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martedì 6 marzo 2018

SÖNGHELLIR – LA GROTTA DEL CANTO di Chiara White

tu che non hai alimentato il fuoco col dolore

e non hai vuoti da nascondere

-e sei stato là con me-

dove abbiamo visto insieme l’ultimo mare

e hai sentito la tua pelle affondare

-e il mio tempo galleggiare-

 
inventerò per te

ti racconterò di strade col sole

pioggia sarò qui sulla tua pelle ormai

orfana già dei miei sospiri

 
quella grotta risuonava di parole

e formule

e all’orizzonte solo il Nord

 
inventerò per te

ti racconterò di strade sotto il sole

pioggia sarò qui sulla tua pelle ormai

orfana già dei miei sospiri

 
e mentirò per te

se ti senti per me indispensabile

e sento per te

sento per te

sento per te …

UN VERO NOSTALGICO DEL SANDWICH di Cecille Cafca Burns


Non abbiamo tempo, Lord Sandwich.
Ma perché no? Un lampo, niente più, si scende, si pesca, e si risale.
E’ contro la legge. Lo sa bene, Signore.
Sciocchezze, la legge non può contro un vero nostalgico.
Lei non capisce, Lord Schiacciata ha ordinato la sua annessione. Scade tra…sta per scadere.
Non me ne importa..
Ma…
Tenente John Tramezzo, è un ordine.
John aggiustò perbene l’imbracatura, annuì minimamente. Sandwich trattenne il respiro, e si lasciò cadere.
L’enormità del lago sotterraneo era l’enormità di un mare. Eppure ciò che scorreva nelle sue vene non era paura ma euforia.
Aprendo le braccia, si abbandonò alle acque dei ricordi, piene di alghe rosse serpentine.
Sono tanti, sono tantissimi! Gorgogliava mentre gli scivolavano addosso che era una delizia… finchè non si attaccò al collo della sua camicia un ricordo. Al contrario.
Mi dispiace Milord, devo lasciare la postazione, deve risalire, è urgente, siamo stati rintracciati!
Aspetti, tenente, qui qualcosa mi si è attaccato.
Devo tirarla su, Milord!
No!
Mi dispiace, mi punisca pure!
Senza dare spazio a una risposta, John tirò su con tutte le sue forze.
Ma era troppo tardi. Attorno al collo del nobile, un serpente rosso ripeteva sussurrando “Ùip oma it non!” e lui moriva e rimoriva.

CHECKOUT BOY HAS GOT NO JOY di Verdiana Raw

Dal  nulla, ecco a voi un costante zero.

Una sommessa arrogante volenterosa scommessa

per dimostrare chi è il più debole.

'Sono niente.'

'Sono dolore senza di te.'

Pancia vuota

pensiero sgretolato

frigo vuoto

tempo vuoto

amor con toda su brujeria, porqueria,

in piedi con la televisione accesa e un piatto a spirale in frantumi.

Basta un colpo di tosse a capovolgere il 14 in 18,

l'Emendamento delle cose guaste.

Incrocio uno yogurt con un libro

-(noioso , così noioso!)-

come solo l'ideadiunapersona invece della persona puo'

essere.

E pensare che ti avrei amato lo stesso.

Anche senza foster wallace

anche senza quei brutti momenti di inestetismi metafisici retrivi

mentre volevo baciarti e basta.

Fosse chiaro...

Mi sconquassa rivedermi a testa in giu'

a pigiarmi  su una calcolatrice invisibile:

meno silenzio delle dodici e cinquantatrè uguale...

Uguale a cosa?

A un'ombra stracciata. Un permesso non regolabile. Una linea di Tarocchi non edificabile. Un ponte non rintracciabile.

Mi vien da ridere. Mi viene da vomitare.

Insomma, mi viene.

Tu? Non venivi.

Io? Nemmeno.

Anzi, io, proprio, mai.

La punta dei tuoi capelli corrrisponde al culmine della mia finzione,

carne dopo occhi,

voce dopo peli,

lingua,

sogni cocciuti,

gatti strozzati dalle carezze.

 
E lo hai.

Ti avrei, potrei, riconoscimi.

Spegniti una buona volta.

 

Non avrei mai creduto di finirla così, e adesso

mi viene da voltarmi, da mangiare un'arancia, da spaccarmi un braccio,

mi viene.

LE NOSTRE OMBRE di Chiara Macinai

le nostre ombre paiono dei giganti senza tempo

segnano i percorsi di strada 

segnaletiche premonitrici 

guidano i pensieri verso la scoperta della temporalità

siamo qui ma anche lì, un attimo dopo

traversiamo lo spazio con pensiero sdrucito

compiamo evoluzioni, sfidiamo la materia

incorporee proiezioni del nostro organico

strisciamo su muri e marciapiedi 

rincorrendo mete prestabilite 

non siamo noi 

simulacri di identità 

galoppano nella luce 

ci accompagnano 

verso il ricordo del nostro

Io.

GIANNA E LE SUE SORELLE di Francesco Mancini

Era luglio. Nonostante il caldo bestiale ero in giro in cerca di caramelle. Incontrai Gianna e le sue sorelle. Erano buone. Erano belle. Io ero sudato come un verme ma loro no. Sembravano uscite da una pasticceria. Come caramelle, intendo. Tanto che desideravo scartarle. -Ciao come stai, cavo- disse Gianna. Le altre due sorelle, Maura e Valentina, non dicevano mai niente. Gianna voleva dire “caro” ma gli uscì “cavo” perché aveva l'erre moscia. Molto moscia. -Bene, cava- mi uscì di rimando. Un lapsus. Volevo dire “cara” ma mi uscì “cava”. Non lo feci apposta, erano i neuroni specchio. Gianna mi guardò malissimo, come se avessi voluto prenderla in giro. Anche Maura e Valentina mi guardarono malissimo. -Ho detto “cava” perché mio nonno lavorava in una cava di diamanti a Katmandu- mentii malamente per rimediare, non avendo appurato neppure se a Katmandu ci fossero o ci fossero state effettivamente cave di diamanti -non so perché, sarà il caldo, mi è venuto in mente mio nonno. Sorridevo come un cretino. Il loro sguardo si addolcì, ma poco. -Che fate in giro con questo caldo? Gianna mi guardò con l'erre moscia negli occhi, poi disse: -Non si sa come, ci eva venuta voglia di cavamelle... -Incredibile! Io sono in giro per lo stesso motivo!- esultai fuori misura. Gianna, Maura e Valentia mi guardarono ancora con scarsissima fiducia. -Incredibile, no? Potremmo cercare le caramelle insieme, che ne dite? Loro mi guardarono addirittura male. -Naturalmente, offro io- precisai -tutte le caramelle che volete. Si addolcirono. Si guardarono. -Bé... se pvopvio offvi...- acconsentì Gianna, poi tirò fuori un ventaglio e cominciò a sventolarsi. Maura e Valentina fecero lo stesso. Io non avevo una mazza con cui sventolarmi, però, sebbene grondante di sudore, mi offrii di far loro strada: -conosco una fantastica caramelleria! Seguitemi! Partii con il braccio teso come se dovessi prendere la Bastiglia. Le hidalghe, languide e lente, presero a seguirmi. Non fu un grande viaggio: la caramelleria era all'altro capo della strada. Però il mio impeto volitivo fu notato, ne sono sicuro. La caramelleria aveva una vetrina grandissima, le caramelle erano distese a migliaia dietro alla vetrina, luccicavano come gioielli. Rosse, verdi, rosa, praline, mou, glassate, con cioccolato, caffé, pistaccho, crema di latte. Dalla vetrina intravvidi i lavoranti della caramelleria nel laboratorio detro al bancone: probabilmente avevano lasciato la porta aperta per il caldo. I lavoranti, due uomini e due donne, erano completamente nudi e immersi fino alle cosce nella pasta per le caramelle. Ebbri per il caldo, avevano lasciato la fabbricazione delle caramelle ed erano impegnati in una specie di lotta nel fango, con al posto del fango la pasta per le caramelle. Quella visione lisergica colpì molto me e Gianna e le sue sorelle. Dopo pochi secondi infatti eravamo tutti e quattro attaccati alla vetrina come gechi e intenti a succhiarla. Gianna si staccò un momento dal vetro, mi guardò, torbida, mi disse:- adovo le cavamelle.... Io stavo per avvicinarmi a lei e scartarla (avrei scartato Gianna e le sue sorelle su due piedi in mezzo alla strada) quando un vigile ci sorprese alle spalle e multò tutti e quattro per libido molesta.

MEMORIE FIORENTINE (I) di Narciso Fenice Ramparti

Non mi ricordo un cazzo. Se avessimo avuto tipo gli smartphone avremmo potuto documentare. L'odierna informatizzazione e i social sovvengono, talora, riportando alla luce pur parzialissimi reperti che schiudono mondi. Per noi, schizzi lautamente predigitali, una foto o un video dal passato è sempre una rivelazione. Ti sbatte in faccia una versione di te che spesso neanche riconosci, che senti estranea. E da lì divampano il desiderio e la curiosità di riappropriarti di te stesso, del tuo passato, che tieni sempre presente ma scopri, straordinariamente, di non conoscere. O peggio, di non ricordare.

Purtroppo, per quanta robuccia possa via via venir fuori grazie al più improbabile dei Pelacchi, non c'è comunque storia. Adesso puoi filmarti mentre vivi e ognuno lascerà il video della sua vita. Noi no. Argh. Molti coetanei sfigati mi hanno detto che è meglio così, con la memoria idealizzante e selettiva, ma io so cosa si perde il mondo e ci sclero sconsolatamente.  

Proviamo dunque a resipiscere in peracta, in una serie di apposite quanto estemporanee sezioni numerate: questa la prima in offerta speciale. Tre schiaffi e affare fatto. Ho pagato i miei debiti, tempo dopo tempo. Ho fatto la mia sentenza, ma commisi no crimini. E di erroracci ne ho fatti un po', ho avuto la mia parte di sabbia calciata in faccia, ma ne sono uscito. Questa mi riporta al '77, troppo indietro.

E allora... vediamo di rispolverare qualche memoria cerebrale ancora giacente.

Che facevano le corse al Metano lo sapete già. Alle medie non parlavano d'altro, ma io non avevo neanche la struttura per capire.

Passavo i pomeriggi rastrellando giornalini porno e classificando escrementi di roditore sulle rive del Terzolle. Con me il fido Bartolesi, e pochissimi altri che accettavano di risalire il torrente per un tratto notoriamente malfrequentato. Se andava bene qualche contadino si limitava a vociarci perché gli stavamo calpestando l'orto abusivo (tutti quei pittoreschi quanto irregolari coltivi e casottini duravano da oltre cent'anni quando, in una sola notte, vennero spazzati via per sempre dalla piena del '92). Altre volte poteva andare peggio, come quando caddi dal sentiero su un cespuglio di ortiche e poi in acqua, o come quando ci imbattevamo nei segaioli, una variante edulcorata dei tanti 'indiani' che imperversavano nelle campagne fiorentine. E capitava che beccavi sti ragazzotti (per noi adulti) o anche più tristi omìni che si segavano coi giornalini sul ruscello. Noi scappavamo. Ma poi tornavamo. Una volta avevamo trovato vuota la piazzola maledetta e frugavamo per cercare qualche giornalino porno. Un tipo dalla strada ce ne gettò uno invitandoci a prenderlo: non lo raccogliemmo neanche perché era tutto impiastricciato.

Il Bartolesi lo stimavo perché in prima media aveva fatto imbestialire la professoressa di tedesco salutandola col braccio teso alzato: 'Heil Hitler!'. Scena impagabile in una scuola nazista come la Pieraccini degli anni ottanta. Non a caso la scanagliata di reazione della mitica Sanvincenti culminò col vendicativo annuncio di un 'compito in classe a sorpresa!'. Quale indiscriminata repressione! Vero è che tutti noi avevamo riso di gusto.

L'Alluvione non me la ricordo, non ero ancora nato, ma ho letto e ascoltato e imparato a retrodatarmi la data di nascita per presentarmi come plausibile Angelo del Fango; in contesti estremi riesco a millantare anche una precocissima partecipazione alla Resistenza. Ma non sono il Mostro di Firenze. Né lo era mio padre. Garantito. O almeno, così è giusto che voi crediate. Una cosa la posso dire: non siamo stati noi a chiudere l'Anfiteatro, disperdendo la locale comunità di fastoni in trilocali e agenzie interinali. Ma abbiamo fortemente voluto la Tramvia.

Sempre restando agli anni delle medie, quando uscivamo da scuola, in Lavagnini, facevo questi trecento metri fino alla fermata del 20, che mi riportava a Rifredi. Il più delle volte percorrevo questo breve tratto di marciapiedi costeggiante i caotici Viali in compagnia del mio amico ciccione, il parossistico Piccini. In lui avevo sperato di trovare un pacioso non-cagatore-di-cazzo, scontrandomi invece con una personalità riottosa quando non ostile o perversa, a tratti bestiale. Litigavo spesso, con lui e con altri. Quasi ogni giorno. Poteva anche finire a schiaffi, ma senza clamori o strascichi. Dopo cinque ore di squalo inteso come squola, ci fermavamo volentieri all'alimentari che c'era prima al posto dello sciccoso Porfirio Rubirosa, dove la cinica Soratea ci ingrassava con catartiche schiacciate ripiene vendute a mille lire. Ricordo ancora l'espressione assente del Piccini e il suo totale rifiuto di ogni dialogo mentre addentava il fiero pasto, senza curarsi di sale, molliche e stracchino che lo sfiguravano puntualmente. Mangiava come una bestia feroce. Ma anche io, che però non ho mai prescisso dai princìpi della convivialità.

Un dolce ricordo affiora dall'immota teoria di quei grigi primi pomeriggi: ogni tanto si piazzava davanti alla fermata del 20, in mezzo al traffico che si annodava attorno alla Fortezza da Basso, un disturbato mentale di quelli non cattivi, vestito di tutto punto da cowboy; brandendo due pistole (direi finte, ora che ci penso) fingeva di sparare alle varie macchine. Avrà avuto sessant'anni, non molto alto, con un sorriso bellissimo e un volto da attore. Quando lo salutavamo ci puntava la pistola raggiante ma non ci sparava, ricambiando con gesti d'intesa. Chissà che fine ha fatto. Me lo stringo al cuore.

Il Tenax era il tempio del rock e ci suonavano i più grandi ma io avevo paura e non ci misi piede fino a dieci anni più tardi. Anche solo menzionarlo ci impone però uno shiftone sui primi dumila. Ad una serata danzante di Natale del 2005 nel suddetto locale. Ero con Leo e Dani e ci stavamo tirando dietro un treno di fighe. Noi trentenni, Dani ventenne. A un certo punto quest'ultimo esce e sparisce. Non lo avevano fatto rientrare ed era rimasto ad aspettarci tre ore, durante le quali aveva anche suonato il campanello di un'abitazione privata per chiedere un bicchier d'acqua. Ma ditemi voi! Immaginate che un giovane dai modi dolci e gli occhi azzurri vi suoni alle due della notte di Natale per chiedervi un bicchier d'acqua! Un topos letterario! In quel caso retorica e carità prevalsero: venne accolto e dissetato. Io non so come avrei reagito, avrei pensato fosse un fantasma, fermo restando che un bicchier d'acqua, una sigaretta o una telefonata, diocristo, non si negano a nessuno. Dovete essere comunque fortunatissimi per bekkarmi con del credito disponibile.

Nel '96 vincemmo la Supercoppa: indipendentemente dal mio alterno interesse per il calcio, quella fortunata trasferta coincise col mio più scanzonato apice giovanile. Haec dum Mediolani aguntur, io glassavo con sincerità qualche madonna gigliata. Ne rimediavo in dosi contenute ma regolari assistendo alle corse dei cani, come già scrissi in versi.

A volte, nelle serate di risacca, ci sedevamo colla chitarra sotto il Monumento ad Alan Quinn e tiravamo mattina fra stornelli, lazzi e mottetti. Una volta fummo improvvisamente interrotti dagli sbirri del contado, i quali, permeati di lanugine, si erano riversati sulla mulattiera intimandoci di lasciare la zona franca. Prima che si avvicinassero, riuscimmo a sparire fra le frasche delle Cascine e darci alla fuga. Mezzo chilometro a perdifiato fino all'Indianino e poi di corsa fino all'Isoloccio. Militarium catervae ab oriente perductae sunt, spiritum trahentes exiguum, per aerumnas detestatae multiplices. Volevo vomitare la milza. Fu il muscoloso Quaglia a sollevarmi e infilarmi nei pertugi del sottoponte dove mi acquattai in culo alla mezzanotte. Arcessebantur enim ministri: li vedemmo sfilare, a passo marziale, fino all'alba. A parte il Quaglia e l'impavido Monatti, in exitium praeceps, non sapevo che fine avessero fatti gli altri (eravamo almeno sette): in particolare il Sottani, qui discerptus credebatur. Non riuscimmo a individuarli anche per la diafana foschia di quel primo mattino d'ottobre e credemmo sensato portarci quanto prima al nostro ritrovo comune in piazza Fallaci. Frastornati dalla cogente surrealtà degli occorsi accadimenti, ci trovammo indecisi sulla direzione da prendere, avventurandoci nell'ancor plumbeo verde pubblico verso le sagome di lontani palazzi. Giunti al limitare di una radura, scorgemmo dei reattori termonucleari che giravano a vuoto: ne sorse una lite dacché ciascuno di noi voleva scoparseli per primo. Più avanti, la Tramvia, si ergeva limacciosa, sbuffando fra le nebbie. Dovemmo fare quei quattro, fatali, passi in più per leggere distintamente il cartello: Non sostare sulle rotaie. Poi non ricordo. Scusate, devo fermarmi.


 

ANNA di Francesco Barilli


Mia sorella si chiama Anna, ma non è mia sorella, è mia cugina: ed è pure zoccola, beata lei. La faccenda della sorellanza venne fuori da piccole, quando a me venne la febbre e anche lei si ammalò, lo stesso giorno. "Sono gemelle! Sono gemelle!" Mia zia regalò alla mamma un vestitino per me, uguale a quello di Anna. Sembravamo uscite da Shining. Siamo andate avanti così per anni, e tra tante forzature da parte dei nostri genitori, è venuta fuori un po' di verità. Ad esempio martedì scorso, avevo il mal di denti. 

Squilla il telefono: "Sara" mi fa "anche tu?" 

Non c'è bisogno che mi spieghi. Anche lei con lo stesso disturbo, da un paio di giorni. Continua a parlare di dentisti e sciocchezze per qualche minuto, poi arriva al punto. 

"Mi dispiace, sai? Non ti ho mai chiesto scusa, in fondo." Sì, Anna è andata a letto col mio fidanzato, ai tempi dell'Università. Una cosa seria, per me. Per lui un po' meno. Vi ho già detto che è zoccola?

"Mi piacerebbe cucinare qualcosa per te"

"Si può fare." Sento un sospiro di sollievo, da parte sua. Non so se l'ho perdonata, dopo tanti anni, forse sono solo stanca.

"Facciamo domani sera?"

"Va bene. Vengo alle 8" Ci diciamo ancora qualcosa, senza importanza. Luigi, dopo tutto questo tempo, anche lui ormai senza importanza. Eppure come strillai quando li scoprii insieme. 

Ah, sapete come me ne accorsi? Aveva regalato a entrambe lo stesso sciocco abito. Eravamo vestite uguali, quella sera: come le sorelline di Shining.

A MIA SORELLA V. di Roberta Vannucci

Riflessi diversi di uno stesso specchio che rimanda ad ognuna l’immagine di sé attraverso gli occhi dell’altra. Quando ho aperto gli occhi per la prima volta, tu eri già qui: primo esempio da seguire, primo mito da emulare. Non ho mai amato nessuno così tanto. Non ho mai odiato nessuno così tanto. Ho calcato i tuoi passi, invidiato la tua sicurezza, imparato dai tuoi errori. Ho riprodotto i tuoi angoli smussandoli. Ho divorato la tua essenza assorbendo i tuoi pregi e digerendo, a fatica, i tuoi difetti. Ti ho ascoltata, consolata, curata, accarezzata, assecondata, insultata, compresa, fraintesa. Mi hai ascoltata, consolata, curata, accarezzata, assecondata, insultata, compresa, fraintesa. Inconsapevolmente talvolta ci siamo fatte del male. Inconsapevolmente ogni giorno ci facciamo del bene. Mi hai insegnato tanto ed hai imparato poco. Ho imparato tanto e insegnato molto meno. La musica, i libri, l’amore, la vita: ogni cosa tu, prima di me; ogni cosa io, grazie a te. Diario fedele di ogni mio segreto, giudice inflessibile, seppur benigno, di ogni mio fallimento. Il babbo e la mamma spiegati attraverso le tue manie, le tue ossessioni; compresi attraverso i tuoi silenzi, le tue lacrime che mi hanno risparmiato le mie, proteggendomi dagli errori, quelli già fatti da te e coprendo gli sbagli, quelli commessi da me. Ti ho ucciso molte volte e sempre, ogni volta, ti ho riportato in vita. Ti ho ucciso per essere unica; tu lo eri già stata, unica, prima che io nascessi. Abbiamo litigato per il phon, per il telecomando, per il motorino, per un paio di anfibi, per chi dovesse usare il bagno o rimettere a posto la camera. Ci siamo strattonate, tirate i capelli, rincorse per la casa. Abbiamo guardato la tv sotto la stessa coperta e dormito nello stesso letto. Abbiamo riso come solo i matti sanno ridere. Abbiamo pianto come solo i bambini sanno piangere. Abbiamo affrontato il dolore più grande, quel dolore che ancora oggi, ogni giorno, trafigge i nostri cuori con la lama dell’assenza. E chissà come avrei fatto senza di te. Chissà se sarei stata capace di rialzarmi con la stessa forza senza il tuo ottimismo. Mi hai protetto dall’egocentrismo, dalla dipendenza dal giudizio altrui, dal bisogno costante di conferme. Tu mi hai dato tutto fin dall’inizio: confronto e scontro, critica e obiettività, guerra e pace, ogni cosa: spada e armatura per affrontare il mondo. Siamo state, e siamo, figlie imperfette, di quella imperfezione che è tipica di tutte le figlie. Ora siamo madri e saremo, nuovamente, imperfette, di quella imperfezione che è di tutte le madri. Figlie, compagne, madri, donne ma sempre sorelle, anime unite, anche se non necessariamente affini, rami diversi di un unico albero la cui forza sta nelle radici, quelle sì, uguali e nostre soltanto.

CIAK…SI GIRA! di Donatella Quartarone

Era da più di un’ora che stavo seduta in quella specie di camerino, ricavato da una chiesa sconsacrata, in balia dell’estro di un truccatore visionario che mi avrebbe dovuta trasformare in una gran dama vestita da sera e truccatissima, dall’espressione grifagna, stile Crudelia.

La luce accecante della lampada metteva in evidenza ogni millimetro del volto, dandomi uno sguardo spettrale, adatto per il genere di film in cui avrei lavorato come comparsa. I capelli imbrillantinati e tirati indietro, lasciando la fronte scoperta, a parte due virgole stile tirabaci, mi indurivano i lineamenti, facendomi sembrare Grimilde, la matrigna di Biancaneve, nel momento in cui si trasforma in strega.

“Perfetta!”, sentenziò il truccatore, liberandomi da quella tortura e facendo sedere un’altra malcapitata.
“Nun te toccà, che sennò rovini er trucco!” m’intimò, congedandomi, in un impeccabile accento romanesco.

Non riuscivo ancora a raccapezzarmi come ero potuta finire in questo bizzarro girone dantesco. Tutta colpa di mia figlia che un mese prima mi aveva chiesto di accompagnarla ad una selezione di comparse per un film che si sarebbe girato a Firenze. Si trattava del seguito del Silenzio degli innocenti, pellicola di grande successo che aveva terrorizzato il pubblico di mezzo pianeta per i modi spicci del protagonista, Hannibal the Cannibal, raffinato divoratore di carne umana, interpretato da un grandissimo attore inglese, per la regia di un altrettanto famoso regista americano. Insomma una mega produzione internazionale per la quale erano stati stanziati milioni di dollari e che avrebbe dato lavoro e paga sicura per qualche giorno a comparse fiorentine, di varia umanità: disoccupati, studenti, pensionati, casalinghe annoiate, persone di ogni genere e età; tutti comunque uniti dalla passione per il cinema, ansiosi di apparire anche solo per qualche istante in un film che sarebbe stato visto in tutto il mondo.

L’autore del romanzo aveva deciso, chissà per quale perversa ragione, di ambientare il seguito della storia a Firenze, dove Hannibal, da grande buongustaio, avrebbe trovato pane, anzi carne per i suoi denti di cannibale. Ecco perché ci trovavamo già da un’ora in coda, mia figlia ed io, in attesa di essere selezionate e scelte come comparse. Sì, perché la furbacchiona aveva insistito affinché rimanessi a farle un po’ di compagnia, tanto figuriamoci se avrebbero scelto proprio me!

Invece, incredibile ma vero, l’incaricato addetto alla selezione puntò diritto lo sguardo verso di me, ignorando del tutto la creatura, giovane e bella come il sole.

Quasi in stato di trance, venni prelevata con altre signore dalla fila e dirottata verso una grande sala. Salutai con un cenno della mano e con un grosso senso di colpa Valentina che mi guardava sgomenta e delusa.

La sala era una bolgia di gente esagitata; chi gesticolava in italiano, chi strillava in inglese; mi resi conto subito tuttavia, che nonostante il caos apparente, vigeva una ferrea organizzazione e niente era affidato al caso.

Una tipa grassottella, dall’accento nasale americano, mi chiese i documenti e mi spiegò convulsamente l’aspetto burocratico della mia prestazione, assicurazione, paga e quant’altro. Non riuscii a capirci molto, tanto ero frastornata. Poi passai in un altro lato del salone dove, dietro un paravento, due signore dal camice bianco, con il metro intorno al collo mi presero le misure, mi chiesero il numero di scarpe e mi misero quasi di peso su una bilancia.

Fui congedata in tutta fretta, con una specie di contrattino in mano.
 
Ed eccomi adesso, super truccata, ma brutta come la morte, in attesa di girare la scena di massa della quale si parla da giorni. Mi hanno infilato una lunga gonna nera con lo spacco, con sopra una maglia di lamé argentata. Mi guardo intorno, uomini e donne vestiti da sera, d’ogni età, ma tutti con lo stesso sguardo cattivo, con un trucco tale da far apparire orrido anche il volto più delicato e dolce. Esigenze di copione naturalmente.

Tutti in fila percorriamo un centinaio di metri, sotto lo sguardo incuriosito dei passanti, ed eccoci arrivati alla location dove è già stato allestito il set. Si tratta del bellissimo chiostro di Santa Croce, trasformato per l’occasione in un grande teatro con annesso salone di ricevimento, con tavole finemente apparecchiate e imbandite di ogni ben di Dio: torte a più piani, cascate di frutta esotica, vassoi colmi di pasticcini e tramezzini colorati. Abbiamo tutti l’acquolina in bocca, visto che siamo digiuni da parecchie ore, a parte un frugale spuntino offerto dalla produzione. Scopriremo in seguito che la maggior parte di queste prelibatezze è finta, forse di gesso o plastica. Ce lo confida un vecchio generico, che poveraccio, mordendo di nascosto una mela, si era quasi spezzato un dente.

Ci fanno accomodare a sedere, spettatori di un qualcosa di strano e indefinito che si sta svolgendo sul palcoscenico, dove dei mimi impersonano statue di marmo che si muovono al suono di una musica lugubre, sempre la stessa per ore.

Un tipo scalmanato, di cui non afferro la mansione, provvisto di megafono, ci avverte con inequivocabile e brusco accento romano, quando sta per essere girata una scena e come dobbiamo comportarci. Niente gomme o caramelle in bocca, niente scialli e golfini sulle spalle nude. È già notte fonda e fa freddo nonostante sia giugno. Insomma dobbiamo essere composti, impeccabili e attenti allo spettacolo. Tra un ciak e l’altro è tutto un alzarsi per andare alla toilette, facendo attenzione di non inciampare nei cavi e fili elettrici messi ovunque.

Il grande regista Ridley Scott domina la scena dall’alto della gru mobile, seminascosto dall’ingombrante cinepresa. È molto trasandato, barba bionda incolta, bermuda, canottiera, infradito. Evidentemente ha caldo, beato lui! Urla in continuazione, in inglese.

Dopo ore d’immobilità comincio a capire che esiste una gerarchia ben definita tra gli addetti ai lavori. La manovalanza formata da elettricisti, microfonisti, facchini, tecnici del suono è tutta italiana, mentre le mansioni più importanti come aiuto regista, assistenti alla regia, segretarie di produzione, direttore di scena sono affidate a stranieri, americani o inglesi, per lo più.

Ma ecco arrivata la scena del rinfresco. Siamo tutti in piedi nell'attesa di ordini. Qualcuno viene mandato ai tavoli a servirsi di leccornie, senza però mettere nulla in bocca. Altri si siedono ai tavolini, serviti da impenetrabili camerieri. Dobbiamo far finta di conversare. Ci consigliano di dire dei numeri sottovoce.

E’ quasi l’alba e i ciak, si gira!  sono stati tanti. La stanchezza e il freddo si fanno sentire. Siamo di nuovo a sedere in platea. Ho fatto amicizia con le comparse sedute vicine; è tutto uno sbadigliare e un chiedersi quando finirà questo tormento. Anche i protagonisti del film, attori molto famosi, danno segni di cedimento. Giancarlo Giannini fuma in continuazione.

Negli intervalli ci alziamo con sollievo cercando di rimettere in moto le membra intorpidite. C’è un punto ristoro dove ci buttiamo a capofitto sorseggiando bevande calde e divorando focaccine e pizzette, facendo attenzione a non rovinare il trucco.

Riesco a farmi un varco per raggiungere il celebre attore che interpreta Hannibal. E’ talmente concentrato nella parte che se ne sta assorto in un angolino, in totale silenzio, con uno sguardo che mette i brividi. Mi avvicino con circospezione; ho paura che mi dia un morso e mi stacchi il naso, ma è tanto il desiderio di un autografo che gli porgo timidamente una sua foto e una penna. Stranamente mi lancia un luminoso sorriso. Ha splendidi occhi azzurri e in un istante non è più il feroce cannibale, evaso dal carcere di massima sicurezza di Baltimora, ma il compassato e distinto gentleman inglese, insignito del titolo di baronetto, dalla regina Elisabetta. Firma con uno sgorbio e mi fa perfino l’occhiolino;  poi mi allunga una caramella!

Ancora un paio di ciak e finalmente siamo liberi. E’ giorno inoltrato, ormai. Sembriamo tutti degli zombie, stanchi morti e dal trucco disfatto. Raggiungo il camerino, aspetto il mio turno e mi siedo davanti al grande specchio. Quasi mi prende un colpo. Il pesante mascara è completamente colato lungo il viso, lasciando due fosse nere al posto degli occhi; i capelli pieni di lacca e brillantina sono fili di ferro. Provo a pettinarli ma sono talmente duri che si spezza il pettine. Riesco con molta fatica a struccarmi, usando una dose massiccia di crema detergente.

Sono passati diversi mesi da questa mia esperienza, tutto sommato divertente, anche se non molto remunerata. A giorni dovrebbe uscire il film. Pare che la prima si svolgerà a Firenze, presente l’intero cast. Sono curiosa di rivedermi. Chissà se mi piacerò, con quel trucco terrorizzante e quella  lunga maglia di lamè che mi fa sembrare un guerriero alle Crociate?

E’ ormai in programmazione da quasi una settimana e non mi sono ancora decisa, forse ho paura di rimanere delusa? Vengo colta da uno strano presentimento.

Ma eccomi seduta al cinema Odeon. Il film è veramente pauroso; ci sono scene raccapriccianti. Non vedo l’ora di arrivare alla famosa sequenza del chiostro per poi svignarmela in tutta fretta. Voglio assolutamente evitare la fine orrenda di Giannini, commissario di polizia, impiccato ad una finestra di Palazzo Vecchio per mano di Hannibal.

Il momento tanto atteso sta arrivando! Eccolo finalmente! E’ una scena di massa, presa a distanza. Non riesco ad individuarmi, né seduta, né in piedi al rinfresco. Dura meno di un minuto! Quasi tutta tagliata! Undici ore di lavoro per cinquanta secondi di sequenza.

In seguito ho cercato, rivedendo il film al computer, con il ferma immagine, di riconoscermi in mezzo a quel girone infernale, ma di me nessuna traccia.

A volte ho il sospetto di aver fatto solo un sogno, se non fosse per quella caramella che ancora conservo.

DIGITALE PURPUREA di Roberta Sandrini

L’altra sorrise: E dì, non lo ricordi quell’orto chiuso?
I rovi con le more?I ginepri tra cui zirlano i tordi?
I bussi amari? Quel segreto canto misterioso, con quel fiore, fior di ... morte
“Ed era vero?Tanto io ci credeva che non mai, Rachele, sarei passata al triste fiore accanto”

 
“ Stai meglio coi cuscini messi così?” “Sì grazie, lasciali stare, che tempo fa fuori?” “Ha smesso da poco di piovere, fa ancora freddino, ma come esce un raggio di sole si sente la primavera, lontana ma anche vicina, è strano” “Te l’ho già sentita dire questa cosa, sedute nel giardino della scuola, tu sull’erba, io sulla panchina, mi indicavi la prima margherita che era  riuscita a spuntare di notte, piccola, piccola, eppure di un bianco che non era neanche un bianco, tanto era squillante … ma io preferivo non crederci e rimanere seduta dov’ero”

“Quanti fiori avrei voluto vedere insieme a te! Ma non c’eri e ti mandavo le foto” “Ti ringrazio” “Molte volte mi sono sentita egoista, come se stessi facendo qualcosa di ingiusto” ”Perché?” “ Perché vivevo pensando solo al presente, alle cose che potevano farmi felice in quel preciso istante, mentre invece avrei dovuto fare come te, trovare una persona, fare famiglia” ”Se le cose che hai fatto ti hanno reso felice non devi avere rimpianti, in fondo il primo pensiero che dobbiamo avere è verso noi stessi … e poi davvero hai cominciato a rimpiangere il non aver avuto figli?” “ No, non è una cosa che avrei fatto per me, perché la desideravo dal profondo, è qualcosa che avrei fatto per altri, i miei genitori per esempio, per contribuire a non so bene che cosa, la società, la stirpe … quindi forse ho fatto bene” “ Il pensiero del futuro per me, era come quella margheritina che mi indicavi ai bordi del giardino, piccola ma impettita e scintillante contro il cielo grigio ed i rami spogli … era bella, portava con sé tante promesse, ma lo stesso non ci credevo e rimanevo ferma, immobile sulla panchina, indecisa sul da farsi” “ ”Non li volevi i tuoi figli?” “Sì ma li voluti veramente solo dopo, quando erano dentro di me … si pensa che certe cose siano innate, accadano o meno sapremo come affrontarle, invece devi aspettare che diventino reali per poter dire se ti sta bene che accadano oppure no”

“ E’ vero! Una delle fregature della vita! Oddio non tutte si rivelano fregature, alcune per fortuna diventano belle sorprese, altre no ...” “Ho capito a cosa ti riferisci, non me lo perdonerai mai …” “ Non ho fatto abbastanza per te in quel momento, mi è sembrato giusto lasciarti libera di seguire i tuoi desideri, per quanto non li condividessi, ma era la tua vita, mi dicevo, e se ero un’amica non dovevo giudicarti, non dovevo abbandonarti, dovevo sostenerti anche se non ero d’accordo con te … invece avrei dovuto prenderti per un braccio, scuoterti ed urlarti in faccia “che cazzo fai?Ma sei proprio convinta? Perché vedi questo,questo e poi quest’altro ... come con una bambina! A volte, come diceva mamma, ci vuole solo un ceffone ben dato!”

“ E come una bambina avrei reagito, ribellandomi e puntando i piedi, lascia stare .. per quanto anche lui, guardando indietro, era come il piccolo fiore colorato, spuntato da chissà dove, che lascia intravedere la primavera, e nonostante questo tu rimani ancorata a quella panchina, immobile, ti piace ma non ti fidi, vorresti aspettare, vorresti rimanere proprio ferma e non fare nulla, guardare le cose accadere ma magari agli altri, senza partecipare …” “ Un presentimento! Come quelli che diceva di avere sempre tua mamma!Che però li seguiva …” “ O ero io che parlavo a me stessa! Dovremmo sempre ascoltarci, senza aver paura ...”     

“ Ha chiesto il rito abbreviato” “Lo so,gli farò l’unico dispetto della mia vita e morirò in tempo per la prima udienza,cosi’ gli toccheranno minimo trent’anni” “Imbecille che dici?” “Sono seria, non sto scherzando,voglio usare la mia morte per uno scopo preciso … anche se non lo odio, mi invade solo una grande malinconia quando penso a tutto, la mia vita con lui, fino qui …”

 
Piangono un poco, nel tramonto d’oro,, senza perché. Quante fanciulle sono nell’orto, bianco qua
E la’ di loro! Bianco e ciarliero. Ad or,ad or,col suono di vele al vento,vengono. Rimane qualcuna e legge un  suo libro buono.
In disparte da loro, agili e sane, una spiga di fiori, anzi di dita spruzzolate di sangue, dita umane,
L’alito ignoto spande di sua vita.

“Le cose accadono perché si possa imparare da loro o perché devono accadere ed accadere a noi?” “Intendi senza possibilità di intervenire o invece con la possibilità di modificare il corso delle cose a partire da quello che già è stato, già è accaduto?” “Sì” “Le cose accadono perché devono accadere, sta a noi imparare qualcosa da quello che già può esserci capitato ... così , se dovessimo trovarci di nuovo in circostanze uguali o simili, potremo affrontarle diversamente” “Sì deve essere così” “Allora perché a volte lasciamo che le stesse cose non facciano altri che ripetersi?” ”Perché siamo stupidi? Non abbastanza svegli,non abbastanza intelligenti? O crediamo che comunque non abbiamo la capacità di reagire diversamente, non abbiamo fiducia in noi stessi cioè?” “L’una o l’altra circostanza, a seconda della persona” “Nel mio caso?” “La seconda, è ovvio”.

“ Oggi deve essere una bella giornata, si intuisce, anche se non mi arriva molta luce fin qui … ma ho sentito gli uccelli cantare in un altro modo, stamattina presto, come fossero ansiosi che il giorno arrivi, invece che limitarsi a segnalare che si intravede un po’ di luce, un’ alba livida che annuncia freddo ... come nel giardino della scuola, tanto tempo fa ... ho ripensato a come cantavano allora e mi sono detta che una nuova stagione deve stare per cominciare …” “In effetti sta arrivando la primavera finalmente” “Tu sei rimasta sempre lì,in un certo senso, nel giardino della scuola, ed è stato come se fosse rimasta un po’ primavera per te … non nel fisico ovviamente ma nello spirito quello sì…” “Veramente, da quando sono morti i miei genitori, una neve leggera ma infinita ha iniziato  cadere e fa sempre un po’ freddo malgrado tutto” “Ma tu non hai permesso a cose che non potevi evitare di sopraffarti, hai saputo riconoscere le cose che potevano danneggiarti ed hai saputo evitarle, quando avevi la possibilità di farlo … come hai detto tu, appena adesso” “Ma se non ho saputo evitare quello che ti è successo e ti succederà, che l’inverno arrivi e rimanga per sempre, poco importa””No, sono sicura che nonostante tutto, saprai far rimanere almeno un po’ di primavera” “Non sono così forte” “Ma lo diventerai”.

Maria, ricordo quella greve sera. L’aria soffiava luce di baleni silenziosi.
M’inoltrai leggera,cauta,su per i molli terrapieni erbosi. I piedi mi tenea la folta erba.
Sorridi? E dirmi sentia:Vieni! Vieni!
E fu molta la dolcezza!Molta!Tanta che vedi (l’altra lo stupore alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta
Con un suo lungo brivido) si muore!

“All’improvviso mi è venuto freddo … e mi sembra anche di vederti attraverso delle onde”
“Vado subito a cercare qualcuno”
“ Se vuoi … ma aspetta, c’è un’ultima cosa che volevo dirti prima” “Cosa?”

“E’ stata una mia scelta, è stata tutta una mia scelta, non sentirti in colpa ... sono stata io a non voler cambiare le cose, sono stata a non voler imparare da quello che accadeva, a non voler reagire diversamente, a lasciare tutto accadere senza mai allontanarmi … ho agito rimanendo ferma … come quando mi indicavi quel fiore nel giardino, volevi andare insieme a coglierlo ma io rimanevo seduta, immobile, ma forse, ora mi viene in men te, non incerta ma decisa nel mio rimanere su quella panchina ... e nonostante questo è stata primavera, per poco ma lo è stata, forse ancora più intensa proprio perché è durata tanto poco … ed ora che è tornata,me ne vado ...”         

"LA VITA È UNA SCATOLA DI CARAMELLE" (SEMICIT.) di Sabrina Carollo

Aveva sempre adorato le caramelle. Non era solo una questione di zucchero, di sapore, di consistenza - adorava le geleè, probabilmente nella sua vita ne aveva mangiato l’equivalente dell’intera superficie della Svizzera, a metterle una accanto all’altra - almeno finora. E quei rotolini di carne che si affacciavano traditori dai fianchi ne erano la dimostrazione plastica.

No, quello che esattamente amava delle caramelle, che lo rendeva totalmente dipendente al punto da non muoversi da casa senza un’adeguata scorta, era la sensazione che gli regalavano. Non era mai riuscito a spiegarlo dettagliatamente nemmeno al suo analista, per quanto ci avesse provato. Ci erano tornati tante di quelle volte, sull’argomento. Avevano definito che si trattava di una necessità emotiva, un vuoto da colmare. Ma come avrebbe potuto quel compassato signore che lo ascoltava diligente ogni settimana da dietro i suoi occhiali con la montatura di metallo sottile per centocinquanta euro l’ora capire come si sentiva lui, quando posava sulla lingua uno di quei piccoli dischetti di zucchero? Era come una magia: ne metteva in bocca una e precipitava immediatamente nella sua infanzia, quando tutto era rassicurante come la presa della mano di suo padre mentre attraversavano la strada.

Erano le domeniche assolate dalla zia Gigliola, quando si riuniva tutta la famiglia e si apparecchiava nel campo sotto gli ulivi, la tovaglia di lino bianco appena accarezzata dalla brezza, in attesa delle gocce di vino che presto o tardi l’avrebbero baciata facendola arrossire.

Erano lo sguardo caldo di sua madre, quando lo soccorreva dopo una caduta in bicicletta, i denti immacolati di un sorriso appena mascherato che si mostravano timidamente tra le labbra rosso ciliegia, un attimo prima di posarsi invariabilmente sul ginocchio ferito per una medicazione misteriosa in grado di guarire qualunque cavaliere ferito a morte da un drago.

Erano la certezza del suo letto morbido, la sera, che qualunque cosa succedesse era la conclusione buona e giusta della giornata, dove si rifugiava aspettando nel dormiveglia che il padre passasse a rimboccargli le coperte strette sotto il materasso, e la mamma gli pettinasse i capelli da un lato con una carezza, liberandogli la fronte con cura, come a ripulirla da ogni pensiero spiacevole.

Erano le mani nodose ed esperte del nonno quando gli riparava la macchinina appena ricevuta e già rotta, mentre lui gli smoccicava accanto, gli occhi incollati ai movimenti, alla colla, alla pazienza.

Erano il profumo dolciastro della nonna, i suoi capelli dai colori bizzarri, le carte colorate e lucenti che collezionava, riducendole a minuscoli pezzetti con cui ricopriva scatole di ogni dimensione e forma.

Erano le estati infinite davanti alla distesa luccicante del mare, quando il tempo e lo spazio perdevano valore e rimanevano solo il caldo, l’acqua e la solennità del silenzio nel primo pomeriggio.

Le caramelle erano un condensato delle cose migliori della sua vita, delle emozioni più belle, di quella parte di certezza in cui si rifugiava come sotto una tettoia in un giorno di pioggia. Non poteva lasciarle, non ci avrebbe rinunciato per niente al mondo. A dispetto del peso che aumentava come l’età, nelle sue tasche friggevano sempre carte di caramelle, dai cassetti di casa spuntavano inaspettati pacchetti e confezioni colorate, nei contenitori sparsi per l’ufficio non mancavano mai scorte di ogni genere. Gli amici l’avevano ormai archiviata come una solida stranezza immodificabile; i dipendenti ne approfittavano per garantirsi favori. Chi non riusciva assolutamente a conciliarsi con la sua passione erano le donne. Per questo probabilmente non c’era verso di far durare una relazione; per questo si era rivolto allo psicanalista. Cominciavano bene, considerandola un vizio come un altro - c’è chi fuma, chi si tormenta i capelli, chi inanella superalcolici, tutto sommato le caramelle non sono nemmeno la peggiore delle abitudini -, per poi passare a essere infastidite quando cominciavano a trovare le carte infilate tra i cuscini del letto, o a sedercisi sopra sul divano. Quindi sopraggiungeva la fase sospetto, in cui si domandavano se non fosse sintomo di un disturbo mentale più serio, di quelli che portano ad accoltellare le fidanzate sotto la doccia; infine terminavano con una insofferenza totale caratterizzata da rigurgiti d’odio, in cui si scagliavano furibonde contro le sue scorte e cercavano invariabilmente di farne falò. Quello era il momento in cui troncava: di fronte alla scelta “o io o le caramelle”, indiscutibilmente sceglieva le sue amiche più dolci e colorate.

Quindi, quando conobbe Sonia, era preparato. Conosceva a memoria gli stadi, era rassegnato al degenerare del percorso. Si sarebbe goduto il momento intermedio, e intanto avrebbe cercato di mantenere la propria indipendenza per non soffrire troppo nel momento dell’inevitabile addio. Si videro davanti all’ingresso del cinema: proiettavano Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato con Gene Wilder, il suo film preferito, in versione restaurata.

Fu solo quando furono dentro, accomodati nei posti più centrali, che le chiese se volesse qualcosa dal bar, dove stava per andare a fare la sua abituale ricarica di gommose alla coca cola. Sonia lo guardò con aria birichina, gli sorrise e rispose “No, grazie”. Mentre gli rispondeva, allargò i bordi della borsa verso di lui. Nell’interno, sparse e pigiate come chicchi di uva nei tini per la spremitura, facevano bella mostra di sé gelè, sassolini dolci, bastoncini di zucchero, rotelle di liquirizia, orsetti colorati, goleador, toffee, scioglievoli al miele, ginevrine, mou, violette, mentine, tuttifrutti, ripiene, propoline, incartate, nude, appiccicate tra loro, senza confezioni, come il risultato di un assalto alla banca delle caramelle.

Si guardarono negli occhi. Si sorrisero.


 

L’ADDIO DI EMILY di Monica Capomonte

Aveva provato ad avvelenarlo molte volte. La prima volta due anni prima, e ci era quasi riuscito: un veleno disciolto nel vino, lo aveva quasi mandato all’altro Mondo. Poi di nuovo, durante la cena dell’Anniversario: Robert se ne era accorto soltanto per quelle strane, piccole macchie che punteggiavano la salsa della carne. Di nuovo in estate, mentre il ghiaccio in fondo alla bibita era striato da una venatura violacea. Emily amava Robert, lui ne era sicuro. Eppure lei lo voleva morto. Era quasi incredibile che il motivo fosse quel tradimento, ormai lontano nel tempo, quando erano giovani e lui aveva commesso quell’unico sbaglio. Eppure, quando lui, tre anni fa, ormai vecchio, aveva deciso di confessare quel rapporto senza importanza di una notte, qualcosa era morto dentro di lei. Intossicata, avvelenata nell’orgoglio ferito, aveva deciso che Robert doveva morire.  Ci sarebbe riuscita, prima o poi, lui lo sapeva.
Certo, si sarebbe aspettato una trovata più originale di quella scatola di caramelle, lasciata sopra il suo scrittoio, senza un biglietto.

“Davvero lo vuoi? Tu vuoi che muoia?”
Emily restò con gli occhi fissi sui libri dello scaffale, senza dare uno sguardo alla scatola di caramelle, aperta e piena dei colori di stagnola luccicante
“Capiterà comunque. Succederà molto presto. Sono vecchio, ma vuoi comunque essere tu a uccidermi. A tal punto ti senti ferita, da una vecchia storia che ti ho voluto raccontare, dopo tanti anni. Il tuo orgoglio ti avvelena così tanto da volermi rendere il dolore che ti ho dato, tutto in una volta.”
Lei rimase ancora in silenzio.

“Ebbene, Camilla. Io non morirò. Non a causa tua, o del tuo veleno.  E non lo farò perché io ancora ti amo. Non mangerò nessuna di queste caramelle. Non ti lascerò sola col senso di colpa, sola con il dolore, sola con le immagini di morte e di tradimento ad  avvolgere i tuoi occhi. Dovrai trovare un altro modo per lenire la tua rabbia”.
Emily scoppiò a piangere, e finalmente trovò il coraggio di guardarlo.
“Mangia quelle caramelle. Mangiale, per l’amor di Dio!” gridò, piangendo.

“No! Non sarai tu a uccidermi! Non lascerò che tu …” Ma Robert non finì la frase. Cadde al suolo, lanciando un singulto strozzato.

Emily continuò a piangere forte, restando immobile, in piedi davanti allo scrittoio. “L’antidoto” disse poi piano, recuperando il fiato e smettendo finalmente di singhiozzare. “Le caramelle erano l’antidoto” disse rivolta al cadavere di Robert, mentre china su di lui rimetteva in ordine la camicia dell’uomo, pulendogli la bocca, pettinandogli i capelli bianchi, poggiando le dita sotto gli zigomi, fino a chiudergli gli occhi, per restituire al suo volto un po’ di ordine e di quiete.

CARAMELLE, ADDII E SORELLE di Virginia Puccianti


CIT. di Leonardo Canestrelli


- Qui comincia l’avventura del signor Bonaventura. Cit.

- Chi è cit?

- Cosa?

- Hai detto cit. Chi è cit?

- No, cit. nel senso che l’hai già detto uno

- Uno chi?

- Ah, boh. L’hai detto te cit

- Sì, ma non vuol dir nulla. Cioè, vuol dire che l’ha detto uno ma non so nemmeno chi

- Ma chi ha detto cosa?

- Quella cosa del signor Bonaventura

- Boh

- A me tu’mi sembri grullo

- Furbo te

- C’hai una caramella?

- Per chi?

- Per me

- Per cit?

- Cit chi?

- Quello di prima

- Quello di prima, cosa?

- Quello delle caramelle

- Sì, addio…

- Vai via?

- No, perché?

- Hai detto addio

- Sì ma è un modo di dire

- Di chi?

- Di cit

- Quello che saluta mangiando caramelle?

- Eh…

- Forte

- Già

- La tu’sorella è sempre bella?

- Sì. Ma con te un’ci viene

- Mica la volevo

- Eh

- Forse sì

- Lo so

- Vo’ via

- Bona

- Chi?

- La mi’sorella.

MERCOLEDI di Francesco Chiantese


Mercoledì/Mattutino
Rara la notte
un alibi il caffè
per rubare tenerezza al tuo sonno
un alibi divenne Modena
per vederti dormire.
Nel mio viaggio che,
per pochi momenti,
si fece tuo nido.
Nella tua scomodità che,
per pochi momenti,
si fece cura di me.
Mi hai regalato come tana
il parcheggio di un autogrill
ed io ci vado ancora
per bere ad occhi chiusi il mio caffè.

Mercoledì/Vespro
Strano è questo tempo
che pulsa dentro come il frinire delle cicale
che segna il ritmo di ogni respiro
fin quando un pensiero più sordo e più secco
non obbliga tutti gli altri al silenzio
un poco
ancora un poco
e nulla può più la consolante routine degli insetti notturni
per quanto tu la insegua con l'udito nella notte.

Mercoledì/Compieta
Non chiamerà nessuno
a riparare ciò che è rotto.
Amerò lo sgocciolare dei tuoi passi
nelle mie notti,
li conterò ad uno ad uno
per non dormire.
Dei tuoi fantasmi che odiai
non saprò mai il volto.
Scosto le coperte
e nella stanza buio
spero sia tu,
venuta in modo nuovo
a lasciarti guardare.