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martedì 31 ottobre 2017

COMPLEANNI di Narciso Fenice Ramparti

Finalmente ho una pistola. Un'arma simile avevo regalato a mio padre per il suo tredicesimo compleanno. E oggi che finalmente compio tredici anni a mia volta, è mia figlia a regalarmene una. O almeno così credevo. Scusate, non siete voi mia madre? Non vorrei confondermi, ma se state leggendo dovete essere per forza mia madre. Aspetta, aspetta, no. Cosa stavamo dicendo? Ah sì, già, bang! Bang! Bang!
 
Sciaoraga, come butta? Come avrete saputo ho avuto dei problemi negli ultimi otto mesi: sono stato internato e tutte cose. Adesso comunque sto molto meglio. Colpa del vecchio dottore, che non capiva niente e mi aveva dato le medicine sbagliate; ora ho un dottore nuovo, che è molto bravo e mi ha dato le medicine giuste.
 
In parrocchia avevamo paura dei drogati del diavolo. Ma l'uscita nell'87 di Canto Pagano dei Moda mi parve un compromesso ragionevole. Me ne fece dono il chiomato Zatteri: mi avvicinai così al mondo dei capelloni, dal quale mi trovo oggi irrimediabilmente bandito.
 
Coriandolare tutto il giorno poteva ucciderti, amico, nella spietata estate del '98. Un discreto nitore. Io ero un signore del pensiero, estraneo alle mode. Non volevo e non riuscivo a farmi coinvolgere. Simo, invece, a neanche vent'anni flirtava col cartello fiorentino della cocaina e per noi era quasi un dio. Ma un dio silenico, dionisiaco, misterico, iniziatico. 'Volete provare la bamba, raga?' Chissà, forse mentivamo quando dicemmo che eravamo scioccati e che non avevamo mai provato. Chi può dirlo? Fatto sta che Simo aveva preso a chiodo tipo cento grammi. Una storia pesa che gestì nel peggiore dei modi, perdendo un sacco di amici e rischiando la sua stessa vita. Erano gli anni in cui l'eroina cominciava a cavare i denti alle più belle ragazze del quartiere. Trovavo sempre più difficile continuare a studiare, ma per fortuna mio nonno mi aveva letto Pinocchio da piccolo e sapevo più o meno cosa fare.
 
Mio nonno, a sua volta, ha otto anni quando, mentre si trova sulla spiaggia con degli amici in una calda mattina di giugno del 1918, vede arrivare degli aereoplani che solcano rasenti il mare: per quanto si sgoli, mentre urla non riesce a sentire il proprio grido. Nel frattempo l'altro mio nonno ha tre anni e, pur vivendo a poche centinaia di metri di distanza, non può neanche avere idea della guerra che fino ad allora ha accompagnato la sua intera esistenza. Sarebbe interessante seguirne i diversi percorsi di vita durante il ventennio fascista. E anche dopo. Ma dobbiamo invece tornare subito nella seconda metà del ventesimo secolo, quasi dieci anni dopo lo scioglimento dei Beatles, in piena apocalisse punk. 
 
Quando esco dall'asilo, dopo ore di intensa disciplina prescolare, ho esigenze ben precise. In primis scorrazzare fra i piccioni nei giardini davanti a scuola. Adoro farli scappare. Al primo fiatone riedo al padre mio, dal quale esigo poi di fermarci al bar (tre paste) e al giornalaio (figurine e, se va bene, una bustona Fantasia o l'ultimo Barbapapà). Ovviamente senza dire nulla alla mamma, che comunque mi sorprende colla bocca sporca di zucchero; io allora mi rifaccio su mio padre, che incolpo di avermi sputtanato. Sono un cinquenne viziato e tirannico proprio a causa sua: ha voluto permettermi di essere libero di pretendere, dalle persone, dalla vita, da me stesso. E così per tutte le elementari e oltre. Fu un giorno al culmine di insidiose e depauperanti insistenze che gli promisi di dargli un milione appena ne avessi avuto la possibilità ('se me lo compri, da grande ti regalo un miglione'). Un milione di lire, ovviamente, corrispondente ad un onesto stipendio mensile dei primi anni '80. La sorte mi concesse di poter teneramente onorare quell'avito e già consapevole impegno nell'annus mirabilis 2002.
 
Giugno '90: chi ha pomiciato con chi alla festa di Giova? Vorrei non crederci quando mi raccontano che la Tiziana lo ha portato in camera e son rimasti chiusi un'ora. Nooooo, non posso sopportarlo. Non saprò mai riprendermi del tutto. E lo stesso resoconto di Giova ('altro che pomiciare!') mi brucerà per sempre. Sono ancora nel devastante purgatorio della mia immota e irreciprocante estraneità, nella più frustrante inespressione della mia virilità. A un passo dal diventare un serial killer o peggio.
 
L'altra faccia della torrida estate '98 non riuscì meno ruvida: ormai scafato, dovevo anzi stare attento a non farmi scopare da chicchessìa. Quante volte il grande Erettore ha dovuto essere il grande Ammosciatore. Oh, signori. Io apro i cieli e i mari, posso bruciare l'anima delle persone, e come confortavo le persone complessate al contempo castigavo chi presumeva di spiegare chi ero. Così, se mi prevedi ai tarocchi che stasera andremo a letto insieme – come fece la Vero dopo avermi chiesto di raggiungerla in camera – ammetto che è una mossa carina, però poi devo dimostrarti che posso cambiare il futuro. Specie per insegnarti 'Kualcosa sui tarokki'. Vent'anni in un battito di ciglia. Nulla è cambiato. Non ho mai ostentato la mia eterosessualità, e vivo in sintonia collo spirito dei tempi, ma tu devi conoscere l'educazione: non puoi venirmi su FB a chiedermi – come ha fatto Christian solo tre giorni fa – la foto del mio cazzo, per poi schernire la mia titubanza ed incoraggiarmi superficialmente ad esperire la mia presunta bisessualità. Io sono un fair player ma non sopporto che uno pensi di essere avanti a me solo perché è omosessuale. Mi son sentito molestato. E neanche riuscivo a vomitare gli insulti omofobici del caso, in quanto la mia cultura mi impedisce di formularli. Così non va bene. Compleanno dimmerda.

MEZZO PIENO di Sabrina Carollo

La bottiglia era volata tragicamente in terra, accompagnata da un grido disperato di Andrea.

“Fermalo presto!” aveva urlato in risposta Anna, lanciandogli uno strofinaccio con la prontezza di un agente segreto - di quelli fighi, beninteso, non quelli che è previsto muoiano alla terza scena -. Andrea si sarebbe gettato a leccare il pavimento, invece. Era Brunello, costato uno sproposito. Nella frazione di secondo in cui la bottiglia era caduta sugli scalini e si era frantumata incocciando nel maledetto spigolo affilato, la sua mente era frullata dalla paralisi dell’orrore alla verifica delle (im)possibili opzioni, tipo raccogliere il liquido con la paletta dello sporco, assorbire con un tovagliolo di lino pulito e strizzarlo poi in un contenitore per recuperare il prezioso vino. Si era dovuto arrendere vedendo i pezzi di vetro mescolati - anche se morire per aver ingerito schegge deliziose poteva avere un suo romantico perché.

Mentre Anna si precipitava con altri strofinacci, Andrea osservava affascinato e dolente il rosso granato che si allargava con incedere matematico tra le fughe delle piastrelle di cotto, inzuppando il grigio del cemento, scivolando invece più veloce sulle superfici di mattone cristallizzato.

“Muoviti! Cosa aspetti?” lo scosse Anna, che intanto stava buttando fogli di carta assorbente e materiali di vario genere e dimensione per limitare la corsa del vino.

Come sempre, lei era quella efficiente. Lui si perdeva, incapace di reagire, assorbito da dettagli insignificanti, distratto da pensieri che lo trasportavano altrove, assente dal qui e ora; lei era rapida, forte, reattiva. Lei metteva i punti, lui sfumava. Lei era solida, lui una gelatina di pollo.

“Mi dispiace. Ho rovinato la serata”. Si sentiva colpevole, Andrea. Era lui che teneva il vino in mano, e goffamente lo aveva lasciato cadere. E comunque si sentiva colpevole sempre. In un modo o nell’altro era lui, regolarmente, quello che faceva danni. Quello che prendeva le multe perché non si era accorto del divieto temporaneo. Quello che lasciava bruciare i piselli e la padella e anche parte del contenitore delle spezie, una delle rare volte in cui Anna gli aveva chiesto di dare un’occhiata alla cena. Quello che dimenticava le chiavi in casa e si chiudeva fuori, costringendola a tornare dall’ufficio per aprirgli. Quello che non faceva carriera, perché in realtà il suo sogno era fare l’attore. Quello che non voleva figli, perché guardami qua.

Gli amici li sfottevano, “Anna la quercia e Andrea l’edera”. Lui ridacchiava, poi si risentiva di nascosto, chiuso in bagno, osservandosi allo specchio. Con la lingua spingeva in fuori i contorni delle labbra per controllare le rughe, osservava i capelli bianchi moltiplicarsi, verificava le condizioni generali della muscolatura. Anna intanto stirava, o faceva il cambio dell’armadio, oppure la spesa. E pensare che lei nemmeno gli raccontava tutto. Non certo di come le amiche le chiedessero come facesse a stare con uno così. Cosa ci trovasse. O delle eccessive cortesie del nuovo collega, che un po’ la lusingavano, certo, ma che non la facevano dubitare.

Perché Anna sapeva vedere quello che agli altri sfuggiva. Anna vedeva le rughe, i capelli bianchi, i pasticci, le multe, la terribile goffaggine. Anna non sottovalutava affatto l’egocentrismo ai limiti del narcisismo di Andrea. Anna sapeva leggere attraverso le righe del suo fastidioso autocompatimento, quel bisogno mascherato di sentirsi diverso, speciale, anche solo in negativo. Anna vedeva perfettamente quanto lui non fosse affatto speciale. Così come non lo era lei, del resto.

Ma sapeva che loro due, insieme, erano speciali. Che in qualche modo si completavano. Sapeva che Andrea aveva una fantasia arcobaleno, una risata contagiosa, due occhi brillanti e un abbraccio rassicurante. Vedeva la sua lealtà, la capacità di cogliere dettagli che agli altri sfuggivano. Le foglie rosse in autunno, la luce rifratta di un bicchiere, il suo sguardo affannato dopo una giornata di lavoro. C’era e non c’era, a volte era faticoso. Ma lei si concentrava sulle sue parti migliori. Non era forse quello il modo di farle germogliare e poi fiorire? Illuminarle, innaffiarle, e tenerle al caldo.

“Pazienza, vorrà dire che brinderai con la Vernaccia”, replicò sorridendo. “In fondo io non posso nemmeno bere”

“Brindare? È successo qualcosa?”

“Sono incinta”.

IO E IL SIGNOR GOLIADKIN di Francesco Mancini

Non ti vedo, ma ti sento, signor Goljadkin. Avrò ragione di te. Ragione da vendere. Venderò la tua testa essiccata alla fiera, signor Goljadkin. Repellente essere che non sa, non vuole, non è. Eppure disturba. Importuna.

Ora si è messo in testa di spararmi. Quel frustrato. Da ridere. Pensa che dovrei aver paura di lui? Si muove come un orango e ci vede pure male da lontano. Cosa si è messo in testa di fare? Ogni passo che fa lo sento benissimo, lo sento ogni volta che muove il suo corpo maldestro, lo sento camminare al piano di sopra, perché il pavimento in legno scricchiola, quindi sento ogni centimetro di piede che ci appoggia. Sono pronto, signor Goljadkin!

E' convinto di essere un figo, il signor Goljadkin. Si veste ancora come quando aveva vent'anni, crede ancora di essere piacente come allora. Ammetto che a vent'anni era carino. Carino, ma niente di paragonabile alla bellezza, o all'avvenenza fisica. Carino, punto e basta. Si ingelatinava i capelli, si vestiva di nero e poi andava a ballare. Su dieci rimbalzi, una ci stava; è anche un fatto di probabilità. Devo dire che era pazzo, e questa è una carta che funziona con le giovani donne. Funziona -sia chiaro- fino ai trent'anni circa. Dopo i trent'anni le donne cominciano a fare i conti, conti di soldi, di sicurezza, di prole, di famiglia ecc. Quindi un pazzo tra i piedi, dopo i trent'anni, certo non lo vogliono. Vaglielo a spiegare al signor Goliadkin, che ancora fa le improvvisate, fa le follie, crede di incantarle ancora, le donne, in questo modo!  E' quasi in età pensionabile e fa ancora il bello e dannato. Semmai, il bello d'annata, può fare!

Io si che sono bello. Io si. Mica lui. A volte guardandomi nello specchio mi commuovo. Sono così bello e nessuna mi cerca. Nessuna mi vuole. Per colpa sua, del signor Goljadkin! Quando le donne si avvicinano a me, si accorgono di lui, del pazzo, e fuggono! D'altra parte viviamo insieme! In questa catapecchia che sta crollando a pezzi. Non sono riuscito a mandarlo via. Mai. Ma ora sono pronto. La mia pistola è carica. Otto colpi. Densi. Prima o poi scenderà le scale, il signor Goliadkin! O pensa di starsene al piano di sopra tutta la vita? Io sono giù che lo aspetto. Tranquillo. Cronometrato. Non mi scappa, certo che no. Io sono bello, altro che lui. Ma ora si cambia! Non gli permetterò più di importunare la mia vita sociale!

Sono i piedi nell'ingresso da dodici ore. E lo aspetto. Nella penombra, che mi è amica. Ho messo uno specchio in fondo alle scale, dal quale posso vederlo arrivare, se scende. E scenderà di certo, perché il bagno è al piano di sotto, non ha altre uscite, a parte la finestra. Si butterebbe dal primo piano? Macché. Il suo atteggiamento romantico di quello che vive all'estremo è tutta una sceneggiata. Ha paura di tutto, altroché, io lo conosco bene. E' ipocondriaco. E' maniacale. Si lava le mani dieci volte al giorno. Ecco perché scenderà. Per lavarsi le mani.

Mara. Se penso a Mara salgo su di corsa e lo faccio fuori subito, come un cane. Ma devo stare attento. Ha una pistola anche lui. Mi aspetta anche lui. No, non devo permettere che il ricordo di Mara mi faccia perdere il lume. Anche se ne avrei tutti i motivi! Mara era così bella! Bionda, ingenua, magra ma con due tette enormi, gli occhi da cerbiatta. Me la coltivavo da mesi. Con cura. Con rispetto. Con la dovuta gradualità. Ma una sera incontra in un locale il signor Goljadkin appena tornato dalle vacanze, su di giri come uno struzzo, io non c'ero, non potevo controllare, proprio quella sera avevo da fare! Mi hanno raccontato tutto, però. Arriva nel locale abbronzato e ubriaco come sempre, il signor Goljadkin! “Mara, qual buon vento!” “Io qui, io là, io sopra, io sotto!” (parla sempre di se stesso, il signor Goljadkin). Insomma, tempo quattro battute e l'avinghia, la pomicia, la tocca ripetutamente su tutte le tette, il signor Goljadkin! La povera innocente sprovveduta Mara! Che poteva fare, lei? Non ha potuto resistere a quel polipo invadente impertinente! Perché al signor Goljadkin manca la testa, ma non si fa problemi a muovere il corpo! Risultato: la povera Mara è sparita dalla circolazione. Non ne ha voluto più sapere di nessuno dei due. Perché ha ceduto al signor Goljadkin, ma poi si è giustamente e doverosamente pentita! Avrà pensato: è proprio un animale, il signor Goljadkin! Un animale ubriacone! Pronto a divorare il mio corpo e del tutto incurante della mia anima! Un egoista sensuale e zotico!

E io? Io, che c'entravo? Perché si è arrabbiata anche con me?

Ma io so cosa devo fare. Io gli sparo, al signor Goljadkin. Ecco. Così la finiamo. Sono sicuro che adesso è in bagno, a ingelatinarsi i capelli. Mi sembra di vederlo, che canticchia e insieme si ingessa il ciuffo, in camera. Patetico. Vuol fare il punk, il dark, vuole andare in roccoteca, lui, e conoscere femmine giovani, quando avrebbe bisogno della badante, più che altro! Ah, ma deve scendere! Deve lavarsele, le mani! E poi, si deve rendere conto che ormai è desolatamente solo! Infatti, a volte si veste, si profuma, si ingelatina, poi si mette a sedere sulla tazza del cesso. E sta fermo, lì,  per delle ore. Si rende conto, in quei momenti, che la giovinezza è finita, e che lui si è comportato sempre da egoista farabutto con le donne, e ora nessuna più lo cerca, altroché. E io me la rido! Io esulto! La giustizia, finalmente! Io che volevo innamorarmi, sposarmi, fare dei bambini -o anche prenderli già fatti, perché no, si risparmia tempo, tanto con la compagna giusta si può fare tutto! E invece? Io qui, io come una badante, invecchiato anch'io ormai, ho sprecato i miei anni belli! Mi consumavo a guardare quelle ragazze, anzi che dico? Degli angeli! Parlavamo. Ci capivamo. C'era una bella intesa tra me e loro, feeling! Il cinema, il teatro, le lunghe discussioni. Una perfetta armonia. Poi arrivava lui! La bestia! Con quella lingua! Con quelle mani!
Mi devo calmare. Non devo permettere all'emotività di prendere il sopravvento. Devo essere lucido. Cristallino. E aspettare. Ora scende. Questione di minuti. Di secondi. Perché è maniaco, deve lavarsi le mani spesso. Tanto, io l'ho appena fatto

MARTEDI di Francesco Chiantese

Mattutino
Dalla tua pelle appresi molte cose:
il gusto del falco per i prati e le colline,
il piacere del vento nello scivolare lungo i solchi dei campi,
la fretta dell'acqua di appropriarsi della terra
ed il senso che ha,
nella notte,
la luce della luna.


Vespro
L'aria si secca e si fa sottile.
Il tessuto della terra su cui siedo si abbruma nei solchi lunghi ed umidi
come certi pensieri si preparano all'autunno.
La nostalgia ha sempre il sapore di castagne,
pentole di rame e legna che arde;
foglie di acero raccolte.

Compieta
Mi piaceva sparire
nell'entusiasmo del mare,
che ti faceva correre veloce, senza voltarti.
Restare spettatore della felicità dei tuoi piedi veloci, nascosto per non ingombrare.
Avrei voluto perderti così,
per troppa fortuna,
per troppa bellezza,
per troppo mare.

JIMY di Roberta Vannucci

Jimy arriva da lontano. Posti esotici riflessi sulla sua pelle. È sobrio solo quando si é appena svegliato e se ne sta nel solito bar a leggere il giornale. Ogni giorno, la stessa cosa. Appena sveglio, nella sua testa, c'é solo il pensiero del caffè e quando, dopo il secondo, chiede anche la prima grappa della giornata, questo è qualcosa che egli giudica del tutto casuale. Come se non fossero ormai più di trent'anni che comincia così ogni sua giornata da ubriaco. In fin dei conti, non sarebbe  tanto la prima grappa, quanto piuttosto l'effetto domino che ne consegue. Ma lui sembra non saperlo. Non se lo ricorda mentre assapora il suo caffè e l'inizio di una nuova giornata. Jimy ogni tanto alza gli occhi dal giornale e si guarda intorno. Qualcuno lo saluta. Lui risponde sempre a tutti, lo fa per educazione. E per nascondere il fatto che proprio non riesce a ricordare di averti mai visto. A intermittenza tornano gli attimi della sera prima. O era quella precedente? Alla quarta grappa si alza. Se ne tornerebbe volentieri a letto. È l’ora di pranzo, a giudicare dalle gente nei ristoranti. Jimy si incammina verso Via dei Serragli. Prima però ci starebbe bene un kebab. Ma quando si avvicina al negozio di Azim, l'egiziano, la sete gli impone di prendere una birra. È colpa della grappa. Ma poi Azim si mette a parlare e ad inveire sul fatto che si faranno controlli più frequenti nei locali contro la vendita di alcolici ai minorenni e allora Jimy si beve altre tre birre, per prima cosa perché lui non è più minorenne da un bel pezzo; poi perché per ascoltare Azim e accettare il giro di vite sull'alcool, gli ci vuole un aiuto. In un attimo è di nuovo in strada. Chissà se l'ha salutato Azim. Di certo si è scordato di mangiare il kebab. Jimy cammina lentamente e lentamente arriva in Piazza del Carmine. Vede il suo amico Pino addormentato per terra. Durante la notte Pino dorme sugli scalini della chiesa ma la mattina, per evitare di urtare la sensibilità, e anche qualche pedata, dei fedeli che si recano alla messa di buon'ora, si sposta dall'altro lato della piazza, tanto il ristorante lì davanti apre tardi e nessuno lo manda via. Abbracciato a se stesso Pino sta dormendo profondamente e ogni tanto rutta bofonchiando qualcosa. Jimy si avvicina al compagno e si china per prendere il fiasco di vino posato accanto a lui. È quasi vuoto. Giusto tre belle gozzate. E Jimy se le fa ma quando si abbassa a deporre il fiasco, perde l'equilibrio e cade addosso a Pino che scatta in piedi bestemmiando e Jimy se la ride talmente che non riesce ad alzarsi; così resta a terra e il sole illumina la sua sagoma distesa sul marciapiede. Pino tira un'altra bestemmia quando si accorge che il vino è finito e propone di andarne a prendere un altro fiasco al vinaino all'angolo. Jimy allora ritrova le forze e si alza. Ha smesso di ridere. È tornato serio perché gli sembra di aver dimenticato di fare qualcosa. Si è dimenticato della fame ma ormai Pino è partito deciso verso il vinaino e lui non può lasciarlo solo. Poi quello va a finire che si sbronza! Pino è calabrese e ha girato tutta l'Italia. Un tempo faceva il camionista ma poi l'avevano licenziato per fare entrare il figlio di un pezzo grosso, diceva lui; Jimy sapeva che era stato per l'alcool perché un pezzo grosso, il camionista lo fa fare al suo peggior nemico mica al proprio figlio! L’oste del vinaino all'angolo li conosce entrambi, Jimy e Pino, e quando li vede arrivare oltre il vetro del negozio, comincia a preparare due bicchieri di vino. Gli dispiace cacciarli via ma a quell’ora c'è la gente che viene per il pranzo e loro sanno che non sono gradite scenate. Troppe volte si sono sfiorate risse o denunce. Oggi sembrano ancora piuttosto sobri. I bicchieri sono già pronti e l'oste spera che bevano velocemente e che magari paghino pure. Jimy e Pino entrano e in effetti se la gestiscono ancora bene. Dopo i primi bicchieri si fanno fuori una bottiglia a testa. Jimy lascia sul banco 5 euro e, appoggiandosi l'uno all'altro, i due escono zigzagando tra i tavoli. Jimy ha voglia di una sigaretta e la chiede ad un ragazzo con i dread che gli lascia anche l'accendino. La gente è proprio buona pensa Jimy e si incammina verso Porta Romana dove si accorge che Pino non è più con lui e allora si arrabbia e dentro di sé manda al diavolo l'amico perché non lo ha neanche salutato. Gli sale un po' di tristezza ma poi passa una biondina in bicicletta con due belle tette e lui pensa che avrebbe proprio voglia di fare sesso, ziggy, ziggy, come dice lui. Entra nel circolino di Porta Romana e ordina un grappino. Lo beve ma poi deve andare al cesso. Quando torna al banco, si è già dimenticato di aver bevuto la grappa e ne ordina altre due, di cui una offerta. Cerca di dialogare con il barista ma questo, che lo conosce bene, con una scusa lo lascia solo a parlare a sé stesso. Pino è proprio un coglione. Lo conosci Pino? Jimy vuole parlare di Pino con qualcuno ma il tipo che sta bevendo un caffè accanto a lui si allontana appena sente il tanfo del suo alito. Jimy esce dal circolino e siccome proprio lì davanti c'è una panchina, si sdraia un attimo. Chiude gli occhi e gli appare la faccia di Pino, che però in realtà è il barista, che gli apre una porta del circolino e in una stanza c'è la biondina della bicicletta e lui si avvicina perché se la vuole scopare ma sul più bello viene svegliato da due mani alle quali é associata una voce forte e decisa. Apre gli occhi e non capisce se é un sogno o la realtà. Comunque di fronte a lui ci sono due poliziotti che gli chiedono se sta bene e se ha bisogno di qualcosa. Jimy socchiude gli occhi e sorride. Sta benissimo, si sta solo riposando un po'. I poliziotti in quella zona quelli come lui li conoscono bene e si allontanano senza neanche controllargli i documenti. Jimy non può più dormire e si alza. Imbocca Via dei Serragli e incontra la Gina che sta rientrando a casa. Lei lo invita a salire e lui si fa onore salendo settantasei scalini senza mai inciampare. La Gina apre la porta e come sempre arrivano di corsa i suoi tre gatti insieme al tanfo di piscio misto a quello di scatolette. Jimy entra e si lascia cadere sulla seggiola di cucina. La stanza è buia e la Gina apre le imposte. La cucina è unta e sporca ma il tavolo è pulito e anche il bicchiere pieno di vino che lei gli sta porgendo. La Gina è una lesbica di sessant'anni dalle carni grasse e sfatte. Beve più di un uomo, le mancano tre denti e fuma due pacchetti di sigarette al giorno. È lesbica ma se beve diventa anche bisex. Si scolano due bottiglie di vino e si aggrovigliano sul divano. Non compicciano nulla perché sono troppo sbronzi, allora Jimy butta giù un altro bicchiere ed esce di casa. Sul portone inciampa e per poco non finisce sotto ad un motorino il cui conducente lo manda a quel paese. Ormai è sera e Jimy torna barcollando in Santo Spirito. Non riesce più a vedere tanto bene le sagome che sfuggono ai suoi occhi intrecciati. Qualche ombra lo saluta e lui crede di rispondere ma lo fa troppo tardi, quando l'ombra è già svanita e si è confusa nel sole del tramonto con le altre ombre della piazza. È primavera e la gente rallenta la sua fretta perché in questa stagione Santo Spirito rapisce lo sguardo e invoglia a sostare sulle panchine o davanti ai bar aperti. Jimy parla con tutti e non si accorge di parlare da solo. Chi non è del quartiere e si trova a passare di lì per caso, lo scansa. Le mamme tirano a sé i bambini e le fidanzate si stringono al braccio del loro accompagnatore. Ma la gente che lo conosce, rivolge a Jimy solo qualche sguardo. È semplicemente un'immagine consueta che completa l'ambiente. Un elemento d'arredo in un gioco di esterni. Qualcuno è un po' scocciato perché lo conosce e, siccome vede Jimy parecchio ubriaco, teme possa attaccare discorso e lui non ha certo voglia di parlarci, specie ora che sta facendo l'aperitivo con la sua collega, con suo fratello o anche da solo. In effetti Jimy ha voglia di comunicare a qualcuno che ha bisogno di un bagno. Entra nel primo locale che vede, attirato dai movimenti del bandone che è appena aperto. I baristi lo conoscono bene e sanno che per tenerlo buono basta offrirgli da bere. Jimy barcolla ma accetta volentieri una birra. È caldo e lui è assetato. I contorni delle cose gli danzano intorno e non riesce a mettere a fuoco le dimensioni e le distanze tra gli oggetti. Inciampa su uno sgabello e si appoggia con una mano al muro, con l'altra sullo specchio davanti al bancone dove lascia due ditate sporche. Il barista gli chiede se va tutto bene ma lui non sente neanche una sillaba. Afferra la birra che il ragazzo gli porge, cerca di intavolare una discussione sul senso della vita dopo i cinquanta anni ma il barista gli fa capire che deve lavorare. I primi clienti stanno entrando e Jimy deve essere gentile e magari uscire dal locale visto che ha già rimediato una birra. Contrattano l'aggiunta di un rum e Jimy esce inveendo contro una coppia gay con la quale si scontra. Sbraita qualcosa sull'impossibilità di preferire il cazzo alla fica. Un gruppo di ragazzi seduti ai tavolini fuori ride. Jimy è instabile sulle gambe. Ormai ciò che vede non corrisponde alla realtà. La vista è appannata e i sensi a mille. L'eccitazione ai massimi livelli deve essere contenuta o sfogata a caso. Eppure Jimy sente le forze mancargli. Deve stendersi e il luogo migliore è una panchina. Vi si sdraia. Il fresco della sera primaverile lo rasserena. I mostri scompaiono e i suoni si attenuano. Calano le ombre sui suoi occhi e finalmente arriva la pace. Jimy si addormenta sognando l'oceano come al solito. E come al solito si piscia addosso.

BRINDISI A VENIRE di Andrea Mitri

Camminiamo in mezzo ai pastini , in un silenzio spezzettato: da voci in lontananza, fruscii , rimbalzi sonori delle giacche a vento. Ogni tanto parliamo, di cose irrilevanti, o forse irrilevabili per uno e non essenziali  per l’altro. E’ tardi, per vedere i grappoli d’uva ed accennare al pensiero solitario e non esplicitato di rubarne uno.  Li hanno già raccolti , per farne quel vino aspro che hai assaggiato, piccola,  una volta, storcendo la bocca in un gesto di sicura riluttanza a venire. Qui è un labirinto di piccole vigne e muretti in pietra ; in lontananza,  di deviazione in deviazione , ritroviamo il mare, a volte appena accennato, a volte aperto e battuto leggero dal vento. Lo percorriamo abbastanza sereni, con la tranquillità cosciente dell’essere giustamente qui, un’altra volta. Cammini avanti a me meno incosciente , con la sicurezza del sapere dei tuoi limiti e la paura appena accennata di rischiarne il superamento: ti appoggi ai muretti, puntelli i piedi di lato nei passaggi scivolosi e guardi , un po’ il mondo un po’ il cammino. Vorrei dire cose che aumentino la vicinanza o recuperino l’immediatezza: ma il tempo è passato e tu sei cresciuta. Ma  c’è sempre qualcosa  che frena lo scorrere del tempo lieve tra noi, qualcosa che mina l’essere qui e non in un altro luogo. Possiamo anche non accorgercene, al momento, ma sappiamo che permarrà , nella distanza filtrata dal tempo,  che non si ripete, solo riappare, a sprazzi o costante.

Risaliamo il sentiero stretto, a volte interrotto, all’altezza degli occhi, da rami anarchici votati ad esplorare altri mondi, lontani dal tronco principale. Ancora qualche minuto e arriveremo all’ultima curva,  quella che poi immette sulla strada, poco distante dallo spiazzo dove abbiamo parcheggiato la macchina.

La casetta e il giardino appaiono di colpo, appena svoltato sulla sinistra.

Vorrei dirti che ci sarò sempre per te: qualunque cosa accada tu sarai sempre mia figlia, aria che mi si muove sempre intorno, bene senza chiedere. Ma taccio; e noto le tovagliette di plastica bianche e rosse, il tralcio di vite aggrappato alla ringhiera bianca e il mare che da qui nuovamente si vede, come per incanto.

Sei tu che proponi di bere un bicchiere, visto che ci siamo, per riprovare, che magari quello della volta scorsa era di qualità cattiva, malmostoso, come ero io stamani.

Ci sediamo in attesa di qualcuno .

Dovrei parlarti delle mie assenze, del mio passato e del mio presente, del mio scappare e ritornare. E mi piacerebbe tu mi raccontassi di un tuo aspettarmi , di un tuo odiarmi , di un tuo evitarmi.

Arriva una donna e ci chiede se vogliamo un bicchiere di vino, di quello loro, buono.

Tu mi guardi e ridi. E d’improvviso so che non neghiamo tutti e due quello che è stato .  Siamo fragili per natura nei confronti del mondo, noi , e continuerò a sbagliare, con te , con me, con tutti. Ma sappiamo che qualunque cosa accada, in qualche modo, riusciremo ancora a camminare insieme, guardare il mare , sorriderci e magari anche parlarci.

Solo che adesso non è ancora il tempo; è appena il tempo di bere insieme.

Mi guardi , alzi il bicchiere verso l’alto in silenzio, piegando appena il volto verso destra. Poi fai una smorfia e butti giù questo inchiostro nero, aspro e denso.

E dopo dici solo : “ Lo stanno migliorando”.

Il mare è davanti a noi, aperto.
Il vento è calato.
 

ACQUERELLO DI UNA SBRONZA di Chiara Macinai


Mi piace viaggiare in autunno,  tutto diventa calmo caldo confortevole, i colori così sorprendenti, il grigio del cielo ovatta tutti i desideri. Bere vino in autunno e' un vero piacere organico. Vino rosso che accompagna nelle calanche della memoria, quel luogo sicuro dove  sonnecchiare acciambellati senza porsi domande. Bello lasciarsi inebriare dallo spirito delle immagini riflesse, dopo il secondo bicchiere l'estetica cambia, il gusto delle cose acuisce e tutto diventa spaventosamente emozionante. Sei pronto per voli pindarici sull'orlo dell'intelligenza, formuli ipotesi che non avevi azzardato prima, ti sembra di intuire la segreta logica dei labirinti mentali. Ti sorprendi di quanto sia entusiasmante il vivere. Terzo bicchiere. Caldo e eccitante il pensiero, sorridi delle sfumature bizzarre dei contorni. La fluidità dei movimenti ti rende molle, sensuale. Sotto pelle cominci a sfrigolare a ritmo di bossa nova. La danza ti prende per mano, aspirali di vapore ti muovono, ti senti protagonista di questo fluido benefico che il tuo corpo contiene e infrange sulle pareti delle cavità venose. Richiami di nicotina solleticano le papille gustative. Quarto, quarto, quarto incitano i tuoi neuroni, ci vuole un altro bicchiere. Senti il piombo ai piedi, il cranio, la cassa toracica sono leggeri, friabili. Ti prodighi in aggettivi sofisticati perdendo qualche fonema. Il passo tartaglia, senti il viso fresco accarezzato dalle prime folate, le calde guance rivelano la godereccia allegria. Ridi, sorridi poi sghignazzi. La bottiglia non è finita! Bisogna porre rimedio e adempiere al proprio impegno. Sottovaluti le concordanze e la bordolese giace in orizzontale difronte a te. Catacresi. Osservi le gambe del tavolo, ti incupisci, prendi il collo della bottiglia, con tristezza pensi all'abuso. Ricordi?  Hai sempre odiato la retorica: che schifo! Vorresti urlare, protestare. Ti senti euforica e offesa. Tutto vortica, stomaco, animo e cervello. Vorrei abusare dei miei sensi e non delle parole porco intelletto! Il fischio del treno. Mi sveglio, guardo fuori dal finestrino, ancora giorno. Non riconosco il paesaggio , la stazione di arrivo si trova chilometri indietro. Il viaggio continua. Guardo il Bolgheri adagiato sul mio grembo. Respiro. 

 

Immagini accessorie:

I treni sono lombrichi di metallo che si muovono su rotaie 

Le stazioni sono biblioteche antropologiche 

ATTENTA, MI AVEVA DETTO LA STREGA di Monica Capomonte


La strega del Paese mi preparò la pozione amorosa da sciogliere nel vino.

Io lo feci, mentre preparavo una cena romantica per la notte d’Ognissanti.

“Attenta” mi aveva detto la strega “questa malia farà cadere in amore chi non ti ama

Ma farà cessare per sempre d’amarti chi già si strugge per te”.

Ero sicura che lui non mi amasse, e avesse accettato l’invito per gentilezza, per abitudine. Forse per un po’ di pietà che provava per il mio sentimento.

Servii in tavola le mie prelibatezze col vino fatato e quando tornai con l’arrosto vidi che il suo bicchiere era vuoto.

Osservai bene. Guardai. Lui sorrideva, come sempre senza passione, con la gentilezza che si riserva a un’amica, a una semplice vicina di casa.

Andò avanti così, per tutta la sera, e quando provai a baciarlo, rispose senza un fremito nelle sue labbra.

“Attenta” mi aveva detto la strega.

Forse che mi aveva sempre amata in segreto e ora lo avevo perduto con la magia?

Forse avevo sciupato per sempre un sentimento speciale che credevo fatto di silenzi e che invece nascondeva una vera passione?

Poi vidi le gocce, sul pavimento. Lui sorrise, imbarazzato. 

“ In verità sono astemio” si giustificò.

E poi vidi quello che rimaneva nel vino nella ciotola di Erik.

“Erik, cagnolino mio ….”

Ma quello digrignò i denti e si allontanò.

“Attenta” mi aveva detto la strega.

E ALL’IMPROVVISO….UNO SPIRAGLIO DI LUCE di Donatella Quartarone


Nuvoloni densi, color piombo, si avvicinano alla spiaggia, guerrieri minacciosi in procinto di attaccare il nemico.  Decidiamo di ignorarli. Non sembra prevista pioggia per oggi; l’ha detto anche il meteo e pare che non si sbagli mai, o quasi.

Dall’orizzonte, in lontananza, arriva il brontolio cupo dei tuoni; strisce di vapore grigie segnalano i temporali in corso nella zona. I lampi illuminano il cielo come serpentelli guizzanti.

Tutti sappiamo che questo è il momento più pericoloso. Quando ancora non piove e l’aria è carica d’elettricità, i fulmini si abbattono subdoli e spietati sulla spiaggia e sul mare. Capita spesso qui. Bagnanti ignari sono colpiti da saette, attirate magari da una catenina d’oro o da un cellulare acceso.

In Salento la natura è violenta; ha lo stesso carattere esuberante delle sue giovani e avvenenti donne. L’estate non è fatta di sfumature, toni bassi. Piove di rado e il sole non dà tregua. A volte sulla spiaggia si aspetta con sollievo quella nuvoletta candida come un velo da sposa che, per un attimo, copra il sole implacabile, regalando un momento di refrigerio.

In ogni modo, non c’è da fidarsi nemmeno quando il cielo è terso, la luce abbagliante e il mare è fermo come un arcobaleno con tante tonalità d’azzurro, da quella madreperlacea del bagnasciuga al blu cobalto dell’orizzonte. Poiché, all’improvviso, in quell’immobilità perfetta e senza tempo, si alza un vento dispettoso di tramontana che, in un secondo, trascina in mare tutto ciò che incontra.

Gli ombrelloni, se non sono ancorati con una fune a una grossa pietra, volano via come fuscelli. I materassini e i palloni sono risucchiati e, in un battito di ciglia, sono irraggiungibili, puntini rotolanti all’orizzonte, verso la Calabria. Anche fare il bagno può essere pieno di insidie. La corrente ti porta al largo senza accorgertene. “Porta dietro”, dicono da queste parti.

Ma ecco che adesso il temporale si scatena in tutto il suo fragore. Goccioloni violenti macchiano di scuro e bucano la sabbia dorata. Il mare ha assunto il colore di un cappuccino schiumoso.

Ci siamo traccheggiati, spettatori ipnotizzati da uno scenario grandioso e adesso ne paghiamo le conseguenze. In fretta, raccogliamo le nostre cose e saliamo svelti lungo il sentiero d’arbusti verso il lungomare, riparandoci sotto l’ombrellone. Io rimango indietro, fradicia, affannata: perfino il respiro si riempie d’acqua!

Ci rifugiamo in macchina, cercando di asciugarci, ma i teli sono più bagnati di noi. Al chiuso fa un caldo umido soffocante. Apro il finestrino, ma uno spruzzo mi riempie gli occhi di pioggia. Lascio un piccolo spiraglio, giusto per respirare.

Partiamo lentamente, in silenzio. Nessuno ha voglia di tornare a casa; sono soltanto le undici e immaginiamo già cosa potrebbe accadere tra poco.

Infatti, mentre percorriamo, senza fretta, la strada che conduce in paese, dieci chilometri di ulivi e vigne, la pioggia comincia a rallentare il suo ritmo, piano piano, fino a scendere con la cadenza di un contagocce.

Il sole non è scomparso affatto, per oggi. E’ ancora lì, dietro le nuvole, pronto a fare capolino. Non si fa attendere. Uno spiraglio di luce s’insinua tra due nubi; sembra timido, ma poi s’infonde coraggio e sguscia fuori vittorioso. Il sole dopo la pioggia è molto più caldo e forte. Come se l’acqua scrosciante lo rigenerasse, regalandogli nuovo vigore e luminosità.

Ci lanciamo uno sguardo d’intesa. Torniamo indietro!

Scendiamo lungo il sentiero. Gli arbusti umidi di rosmarino selvatico e di ginepro sprigionano un profumo inebriante. La pioggia generosa ha risvegliato gli odori un po’ assopiti dalla calura estiva; ha donato maggiore brillantezza al verde della macchia mediterranea.

La spiaggia è bagnata; tempo un’ora e la sabbia sarà di nuovo calda e asciutta. La giornata, ricca d’emozioni, ha messo a tutti una gran fame. Mangiamo in piedi focacce al pomodoro. Affondiamo con avidità i denti in quella soffice delizia, una carezza per il palato, tutto il sapore del sud in un solo boccone! Assaporiamo poi la fragranza del melone giallo, colore e profumo di sole.

Visto che i teli sono ancora umidi, decido di fare una passeggiata in riva al mare. Respiro a pieni polmoni l’odore intenso di salmastro. Ogni fibra del mio corpo, ogni poro della pelle fa scorta di quest’aria preziosa. Mi sento piena d’energia, come rigenerata da nuova linfa. Vorrei tanto camminare per ore, fino allo sfinimento, ma le gambe cominciano ben presto a cedere, nella fatica di affondare i piedi a ogni passo. Ho il fiato affannato e un gran mal di schiena. Mi siedo su un piccolo scoglio a osservare le onde bianche schiumose, sempre più piccole, sempre meno irruente.

La natura sta cominciando a fare pace con se stessa. Anch’io mi sento parte di questa nuova quiete; il mio respiro adesso è lieve, lento come la caduta di una piuma. Ho perso la percezione del tempo. Sono trascorse ore, o forse minuti, istanti. Non c’è quasi più nessuno sulla spiaggia. Qualcuno sarà sicuramente preoccupato per la mia lunga assenza e forse mi sta venendo incontro.

Vedo infatti in lontananza due puntini neri…sempre più grandi. Il puntino più piccolo agita le braccia in segno di saluto. All’improvviso mi risveglio da quest’incantamento. Faccio un po’ fatica a ritornare alla realtà ma poi abbandono lo scoglio e m’incammino verso di loro, felice.

 Il tramonto non si fa troppo attendere alla fine d’agosto qui al sud e il sole regala al mare strisce d’oro cangiante,  prima di scomparire dietro le dune.

L'ERRORE di Roberta Sandrini


Osservo i loro volti, le loro espressioni, con la stessa attenzione con la quale osservo le sfumature del colore di un vino, i toni del suo sapore, le sfumature del suo profumo.

Molti miei colleghi si disinteressano delle persone che bevono i vini che loro assaggiano e scelgono, concentrando tutta la loro attenzione appunto sul vino. Io no.

Chi e’ che in fondo perpetra i nostri forzi, la nostra passione? Il produttore? Il vignaiolo? L’imbottigliatore e gli altri operai delle cantine? No, dico io! Il produttore non conosce che il suo naso, il suo pezzo di terra, la sua vigna. L’operaio deve portare il pane in tavola, è questo il suo scopo principale od il suo unico scopo, poco importa cosa raccoglie, potrebbero essere anche cavoli o patate. E cosi’ gli operai delle cantine, si guadagnano il loro stipendio, imbottigliando vino o acqua colorata, poco importa.

Solo coi piu’ assidui e raffinati bevitori si puo’ instaurare quella corrispondenza silenziosa, che giustifica il continuare dei nostri sforzi.

Cosi’ li scruto, dopo averli serviti: a volte lo posso fare liberamente, non si curano piu’ di me dopo che ho riempito il loro bicchiere, spiegando le caratteristiche di cio’ che li ho appena versato, brevemente, perche’ ogni esperienza a mio giudizio e’ personale; o di nascosto, nell’acquoso riflesso di un baloon o di un flute, o nel verde primaverile di una bottiglia di vino giovane, o nel cupo sottobosco di un robusto invecchiato.

Ecco la signora o signorina, spiritosa e brillante come un ricamo di bollicine: e se e’ bionda e’ come se avesse trasferito qualcosa di se’ nel bicchiere.

O seria, assorta, quasi triste, come un bianco fermo e secco, al quale il creatore ha rubato l’anima.

O la bruna dalle labbra piene ed imbronciate e lo sguardo tuttavia morbido e carezzevole, come certi rossi del sud, scuri, grevi all’apparenza, ma con un cuore che scivola e ti avvolge come un’amante esperto in un  lenzuolo.

L’uomo frivolo, votato all’apparenza dei suoi vestiti alla moda e delle belle maniere, che coprono il vuoto dei suoi ragionamenti, la leggerezza evanescente delle sue pur belle parole: come certi bianchi che stuzzicano l’occhio e la gola con promesse di chissa’ quale importanza e poi si perdono nel gusto dei piatti che devono accompagnare, e solo grazie a questi trovano un senso.

O al contrario l’uomo fermo nel sostenere gli sguardi e nel dare la mano, affidabile come un buon toscano, che mantiene le promesse e sorregge le aspettative.

Così li guardo dopo averli serviti, cercando la corrispondenza fra il fluttuare nei loro bicchieri e loro.

E devo dire che raramente mi sbaglio.

Alla fine della giornata, quando e’ il mio turno di versare, nel mio bicchiere stavolta, nella penombra rossastra delle lampade, nelle sere invernali, o nelle lunghe lingue di luce che dalle finestre leccano maliziosamente i piedi del tavolo, nelle sere d’estate, considero per un lungo attimo qual è stato il tipo di persona al quale in prevalenza ho servito quel giorno, qual è stato il suo colore, qual’era la sfumatura prevalente, che sapore ha sopravanzato tutti gli altri.

Ci penso, scorrendo lo sguardo dal bicchiere piu’ tondo a quello piu’ snello, soppeso, decido.

Afferro il prescelto, dirigo i miei passi verso la lunga parete dove sono allineate le bottiglie che ho fatto portare nei giorni precedenti dalla cantina, cerco con lo sguardo uno, due, tre minuti, trovo, afferro, appoggio soddisfatto la bottiglia ed il bicchiere sul ripiano tondo, ricavato da un tronco di quercia giovane, dove preparo anche il servizio per i clienti affezionati, stappo con cura e circospezione, bevo.         

 

In fondo al lungo corridoio nel quale si sostanzia la mia cantina, sulla sinistra, tradizionalmente la parte sbagliata, ci sono i miei errori.

Meglio, ci sono quelli che grandi cantine, grandi sommelier, produttori tuttavia illustri, hanno reputato errori, passi falsi, sbagli, in un cammino talmente costellato di successi da non poterne sopportare nemmeno uno, appunto, di errore.

Vitigni male assortiti, composizioni azzardate, buon sapore senza profumo o buon profumo senza sostanza, note di fondo troppo forti o troppo deboli, retrogusti troppo acidi o troppo pastosi.

Ognuno ha la sua personale vena collezionistica e questa e’ la mia.

Ed in fondo all’ultima botte, quella piu’ vicina al muro, che sembra quasi al muro si appoggi, per sostenere il peso del suo segreto, c’è il mio personalissimo errore.

 

L’unico volto che sia sfuggito ad ogni mio tentativo di comprensione e classificazione il suo. Come un cielo al cambio di stagione, come un mare subito prima di un’improvvisa bonaccia.

Gli occhi velati di malinconia e subito dopo pieni di gioia e subito dopo assorti in chissa’ quale complicata meditazione sul mondo.

Le mani eleganti ora aperte , coi palmi rivolti al mondo, ora strette l’una all’altra, in un contorto e chiuso nervosismo.

I capelli ora raccolti e puniti, ora sciolti, spumosi, come pieni di soffi di vento che erano arrivati sulla sua testa e li’ si erano fermati, restando sospesi.

Il profilo che si induriva e si addolciva in un momento, seguendo un pensiero, una visione o una canzone.

O forse era proprio il suo essere sfuggente, restia ad ogni tentativo di comprensione, insieme la sua nota caratteristica, il suo corpo e la sua nota di fondo. 

 

Quando arrivai all’ospedale, trafelato, confuso e forse felice, lei era già andata via.

Inebetito rimasi a guardare il letto vuoto, una tazza, un bicchiere, dei fazzoletti, una maglietta, lasciati in giro, ordinati, puliti ed allo stesso tempo segno di una fuga improvvisa e precipitosa.

Impietrito, con una strana sensazione di freddo, una lama gelida che saliva dalle piante dei piedi fino alla base del collo, rimasi non so quanto accanto alla colla dove si agitava muto, senza un grido, senza un lamento, con improvvise, repentine contrazioni delle mani e delle gambette storte e deformi, un cosino violaceo.

Le parole del medico, che pronosticava una vita breve ed infelice a causa di difetti che non erano solo esterni ma coinvolgevano organi ed apparati interni, mi arrivavano attutite, cupi e tuttavia ridondanti e furiose, come soffi di tempesta attraverso un vecchio muro, largo e temprato alle intemperie.

 

Tornai solo qualche giorno dopo, per andare a prenderlo.

Lo presi in braccio titubante e lo avvolsi gia’ stretto in una copertina bianca.

Mi guardo’ dal fondo degli occhi scuri, sembrava che sapesse gia’ tutto, tutto della sua infelice condizione, tutto della mia decisione, e che accettasse, non dispiaciuto ne’ rassegnato, ma consapevole e pronto.

Non emise un grido durante tutto il viaggio in macchina fino alla cantina.

Sentivo il suo respiro lieve e regolare, calmo, che mi infondeva coraggio.

Quando lo ripresi in braccio mi accorsi che dormiva: meglio, pensai, chissa’ se ci sarei riuscito se mi avesse guardato.

Scese le scale tuttavia, mentre percorrevo il corridoio tutto fino in fondo, e di nuovo la stessa sensazione mordente di gelo mi saliva lungo la schiena, tirai l’orlo della copertina sul suo faccino, per paura che riaprisse gli occhi e mi guardasse, anche solo per un brevissimo attimo.

Sali’ maldestramente sulla scaletta appoggiata alla vecchia botte, col bimbo in braccio, in un silenzio irreale, non interrotto piu’ nemmeno da quel lieve soffio appena percettibile che era il suo respiro: forse era gia’ morto.

Mi serviva quel silenzio, per continuare a non provare niente, a parte il taglio freddo lungo tutto il corpo, e nell’assenza di ogni tipo di sensazione ed emozione, riuscire a fare quello che mi ero ripromesso: forse lui l’ha capito e per questo ha smesso perfino di respirare, di fare qualsiasi rumore.

In bilico sulla scaletta, apri’ la botte, cercando di concentrare ogni parte del mio corpo sul quel breve gesto e di non pensare ad altro.

Poi, tenendo con un braccio il tappo della botte, con l’altro lo feci scivolare dentro, cercando di essere il piu’ circospetto e delicato possibile.

Richiusi senza guardare: non volevo cominciare a provare qualcosa vedendolo scivolare giu’.

Ripercorsi il corridoio in un silenzio irreale; riusci’ solamente a pensare, e non fu una consolazione ma solo una constatazione, che ogni sbaglio era al suo posto e che fra gli errori degli altri ora c’era anche il mio personalissimo errore.     

SBAGLI, VINI E SPIRAGLI di Lisa Stampfer


PICCOLO RICORDO DI UNA STORIA FINITA PRIMA DEL TEMPO di Francesco Barilli


Bonfiglia si trovò a 10 anni a essere la capofamiglia. Il padre, come in un romanzo di fine ottocento (in effetti era il 1915) aveva perso la piccola fortuna di famiglia bevendo, giocando a carte e firmando cambiali mentre era sbronzo. Così la famiglia, da sempre invidiata per la sua ricchezza, una volta caduta in disgrazia fu costretta pochi anni dopo ad allontanarsi da Tobbiana, un paesino sulle montagne pistoiesi e muoversi verso Prato. Bonfiglia vide anche il suo fidanzamento, deciso in casa quando era molto piccola, rompersi prima ancora di aver consumato qualche bacio alle feste di paese e qualche sorriso imbarazzato in strada, dove scendeva per convincere i bottegai a fare credito a una famiglia condotta da una bambina. Insomma, si trasferì a Prato con i fratelli e le sorelle, dove imparò il mestiere di sarta. Andò perfino a Firenze, grazie a una vecchia amicizia della madre, a perfezionare la sua arte. A 20 anni Bonfiglia lavorava in fabbrica, era snella e carina, ma con una brutta storia alle spalle di un fidanzamento finito male, e si sa che all’epoca una ragazza abbandonata era già vecchia. A Bonfiglia non rimaneva che il piccolo ricordo di una storia finita prima del tempo.

Bonfiglia si accontentò di Silvano, un uomo di bell’aspetto ma incredibilmente stupido e violento, e non fu un matrimonio felice, nonostante la nascita di due figli: Umberto e Grazia. Il primo era un fannullone, troppo simile al padre, ma la secondogenita aveva occhi aperti e attenti, e un sorriso che la illuminava. Bonfiglia vegliava su di lei e sui tanti sguardi che la cercavano, una volta divenuta ragazza e poi donna.

Ed eccoci al 1960, fine di questa piccola storia. Bonfiglia è invecchiata prima del tempo, i suoi capelli sono grigi, i maltrattamenti e i tradimenti del suo stupido marito sono continuati negli anni. Grazia invece è fidanzata con un ragazzo lombardo che vive a Firenze, bello e riservato. Come ogni mattina, Grazia ha preso l’autobus che la porta a studiare a Firenze, e un tizio poco gentile le offre la sua compagnia, andandosi a sedere sulla poltrona davanti alla sua. Lei continua a guardare dritto fuori dal finestrino, ma lui non la smette, continua a dirle cose sempre più sconce e maleducate. E’ quando Grazia grida di smetterla che l’autobus inchioda all’improvviso, e il guidatore si fa incontro, con faccia arrabbiata. Afferra il tizio poco cortese per le spalle e lo scaraventa fuori dalla corriera. Poi, senza dire una parola, lancia un’occhiata gentile alla ragazza, e torna al suo posto di guida. E la corriera riparte.

Grazia è ancora sottosopra e non vede l’ora di arrivare a Firenze. Non conosce quell’uomo che è intervenuto per lei. Eppure ricorda di aver visto il suo volto, in una piccola foto dentro a un cassetto che la mamma Bonfiglia custodisce come si fa con un ricordo speciale e segreto.

 

SBAGLI di Fabio Langellotti


La pioggia incessante della notte aveva lasciato la strada piena di pozze.

Avevo sentito lontano il rombo di un Range Rover e decisi così di aspettare che passasse, prima di attraversare la strada ed entrare nel mio ufficio del Comune. Purtroppo il guidatore, un giovane ragazzo col cappello da baseball, non si era accorto della strada bagnata e mi inondò di acqua.

Dovevo per forza tornare a casa a cambiarmi. Ripresi la metro, arrivai a casa, misi l’abito grigio a mollo e la camicia e la cravatta in lavatrice. Mi feci la doccia, presi un altro abito grigio, una cravatta a righe azzurre carta da zucchero e ripartii.

Entrai in Comune con una mezzora di ritardo e trovai il Direttore aspettarmi sulla porta del mio ufficio battendo l’indice sull’orologio al polso sporto in avanti.

«Cosi De Paoli non ci siamo»

«Direttore ma è la prima volta…»

«E che sia anche l’ultima!» mi apostrofò piccato «Seguimi» continuò «che ti devo presentare una persona»

 
Mi aspettava nel suo ufficio una signora, vicino ai quaranta senza superarli, castana con una divisa sul lato destro e un ciuffo a sinistra pronto ad essere spostato ossessivamente con le dita  lunghe ed affusolate e con unghie smaltate nere a pallini bianchi. Era vestita di un tailleur nero molto attillato, la camicia bianca che conteneva un seno importante, pantaloni gessati e tacco 12 classico.

«Ciao mi chiamo Gaia» porgendomi la mano.

«Buongiorno» le risposi balbettante.

«É la tua nuova coordinatrice. Mi raccomando» sentenziò il Direttore.

«Dai» mi fece Gaia «controlliamo lo stato delle pratiche e se possiamo velocizzarci, perché ho visto che siamo molto lenti nel rilascio dei permessi a costruire. Ma se non autorizziamo a costruire come farà la gente a diventare nostra futura contribuente?»

Mi sorrise, mi prese per un braccio e mi portò nel mio ufficio. Si levò la giacca, prese la sedia, la girò, si mise a sedere accanto a me con gli occhiali sulla testa e iniziammo a controllare al pc le pratiche. Ad un certo punto mi sfilò la tastiera di mano, mi diede i fascicoli e mi chiese di dettarmi i numeri di ordine. Aveva gli occhi bellissimi. Cercavo di non farmi scoprire mentre la guardavo e nello stesso tempo rimanere concentrato. Tra uno sguardo e l’altro vidi spuntare dalla camicetta la spallina nera del reggiseno, ma ad un certo punto credo se ne sia accorta perché si affrettò a tirarla su e poco dopo si rimise la giacca.

«Ok De Paoli…De Paoli…quanto è brutto chiamarsi per cognome. Come ti chiami?»

«Alfonso, signora Gaia»

«Macché signora, sono anche single! Tu invece?»

«No sign...Gaia»

«Perfetto, avremo entrambi più tempo per il lavoro. Alfonso faremo volare questa città»

Tornai a casa e uno strano sorriso vestiva il mio volto.

 
Furono mesi intensi, Gaia si fidava sempre più di me.

«Alfy è pronto il permesso per la Carretti Edile? Mi hanno telefonato stamattina, se no poi montano un casino»

Mi avvicinai con il modulo autorizzato.

«Ti adoro. Ma come ho fatto a trovarti?» Si alzò e mi baciò sulla guancia.

 
Andammo insieme a portare il permesso in azienda.

«Grazie Dottoressa e grazie anche a lei dottore» Ci fece il signor Carretti non smettendo di stringerci la mano «venite vi offro il pranzo, conosco un ristorante dove hanno il pesce freschissimo»

«No» lo interruppe Gaia con la mano aperta davanti a sé «È solo il nostro lavoro. La ringrazio ma non possiamo accettare. Andiamo Alfy» mi prese la mano e tornammo alla macchina.

«In momenti come questi, ti immagini se venisse fuori che siamo andati a pranzo con un costruttore? Ci massacrerebbero»

«Il coordinatore prima di te ci andava sempre»

«E infatti ora è a casa tesoro» mi rispose iniziando a ridere.

Tesoro. Mi aveva chiamato tesoro.
 

«Alfy» gridò Gaia da fuori l’ufficio, preannunciata dal ticchettio dei tacchi sul parquet. «A che punto è la pratica Irrati?» Entrò nel mio ufficio inondando la stanza di un profumo dolce che sapeva di vaniglia e amore. Le diedi il fascicolo pronto e mi sentii osservato. I suoi occhi mi scrutavano dall’alto verso il basso. «Non ci siamo Alfy. Per forza che sei single. Stasera shopping, ci rimettiamo sul mercato»

Uscimmo prima del solito e Gaia mi portò nel negozio di un suo amico. Comprai tre abiti, quattro camicie e due paia di scarpe, uno lucido e uno più sportivo. Spesi lo stipendio di quel mese e parte di quello successivo. Fuori dal negozio si girò verso di me e mi ruggì avvicinando la mano tipo zampa di leone che agguanta la preda. Indietreggiai. «Ma smettila» mi fece ridendo. Mi abbracciò e mi bacio sulla guancia lasciandomi il segno del rossetto.

 
«De Paoli? Vieni qui a sedere da noi?»

In venti anni era la prima volta che i miei colleghi mi invitavano a fare colazione con loro. «Allora come va?»

Lo stupore nella mia faccia era palese.

«Dai siediti» mi disse Martelli avvicinandomi la sedia. «Insomma come va con Gaia?»

«Bene» risposi addentando la sfoglia alla crema.

«Ma tra te e lei…» mi ammiccò con l’occhio Poretti e con la mano aperta e le dita chiuse fino al palmo in un gesto osceno.

«Insomma De Paoli» intervenne Martelli avvicinando la sedia e appoggiandomi il braccio sulla spalla «avete scopato?» Mi andò il cappuccino di traverso e macchiai il giubbotto tra le risate dei colleghi.

«Non avete scopato» riprese Poretti. «Ma dai è così evidente. Lei ne vuole da te»

«De Paoli cazzo. Sii uomo! Ti sta dando dei segnali talmente chiari. Alfy qui, Alfy là, tesoro, amore. Che aspetti che si presenti nuda facendoti vedere dove lo devi mettere?» E giù nuove risate.

«Ricorda De Paoli» Si alzò Martelli puntandomi l’indice addosso. «Ciò che è lasciato è perso. E non ritornerà mai più»

Arrivarono gli ispettori statali e fu un periodo di lavoro intenso, io e Gaia uscivamo sempre dopo le sette di sera. Quel pomeriggio li vidi entrare nel suo ufficio e chiudersi la porta alle spalle.

Rimasero dentro per più di un’ora. Quando uscirono avevano una faccia soddisfatta. Mi avvicinai fermandomi sulla porta e vidi Gaia con i gomiti sul tavolo e le mani che si reggevano la testa. Stava piangendo.

«Gaia»

Mi interruppe subito «Non è il momento Alfonso, ti prego esci»
 

Dopo circa un’ora, quando tutti i colleghi oramai avevano lasciato l’ufficio, la vidi presentarsi alla mia porta.

«Scusami. Sono distrutta. Gli ispettori pensano che per la concessione di Carretti abbia intascato delle cifre sottobanco. Io? Ti rendi conto?» e riprese a piangere. La fissavo inchiodato alla mia scrivania.

«Devo portare entro dopodomani tutti gli incartamenti, le autorizzazioni, le mail e una memoria difensiva. Non ce la farò mai!»

«No Gaia tranquilla» le dissi alzandomi «i documenti li ho io e sono tutti a posto. Se vuoi stasera possiamo rimanere e prepararla insieme»

«Lo faresti davvero?» mi guardò con gli occhi imploranti.

«Ma certo» risposi.

«Però ti invito a casa mia per sdebitarmi. Vieni alle 9 prendiamo due pizze»

 
Mi ero fatto la doccia, rasato, messo il dopobarba, rifatto la doccia e infine l’acqua di toilette della Proraso. Stirai l’abito e la cravatta che avevo comprato con Gaia ed uscii. Mi fermai al bar sotto casa e comprai una bottiglia di vino bianco ed un Brachetto.

«Ma Alfy dai? Sei a casa mia mica in ufficio» mi urlò Gaia vedendomi. Mi abbracciò, mi baciò sulle guance e mise le mani sul nodo della cravatta slegandolo. «Almeno la cravatta levala» Prese la bottiglia di vino, mise il bianco in frigo guardandolo strano e sorrise sul Brachetto.

Sul tavolo erano già pronte le pizze, due boccali e 4 Franziskaner da 75 cl. La pizza non era proprio come piace a me, ma le mangiai lo stesso. Mentre parlavamo della concessione Carretti finimmo due bottiglie di birra.

Iniziava un po’ a girarmi la testa.

Ci sedemmo sul divano, io appoggiato al pomello con le gambe conserte e lei con le gambe piegate come facesse Yoga. Mi raccontò della sua famiglia, di come le rimproverassero sempre di essere andata lontano dai genitori, di non essersi ancora sposata, di non avere figli, di pensare troppo al lavoro.

«E invece Alfy io ce l’avevo l’uomo. Era un dirigente, adesso fa l’assessore. Era sposato, ok, ma ci amavamo. Ho pensato fosse sincero quando mi diceva di stare lasciando la moglie per farsi una nuova vita con me. Ne ero certa» Abbassò la testa «Poi è arrivata la politica, la proposta di diventare assessore. In quel momento bisognava che la sua immagine fosse pulita. Così mi lasciò. Ma non si fidava di me e mi fece trasferire qui minacciandomi che se avessi rivelato della nostra relazione avrei smesso di lavorare per sempre» Iniziò a singhiozzare. Io la guardavo e non capivo.

«Dai cazzo, Alfy, in questi casi una donna va abbracciata» Mi gridò.

Eseguii quanto ordinato. Sentivo il suo seno battere su di me mentre piangeva. Mi tornarono in mente Poretti e Martelli. La guardai negli occhi, lei sorrise io la baciai.

 
Si ritrasse fulmineamente, «No Alfy, scusami, ho sbagliato io»

Cosa stava dicendo? Eppure Poretti e Martelli erano stati chiari.

La ribaciai, lei mi allontanò con le mani ma io la strinsi a me.

Lei ne vuole da te.

Cosa aspetti che si presenti nuda?

Sii uomo.

La iniziai a spogliare. Non era semplice perché si dimenava. Ma oramai avevo capito che era il suo modo di dimostrarmi quanto mi volesse anche lei. La presi in braccio e la lanciai sul letto.

Cercò di scappare in bagno. Forse avrebbe preferito struccarsi, ma avevo letto che le cose spontanee sono le più belle, così mi buttai sopra di lei. Mi misi con le ginocchia sulle braccia e iniziai a spogliarmi anche io. Le strappai la camicetta. Era bellissima…la amavo ed adesso avevo capito che anche lei amava me. Iniziammo a fare l’amore. Avevo visto su internet, su quel sito dove c’erano le immagini di coppie che fanno l’amore, che le donne prima non ci stanno poi insistendo però si. E aspettavo anche io che smettesse di gridare per dirmi quanto mi amasse. Aveva ragione Poretti, mi voleva anche lei.

Finii dopo poco ma fu bellissimo. Andai in bagno a lavarmi perché mi dava fastidio il puzzo di sudore. La lasciai piangente sul letto. Mi rivestii, la baciai sulla fronte. Aveva il viso tutto sbavato dal trucco. sciolto dalle lacrime.  Erano di gioia.

Adesso sono in Questura. Ma io domani mattina devo andare in ufficio, rischio il richiamo.

Un poliziotto mi fa delle domande su Gaia. É chiaro che si tratta di uno spiacevole fraintendimento. Di uno sbaglio.