necessario, per poi risvegliarsi in fretta e tornare alla contemplazione di quei seducenti strumenti di morte. Così fece per sdraiarsi a terra, proprio ai piedi del tavolo indegno, che sorreggeva il peso dei divini oggetti. Ma proprio mentre stava per chiudere gli occhi si accorse che il sole era alto al di fuori di quella piccola finestra, a dire il vero, più piccola di quanto gli era apparsa un minuto prima. Non se ne curo, era vicino ai suoi coltelli. Suoi.

Ormai erano suoi. Quando si risvegliò, la finestra sembrava una crepa insulsa nel muro bianco. La sua schiena soffriva, si tirò sua freneticamente e a fatica per assicurarsi che i coltelli adorati fossero ancora lì. Con un sospiro di sollievo li vide riposare dolcemente sul tavolo, come se fossero dei cuccioli. Fece per accarezzarli, ma fu allora che notò la sua stessa mano. Quella che doveva essere la mano di un sedicenne sembrava quella di un ottantenne. Le sue mani sciupate e decrepite. La sua pelle giallastra e smorta sembrava attaccata alle ossa con l’ultima briciola di volontà. Guardò le gambe. Secche come rami da fuoco. I capelli, che solo una dormita prima erano di un nero splendente, sistemati in un acconciatura perfetta, adesso erano bianchi, e scivolavano senza vita giù per le sue guance fino a toccargli le spalle. Ebbe un momento di panico. Quei coltelli! Quei coltelli gli avevano fatto questo. Eppure non li odiava. Per niente. In un momento di lucidità si rese conto dell’ossessione che in lui era germogliata nell'esatto istante in cui li aveva visti per la prima volta, doveva andarsene. Fece per andarsene. Ma la porta dalla quale era entrato non c’era più. Un’orrida espressione frutto della consapevolezza della fine baleno sul suo volto, ma rapidamente, il ritratto del terrore, si trasformò in gioia, ed esplose in risa di follia senza denti. Nessuno adesso avrebbe potuto separarlo dai suoi coltelli. Di K. non si seppe più nulla. Le autorità indagarono sulla sua scomparsa, ma ben presto archiviarono il caso come la fuga di un giovane. Non avevano trovato niente che facesse pensare loro qualcosa di più grave. Solo una pista gli era stata data loro da un testimone. Un tedesco che diceva di averlo visto entrare in una porta durante un tour in un museo, ma fu abbandonata, perché quella porta non si trovava da nessuna parte.