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domenica 1 maggio 2016

L'UOMOLOGIO di Monica Capomonte

Guardavo un disegno di mio figlio, che ho appeso, col solito inopportuno gusto da mamma, sul mio Mac in ufficio. Lo ha chiamato Uomologio, o qualcosa del genere, e rappresenta lo scorrere del tempo per un ragazzino di nove anni. In pratica ha disegnato un bebè sulle ore una, un piccoletto alle due, un bimbo più grande alle tre e così via. Fino ad arrivare all'ometto in giacca e cravatta alle otto, l'uomo senza capelli alle dieci e  un vecchietto alle undici. Sulle dodici ha disegnato una pistola, ma non si può chiedere agli artisti di essere coerenti. Ho una discreta educazione, vado alle mostre e tutte quelle cose lì, e mi sono chiesta se, per qualche strano motivo, mi trovi di fronte a un'opera d'arte. So benissimo che i disegni che facciamo da bambini sono bruttissimi: mamme, lo so che mi guardate storto, ma sono brutti, proprio inguardabili. L'importanza è la creatività, state dicendo. Sì, sì. Ma fanno schifo lo stesso. E anche il disegno di mio figlio è  orribile, anche se lo amo e tutto il resto. Ma l'idea.... Mmm. L'ha copiata da qualche stupido libro che la sua stupida maestra (Karys, si chiama Karys: suoni nelle Bangles o nelle All Saints gallesi, tesoro mio?) ha fatto leggere alla classe. E subito mi sono immaginata di un museo con tutti i dipinti dei grandi artisti quando erano piccoli: Michelangelo, Tintoretto, Degas, Pollock quando erano bambini. Con i nomi del passato (intendo passato passato, tipo Rinascimento) è difficile, ma al giorno di oggi, con Internet e tutto quanto non  dovrebbe essere difficile recuperare i disegnini di Andi Warhol quando andava alle elementari. Con la mamma di Andi che scuote il capo e dice "al massimo da grande potrebbe dipingere le lattine di succo di pomodoro".Ecco. Adesso mi tocca andare a cercare sul web se la faccenda dell'uomologio è scopiazzata da qualche parte, oppure se sia una piccola scintilla artistica di Gu(gliemo).  Mi attende il solito pomeriggio di sciocchezze. Brava Monica, così impari a fare la editor e a non trovarti un lavoro più interessante, che so, l'artista: dipingevo in fondo da piccola. Ma i miei disegnini facevano davvero schifo.

 

NON VERRO' di Andrea Mitri

Caro Marco

Non verrò questo pomeriggio, sabato 27 marzo 2016 alle ore 18, all’ inaugurazione della tua mostra “Solitudine e riverbero” , presso la Galleria Mandelli in Via dei Giubbonari 14 a Roma. Non prenderò ancora una volta la macchina  per venire all’ennesimo vernissage fatto di gente vestita accuratamente disordinato, aromatizzata dall’ultima essenza giapponese e impegnata a rimestare nel bicchiere l’ultimo vino di tendenza.  Non credo proprio che affronterò il traffico romano nell’ora di punta con la mia Fiat Panda , per impazzire poi  a cercare parcheggio nei pressi di quella cazzo di Galleria Mandelli, che, come tutte le gallerie di tendenza, si trova in un posto dove si può arrivare solo in taxi. Non verrò a condividere i saluti di circostanza, né a mescolarmi alle belle frasi a metà tra la citazione e la rielaborazione, esibite in giusta misura a riempire il vuoto temporale che ci separa dal buffet, dall’apericena, dal sushi bar. Così facendo oltretutto, potrò non concedermi alle valutazioni complessive disseminate tra un crocchio e l’altro, e al loro quantificare i valori presenti: un vestito di Prada, un Panerai Luminor, un corpo modellato Klab , una  tua foto del 2009. Non mi unirò al coro di incensamenti che mortifica l’unicità,  giudicando “straordinario” qualsiasi accadimento gli si pari davanti agli occhi, “toccante” qualsiasi cosa  richieda una minima attenzione, “geniale” qualsiasi idea esuli il già visto.   Non verrò. E non a causa del “mio inutile ricercato tentativo di non appartenere a questo mondo”, come spesso ti ho sentito pontificare, al susseguirsi del mio disagio nello stare nei luoghi deputati all’arte contemporanea. E nemmeno per ripicca , o stupida presa di posizione, contro il fatto che per tutta la settimana non mi hai risposto al telefono; né perché non ti sei fatto più vivo dalle 13.40 di quello stupido lunedì scorso, quando mi hai lasciata da sola al ristorante, con il conto pagato, in un gesto finale di signorilità presunta che non ti avevo richiesto.

Non verrò, e non  perché, come credo tu abbia capito, non ti considero  il grande artista che pensi di essere, quello che gli altri si sono velocemente convinti che tu sia. Non credo infatti che il rinchiudersi in una grotta per un mese e poi farsi un selfie all’uscita, abbacinato dal sole, si possa definire arte. Si è vero, il critico del New Yorker , ha definito la cosa “ paleolitismo tecnologico, ovvero il punto di unione tra quello che eravamo e quello che siamo” e Vittorio Sgarbi ha trovato il tuo lavoro “degno della ricerca della giusta luce che era già stata prerogativa caravaggesca” . Ed è pure vero che il Guggenheim ti ha comperato i tre selfie di uscita da quella grotta sul carso triestino, di cui  hanno apprezzato sullo sfondo  il “toccante statico svolazzare delle foglie mosse da una bora partecipe” . E non posso  di sicuro negare, che  una ricca collezionista giapponese abbia speso una cifra impensabile, per ricreare l’habitat di quella stessa grotta all’interno della sua villa a Kyoto, e permettersi di farti stare un mese da lei,  in cambio della possibilità di selfarsi insieme a te all’uscita.

Scusami,  ma anche se ti apprezzo molto,  io continuo a credere che tutto ciò non possa automaticamente qualificarti come artista indispensabile all’umanità. Anche se la foto con l’autoscatto che abbiamo  fatto insieme nel 2003 , all’ uscita del Piccolo Teatro di Milano, quaranta minuti prima dello scandire dei miei ventuno anni, rimarrà per sempre l’opera d’arte più bella appesa alla mia parete.

Ti mando questo mazzo di fiori e questa lettera,  per dirti che molto più semplicemente non verrò perché oggi, finalmente, è una meravigliosa giornata di sole di primavera.
 
Con affetto

Lisa

 

 

EPOS MICROMETROPOLITANO di Narciso Fenice Ramparti

PROGOLO

 
Lasciali dire. Anzi, fomenta. Meglio mille lati oscuri che il nulla dietro una facciata grigia. Non tutti i politici sono disonesti, non tutti i preti sono pedofili, non tutti gli sbirri sono dei criminali servi del potere, non tutti gli animali sono amici, non tutti i tossici sono dei falliti. Certe forme di idiozia sono adamantine. E si offendono pure, se glielo dici.

 
CANTO PRIMO
(Elleboro e timo)
 
Rincasare ubriachi alle 21: la midònna impone un coprifuoco proibitivo per il sabato sera, e io apparecchio col fido Aiace una rapida sortita aperitivante al ns circolino, l'Arci Progresso di Firenze. Belli determinati a spararci aggràtis la partita della Fiorentina nella sala cinema sottostante, ordiniamo un Negroni: Libero, amabile ma sinistro mescitore, ci consegna una miscela micidiale. Al secondo gol gigliato siamo già in delirio totale: forza viola e palleinmano. A un certo punto, però, la tipa che garba ad Aiace – da lui eloquentemente nomata 'Culieri' – va a giocare al biliardino (boh, nel 2016) e così seguiamo a ruota pure noi.

C'è sto calcino balilla ancora libero, e allora propongo la solita sfida: ragazzi di destra (noi) contro ragazzi di sinistra (loro) per giocarci TUTTE le fighe del circolo. Però Aiace vuole essere di sinistra e io mi trovo a dover cercare un compagno che accetti di dichiararsi di destra: unico volontario un simpaticissimo albanese di nome Leonard, che probabilmente non aveva capito. Comincia il match. Andiamo subito sotto di tre gol. Poi rimontiamo e, a sorpresa, portiamo la destra alla vittoria. Umiliazione di Aiace, che di solito mi batte sempre, e trionfo totale all'insegna di una nuova entusiasta amicizia con questo Leo albano. Ogni volta che esci con Aiace è una serata da raccontare. Arrivo a casa giusto per cena, e strippo. Parecchio.

 
CANTO SECONDO
(Ma quanto sei stronzo?)

Da quando abbiamo smesso con la stricnina ci ritroviamo ad essere assaliti con maggior veemenza dalle isterie del weekend. Essendoci ritirati a vita privata dalla metà dei trenta, perché il buon gusto è la nostra religione, ci ritroviamo in questi allucinanti sabato pomeriggio in preda ad una sorta di distruttiva euforia liceale. A questo giro la colpa era mia: arriviamo, io e Aiace, al Progresso per il solito Negroni e mentre stiamo sorseggiando avvertiamo distintamente, dai locali sottostanti il bar, delle voci femminili che intonano litanie orientali: io, già lievemente alterato, sbrocco e mi fiondo di sotto per irrompere nel nirvana, ma vengo prontamente stoppato da Libero, gestore e bravissima persona (come ho mancato di specificare dall'inizio, ma anche Omero non è che stesse a introdurre i personaggi): mi spiega che potrei essere incriminato per turbamento di funzione religiosa, in quanto nei locali dabbasso stanno ospitando un'imprecisata congrega islamica o induista che sta concelebrando. Ma la mia anima candida reagisce spasmodica: voglio aggregarmi! Ogni religione abbraccia un volto di Dio e io mi piace pregare con quelli di altre confessioni. Niente da fare: Libero, giustamente irremovibile e innervosito, non abbocca e mi caccia dal circolo, financo privandomi di ogni futuro privilegio. Non ci siam più tornati, e Aiace non manca di farmelo pesare.

 
CANTO TERZO
(Interludio perverso)

Quel sabato avevo precisato ad Aiace che non sarei potuto uscire: in quanto unico autore retribuito di questa prestigiosa rivista, avevo ricevuto da Barilli la commissione di un virulento editoriale (lo state leggendo) che chiarisse una volta per tutte la compatta posizione politica dei contributori. Diciamolo adesso e valga per sempre: siamo dei neocrepuscolari incazzati. E a nessuno è permesso mai, e dico mai, divergere anche solo impercettibilmente dalla nostra rigida linea editoriale, come potete facilmente notare anche solo leggendo questo numero. Ma tu? Trascendi il noumeno kantiano oppreferisci la sorca?

 
CANTO QUARTO
(Rivelazione pre-infarto)  

Io sono il giovedì sera. Abbiamo strappato trentasei minuti di mondanità alla vita, concedendoci cubalibre e movida lampo al Genio Italiano. C'era una band ganziale, con due bellefìe alla voce, che faceva classici '70-'80: tutti bambi e strambi, ci siam messi a ballare venus, ladymarmalade e splendidosplendente. Ovviamente, la mia identità segreta è andata a farsi fottere quando ho dovuto trasformarmi davanti a tutti. Siamo schizzati a casa prima che la citroen diventasse una zucca e noi tornassimo brutti come prima dell'incantesimo. Ma non temete: non siete tagliati fuori dal tagadà di nostra vita! State allegri, dacché Tommi cagherà all'uopo un videodocumento di quanto eravamo fighi! Vi aspetto tutti domani pome al bar Nike per la première.
 

CANTO QUINTO
(Sorriso dipinto)

Mia madre mette in imbarazzo anche i rumeni. Ci chiama a tavola: io e mia sorella arriviamo e c'è questo rumeno a sedere fra i nostri due posti. Ovviamente non battiamo ciglio, abituati a numeri simili e anche peggio ma comunque maledicendola fra i denti. Una che prende il vangelo alla lettera in casa è un pericolo micidiale per l'incolumità. Nel cogliere l'implicita metafora paideutica sulla considerazione indistinta che mia madre ha dei partecipanti alla sua mensa, ovvero di poveracci cristianamente assistiti (noi come il rumeno), abbiamo inteso mettere a suo agio l'ospite: dietro la facciata del più vieto stereotipo, si nascondeva un principe valacco di nome Adrian, che quella vecchia strega aveva imprigionato e costretto a spaccar legna.

 
CANTO SESTO
(Sì, ma famo presto!)
 
Drittu'ntu'sticchiu! Hai voglia a far quel che cazzo ti pare e definirlo cultura o ancor peggio arte. Ripigliatevi. Saperci fare è un'arte incomunicabile. L'insuccesso esaspera le paranoie. L'Italia che va a rotoli siete voi.

Ora non vorrei sembrare arrogante (ah! Masséntilo!), ma ti sembra ragionevole mandare affanculo a ventanni due genitori in gamba, un titolo di studio, gli amici "perbène" e una dimensione prospetticamente ideale, solo per du'cazzi, perlopiù attaccati a gente scarsa, e finire a quarant'anni ad entusiasmarsi per un corso di salsa o venire a grattuggiare a me i coglioni con fottute verità tantrorientali? Maledizione! Il catechismo poteva salvarti la vita!

 
EPÌGOLO
 

Facebook amplifica l'esposizione della tua personalità: rende lampanti i tuoi gusti e spesso anche il tuo pensiero; esalta la tua inventiva, compiace la tua vanità, evidenzia il tuo livello culturale e il tuo stile, ma anche palesa la tua pochezza, ripetitività, mancanza di idee, sfiga (vai, gioca! e sopratutto mandami gli inviti per giocare!) e solitudine. Però siam tutti dentro. E fa molta compagnia. Ecchebbello.

Il mio top di scrollare la home nella mattina finto-lavorativa sono quei finto-duri che, colti da spasmi di finto sentimentalismo, indulgono a qualche poco stilosa stronzata intellettualizzante. Cioè, tutti convinti, sì. Poi un giorno la magia o la poesia, e quindi Dio, gli sfiorano le labbra facendoli impazzire.

BELLEZZE, ARTE E SCIOCCHEZZE di Marco Bianchini

A casa mia, alle 12, si mangia. E molto. Casa mia però non è mia, non potrei permettermelo. Casa mia è anche la casa di altri, per lo stesso motivo di sopra. In casa mia ognuno ha dei compiti. Il compito di cucinare è quello di Tropeo, il coinquilino calabrese, studente fuori sede, suo malgrado. Al calabrese piacciono tre cose: L'arrivo del pacco da casa, darsi arie da intellettuale e fumare qualsiasi cosa gli capiti tra le dita. Da quando il calabrese è arrivato la dispensa e il posacenere sono sempre pieni e, fatto da non sottovalutare, il ripiano della lavatrice (davanti alla tassa del cesso..) si sta trasformando in una biblioteca che io, appena possibile, sfrutto per farmi una cultura. Il tempo è denaro! Il tempo è denaro! Tra le pubblicazioni che questa piccola biblioteca offre ai suoi lettori in quei minuti di riflessione mattutina, troviamo, in ordine sparso: poesie ermetiche incomprensibili, saggi filosofici, l'informatore coop, il catalogo di una mostra e una guida di vini piena di post-it. Complice la primavera chissà, stamani per il rituale di depurazione mattutino mi sono concesso alla poesia, evitando come la peste quelle più lunghe di mezza pagina, naturalmente. A "Solitudini cloacali.." ho sorriso, senza capirci troppo, a "mari ventrali.." continuavo a non capirci niente, con "Ti sembrano esistiti esistenti?" ho definitivamente chiuso il capitolo poesia. Basta! Corpo e mente  cercano leggerezza, e leggerezza sia. Scelgo la guida dei vini, l'informatore coop ultimamente s'è buttato troppo sul culturale a mio modesto parere. Le pagine della guida scorrono leggere tra spumanti e grandi rossi, poi, l'imprevisto. Tra le timide pagine dei vini del Molise spunta una lettera scritta a mano, parla d'amore, di corpi che un tempo si erano sfiorati, annusati, morsi e leccati, parla di sudore e di delicatezza, basta, passo oltre...in bocca è elegante, polposo, vivo e persistente. E' un vino, campano, pensa te.

MENTRE SI SCRIVE UN RACCONTO di Roberta Sandrini

Non capisco da dove venga questo rumore, sembra un leggero sibilo, insidioso, quasi silenzioso, ma insistente, saranno gli impianti di questa casa che cominciano ad essere vecchiotti, ma di certo ora non posso pensarci, mi sono appena messa a scrivere, per una sera che posso godere di un po’ di tranquillita’, non dico intesa come silenzio, quello c’è sempre, ma di assenza di altri pensieri in particolare e quindi possibilita’ di concentrarmi su quello che scrivo….poi non ho abbastanza soldi in questo momento, pensandoci meglio quindi….

Cos’è la bellezza? Un’idea, un pensiero, un profumo, un’intuizione, un ricordo, qualcosa di impalpabile che dal mondo tangibile è passata  a quello intangibile? O è invece un paesaggio, un oggetto, un animale, qualcosa che gli occhi vedono, le orecchie ascoltano, le narici annusano, la pelle sfiora ed accarezza? E’ sfuggente la bellezza o chiede solo di essere capita, vuole solo essere compresa? Tutti in un certo senso inseguono la bellezza, o meglio il loro personale ideale di bellezza perche’ la bellezza è soggettiva, relativa, non solo relativa ad ogni singola persona, perche’ ognuno di noi ha cose che gli sembrano belle ed altre che gli sembrano inguardabili, intollerabili, ma e’ così anche per popoli interi, culture intere, nazioni intere, cioe’ quello che è bello per un cinese magari per un occidentale è orrendo.

Ma forse proprio per questo la bellezza avrebbe bisogno di essere oggettiva, di trovare una definizione assoluta o che quantomeno metta d’accordo un enorme numero di persone, se non proprio intere moltitudini, e che per il tramite della bellezza potrebbero trovare una via di dialogo, qualcosa che li metta d’accordo, che li accomuni.

Con tutte quelle riflessioni che ho sempre trovato molto vere, del tipo “la bellezza salvera’ il  mondo”, “c’è bisogno di bellezza”, “la bellezza è verita’” credo si intenda proprio questo….

Bello senz’altro è uscire sul terrazzo  e sentire un primo vago, caldo ed insinuante tepore primaverile, specialmente per chi odia il freddo come me….pero’ dovrei innaffiare un po’ di piu’ i fiori d’ora in poi, il fertilizzante no, non mi pare che la mamma lo usasse, si sono sempre arrangiate queste piante e sono state sempre belle, perlomeno tutte le sfaccendate del condominio ed anche qualcuna dei balconi vicini ci hanno sempre fatto i complimenti…ma magari lo compro dai, alla pianta che tengo in ufficio invece l’ho sempre dato e guarda cosa è diventata, era un alberello smunto e smagrito, alto piu’ o meno quindici centimetri, un ficus beniamino eh, il genere prometteva bene, le foglie erano verdi e lucide ma sempre un alberello basso e timido, ed ora mi incombe sulla spalla mentre scrivo al computer ed è piu’ alto di me…..

Potere dell’amore, anche se per le piante, direbbe qualcuno, potere della dedizione e dell’impegno quando trovano un oggetto su cui esercitarsi dico io, comunque rientriamo….a volte mi sembra di essere diventata all’improvviso svagata, all’improvviso perche’ credo di poter affermare con assoluta certezza e senza false modestie di non esserlo mai stata prima, malgrado l’eta’ piu’ giovane…..sì domani o dopodomani passo dal fioraio se non riesco a passare al supermercato….

Quindi la bellezza e’ relativa, e’ un concetto sfuggente…ma allora nessuno potra’ mai trovarsi d’accordo sulla bellezza ed anzi le persone potranno discutere all’infinito, arrabbiarsi fra di loro, peggio ancora arrivare a scannarsi perche’ non sono d’accordo su cio’ che e’ bello ed ognuno, o perlomeno coloro che non trovano particolare soddisfazione nel disprezzare semplicemente le idee altrui e nel cercare di confutarle o di metterle in ridicolo (i piu’ intelligenti o solo i piu’ deboli a seconda dei punti di vista), tentera’, anche con la forza, di imporre, fra le altre, pure la sua idea di bellezza.

E quindi la bellezza relativa è una bellezza inutile, è come un oggetto prezioso sotto una campana di vetro, che il proprietario va a nascondere quando sa che stanno arrivando ospiti, invece di lasciarlo ammirare, è come un fiore tenuto al buio che appassisce senza scopo, una torta a dieci strati che non mangia nessuno….

Dall’oggetto prezioso sotto la campana di vetro alla torta a strati….chissa’ se mi e’ venuto bene questo decrescendo….certo è un po’ che non scrivo, un bel po’….quando ero piu’ giovane mi piaceva, ho scritto racconti ed avevo pure cominciato un…..chiamarlo romanzo e’ davvero presuntuoso……diciamo racconto piu’ lungo degli altri va’…..chissa’ come e’ stato che mi sono fermata, non ricordo esattamente….la scoperta della discoteca, dell’altro sesso, delle bevute, delle droghe , di tutte le varie cazzate che ad un certo punto ti distraggono, e si ti fai distrarre troppo o troppo a lungo, perdi quel buono che stavi facendo, e che poteva servirti a renderti diverso da tutti gli altri, per diventare uguale a tutti gli altri, quelli da cui volevi per forza essere diverso…..

Ma forse no , forse no, forse, al contrario, e’ stato proprio tutto quello con cui mi rapportavo, nella mia voglia di scrivere, i libri che sceglievo, gli autori che amavo, a farmi perdere il coraggio, a farmi passare la voglia e magari pure l’ispirazione…..tutti che mi sembravano troppo grandi, troppo bravi, troppo geniali, magari solo precursori, visionari….io ho sempre amato chi va avanti nel tempo….solo avanti….il passato è inutile, non ha rimedio ne’ ha mai giustificazioni abbastanza valide….a che serve scrivere se non puoi aggiungere nemmeno un piccolissimo tassello a quello che hanno giustamente, ed in maniera così impeccabile, quelli prima di te? Non si scrive per se’ stessi, come atto individuale di riflessione o magari come atto terapeutico….lo scrittore, l’artista sono dei presuntuosi, ansiosi di rapportarsi con altre persone, che, rigorosamente, non devono scrivere, ne’ suonare, ne’ dipingere, ne’ avere la benche’ minima voglia di farlo, per ammaliarli, sentire la loro devozione, specchiarsi nei loro occhi colmi di ammirazione….

In definitiva quello che scrivevano era troppo BELLO….forse anche molti altri artisti mancati avranno ragionato come me….artisti mancati od onesti praticanti quantomeno….

Certo l’arte è veicolo del bello…..o veicolo di idee che a chi le ha materializzate sembrano belle e che la stessa persona vuole disperatamente far sembrare belle anche agli altri….che l’arte sia bella in se’, sempre e comunque, solo perche’ tale la si e’ generalmente definita, no non mi pare che si possa dire…..cioe’ vedi il classico discorso stantio per cui Picasso non piace a molte persone perche’ scompone il viso umano e mette un occhio piu’ in su’dell’altro….o Chagall che è infantile e naif….non parliamo di altri…..che magari quelli che criticano sono solo ristretti di cultura e di vedute ma come fai ad andare a dirglielo? E comunque per loro le opere di quegli artisti non sono belle, non sono arte, non comunicano emozioni…..

Alt, forse ho colto il punto….quando da giovane leggevo quei libri che mi rendevo conto di non poter eguagliare con la mia penna biro, comprata alla cartoleria sottocasa….mamma mia, se penso che scrivevo a forza di gomiti e dita sottosforzo….i famosi tempi eroici, tipo quelli della corsa all’oro o dei primi tentativi di volare….quello che mi rattristava era l’essere, in fin dei conti, tristemente consapevole del fatto che quello che scrivevo io non avrebbe dato emozioni a nessuno, almeno non in modo particolare….nessuno avrebbe mai ripensato, nel corso della sua vita, a quello che aveva scritto la sottoscritta, nessuno ci avrebbe ripensato scientemente o per caso, sull’autobus, in lavanderia, sotto la doccia, nel bel mezzo di una cena noiosa e nemmeno cosi’ buona da far dimenticare la conversazione degli invitati, e ripensandoci avrebbe solo, magari semplicemente sorriso…

Allo stesso modo forse Picasso non piace a qualcuno che, con l’attenuante di essere cresciuto in ambiente conservatore negli anni cinquanta, non riesce a ricavare dalla sua arte alcuna emozione….

La capacita’ di farci emozionare svela la bellezza ed anche l’arte, che della bellezza si fa carico.

Bello si’ si’ questa conclusione mi sembra buona, puo’ funzionare….trovato il bandolo della matassa sara’ facile sbrogliarla…..certo sperando che nessuna sciocchezza arrivi a distrarti come prima, mentre lo stavo ancora cercando il bandolo…ancora non so di quale colore metterle queste benedette piastrelle nuove in cucina, blu e’ riposante, verde è divertente, volendo scartare il rosso perche’ è troppo aggressivo….no, sbattere le uova richiede calma…perche’ anche se scegli un ricamo floreale od un motivo geometrico un colore dominante, di sfondo ci deve essere secondo me…arancio? Arancio è un bel colore,si’ si’, ma non le ho viste ancora da nessuna parte mattonelle arancio, dovro’ girare un po’….

Allora domani deciso, lascio pure il computer aperto, li’ sul tavolo nello studio, anzi in cucina cosi’ sara’ la prima cosa che mi saltera’ agli occhi domattina, prima ancora di prepararsi una tazza di caffe’…

Speriamo bene….ho buttato giu’ queste poche righe al computer, chissa’ come sarebbe stato scriverle a penna…ma come ho gia’ detto amo chi va avanti senza troppi rimpianti…buonanotte.

 

MOKA PER SEMPRE di Giovanna Daddi

Un Natale di pochi anni fa lei è entrata in casa mia, con l’astuzia del dono degli Achei. La sua forma rotonda e rassicurante, a somiglianza di cucciolo di pinguino, il suo colore bianco latte. L’ho messa nel suo posto ideale, il ripiano di ceramica della cucina, accanto al microonde, a fare bella mostra di sé. All’inizio l’ho guardata con sospetto, ma poi, di giorno in giorno, mi ha conquistata. E’ veloce, silenziosa, pulita, fa il suo lavoro senza chiederti niente.

La macchina espresso nescafè.

Tu devi solo premere un discreto bottone, dopo aver inserito una cialda lustra e gonfia: espresso, intenso, barista, deca, cappuccino, orzo, latte macchiato. Quello che vuoi, c’è. La mattina presto risolve i tuoi problemi di connessione con la realtà: appena ti alzi, nel tuo poco tempo smarrito, nel vortice d’ansia del rischio di far tardi, premere quel bottone ti dà l’avvio in un secondo, senza sforzi e senza pensieri. E, d’improvviso, sei sveglio.

Però manca qualcosa. Ci siamo persi un pezzo, e lì per lì non gli abbiamo dato troppa importanza. E invece c’è un vuoto.

La moka.

Adesso la moka sta lì, in un angolo dell’acquaio, sbilenca tra una brocca, un bollitore e un tagliere, con la patina triste dei cimeli dimenticati in cantina, e in un angolo della nostra mente. Ma la coscienza rimanda ricordi preziosi e un profumo indimenticabile, dei tempi in cui la moka bialetti stava al posto d’onore in cucina, oggetto sacro e circondato di rispetto, mai troppo distante dal posacenere di peltro e da un pacchetto di john player special senza filtro o di kent.

Sono cresciuta così, con il profumo del caffè che passa nella moka la mattina presto, che si diffonde fino alle camere da letto, con quel borbottio discreto e sommesso che sembrava dirmi con dolcezza “Ti devi svegliare, alzati che è ora”. Tutti abbiamo guardato, con occhi insonnoliti, le mamme in vestaglia che svitavano, sciacquavano, riempivano d’acqua, prendevano il contenitore del caffè e riempivano la moka di polvere con il cucchiaino, sempre lo stesso, infilato nel caffè dentro al contenitore. Poi accendevano il fornello e stavano lì, ad attendere che la moka finisse di fare il suo lento lavoro, con il desiderio di bere quel caffè che era un po’ la promessa che la giornata non sarebbe stata uno schifo: per forza, se inizi con quel profumo, almeno puoi sperare che il giorno sia clemente. Anni dopo ci siamo abituati a preparare la moka la sera, per non doverlo fare la mattina. Quei gesti lenti e precisi, ripetitivi e automatici, eleganti come il rito giapponese del tè. Se la polvere nera cadeva dal cucchiaino, o andava fuori dai bordi, dovevi pulire, altrimenti non si avvitava bene. Poi la appoggiavi sui fornelli spenti, e andavi a dormire. Tranquilla, che lei stava lì, e la mattina avresti dovuto solo accendere la fiamma. E aspettare.

Potevi dimenticarti di prepararla la sera. Perciò il rito si spostava alla mattina appena sveglia. Ed è lì che ci hanno fregati: la fretta, la voglia di avere tutto e subito, che devia verso quelle macchine di plastica ingombranti che non profumano e non sanno di niente.

E invece la moka è arte, un’arte antica di bellezza dimessa. E noi dobbiamo riprendercela. Facendo un po’ più piano, un po’ più tardi, e ringraziando il Signor Bialetti, ora e sempre.

IL QUID di Mario Lombardi

il QUID lo scopri attraverso gli altri, se non trovi un bravo maestro che te lo fa tirare fuori forse non saprai mai se ce l'hai e mai lo userai... sul palco e sulla vita, per riconoscerlo basta vedere il portamento, la luce degli occhi , la tensione, la vibrazione delle mani e dei muscoli del viso, il sorriso anche nella tragedia, il volto alto, il corpo solenne come in preghiera, l'infinito amore per chi ti guarda o ascolta, il ritmo che cambia vorticosamente anche con leggerezza o forza, in tutti i momenti, che sia attore, cantante o ballerino, è la MORTE DEL CIGNO, tutta TUTTA TUTTA la vita dalla merda al fiore E' DENTRO DI LUI.. tu non capisci perchè ma appena lo vedi in qualcuno.. lo riconosci!!!! Sai perchè? Perchè chi ha il QUID è furbo!!! Ha tutte le parti delle personalità dentro di sè e quindi anche la TUA! Ecco perchè ti piace.. e LUI lo sa e apposta ti ammaglia e ti zittisce. Vola alto chi ce l'ha!....

L'ULTIMO MONDIALE di Gabriele Giustri

Durante le purghe degli anni '30 in URSS, presso una dacia sperduta nella Kamcatka, iniziava lo sviluppo di quello che sarà definito il più grande esperimento mai tentato da un essere umano, a capo  c'era e ci sarà sempre, il Prof. Dimitry Koikov. Psichiatra, Psicologo, Fisico, Chimico e soprattutto devoto Marxista.
Nella dacia immersa nelle nevi perenni si lavorava giorno e notte. Il progetto, segretissimo, era conosciuto solo da Stalin e da pochi altri.
La frase che il grande filosofo russo Anton Bulov disse direttamente a Lenin nel 1920, “ Tutti dovrebbero diventare comunisti, solo così i mali del mondo sarebbero debellati”, non era più un'utopia ma una realtà.
Come però?
Con LA BOMBA
Quindi, sterminio di massa? Miseria? Città distrutte? Morti, malattie, un nuovo medioevo? NO!
La bomba non sarebbe stata la solita bomba. Al suo interno ci sarebbe stata una capsula con un germe, un virus, il virus del Comunismo con il quale sarebbe stato contaminato il mondo.
“ Una volta esplosa sopra al nemico egli diventerà un amico e ci marcerà accanto. Lavora compagno professore, lavora” disse Stalin.
Il compagno professore lavorò, eccome se lavorò e lavorò sodo, finché, dopo sedici anni di esperimenti con formiche, api, topi, tonni e scimmie, arrivò a risultati soddisfacenti. I topi vivevano in pace e comunità, condividendo cibo e rifugi, le scimmie addirittura iniziavano ad arare i campi e a spartirsi il raccolto. I tonni facevano i tonni.
Era arrivato il momento per testare l'esperimento sull'uomo.
Ma come in tutte le storie segretissime, anche in questa ci voleva “il colpo di scena” ed il colpo di scena aveva le fattezze del Dott. Jury Ilcic alias Prof. Pat Jenkins anche lui Psichiatra, Psicologo, Fisico, Chimico ma soprattutto Spia Britannica.
“La bomba comunista deve essere fermata!!!” disse il re ad un sudatissimo primo ministro.
Il prof. Jenkins ottenne segretamente milioni di sterline per sintetizzare l'antidoto, “la fascistina”.
Gli altri paesi forse per troppa segretezza, ma anche perché era scoppiata la guerra, non diedero molta importanza ai deliri di un re balbuziente. Hitler faceva troppa più paura rispetto ad un professore russo, pazzo, esiliato al freddo, che voleva trasformare tutti in comunisti. Il presidente Roosevelt chiuse il suo commento sulla faccenda con una grassa risata.
A questo punto Churchill autorizzò la vaccinazione con la fascistina per tutta la Gran Bretagna.
Ma in Kamcatka? In Kamcatcka tutto era pronto: i topi e le scimmie erano sempre più comunisti, i tonni sempre più tonni. Iniziava la fase due. In una camera stagna riempita di gas comunistizzatore erano stati rinchiusi: due nazisti, due fascisti, due franchisti, tre francesi e due americani del Mississipi, dopo mezz'ora, tra loro si chiamavano compagni e parlavano la lingua dei Soviet.
Un successo, Koikov telegrafò a Stalin “ Compagno presidente stop il nemico ci marcerà accanto stop.”
Intanto la guerra era finita e il giorno dell'esperimento definitivo era stato individuato; giugno 1946. Furono lanciate 150 bombe nella stratosfera cariche di virus comunista, i venti non ci misero molto a trasportarlo in tutto il mondo, poi la pioggia,  l'umidità...il virus avvolse l'intero pianeta.
Tutto diventò comunista.
I popoli si abbracciavano come fratelli, le tensioni finirono, i muri furono abbattuti, povertà e patimenti sparirono, così come l'inutile opulenza capitalista. Lo sfruttamento del forte sul debole non esisteva più
Lo stesso Stalin, divenne molto più buono e comprensivo, fece addirittura liberare tutti i prigionieri dai gulag che però decisero di non tornare a casa dicendo che se lo meritavano e che grazie al loro lavoro un giorno i gulag sarebbero stati più belli.
Il sogno di Lenin e Bulov era stato realizzato; il mondo era comunista. I cani, i gatti, le zebre, i fagiani, i vermi erano comunisti. Tutti erano comunisti. Oddio, proprio tutti no, mancavano gli inglesi e i tonni..
La “fascistina” oltre a funzionare alla grande, aveva risvegliato un odio latente nei confronti dei comunisti. In Gran Bretagna,  chi faceva a metà di un panino con un altro era visto malissimo.
La regina d'Inghilterra, il re era morto, schiumava odio contro i comunisti giorno e notte. I successi in tutti i campi dei sovietici non La facevano dormire.
In pochi anni l'URSS era atterrata sulla Luna e su Marte, grazie anche “all'energia eterna e pulita” scoperta dai compagni Tesla e Majorana e aveva debellato malattie tremende e migliorato di gran lunga il tenore di vita di tutto il popolo.
Ci voleva QUALCOSA! Qualcosa dove i comunisti fossero sconfitti per far vedere a tutti chi aveva ragione e l'aveva sempre avuta.
Ma su cosa gli inglesi avrebbero potuto primeggiare contro i comunisti?
Alla fine, il lampo di genio, venne al ministro dello sport inglese: “Maestà siamo i migliori a giocare a calcio...Sfidiamoli!!! Vinceremo noi!!!”
Ma perché non averci pensato prima!
Il Campionato del mondo di calcio.
Ci sarebbe stata solo una partita: GRAN BRETAGNA vs URSS.
Gli inglesi in patria furono subito chiari: scozzesi, irlandesi e gallesi sarebbero stati esculsi perchè troppo scarsi.
“Che stronzi” commentò Stalin, e se lo disse Lui....
Gli inglesi, con la loro prosopopea e con la prerogativa di essere gli inventori del calcio moderno, pretesero di giocare a Londra nello stadio di  Wembley, inoltre l'arbitro doveva essere inglese.
I sovietici per non fare polemica accettarono.
La regina avrebbe voluto addirittura giocare in quindici ma la federazione internazionale del calcio, fece finta di nulla.
Alle 12,30 ora di Greenwich del 5 giugno 1952 le squadre entrarono in campo per quella che tutti i giornali dell'epoca chiamarono La Terza Guerra Mondiale.
La regina era tesissima e sugli spalti c'erano tutti: il segretario dei comunisti americani senatore McCarthy, quelli europei come De Gaulle e De Gasperi, quelli africani, tedeschi, sud americani ecc.
Accanto alla regina, in una splendida divisa bianca da ufficiale di marina, senza gradi, sedeva Stalin.
Della partita non parleremo più di tanto,  il risultato era sul 2 a 2, sia i figli di Albione, sia i sovietici avevano giocato bene, ma all''89 l'arbitro: il fascistissimo Lorenz, fischiò un rigore inesistente per gli inglesi. McKinley si avvicinò al dischetto posizionò la palla, il portiere dell'URSS, il mitico Thompson di Boston, salutò a pugno chiuso Stalin che contraccambiò entusiasta. L'arbitro stava per fischiare quando, i tifosi inglesi,  i giocatori inglesi, l'arbitro inglese e la regina stessa ebbero come un momento di buio un attimo solo, un microsecondo di assenza senziente.
L'arbitro fischiò e McKinley sparò il pallone volutamente altissimo sopra la traversa. A quel punto tutti, ma proprio tutti tutti, si abbracciarono, la regina saltò in piedi a pugno chiuso e baciò un divertito Stalin.
Come spesso accade nelle storie di spie e traditori, chi sembra essere cattivo alla fine si scopre essere buono. Infatti, in quel preciso momento il Prof. Pat Jenkins alias Dott. Jury Ilcic si alzò dal suo posto allo stadio, si avvicinò a Stalin e gli sussurò “ sei anni compagno, come avevi richiesto, la fascistina dura esattamente sei anni”.
Soddisfatto il Piccolo Padre si alzò, prese il microfono e salutò tutti i compagni dicendo “ ora la guerra è finita!” e partì l'internazionale.
Quello fu l'ultimo mondiale di calcio e fu vinto dall'URSS 2 a 2.
Stalin grazie alle ricerche del Prof Koikov visse molto a lungo e ogni tanto prendeva la fascistina per sentirsi un po' cattivo.
Dieci anni dopo veniva lanciato nello spazio verso Aldebaran un missile ad energia eterna. Sui fianchi dell'astronave, tutta rossa  con la falce ed il martello, una sola scritta:
один вирус бродит по миру вируса коммунизма

(pronuncia: odin virus brodit po miru virusa kommunizma)

E i tonni? Direte voi.

Ma allora siete tutti una banda di fascisti maledetti!!!

Per i tonni c'è un'altra storia.

Fine.

THINKING TO ANGELA di Francesco Mancini

Mario alzò gli occhi. Fumi neri, tempeste rosse e il gran drago dalle molte teste. Fiamme, fiamme. Ecco la fine del mondo pensò, senza togliersi gli occhiali. Guardò l’orologio: erano le 6 e 47. Chissà se Angela si è messa le calze con questo caldo, pensò.

L'UOMO CHE DISSE DI ESSERE DIO di Francesco Barilli

Avevo voglia di bestemmiare. Il bar come atmosfera aiutava: i salatini non erano salati e oltretutto non c’entravano niente con quello che stavo bevendo. C’era una lama di luce accecante che filtrava attraverso il vetro della finestra, tra un improbabile flipper e un videogame da mentecatti in cui un coniglio sparava sulla folla, vai te a sapere il motivo. Tutto riusciva a essere meravigliosamente fuori luogo in quel posto, dalla forma dei bicchieri al colore delle tovagliette sui tavolini troppo bassi perfino per dei  nani sdraiati.  Ero frastornato, o forse semplicemente solo. Io e io, amici per la pelle. Quante belle chiacchierate mi ero fatto in quella compagnia: discorsi interessanti, lo dico sul serio. Avevo un groviglio di parolacce e bestemmie annodate in gola che aspettavano solo di essere sciolte, ma non fiatai. Volevo andarmene da quel bar scalcinato, lontano da quell’insegna di cattivo gusto, da quelle tapparelle adatte a un ambulatorio medico più che a un caffè, e affondare la testa tra le foglie cadute al suolo, in un bosco, magari. Avevo voglia di vedere il colore della rugiada. Volevo sentire il sapore dell’erba tra i denti, succhiare uno stelo d’erba e assaporare il gusto della freschezza della natura che scende in gola e manda via quella sensazione amarognola che a volte si annida in qualche angolo della bocca. E poi avevo un tremendo bisogno di stare da solo: di trovarmi nel silenzio, io e io, amici per la pelle. O se si vuole, io e quel tale lassù a cui avevo un sacco di domande da rivolgere. Non sarebbe stata una conversazione tra amici, c’era tra di noi qualcuno che aveva una gran voglia di attaccare briga, e quel qualcuno ero io. Come dicevo, avevo voglia di bestemmiare. Oppure di lasciarmi stupire dalla meraviglia del tramonto, dalla carezza di un ramo che si chinava in un cespuglio: si può essere dannatamente poetici quando si è mezzi alcolizzati. Per giunta non c’erano alberi dove mi trovavo. Solo posacenere pieni di robaccia grigia e granulosa, sopra tavolini da poker buoni per un nano sdraiato. C’erano briciole sul pavimento, dappertutto. Sotto i tavolini, lungo il bancone, perfino sul videogame: il ragazzetto delle favole non avrebbe saputo fare di meglio; nessun dannato bambino avrebbe perso la strada nel bosco. Ma non c’era nessun bosco, nessun animaletto dal musetto irresistibile uscito da un cartone animato. Quel locale era sudicio. E io avevo voglia di bestemmiare. Mandai giù un piccolo sorso, quasi avessi all’improvviso cambiato idea, poi ci ripensai. Una bestemmia ci stava, ma non volevo che fosse buttata là senza impegno. C’è dell’ampia letteratura sull’argomento, persone che hanno dato e continuano a dare il meglio di sé quando si tratta di scomodare gli Inquilini del Piano di Sopra. Fior di giocatori di biliardo, di ultras di calcio, la crema dei carrozzieri, mica dilettanti.

Cercai quindi qualcosa col pensiero che valesse davvero la pena di abbinare al Nome dei Nomi. Di solito si scomoda Zio Tobia e tutta la sua maledetta fattoria degli animali: serpente, scimmione, lepre, castoro; ma no uno valeva l’altro: stregone, pistolero. Risi a quella che ritenni un’insuperabile sequela di battute, che nessuno tranne me poteva apprezzare nel suo sconfinato umorismo. Poi la risata mi si gelò nella bocca piena d’alcool. Il tale che era seduto accanto a me mi aveva lanciato un’occhiata che mi aveva ammutolito. Nessun rimprovero, ci mancherebbe: lo avrei mandato all’inferno, e l’avrei combinata bella. Più che seduto era ripiegato come un burattino magro e malaticcio su quel seggiolino da asilo infantile. Dava l’idea di aver camminato settimane sotto il sole a picco: uno di questi autostoppisti con l’aria da illuminato che vanno in giro per l’Europa in cerca di stessi, con sulle spalle uno zaino pieno di ogni inutile cianfrusaglia esistente al mondo. Ma non era il solito turista balordo. C’era qualcosa nel suo silenzio che ti portava a rendergli rispetto, mi sarei tolto il cappello se oggi usasse ancora metterlo. Ci sono persone che ti appaiono valide, quando le incontri. Intelligenti, credo sia quella la parola. Non so cosa c’entri capirci qualcosa di algebra o trigonometria coll’evitare di avere una faccia da fesso, però dev’essere così. “Guarda quel tale: quello sì che ha una faccia intelligente!” E’ inevitabile che chi distingue il mondo in stupidi e intelligenti si riservi un posto nel riservato club dei furbacchioni. Mai uno che ti dica: “Il mondo si divide in persone capaci e mentecatti. Io purtroppo sono un cretino.” Mai una volta. E’ sempre: “Quello sì che ha una testa che funziona.” E intanto con la faccia ti dice: “Ecco uno dei nostri.” Il tale che mi trovavo davanti non mi fece quest’impressione, e una volta tanto la mia cretineria non c’entrava. Non mi sentivo affatto uno dei suoi. Lui era diverso. Come se si fosse trattato di una bella sventolona con la scollatura della madonna, gli chiesi chi era. Lui mi dette una risposta che non si sente tutti i giorni, almeno da uno sano di testa.

Quando gli feci la domanda, mi rispose di essere Dio. Non la madonna, ma ci ero andato vicino. Il videogame dentro la mia testa fece sparare il coniglio all’impazzata, contro tutto e tutti. Lo strano fu che non mi passò nella mente neppure per un istante che si stesse prendendo gioco di me. C’è la fila di quelli che mio prendono per il culo: quando qualcuno si mette in testa di cominciare a sfottere, gli raccomando di mettersi in coda. Ma il modo con cui lo disse mi portò a credere che fosse vero. Punto e basta. Per la verità non pensai a DioDio, quanto piuttosto a uno di questi santoni che possono stare intere settimane senza mangiare e senza dormire, che si cibano soltanto della Luce del Cosmo. Fatto sta che mi scusai con lui per le bestemmie che avevo pensato e lui fece cenno come a dirmi “non importa”. O ero fesso io, o era andato di testa lui, delle due l’una.

Un improvviso terrore mi assalì, sentii il pallone da calcio della follia bello gonfio tra le mie dita, pronto a scoppiarmi in faccia. Che fine avevano fatto le giornate trascorse con un minimo di senso: dove si erano andati a cacciare tutti quei premurosi scassapalle che di continuo si erano inventati un sacco di cavolate sullo starmi vicino, sul poter contare su di loro. Potevo chiamare quando volevo, avevano detto così: un paio di furbacchioni si erano perfino offerti di mollarmi un po’ di grana nel caso le cose si fossero messe male. Eccomi invece con un fesso che dice di essere il protagonista del Padre Nostro che sei nei Cieli, il tale che qualche migliaio d’anni fa era andato da uno zoticone di nome Abramo a mettergli in testa un mucchio di idee strane. Lo stesso che dopo essersi cacciato in un sacco di guai in Galilea, si era, secondo qualcuno, fotocopiato la faccia su uno straccio chiamato Sindone, con un numero imprecisato di fratacchioni che ne rivendicano l’originale. Cominciai a tremare neanche fossi stato preda di dieci delirium tremens nello stesso momento (in effetti i bicchieri vuoti davanti a me erano in numero leggermente superiore ai due o tre che pensavo fino a un istante prima: diciamo che erano almeno otto). Tutti e dieci i tremolii mi passarono non appena i miei occhi fecero croce con i suoi. Non era il solito cretino che vuole rinnovare il messaggio di pace universale da dentro la sua villa di quattro ettari e le nove Rolls Royce posteggiate in un aeroporto adibito a garage. Qualsiasi tipo di persona fosse, non era il solito fasullo. Mi martellava la testa l’assurda, ignobile, impresentabile idea che fosse veramente, c’è da passare per scemi solo a scherzarci su, insomma che fosse veramente Dio. Sarà perché non puzzava di vecchio: ci sono molte chiese in cui sono entrato, che puzzano di vecchio. E’ lo stesso odore che si sente quando entri in un appartamento dove qualcuno è appena morto. Si sente nell’aria, come se le lacrime di quelli che lo hanno pianto, i discorsi di quel tizio quando ancora era in vita, restassero sospesi nell’aria e avessero un odore. Non si tratta di un profumo, come qualcuno col cervello polverizzato vorrebbe far credere: è un odore, né buono né cattivo, di qualcuno che c’era e adesso non c’è più. In alcune chiese si sente, specie in quelle monumentali, grandi e fredde: come se Dio se ne fosse andato tanto tempo fa, e le immagini che restano a fare bella mostra, sull’altare, raffigurate nei dipinti, puzzano di vecchio. In altre chiese no, c’è qualcosa di vivo che ancora respira; in altre ancora si esagera e non sembra neppure di entrare in chiesa, addirittura ti fanno pagare per entrare, come a Disneyland, ma quelli sono casi limite. Ci sono molte persone che parlano di Dio, e puzzano di vecchio: quel tale diceva di essere Dio e non puzzava affatto. Per quanto mi riguarda, avevo sempre pensato a Dio come a un tale troppo indaffarato dietro quintali di scartoffie da sbrigare per potersi occupare di me. Me lo immaginavo dietro una bella scrivania stellata, con una montagna di cartacce, con centinaia di angeli, santi e compagnia bella che chiedevano di parlare. In mezzo a quel casino ogni tanto si trovava a volgere uno sguardo disattento alle povere creature minori del pianeta Terra. Ogni volta che la sera mi ero trovato sul viale delle puttane speravo che fosse troppo occupato per annotare le mie occhiate  furtive  da dietro il volante dell’auto. Mi immaginavo un angelo spione, basso e biondo che diceva:

“Signore, ci sarebbe ancora quel tale che sbircia le battone...”

Ma interveniva S. Francesco, idolo incontrastato delle mie preghiere da bambino:

“Abbiamo cose più importanti per la testa...i terribili Slorg hanno di nuovo sbranato un’altra galassia... Mando l’Arcangelo Gabriele a dirgli di piantarla?” E così via. In altre parole ritenevo che se Dio fosse stato veramente interessato a me, allora si sarebbe preoccupato del fatto che mi sentivo così solo. Non è il caso di piantare la lagna, non ero un disperato. Quasi nessuno lo è, in compenso c’è un sacco di gente che frigna dalla mattina alla sera. Ho sempre pensato che il dolore, così come il genio e la follia, sto parlando di quelli profondi, siano un qualcosa di cui sia difficile parlare. Puoi incontrare un sacco di uomini che si fanno venire i lucciconi cianciando delle mille disgrazie che hanno attraversato loro il cammino, o delle donne che si premurano di farti un racconto particolareggiato di tutte le loro presunte sventure. Nella maggior parte dei casi si tratta di scemenze, per il resto roba che con un minimo di buon senso poteva essere evitata. Quando poi vedi uno che ha i lucciconi davanti a una donna sventurata, allora sono tutte balle, perché vuole solo farsela. E se metti caso è già sua, allora le sta raccontando un sacco i balle lo stesso, perché lui si è fatto un’altra e gli sta raccontando qualche storia di fantascienza che lei fa finta di sciropparsi, solo per poterla recriminare nei minimi particolari al prossimo gonzo che incontrerà. Tutto questo per dire che il mio dolore, il mio genio, la mia follia, erano assolutamente ordinari. Proprio come quei “pazzi della mia compagnia, li devi conoscere, sono proprio fuori di testa” che il vigliacco di turno ti vuole presentare quando sei giù di corda: gente normale, noiosa, senza grandi problemi. Come tutti. Come me, più o meno.  Non c’era nessun motivo particolare per cui io dovessi assistere a un simile miracolo. Dio ha giocato a nascondino con l’essere umano, me compreso, per un sacco di tempo.  Aveva avuto un sacco di occasioni per apparire, e non l’aveva mai fatto. Ma dovevo immaginarmelo che prima o poi  si sarebbe fatto vivo, e proprio il giorno in cui si decide a farmi visita io mi ritrovo a fare la parte della vecchia spugna dei film western, ubriaco al bancone di un bar. Per di più con l’alito da uccidere un cavallo, tanto per restare in tema di sfida all’ok corral. Pensai quindi di darmi una sistemata, quanto meno ai capelli, o a mettermi la camicia dentro ai pantaloni. Ma mentre cercavo di riprendere un po’ di dignità pensai anche che lui  non faceva caso a queste cose. C’erano faccende più importanti. Ma quali?! I miei pensieri erano di sicuro meno stupidi dei miei vestiti. Non perché fossi chissà quale scienziato, ma perché l’ultimo paio di pantaloni che mi sono comprato risale a sei anni fa. Cercai allora, per fare buona impressione, di farmi venire in mente soltanto cose belle. Piene di pace, con bambini che giocano con le loro mamme e volti sorridenti di suore che pregano tutto il giorno.

Ma l’uomo che diceva di essere Dio si sarebbe subito accorto che fingevo, che di solito ho per la testa ben altro. Idem come sopra riguardo al mettersi a piagnucolare per impietosirlo, come fanno i bambini (quando non giocano con le loro maledette mamme): purtroppo ho la dannata sfortuna di non essere pieno di commozione per il dolore altrui e il genere umano in genere. Non sono cattivo, non più di altri, almeno: ma ci sono delle persone che snocciolano lacrime come banditi pallottole, io non sono così. Non so come sono in realtà, ma di certo non sono così.

Perché allora non  provare a stupirlo con qualcosa che mi avrebbe reso speciale ai suoi occhi? Era un’idea idiota, d’accordo. Per inciso- ma perché a volte ci vengono in mente certe idee? E soprattutto perché ci sembrano buone idee?- Comunque, per farla breve, ecco cosa combinai: una volta, se Dio vuole, avevo una bella voce; senza pensarci troppo mi alzai in piedi per cantare “I feel good” di James Brown. Con duemila canzoni di Chiesa esistenti al mondo, TuSeiLaMiaVitaAltroIoNonHo e Requiem di Mozart compresi, mi misi a ragliare un pezzo di un tale noto principalmente per il fatto di essere finito in galera dopo aver picchiato sua moglie come una zampogna, e per aver inciso “Sex Machine” fatto di brutto: accidenti a lui. Poche note gracchiate e poi la voce venne meno. Grande. Vidi che l’uomo che diceva di essere Dio rideva e fui comunque contento. Ma non stava sorridendo a me. Guardava la televisione, alla faccia di Karl Popper e di tutti quelli che dicono che è lo strumento del demonio.

Mi venne in mente una storia della Bibbia che la suora raccontava sempre quando andavo a scuola.

C’era una volta un tale che non voleva che Dio distruggesse una certa città di peccatori. Allora Dio risponde: “Se c’è almeno un numero tot di persone per bene, non la cancello dalla faccia della Terra”. Solo che le persone a posto non ci arrivavano a quel numero, allora il tale si mette  a mercanteggiare con Dio il numero degli uomini buoni, cercando di abbassare sempre di più la quantità. Non ricordavo come andava a finire la storia, rimuginai soltanto sul fatto che forse l’uomo che diceva di essere Dio era eccezionalmente qui in mezzo agli altri per accertarsi che le cose stessero andando bene. E che qualora avesse visto quante merdate vengono commesse ogni giorno, magari gli saltava in testa di distruggere, annientare, polverizzare tutto quanto. Certo la televisione non era il mezzo adatto per salvare la situazione: se c’è una merda in giro si sa, stai sicuro finisce subito in tv. Detti allora un occhiata a cosa stesse facendo tanto ridere l’uomo che diceva di essere Dio. Magari era qualcosa di innocuo, i cartoni animati di Walt Disney.

Tribuna politica. L’uomo che diceva di essere Dio guardava tribuna politica in televisione. Ci credo che rideva. Per distoglierlo dalle catastrofi del telegiornale prossimo venturo gli chiesi se voleva venire con me a vedere cose belle, e lui mi domandò cosa intendessi per cose belle. Gli risposi: “Le persone, e ciò che di bello riescono a creare. Opere d’arte, monumenti. Oppure, poco fuori città c’è un bellissimo zoo...”, ma aggiunsi tra me e me che forse non sarebbe stato affatto contento di vedere i poveri animali rinchiusi nelle gabbie.

“Quali gabbie?” mi chiese, e allora io accorgendomi della gaffe, provai a buttare là dello spirito:

“Le hai appena viste: gli animali da noi vengono vestiti in giacca e cravatta e rimangono chiusi in gabbie televisive a discutere delle leggi del parlamento.”

Non rise.

In effetti fare dello spirito con lo Spirito Santo non era il massimo. Riflettevo su quanto sono profondamente idiota, quando lo vidi che uscito dal bar stava dando un’occhiata alle prime pagine dei giornali, in piedi, davanti all’edicola. Quel cretino di Francese aveva fatto esplodere un’altra bomba atomica in pieno Oceano Pacifico, e io provai in tutti i modi a convogliare la sua attenzione verso qualcos’altro. I fumetti però erano proprio in mezzo alle riviste porno, tanto per cambiare. Non che avessi nulla in contrario, riguardo ai fumetti intendo, ma al momento preferii fargli strategicamente notare il campanile che si ergeva accanto alla chiesa, a metà del viale.

“Pare la lancetta di un gigantesco orologio di pietra, fissa sull’eternità.” dissi cercando di rendere credibile questa rivoltellata con un’espressione del viso alla Robert Mitchum. Forse avrei dovuto fare Spencer Tracy. Finii a malapena la frase,  perché due giovani in canottiera scelsero con tempismo sconcertante proprio quell’istante per portare via la borsa da passeggio a un’indifesa vecchietta con la faccia di merda. L’anziana signora doveva aver iniziato il tragitto da casa sua, più o meno 50 metri, circa quattro ore prima: una testuggine con la borsetta di coccodrillo e il grugno di cinghiale. I due elegantoni che le avevano fotografato il malloppo non erano da meno, si sarebbero meritati sei anni di galera solo per le collane al petto. Ero terrorizzato dall’idea di trovarmi in men che non si dica nel mezzo di un casino mitologico di quello che decideva di non lasciare più possibilità al genere umano: fulmini, saette e tutto il repertorio. La frittata era fatta, ma forse l’uomo che diceva di essere Dio non avrebbe disintegrato tutto quanto perché impietosito dalla vista della povera nonnetta (nonostante la faccia da vecchia filibustiera che si trovava).

“Poveretta!” provai a singhiozzare commosso. Per quanto mi riguardava la vecchia poteva anche schiattare, ma un po’ emozionato lo ero davvero: i grandi alberi incolonnati lungo il marciapiede, la panchina vuota mezza scrostata, le scarpe della gente di passaggio che si allontanava e perfino le automobili posteggiate a sandwich avevano su di me uno strano effetto. “C’è ancora una possibilità” mi dissi “deve esserci per forza.”

Ma quella vecchia manigolda si rialzò subito con la forza di un leone, bestemmiò più volte, poi in una marea di parolacce e imprecazioni si lanciò all’inseguimento dei due teppisti. Pareva uscita fuori da un telefilm d’azione, col volto sfigurato da una smorfia di rabbia, il vestito strappato e annerito per la caduta sull’asfalto: per niente al mondo avrei voluto confrontarmi con i suoi bicipiti. So di cosa sto parlando: quelle erano le braccia sformate di una donna che ha trascinato per anni le borse della spesa; tre, anche quattro sacchetti per braccio due volte la settimana, per sfamare il marito e quel branco di sciacalli che si ostina a chiamare figli. I capelli scompigliati erano ormai ridotti a una nuvola bianca e grigia, dalla quale scendeva una  pioggia di sudore plumbea come i suoi pensieri. Ci scappò pure una gomitata nello stomaco all’uomo che diceva di essere Dio, che si volse verso di me, facendomi sentire terribilmente in colpa. Franò a terra, inesorabilmente, con lo stomaco piegato dalla gomitata e la milza finita in tasca. Era caduto e io lo aiutai a rialzarsi, o almeno ci provai: infatti una minigonna ambulante travestita da ragazza catturò la mia attenzione. Sventole così passano una volta ogni quattro mesi: mollai la presa su di lui e lo feci scivolare a terra di nuovo: bravo. Rimasi a bocca  aperta, con quello col culo a terra e la mia faccia fotografata sulle chiappe della torpediniera. Ero un disastro, un completo disastro. Frattanto quello era tornato in piedi, mentre io tenevo gli occhi abbassati ripensando con indicibile senso di vergogna a quello che avevo combinato. Probabilmente il mondo era nelle mie mani e io me lo stavo lasciando sfuggire neanche si fosse trattato di una bottiglia d’olio sigillata male. Non che senza tale responsabilità mi sarei comportato molto meglio, ma nonostante gli otto (diciamo undici, dodici, va’) bicchieri che avevo mandato giù, pensavo di meritare un’altra possibilità. Che non venne, perché l’uomo che diceva di essere Dio era a terra. Per la Terza volta.

Non era stato aggredito per fortuna, era solo chino a parlare con dei bambini. Ma certo, i bambini! I cari, teneri, adorabili bimbi: la speranza per il futuro, i bastoni della vecchiaia, lasciate che i pargoli vengano a me, è naturale che parlasse con loro. Mi avvicinai per sentire cosa dicevano. I bambini litigavano tra di loro, che il diavolo se li porti! Di fronte a lui però i due testoni ebbero la buona idea di piantarla e di fare la pace. Credo che neanche se li avessi addestrati per dieci mesi di fila avrebbero potuto sembrare più convincenti. Sorridevano, e le loro bocche semi spalancate mi fecero sperare che non tutto fosse perduto. Uno dei due aveva un paio d’occhiali e un ciuffo cretino che contribuivano a rendere la sua espressione non esattamente da falco. L’altro era un po’ meglio; un po’ grassoccio forse, con una maglietta blu a strisce rosse orizzontali tendente all’orrendo, ma per il resto passabile. I loro visi erano del colore che caratterizza tutti i bambini che non sono a spasso coi genitori: non potresti dire che sono sporchi, anche se la pelle è ben lontana dall’essere pulita. Tutti quelli che si sono trovati almeno una volta nella vita a giocare in una strada di periferia sanno di che tintura sto parlando. Si ha addosso il colore del catrame dell’asfalto, della polvere sotto la suola delle scarpe da ginnastica; del pallone che si è scalciato alla morte, degli scalini su cui ci si siede, davanti ai portoni chiusi delle case. Assomigliavo così poco a quei due bambini, e non ero somigliante neanche un po’ con quel grissino che ero stato da piccolo. Mi resi conto in quell’istante che avevo trascorso un sacco di tempo con un tale che diceva di essere Dio e non gli avevo fatto neppure una domanda. Il suo viso era sereno, le piccole e violente emozioni di chi istanti prima si erano cancellate. Ma i suoi occhi profondi erano comunque difficile da guardare, sembravano volti verso un altro tempo: da qualche parte, lì davanti ai suoi occhi, vedeva qualcosa di cui essere lieto. Mi decisi così a chiedere, trepidante, visti i casini successi:

“Ti aspettavi di peggio, dopotutto?!” Balbettavo come un mentecatto, avevo ancora fissa in testa l’idea che potesse da un momento all’altro fare fuori tutto. Non scorgevo alcun lampo di follia nei suoi occhi, voglio essere chiaro. Ma nel suo volto vi erano delle ombre, delle pieghe in un’altra persona avresti scambiato per tristezza: quelli che fanno i disegni dei libri di catechismo andrebbero gettati in galera, con le loro immagini di Cristo biondo, sorridente e  con gli occhi azzurri. Chiesi ancora: “Avrai pietà di noi? Oppure disintegrerai la città?!”

“Disintegrare?” rispose sorpreso. “E perché dovrei fare una cosa simile?!”.

Girò l’angolo e come un fantasma, in una nuvola di (alcool) fumo, sparì. Senza curarsi di me, senza sentire il bisogno di aggiungere altro.

Quella fu l’ultima volta che vidi l’uomo che diceva di essere Dio. Sentivo il cuore che scoppiava, vuoi per l’emozione o vuoi per l’alcool; cresceva dentro di me un senso d’incredulità misto a impotenza, la sensazione di essere stato preso in giro da una sbronza o peggio: da qualcuno che mi amava, che mi conosceva senza che gli raccontassi nulla di me. Che sapeva benissimo dall’inizio come sarebbe andata a finire. L’impressione di sentirsi messi a nudo, come soltanto una grande sbronza o una grande verità possono fare. Ripensai a quella storia della Bibbia raccontatami dalla suora, e ricordai come terminava: alla fine Dio non distrusse quella città.

 

DIETRO di Sabrina Carollo


 

“Sono solo sciocchezze”

“Come dici?”

“Niente, niente, sono solo sciocchezze”

“Non ti sento, alza la voce. Dio come non ti sopporto quando borbotti a questo modo”

“HO DETTO CHE SONO SOLO SCIOCCHEZZE”

“Non devi mica urlare però eh!”

 La voce è roca, provata da cinquant’anni di fumo della peggior specie - più  che altro mozziconi -, da notti trascorse all’aperto, sui cartoni, in vicoli maleodoranti senza riparo sufficiente.

Una voce da blues, se sapesse cantare.

Una voce da narratore, se avesse voglia di parlare.

Sta scavando in un cassonetto, il solito, il preferito, dietro alla trattoria dalle tovaglie a quadretti rossi. Le tendine alla vetrina sulla strada principale, per dare l’immagine di casa, di famiglia, di autenticità. La porta sul retro, quella della cucina, è socchiusa: i cuochi sono già al lavoro. Cominciano presto. Prima arriva il comandante in capo. Riordina la spesa, organizza il frigorifero, prepara il menù. Poi alla spicciolata, ma non troppo, arriva il resto della truppa. Biascicano un saluto, si infilano il grembiule a righe bianche e gialle, sanno già dove dirigersi. I movimenti sono sempre gli stessi da anni. Il percorso, i compiti, la precisione. L’abilità, la pratica, l’esperienza. Ultime arrivano le cameriere, quasi tutte donne tranne Manuel. L’atmosfera è serena e attiva, ognuno indaffarato a suo modo.

La porta si apre completamente, arrivano i primi scarti. Foglie esterne, radici, bucce, croste. Quello è il momento di Oscar. Un colpo di tosse catarrosa, aspettando che abbiano finito di lasciare i resti inutili, poi si avvicina. Sposta con le mani sudice, annusa, sceglie. Porta alla bocca, mastica lentamente, sputa. Passa al suo compare, che sgomita un pochino ma non arriva bene al sacco. Non ha tanta forza per farsi spazio e non litiga con Oscar. Lo ha fatto, una volta, una delle prime in cui si erano incontrati. Ma Oscar lo ha zittito, gli ha tirato una manata che pareva di aver sbattuto contro un muro. Lui non vuole grane, non è robusto. È un vecchio avvizzito in abiti di fortuna, troppo grandi e fuorimoda. Ha imparato; aspetta e si accontenta. È tutta la vita; aspetta e si accontenta.

Sulla strada principale arrivano i primi clienti. Lo scampanellìo della porta avvisa i camerieri che lentamente smettono il confronto sul programma di ieri e si avviano, uno al tavolo, gli altri a finire di preparare. Non è bene farsi trovare in gruppo a chiacchierare.

Le cortesie, il menù, i consigli.

L’acqua frizzante, un nuovo scampanellìo, le posate disposte correttamente.

Il pane fresco, sbocconcellato facendo due parole, la giacca appesa, il telefono con il vibracall.

Oscar aspetta le uova. I gusci, ovvio. Sa che le proteine che lecca sono importanti. Ha studiato, almeno un po’. Sa come comportarsi, sa come sopravvivere. I gusci sono tanti, qui. Se li dividono, dopotutto lui è una persona corretta. Ora però è tempo di spostarsi. La porta sta per spalancarsi di nuovo. Oscar riconosce i profumi, che emergono con il vapore dalla fessura della soglia accostata. Non devono farsi trovare lì. Non troppo vicini, è un tacito accordo.

“Vieni su, andiamo”

“Aspetta un attimo”

“Ho detto andiamo. Poi si torna”

La porta sul retro si apre, le braccia robuste con le maniche rimboccate portano un nuovo secchio di scarti. Il cuoco si gira verso di loro. È giovane, a stento trent’anni. Le guance sono arrossate dal calore delle pentole, i riccioli scappano fuori dal cappello a bustina. Depone un mezzo sorriso, rientra.

Oscar si riavvicina piano. Sembra un orango in avanscoperta. Le trovano subito: frattaglie cucinate. Oscar l’aveva intuito dallo sguardo. Se le dividono in silenzio, con voracità. Oscar se ne mangia di più; in fondo è più grosso, e la trattoria l’ha individuata lui.

Si pulisce le guance con la manica. La barba rimane un po’ unta.

“Il gomito, mi fa male questo gomito. L’ho battuto ieri, mi fa ancora male”

“Sciocchezze, solo sciocchezze”.

Oscar si incammina fuori dal vicolo. L’altro lo segue ubbidiente e curvo come una foglia d’autunno. Per fortuna invece è primavera, e il peggio è passato. Sul marciapiede davanti, inquadrato da mattonelle di porfido rosso, un albero dai fiori rosa macchia di vita il grigio sporco del muro.

Il cielo è chiaro, la trattoria quasi piena.

 

 

BELLEZZEARTESCIOCCHEZZE di Leonardo Canestrelli



Era una notte buia e tempestosa?

Snoopy

Il mattino ha l’oro in bocca?

Shining

Molti anni dopo…

…difronte al plotone d’esecuzione…vienvia Marquez

Marquez quale?

Quello dell’Honda

Ma a me vengono in mente solo sciocchezze!

Primo: nessuno ha detto che devi scrivere un’opera d’arte. Secondo: ti ho semplicemente chiesto di raccogliere la bellezza in un verso

Ti sembra facile?!? Ecchecazzo…lo sai che sotto pressione vado in difficoltà

Tu hai il cervello in difficoltà. E da un po’ anche

Aspetta, eccolo: siamo tutti fumatori fuori dalle sale d’aspetto…

Ma mi prendi per il culo? E’ il titolo della canzone degli Editors

Tutte le sai, oh…

Chiamatemi Michele

Questa faceva ridere

Diglielo alla balena, se faceva ridere. Ti muovi?!?

Vabbè oh, mi vengono solo cose già dette o scritte.

Vabbè, non mi aiuti, chiedo a qualcun altro.

A parte che non ho ancora capito a che ti serve

E’ meglio così. Fidati.

 
21 giorni dopo. Il cielo era coperto ma non pioveva. Tirava vento. Credo fosse il freddo che c’è in Paradiso. Non riuscivo a staccare gli occhi da quella lapide. Quello scemo mi chiedeva un verso che racchiudesse la bellezza per farlo scrivere lì. Alla fine aveva fatto incidere quello che gli avevo detto mentre stava uscendo dalla porta tre settimane prima:

A parte che non ho ancora capito a che ti serve

E’ meglio così. Fidati.

La bellezza in un verso…ma che ne so io…
 
Ma che ne so io. Questo c’era scritto su quella lapide