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giovedì 2 febbraio 2017

LA GUERRIERA E LA PRINCIPESSA di Roberta Sandrini

LA GUERRIERA

Io questo carattere l’ho sempre avuto, fin da piccola. Da dove mi sia venuto fuori non lo so. Mia madre era una donna dolce, quasi remissiva, le piaceva stare in casa, fare i servizi, perché le piaceva che tutto fosse pulito, ordinato, in ordine, ma non per vanita’, non era nella sua natura, piuttosto perche’ voleva che chi entrava in casa nostra si sentisse contento, a suo agio, in un’atmosfera piacevole e confortevole.

Povera mamma, non l’ho seguita in questo ed e’ rimasto un suo piccolo cruccio, per quanto mi piacesse da morire, e capitava pure spesso, in certe domeniche piovose, nebbiose, fredde e uggiose, che impedivano di andare a passeggiare in centro o, meglio ancora, a rotolarsi giu’ per i piccoli pendii erbosi del Piazzale Michelangelo (esistevano ancora, sparsi qua e la’, giu’ fino alle vecchie coste che ti portano al centro ed al fiume), mi piacesse dico, impastare coscienziosamente un po’ di farina, un po’ di sale e qualche uovo e poi girare e rigirare la manovella della vecchia macchinetta per fare la pasta in casa, dove mamma, sorridendo e facendomi ogni tanto una carezza, a significarmi che ero stata brava, passava e ripassava l’impasto, a volte piu’ alto, a volte molto piu’ sottile, a seconda che ne dovessero uscir fuori lasagne o ravioli.

Povera mamma! Passatempi da domeniche invernali a parte, non sono diventata una donna di casa e non sono diventata dolce: ho amato di piu’ i libri, starci china e sudarci sopra, scrivere, studiare, ed ormai non posso sincerarmi se questo mio modo di essere alla fine l’abbia fatta contenta lo stesso oppure no.

E poi dicevo, mi e’ uscito fuori questo carattere, orgoglioso, duro, combattivo.

Nei corridoi della scuola non mi facevo problemi e sbattere contro il muro chi dava noia a me od a qualche amichetta ne’ mi faceva particolare paura che fosse lui, alla fine, a sbattere contro il muro me. Ne’ mi sono mai fatta problemi a dare risposte pungenti, a mettere in imbarazzo, a contestare piu’ o meno velatamente, insegnanti, suore, professori e piu’ tardi colleghi coi quali non amavo propriamente lavorare o dirigenti.

Sempre fregandomene un po’ delle conseguenze, sempre fregandomene del tutto di apparire sgradevole, sempre per fortuna in grado di riconoscere al volo, di fiutare, se cosi’ posso dire, gli ipocriti, i falsi, i melliflui, chi con le buone maniere non voleva metterti a tuo agio ma farti passare dalla sua parte, farsi i suoi interessi, perdipiu’ facendoli fare a te, senza troppa fatica da parte sua: forse, anzi quasi sicuramente, perche’, inconsciamente o meno, li mettevo tutti a confronto con la reale bonta’ e dolcezza di mamma, il loro sorriso untuoso col suo sorriso, le loro maniere che rimanevano stonate malgrado il rispetto di ogni e qualsivoglia regola del galateo, con le sue maniere spontaneamente, naturalmente gentili.

E li’ allora scattava la cassazione automatica.

E solo quando mi sembrava di riconoscere in qualcuno una reale dolcezza, un reale buon cuore, che mi facesse subito pensare alla dolcezza ed al buon cuore di mamma, allora mi facevo amorevole e gentile e per un attimo non mi riconosceva piu’ nessuno e qualcuno rimaneva pure a bocca aperta.

E’ questo, certo, che e’ successo con mia figlia.

Quando si dice che le somiglianze saltano una generazione!

Sempre cosi’ dolce, cosi’ carina, cosi’ compita, fin da piccolissima! Preoccupata di tenere la sua stanza “bella”, in modo che le amiche stessero comode e soddisfatte quando la venivano a trovare! Incapace di prendersela con chiunque la stesse infastidendo, dal gatto che l’aveva graffiata perche’ non aveva voglia di essere accarezzato proprio in quel punto , al bulletto a scuola che la prendeva in giro!

Ed io zitta, accomodante, la cretina che sono stata! E quando mi sono finalmente decisa ad intervenire, a dare consigli ( “Ma perche’ rimani li’ zitta e mortificata? Un bel calcio nelle caviglie quando ti prendono in giro! Non aver paura di non avere abbastanza forza, e’ il prendere di sorpresa che ti aiuta! Lui se ne sta li’ impettito, convinto, a prenderti per i fondelli, e tu intanto, facendo finta di stare per metterti a piangere , adocchi il punto in cui puoi colpirlo piu’ facilmente, la gamba, la pancia, il sedere, aspetti il momento in cui proprio non se lo aspetta, pensa di averti steso, di averti sconfitto, e pam! Una pedata con tutta la forza che trovi! Al limite gli salti addosso a tradimento e lo mordi, apri la bocca e la richiudi premendo con tutto il peso che riesci a concentrare fra le mandibole, sul collo, su un braccio, riuscire a farlo in faccia sarebbe la cosa migliore! O gli dai una spinta e lo spedisci contro un muro! O contro un calorifero meglio! E se arriva la maestra digli che dal momento che lei ha pensato bene di non dover intervenire, mentre ti prendevano in giro, hai dovuto difenderti da sola! E ridillo tranquillamente anche davanti al preside, con tutta la faccia tosta che riesci a trovare! E non preoccuparti di sospensioni o altre storie del genere, ne approfitteremo per farci qualche giorno di vacanza! L’importante e’ agire per difendere se stessi o qualcuno che ci sta a cuore,mai provocare, mai essere i primi!”), quando dicevo mi sono decisa ad intervenire forse era gia’ troppo tardi, l’impronta ormai era quella.

Mamma mamma, mamma cara, proprio quando dovevi aiutarmi non lo hai fatto! Ma che dico, la colpa e’ mia, mia e basta! Mia che di te ho ricordato il sorriso, la bonta’, la dolcezza, sempre, anche da adulta, anche quando avrei potuto ricordare con sufficiente lucidita’ anche le cose che papa’ ti ha fatto e che nascondevi sotto il tuo sorriso dolce! Beh al confronto di quello che le fa quell’animale li’ sembrano sciocchezze, sicuro che le mani non te le ha mai alzate: un paio di tradimenti, con grande buon gusto a pochi mesi dal matrimonio, la convivenza forzata con una suocera che ti ha trattato da cameriera non stipendiata e lui zitto, sempre zitto di fronte alla madre, malgrado i tuoi pianti e le tue rimostranze, la tirchieria su tutto tranne che su quello che piaceva a lui! Ma in fondo che dico sciocchezze, non e’ mai una sciocchezza cio’ che ci fa star male, male davvero, nell’animo intendo!

Sant’Iddio invece dovevo capirlo proprio da questo, dal fatto che il tuo carattere cosi’ bello ti avevo portato a cercare qualcuno cosi’ diverso da te! Per compensare una mancanza, per sentirsi bene nell’aiutare, come quando pulivi e facevi brillare tutto per gli ospiti!

Ed io non ho forse trovato un uomo accomodante, dolce, buono, col tuo sorriso, con cui calmare la battaglia incessante che sentivo sempre scatenarsi dentro?

Ma ora basta, basta recriminare, e’ inutile, a cosa potrebbe portare? Ci pensero’ io, e’ ora che la battaglia si scateni ed infuri fino in fondo! Saro’ io a dare la risposta pungente, il calcio, la spinta che tu non sei in grado di dare! Seguiro’ la mia natura certo, non mi verra’ difficile, ma voglio che ti sia chiaro che, per una volta, un’unica fondamentale volta, l’ho seguita non per compiacimento, non per sfida, non per divertimento ma per amore.

Ora alzo il telefono e ti chiamo, ti dico che verro’ da voi qualche giorno. Lui si lamenterà, magari alzerà’ la voce con te, speriamo non le mani, ma tanto sara’ l’ultima volta. Oppure non dira’ nulla invece, si ricordera’ che l’ultima volta che sono venuta ti ho dato dei soldi e starà zitto, quell’animale schifoso.

Una volta arrivata da voi dormiro’ insieme a te, accamperò una scusa qualsiasi e lui si trasferira’ sul divano letto al piano di sotto.

Aspettero’ che esca e torni tardi, addirittura gli diro’ di brindare a me ed alla fine del mal di stomaco che mi tormenta e mi impedisce di unirmi a lui, sorridendo mentre gli allungo una cifra sufficiente a bere ed offrire da bere alla sua combriccola di amici (quando, dopo la sua morte, ho realizzato che non mi sarei mai trovata in difficolta’ in vita mia, alla fine ho ringraziato la tirchieria di papa’). Non credera’ ai suoi occhi il deficiente, magari mi prendera’ in giro al bar tutta la sera il bulletto, ignaro del calcio che sta per arrivargli!

Rimarrò sveglia, non mi viene difficile ultimamente, aspettando che rientri, finche’ non ci sara’ piu’ nessun rumore e tutto sara’ li’ a dirmi che ognuno si e’ addormentato.

Allora scivolero’ dal letto e ringraziando in cuor mio l’orribile moquette che avete voluto mettere in camera da letto e che per una volta si rivelera’ utile, nell’attutire il rumore dei miei passi, mi avvicinero’ alla mia borsa e tirero’ fuori il cric della macchina, quello che ci ho fatto scivolare dentro prima di mettere in moto e partire.

Attraversero’ la casa, stando attenta ad ogni passo, ogni respiro, ogni emozione, per non fare rumore.

Per fortuna sembro una cieca, tanto sono brava a muovermi al buio negli ambienti che conosco.

Accendero’ solo la lampada del salotto, per essere sicura di colpire nel posto giusto, cioè la sua testa, quando abbassero’ il cric una, due, tre volte, quelle che riterrò necessarie.

Se muore erediterai la casa e potrai venderla, avrai quello che ti serve per andare avanti piu’ che bene finche’ non ritroverai un lavoro: e poi c’è casa mia come posto dove vivere, è piu’ grande, piu’ comoda ed a me non servira’ piu’, saro’ in galera.

Se rimarra’ inabile intascherai tu la pensione e quantomeno non sara’ piu’ in grado fisicamente di maltrattarti.

Come vedi ho considerato tutte le possibilita’ amore mio, non temere, finira’ tutto.

Scendiamo in battaglia. 

 

LA PRINCIPESSA

Ho deluso mia madre lo so.

L’ho delusa con questo mio carattere debole, poco combattivo, con questa mia scarsa spina dorsale. Lei mi avrebbe voluta piu’ simile a lei, una guerriera, o perlomeno un buon soldato, capace di andare in battaglia senza troppa paura.

Davvero a volte penso che un carattere come il suo spesso mi sarebbe servito: al primo schiaffo, ma che dico al primo urlo, l’avrebbe spinto a sorpresa contro lo spigolo di un mobile, radunando ogni sua forza in quel minimo ma fondamentale gesto, come mi consigliava sempre di fare da bambina, e poi sarebbe scappata in strada urlando (nel caso non l’avesse ammazzato subito).

Io sono come papa’, perlomeno credo.

Con la differenza che papa’ e’ riuscito a trovare mamma, che l’ha protetto, l’ha tenuto al riparo, ha combattuto per tutti e due. E non deve essergli pesato, per una persona come papa’.

Papa’ mi trattava come una principessa, quanto meno quando stavamo insieme io mi sentivo tale:io una principessa e lui il mio scudiero, il mio piu’ fedele servitore, piu’ tardi il mio fidato consigliere.

Quando se ne è andato, per un lunghissimo attimo, anche la corazza di mamma si e’ incrinata, quasi mi e’ sembrato che si stesse spaccando, improvvisamente ed irrimediabilmente.

Non appena l’ho conosciuto, mi e’ sembrato di aver ritrovato papa’, tanto era dolce, gentile ed attento.

E qui forse, anzi quasi sicuramente, ho commesso il mio primo sbaglio: non dovevo prendere una persona cosi’ apparentemente simile a me, non dovevo avere accanto a me uno scudiero, un servitore, un principe, dovevo prendere un guerriero, forte, intransigente, orgoglioso, come mamma, e che mi proteggesse e mi tenesse al riparo da chi voleva farmi del male, come aveva fatto mamma con papa’. 

Credo che papa’ gli ricordasse la nonna, che lei amava molto.

Poco doveva importarmi se un guerriero a volte colpisce nel mucchio, senza andare troppo per il sottile, se vive sempre all’erta in attesa del prossimo pericolo da affrontare, se prende ogni cosa di petto, anche quando non ce ne sarebbe bisogno, ed altre cose che mi davano fastidio nel carattere di mamma:   comunque ci sarei stata io, a dare a quel guerriero quella serenita’ che papa’ ha saputo dare alla mamma.

Si’, si’, colpa mia, del mio carattere, dovevo lasciare che mia mamma mi correggesse quando era il momento, che mi rendesse piu’ simile a lei, dovevo capirlo subito che non avevo accanto a me ne’ un guerriero ne’ un fidato scudiero, ma un animale, un lupo travestito da agnello, che all’improvviso ha digrignato i denti e fatto uscire allo scoperto la sua vera natura.

Mi ha preso di sorpresa, è stato lui  a farmi lo sgambetto, a darmi un calcio, un pugno, una spinta, tutto vero, tutto in sequenza, tutto piu’ di una volta, a fare quello che avrei dovuto fare io invece, come mi ha sempre consigliato la mamma.

Ed alla fine non ho piu’ reagito, sono rimasta ferma, immobile, mortificata, tutte le volte, di fronte a lui come nei corridoi della scuola, inutilmente sperando che un guerriero venisse  a difendermi o anche solamente che comparisse dal fondo di quel corridoio stranamente freddo e buio, a differenza di quello della scuola, mia madre, ad incitarmi, a cercare di farmi reagire “Quante volte te lo devo dire? Un bel calcio a tradimento, un morso se prova a venirti addosso, una spinta contro il muro o meglio ancora, contro l’angolo del calorifero!”.

Chissa’ se ne sarei stata capace questa volta. O se invece avrei reagito nello stesso modo di allora, piena di vergogna verso me stessa, sentendomi indistintamente e confusamente colpevole per il mio solo modo di essere verso mia madre, verso papa’, verso un po’ il mondo in generale, verso tutti tranne che nei confronti dell’unica persona verso la quale avrei avuto ragione di sentirmi colpevole: IO.

Il pensiero di papa’ che mi raccoglieva e mi abbracciava dopo i rimproveri di mia madre, anche quello pero’ non e’ mai andato via.

E’ quello che mi aiuta a sopportare il dolore, a superare la paura: anzi, a volte penso che non devo reagire, proprio perche’ altrimenti quel pensiero non arrivera’ a consolarmi dopo.

Ultimamente ho addirittura pensato che se arrivasse ad ammazzarmi, come ha minacciato le ultime volte di fare, non importerebbe perche’ quel pensiero potrebbe a quel punto divenire reale, davvero in quel momento papa’ arriverebbe davvero a portarmi via e tutto finirebbe una volta per tutte.

Prima dovrei scrivere un biglietto a mamma certo, per scusarmi definitivamente di non essere stata la guerriera che voleva lei…..ah il telefono, chissa’ da quanto squillava, ero assorta…”Pronto…mamma, mamma sei tu?”.                                    

IL VIA di Francesco Mancini

Santo Imparato, Santone per le famigliette che tutte le domeniche vanno alla sua pizzeria con i bambini che ululando si spalmano il gelatino sul musino, Santone perché è alto quasi due metri e largo uno, che ha il baffo nero e l'occhio indemoniato ma sapendolo sorride sempre oltremisura per essere rassicurante a beneficio della clientela docile e tranquilla. Quindi briga il lavoro, di tanto in tanto appare pacioso come la gioconda dall'oblò della cucina del suo "da Mario”, saluta i bambini saltellanti nel loro delirio alla crema. Santone ti ha già notato, a te e alla tua ghenga. Quarant’anni suonati, il Santone, che esce di cucina solo per andare a salutare i clienti affezionati, dire due palle e offrire gli amarini. Ma quella sera… non è tutto a posto quella sera. Non ha dormito la notte prima. Ha sognato un cavallo rosso. Gli sudano le mani, la fronte. Non ha la luna di traverso: tutta la luna gli è entrata nel cervello e gli abbaia in testa come un cane idrofobo. Perché da qualche giorno ha scoperto che sua moglie, la sua mogliettina giovane e bianca, sua moglie nella quale aveva riposto tutti i desideri e le speranze, sua moglie lo tradisce con un ragazzino che ha la metà dei suoi anni. L'ha scoperto quel pomeriggio stesso. E non ha nemmeno reagito, non sa bene che fare. Ma si concentra male, quella sera. Ogni tre secondi si sposta, cammina, si affaccia all’oblò sperando di trovare conforto nell’idiozia dei clienti, però non ci riesce perché ha visto te e i tuoi amici. Giovani, starnazzanti, impuniti, che avete la metà dei suoi anni. Che non avete altro pensiero in testa che bere, fumare, sparare cazzate a raffica e scopare tutto quello che si muove… bella la vita per quei perdigiorno là -pensa Santo stringendo il bordo di legno dell’oblò che quasi lo fracassa- scansafatiche senza il mutuo per la casa, senza le rate della macchina. Quasi vi metterebbe il veleno per topi nel sugo. Ma non può. Peccato. Sta per tornare sui fornelli, ma che ti vede? Vede voi che vi alzate. Lentamente, con noncuranza, dando rapide occhiate intorno. Non avete nemmeno finito il secondo, i camerieri sembrano scomparsi. E’ un “via”, Santo Imparato lo capisce subito… il respiro gli si blocca a metà, quasi sorride… vi segue con lo sguardo mentre uscite, tutta la luna che ha nel cervello gli splende negli occhi. Aspetta che l’ultimo di voi lasci il locale. E scatta!

Lì per lì vuole solo riportarvi indietro a calci, ma vede il martello per ammorbidire la carne. Pesante, borchiato in metallo da ambo i lati, che sfilaccia l’osso come un ramoscello: l’afferra. Lancia un grido d’animale e irrompe nella sala: i bambini aprono le boccuccce alla crema come incantati da una favola 3D. Gli adulti invece schizzano e si schiacciano al muro, vedono il “Mitico Thor” che guadagna l’uscita rovesciando due tavoli.

Santone è finalmente fuori che respira forte tutta la notte, tutta la luna. Vi vede in fondo alla strada. Il vostro istinto di giovani bestie v'avverte subito: ve la date a gambe. Santo ulula come un agnello scannato, v'insegue ancor prima d'essersi accorto di farlo, fa un casino che romba per tutto il caseggiato. Normalmente non vi raggiungerebbe mai, voi siete più giovani e magri, ma quella sera Santone ha la luna nel cervello. E la luna gli scende lungo tutti i muscoli e gli bagna le ossa, dopo trenta secondi sentite il suo fiato sul collo e lo sfrigolare della luna nell’aria…  vi salta addosso, alza il martello in alto e… vi urla: “Grandi, ragazzi, siete dei ganzi! Che fate? Andate a ballare? Cinque minuti e sono con voi, va bene?"

JURI SENZA ALI di Giovanna Daddi

Nella notte c'era stata un'effrazione al Liceo Leonardo da Vinci. Il Preside aveva chiamato la Polizia, finora nessun indizio. I registri erano buttati a casaccio in terra, i cassetti divelti, i libri strappati. Presto si accorsero che un solo registro era sparito. Effrazione e furto di documento ufficiale. Ad opera di ignoti.

Già il Preside Benvenuti non era amato, ora il Consiglio d'Istituto chi lo avrebbe sentito? Genitori imbestialiti, dopo occupazioni a caso, atti vandalici, spaccio davanti alla scuola, anche questa. E la scuola che finiva, di nuovo, sul giornale, non per una buona notizia.

 
Il Prof. Vitali, che insegnava filosofia, sapeva già dove sarebbe andato a parare il Preside. Lo aveva appena convocato nel suo ufficio, stava andando da lui, con la sensazione che avrebbe assistito a una scena già vista, parole già sentite.

“Vitali allora? Lo sa lei come lo so io: cercherà di difenderlo anche a questo giro, ma io ho già deciso. Chiederò la sospensione, ne discuteremo domani in Consiglio”

“Preside, Baccetti ha una situazione difficile, prima di trarre conclusioni almeno lasci che ci siano delle indagini formali”

“Indagini formali? Vitali mi faccia il piacere: con tutti i casini che ci sono, secondo lei la Polizia ci dedicherà la squadra speciale per un furto di un registro? Mi vien da ridere...guarda caso manca proprio il registro di classe sua. E gli è andata bene finora, perché è minorenne. Qui ci deve stare ancora buono buono 2 anni, se vuole sperare di arrivare al diploma: tra 6 mesi compie 18 anni, e allora finalmente le pagherà tutte.”

“Che prove ha che sia stato lui, scusi?”

“Non ho bisogno di prove: ha guidato tutte le occupazioni, ha allagato l'edificio, ha pisciato- PISCIATO- in palestra davanti alla professoressa Paoli, spaccia fumo, si è portato pure una prostituta nel bagno a ricreazione. Del resto, la “famiglia” da cui proviene non lascia molti dubbi su come finirà...E' stato bocciato 3 volte, in gita ha dato fuoco al pullman”

“Beh no, non c'erano prove che fosse stato lui. Nella mia materia, come sa, ha la media del 7. E la filosofia non è proprio una roba da coglioni: o la capisci, o non la capisci. Juri la capisce, e la studia.”

“Senta Vitali, se vuole fare l'assistente sociale si accomodi altrove. Ora mi lasci lavorare, che devo preparare la relazione sull'accaduto per domani, quelle belve assetate di sangue chiederanno la mia testa, al solito. Chiudiamola qui. Arrivederci.”
 

Vitali uscì con il cuore oppresso e la rabbia sorda di un amico tradito. Si diresse sicuro in classe, sperando di trovarsi davanti Juri per interrogarlo e chiedergli conto dell'ennesima delinquenza.

Ma Juri Baccetti, stranamente, non c'era.

Anche se andava bene solo in filosofia, a scuola andava con regolarità: piuttosto che stare a casa sua, sarebbe andato anche nell'esercito.

Suo padre e suo fratello facevano avanti e indietro dalla galera, sua madre era morta quando lui era piccolo. In casa c'era solo la nonna, vecchia, malata e sinceramente rincoglionita. Continuava a chiamarlo con il nome del fratello, pensava di parlare con lui. Forse non sapeva neppure che Juri esisteva in quanto Juri.

 
Vitali sapeva che il ragazzo era il colpevole perfetto, già designato e pronto ad essere indicato come capro espiatorio al Consiglio d'Istituto. Del resto non aveva mai fatto niente per far credere il contrario. A difenderlo aveva solo lui, Vitali, e la Sardoni, la prof. di matematica, inaspettatamente umana, con un passato da sindacalista e volontaria della misericordia. Juri in matematica andava molto male, ma lei cercava di aiutarlo, di fargliela capire in qualche modo, provando a convincere i compagni ad aiutarlo a studiare. Ma era un'impresa: i genitori non volevano uno come il Baccetti per casa, ai loro figli dicevano che “quel drogato in casa nostra non entra”. E così Juri non aveva amici, i compagni si interessavano a lui solo per il fumo, o si vantavano di conoscerlo quando combinava una delle sue bravate.


Vitali continuava ad essere perplesso: sfondare una finestra per rubare un registro non era da lui. Juri se ne fregava del rendimento scolastico, non aveva bisogno alcuno di dimostrare di essere bravo. Nessuno si interessava ai suoi voti, né a casa sua né altrove.

Qualcosa non quadrava.

Ci rimuginò per giorni, a scuola, a casa la sera. E la notte non riusciva a dormire.

Intanto il Preside aveva già fatto partire la macchina: aveva dato un colpevole ai genitori, e aveva già deciso per la sospensione del ragazzo. Il quale, per suo conto, era tornato a scuola come se niente fosse “Ho avuto l'influenza Prof.”

Vitali ci parlò, gli spiegò la situazione. Juri gli disse candidamente che lui non era stato “Io lo so, Juri, ma tu sai anche cosa pensano tutti e, se non possiamo dimostrare il contrario, per te si mette male”. Per la prima volta da quando lo conosceva, Juri chiese aiuto al suo prof. “Non sono stato io, glielo giuro. Non direi mai bugie, non a lei. E poi perché avrei dovuto far sparire un registro? Mi bocciano comunque...Capisco che sia facile pensare a me, ma questa volta non c'entro” “Io questo lo so Juri. Puoi provarlo? Hai un alibi per quella sera? Eri con qualcuno che può garantire per te?”

“Ero con qualcuno si. Stavo a fare il palo a mio fratello che rubava in un magazzino all'Osmannoro...mi sa che non posso dirlo alla Polizia, lei che dice?”

Vitali, a quel punto, era disperato. Doveva parlare con la Sardoni, era l'unica con cui poteva sperare di trovare una soluzione. La sospensione per Juri significava la fine: lo conosceva bene, era orgoglioso, ma senza possibilità. Buttato fuori da scuola sarebbe stato risucchiato dal gorgo delinquenziale di quella sua famiglia che famiglia non era, votata all'autodistruzione, condannata all'essere un nulla, ai margini da cui non si esce.

 
La mattina dopo s'incamminò verso la Scuola, aveva lezione alla prima ora, pensava a Juri, alla sua assenza quasi certa quel giorno, al Preside Benvenuti e alla sua gratuita cattiveria, all'abdicazione al suo ruolo di educare, recuperare, anche salvare sì, anche quello era un compito della scuola, di una scuola degna di questo nome. Si sentì impotente, quasi complice di un sistema che voleva pervicacemente negare la seconda possibilità a un ragazzo di 17 anni la cui unica colpa era di esser nato da un errore. Il quale forse, a sua volta, aveva l'unica colpa di esser nato anche lui da un errore...E via e via.

Era quasi arrivato, stava per deviare come sempre all'edicola di Mario, dove ogni mattina, prima di entrare a scuola, comprava il giornale, quando si sentì chiamare. Si voltò e vide Ahmed, uno dei custodi “Professore Sergio Vitali io devo parlarti, io ho visto quella sera, io so una cosa. Ho bisogno di dirla a te”. Sergio si avvicinò, lo prese sotto braccio e lo portò al bar “Ok Ahmed, ti offro la colazione, ci sediamo al tavolino lontano da tutti e mi dici” Aveva un misto di timore e speranza, doveva sentire la storia di Ahmed.

 
“Io quella sera della finestra rotta ero lì sotto, passavo di lì, e ho visto un ragazzo, no Juri, lui non era. Era biondo e grosso. Juri è magro, come me, con quei capelli strani a nodi”

Juri aveva i dread, di sicuro non era biondo, e non era ben piantato. Era uno smilzo che, forse, a pensarci bene, non aveva neppure la forza di rompere un finestrone enorme.

“Grazie Ahmed, è un'informazione molto importante. Dobbiamo subito andare dal Preside, insieme, a dirglielo”

“Professore Sergio no, non possiamo. Quello biondo e grosso era Leonardo Benvenuti, il figlio del Preside”.

Ecco.

La testa di Vitali esplose.

Entrò a scuola cercando di non correre, e si mise a cercare la Sardoni, la trovò, la prese da una parte e le raccontò tutto. La professoressa fu risoluta: dovevano andare dal Preside e parlarci in privato. Ovviamente senza minacciarlo, ma dandogli la possibilità di ritirare le accuse a Juri alla luce di quelle informazioni. Dovevano trattare la questione con discrezione, e fare in modo di tirare fuori Juri dal casino.

Vitali si fece convincere, la Sardoni aveva ragione. Chiese un incontro a Benvenuti “Ci vado da solo Graziella, non voglio coinvolgere Ahmed, capace che quello se la rifà pure con lui. Non gli dirò la fonte, gli dirò solo che ci sono testimoni. E vediamo come reagisce”


Si ritrovò nell'ufficio di Paolo Benvenuti, Preside del Leonardo da Vinci ossessionato dai media, e da 20 anni di onorata carriera.

E gli disse tutto. Con il tono calmo di chi pensa di avere l'avversario in pugno. “Paolo, ti do del tu, ci conosciamo da anni, ora facciamo finta di essere al bar. Pensa a quello che ti ho detto, parla con tuo figlio, chiedigli conto del gesto che ha fatto. La Sardoni mi ha confermato che Leonardo aveva preso dei voti molto brutti in matematica, rischiava seriamente di essere rimandato. E a te non aveva detto niente, immagino”

Il Preside era sempre stato severo con suo figlio, non ammetteva errori, doveva essere il primo della classe.

“Chi ti ha detto di averlo visto, Sergio?” Vitali doveva tenere fuori Ahmed, quindi fu vago su quel punto “Chi vuoi proteggere Sergio? Qualcun altro dei tuoi marginali derelitti? Comunque non m'interessa, mio figlio non è stato: figurati se mio figlio fa una cosa del genere. Queste sono balle, illazioni. Finiamola qui”

“Paolo, ascoltami. Non c'è alcun bisogno che tu denunci tuo figlio: ma adesso che hai la dimostrazione che non è stato Juri, dì semplicemente che c'è stato uno sbaglio, che ci sono le prove che non è stato Baccetti, fai procedere contro ignoti e via, affronta il Consiglio, ma almeno non inguaiare un innocente!”

Seguì un alterco, Benvenuti era furioso: la notizia che era stato suo figlio gli aveva fatto crollare il mondo addosso e, per reazione, divenne ancora più aggressivo.

La sera convocò Leonardo nello studio e lo affrontò a manrovesci. Senza chiedere perché, senza accettare spiegazioni. Lo aggredì, e gli disse di dimenticare quella storia e di non provare mai più a metterlo nella merda.

Il giorno dopo, con la crudeltà vendicativa dell'animale ferito, sospese Juri Baccetti da Scuola.
 
Vitali si dette malato, non voleva tornare in quel covo di ipocriti, non voleva vedere il Preside, altrimenti gli avrebbe spaccato la faccia.

Ahmed pianse. La Sardoni pensò di raccontare la storia ai giornali, ma il Benvenuti aveva già mandato una letterina a un suo amico intimo che lavorava al Corriere, e la storia era già bella e pronta e confezionata.

Dopo circa una settimana Vitali non ce la fece più, tornò a lavoro, e, appena uscito, andò a cercare Juri. Sapeva dove abitava, al quartiere dei Greci, le case minime, come le chiamavano.

Lo girò in lungo e in largo, chiese a tutti. Nessuno sapeva dove abitavano esattamente i Baccetti.

A sera inoltrata rinunciò e tornò a casa. Non dormì.

La mattina dopo gli giunse la notizia.

Juri lo avevano trovato morto, ai giardinetti del Terzolle. Overdose.

Il figlio del Preside quell'estate, dopo la fine della scuola, andò in viaggio studio negli States.

Vitali si licenziò, tornò al suo paese in Friuli, si mise sul terrazzo della casa dei suoi a guardare le montagne. In silenzio.

ALI, GUERRIERE E ANIMALI di Virginia Puccianti


LA SOLITUDINE DELL’ALUNNO DI SECONDA MEDIA SULL’AUTOBUS 36 di Riccardo Ventrella

Le radici per uno scrittore sono importanti. Roots, le chiamano gli americani. Ci si fanno ottimi best-seller. Certo: non tutti hanno la fortuna di avere compiacenti avi che dalla lontana Armenia abbiano attraversato l’Europa, sulle tracce dei quali vergare romanzesche, ispirate pagine autobiografiche.

Ci pensavo un giorno compulsando a scopi autobiografici il Tuttocittà di Firenze alla ricerca delle mie origini. Qualcuno dirà che avrei dovuto prima verificare di essere uno scrittore. Lo ritengo un dettaglio. Trascurando il versante paterno che affonda le ataviche ramificazioni nel tavoliere pugliese transitando per Pistoia e Piazza Gavinana, potei verificare come l’esistenza della famiglia di mia madre per qualche generazione si fosse consumata in pochi quadrati di una delle mappe, in quella zona compresa tra le Due Strade e l’inizio di via Romana, l’anticamera dell’Oltrarno. Vita e lavoro, se è vero che mio nonno possedeva una segheria di legname in via S.Maria. L’unica nota esotica era data dalla nonna, originaria delle Cascine del Riccio, agli inizi del Novecento ancora periferia imperiale; pantalonaia, terzista avremmo detto oggi, che mise al mondo due figlie sarte, mia mamma appunto e mia zia che sa fare tuttora gli “occhielli” per le asole dei bottoni. Nell'ansia nominalistica che preoccupava all'inizio del Novecento le famiglie numerose la nonna era stata battezzata Fidalma, il che doveva certificare anche della stabilita della sua anima. Tutti in quel tratto di già Romana la conoscevano però come Rina. Anche questo, però, è un dettaglio.

Verificai inoltre come le mie radici fossero cresciute in quel punto mediano della salita di S.Gaggio ove da tempo immemore dimoro, e come gran parte della mia vita si fosse consumata nello scivolare giù per la discesa fino ad attraversare l’Oltrarno come un coltello percorre il burro, per dirigermi verso svariati dove. Non era abbastanza per fare di me un Jonathan Safran-Foer, ma era pur sempre qualcosa.

Sta a Porta Romana, l’Oltrarno, un po’ come Genova sta ai territori in fondo alla campagna secondo Paolo Conte: è un’idea come un’altra. Lo si pregusta caracollando giù per via Senese dove prima c’era gran traffico di pellegrini che andavano e tornavano da Roma abbeverando i loro cavalli alle fonticine che si trovano all’angolo di Via S.Ilario a Colombaia. Giù verso Porta Romana, dove prima c’era una vita di negozi (l’ortolano, il fornaio, persino il vinaio quello con la stoppa ai fiaschi e il carbonaio poi affossato dall’imperare del metano) ora ritiratasi addosso alla piazza, come volesse proteggersi all’ombra del discusso statuone piazzato nel bel mezzo della rotonda. E giù ancora sotto la porta, accanto al buffo affresco sulla casa che divide via de’Serragli da via Romana, verso l’Arno che divide un mondo dall'altro. Fatta mille volte, questa discesa. Da piccolo Porta Romana erano le Colonne d’Ercole, un limite raramente superabile camminando a piedi. Veduta gente andare e venire, negozi chiudere e aprire di nuovo. Percorsa in motorino, in vespa, in autobus. Quel tragitto era sempre l’anticamera di qualcosa: un’interrogazione, un compito in classe, una partenza, un amoroso convegno. Fino al Ponte S.Trinita si era protetti, stretti tra le mura e il fiume. Quello era ancora il territorio delle tue radici, che non pretendeva da te impegni o risultati. Ti lasciava oziare nel bar in Piazza S.Felice, o drogarti di coccoli terribilmente salati nella friggitoria vicino agli Artigianelli. O notare l’incongruenza di un rivenditore di ingranaggi in mezzo agli antiquari di via Maggio. Una volta passato il fiume, invece, il mondo chiedeva il conto, quale che esso fosse.

I più tristi attraversamenti di questo territorio risalgono al periodo delle scuole medie, della prima e seconda in particolare, la triste propaggine degli anni settanta che furono l’ottanta e l’ottantuno. Anni di morti, terremoti, bombe e aerei che cascano senza perché.  Siccome l’orrendo non si limita mai ai grandi fatti ma pervade anche le minuzie individuali, avevano abolito per volere di Andreotti la festività dell’Epifania cosicché una delle poche risorse di pace e rilassamento, le vacanze di Natale, si erano drammaticamente accorciate. Imbacuccato in quegli inverni montavo sul 36 che allora come ora ferma davanti a casa per scendere verso la scuola, situata in quello che oggi è il Museo Alinari in Piazza S.Maria Novella. L'11 no, non andava bene perché si doveva scendere e cambiare, e questo avrebbe interrotto il carattere insieme cinematografico e salvifico di quel viaggio. Vedevo dai finestrini appannati l’Oltrarno scorrere attraverso via Romana e via Maggio. Era ancora la terra delle radici, dove non pensare alle cose brutte: le espressioni con le graffe, il tedesco, l’analisi logica, le applicazioni tecniche, l'ascesa di Canale 5, la nascente inquietudine erotica causata dall'improvvisa apparizione delle tettute donnine di Lupin III nell'universo dei cartoni animati. Già l’avvistamento del simulacro di S.Spirito occhieggiato da una strada laterale faceva crescere il senso del pericolo, come quando il portello del mezzo da sbarco sta per aprirsi davanti all’elmetto del povero fantaccino che attende il piombo nemico. Il 3 gennaio dell’ottantuno si tornava a scuola dopo le vacanze di Natale. Seconda media, freddo grigio e pesante. Tristemente imbacuccato alla fermata attendevo l’ennesimo 36. Pregavo con i pugni serrati tra i fari ancora accesi delle macchine che nevicasse, e tutto fosse sepolto. Come capita spesso, nessuno ascoltò. E feci ancora un viaggio attraverso il cuore dell’Oltrarno, la terra amica delle radici, prima di arrivare là dove c’è sempre qualcuno che ti chiede conto, e vuole sapere, e da te vuole ottenere qualcosa. Alla sera l'Italia fu sconfitta dall'Uruguay nella partita d'esordio del Mundialito. Gli uruguagi avevano pagato l'arbitro, e bene.

GLI ALBERI VOLANO di Sabrina Carollo

Prima la potatura. Richiede decisione, fermezza, esperienza. Devi sapere dove tagliare, avere gli attrezzi adeguati per farlo, conoscere il momento adatto. Anzi, sentirlo. Devi capire la pianta, percepire quando è assopita e operare in modo veloce. Puoi ridere quanto vuoi se ti dico che le piante soffrono: ma se non sei in grado di stabilire una connessione, per quanto correttamente applicherai le regole non avrai mai fiori rigogliosi.

Devi ripulire bene i rami, togliere le foglie in eccesso, controllare i germogli e sfoltire. Sfoltire è fondamentale: rami troppo lunghi fanno perdere forza alla pianta. Ci sono situazioni che non si possono recuperare: malattie, fragilità, parassiti, gelo. Qualunque sia stata la causa, arriva il momento di tagliare. Recidi senza titubanze, sapendo che quello che fai è giusto, e buono. Niente andrà perduto: quelle parti tagliate finiranno nell’angolo del compostaggio, per rinascere come nutrimento.

Poi spazza tutto il giardino: prima con il rastrello, per togliere gli scarti più voluminosi, quindi con il raccoglifoglie. Non aver paura di strappare i fiori tra l’erba: resisteranno. Togli ciò che soffoca, ripulisci il terreno, smuovilo per far penetrare più ossigeno. 

Lavora bene sotto l’acero: le disamare, i suoi frutti alati, sono maturate e cadute in grande quantità. Quest’anno sono volate meno lontano del solito: avevano ali piccole e affaticate. Ecco, prova a scuotere il tronco: vedrai le disamare danzare nell’aria, volteggiando gentili prima di posarsi a terra. Quando le ali sono abbastanza larghe riescono a spostarsi per lunghi tratti.

Per volare è necessario possedere delle ali e avere un sogno. Il sogno di guardare più in là, di spingersi più lontano. Ecco, le disamare sono il sogno dell’albero di essere un viaggiatore. Se si potessero seguire le linee degli alberi sulla terra, unendoli per specie, si potrebbero tracciare le vie dei canti vegetali.

A volte le ali sono troppo piccole, a volte lo sono i sogni. Quest’anno, l’acero ha prodotto frutti dalle ali annichilite, fragili, instabili. Per questo dovremo potare anche lui, quando sarà il momento: perché l’anno prossimo possa tornare a sognare tanto, e a volare lontano.

MEMORIE PARIGINE (II) di Narciso Fenice Ramparti

Dopo due settimane di irreprensibile soggiorno nella capitale francese, il prof. Giuseppi di Storia dell'Arte compromise per sempre il suo quinquennale magistero con un'uscita raggelante: 'Stasera vi imparo a scopare, vi porto a puttane!'.

Plot twist. L'allora davvero sensazionale annuncio, che ancora mi rimbomba nelle tempie, venne dato dal vispo sessantenne in un momento di stucchevole confidenza alcolica ad un selezionatissimo uditorio: il sottoscritto e altri sei ragazzi oggi affermati ai massimi livelli, i cui nomi non riporto per discrezione.

Il pomeriggio di quel venerdì 13 era stato lasciato libero dopo una sfiancante visita a Les Invalides e al mausoleo di Napoleone. Verso le 16, tornando da una passeggiata postprandiale intorno a place de Clichy, incrociammo nei corridoi dell'albergo il Giuseppi già più che alticcio; inveiva contro gli altri docenti che accompagnavano la gita. Probabilmente sull'orlo di una crisi depressiva, si era impallato in un terribile loop, ripetendo per quattordici volte: 'Perché non è possibile! Me ne vado!', sempre facendo la mossa di andarsene e poi tornando indietro, in un'interminabile sequenza dal sapore antico. Interrotto provvidamente il suo ormai insostenibile crescendo, ci adoperammo ad allontanarlo dai mortificatissimi colleghi, spostandoci nella hall e infine assecondando la sua proposta di uscire per andare a bere qualcosa.

Rinfrancato dal nostro conforto e dall'aria profumata del marzo parigino, il professore ci condusse con ritrovata sicurezza in un vicino bistrot, incassato fra i vicoli a ridosso di rue Legendre. Un'educazione claustrale mi aveva fino ad allora consacrato alla sobrietà, e bastò un singolo shottino di nonsocosa per catapultarmi nel nirvana. Ricordo ancora distintamente la sensazione di ovattamento progressivo mentre  parlavamo seduti al tavolino di un ambiente gradevole e caratteristico, tappezzato a tinte calde. Mi stavo godendo Parigi nel suo più inesprimibile Sublime, quando la conversazione – che non seguivo, limitandomi a ritmiche espressioni d'approvazione – tornò a chiamare la mia attenzione. Viportoaputtane! Viportoaputtane!

Stasera vi porto a puttane. Non era uno dei miei soliti sogni che impastavano cartoni animati e traumi scolastici, anche se lo sembrava. Perso nei miei film, non avevo presentito l'imminenza dialettica di quella memorabile climax: un aprosdòketon frastornante, per capirci come al bar, di cui avevo perso le nodali premesse.

Ma ormai era stato detto. Stasera vi porto a puttane, e tirarsi indietro non parve d'acchito un'opzione praticabile. Destinazione naturale il famosissimo quartiere a luci rosse di Pigalle. Impossibile spiegare a parole cosa potesse sembrarmi a quel tempo una notte in quel leggendario luogo di perdizione: una cosa indescrivibile, di molto al di là di ogni mio orizzonte. Non ero il solo ad aver sobbalzato: a parte un paio di esaltati senzadìo che reagirono con scomposto entusiasmo, noialtri di ancestrale retaggio parrocchiale, nel migliore dei casi fidanzati da eoni con cessi inespugnabili, restammo esterrefatti.

Trainati dai più “bombardini” ci lasciammo però convincere, chi dilaniato dalla curiosità, chi per indolenza, e chi, da osceno puritano della domenica, per non contrariare l'autorità docenziale. In una sorta di patetica distorsione dell'Attimo Fuggente, officiammo l'istituzione della nostra risibile Setta dei Poeti Estinti: proclamato il Giuseppi maitre de plaisir e datici appuntamento per la mezzanotte, rientrammo in albergo.

La sera stessa, mentre la gente per bene dormiva, sfilammo furtivi per le avenues e i boulevards fino a place Pigalle. Starnazzando in un ingiustificato grammelot francofono e millantando à la Calboni una navigata esperienza dei diversi locali del quartiere, il prof. impose una spedita rassegna di vari squallidi spogliarelli in altrettante discutibili venues, che mi turbarono per la dicotomia fra performers, rigorosamente obese o anoressiche.

Arrivammo alla resa dei conti all'improvviso: appena entrati in un locale più esplicitamente sciantoso, il Giuseppi sbottò in un italianissimo 'Questi ragazzi vogliono scopare!' facendoci scomparire. Di più, e letteralmente, tale formulazione, suonò come una terribile squilla per i più titubanti. Da qui in poi la storia dovrebbe avere più narrazioni parallele, in quanto ci disperdemmo subitaneamente con esiti diversi. Io e altri due fidi sfigati tornammo in strada con un doppio carpiato mortale, in lacrime all'idea di venir violentati. Sottrattomi all'imponderabile carnaio (di cui esistono resoconti secretati del tutto sconcertanti che, ancora, mi astengo dal riportare), camminavo nella notte. Insensibile ai rimpianti ma sbomballato, rispondevo ai viandanti notturni che mi salutavano complici: giunto in albergo per primo, fondai una band, avviando un regno felice nel settore della ristorazione.

Concludo il mio contributo con un decontestuale MESSAGGIO ALLA COMUNITÀ MUSICALE: avanti colla prossima canzone, perdìnci, a calcinculo verso l'eccellenza! Rimini rimini siamo noi, però rimini daccheccosa, chissà cos'é.

QUATTRO BREVI STORIE TRISTI di Leonardo Canestrelli

-       E così la nostra storia finisce così? Senza nemmeno provare a dare spiegazioni? E le ali che dicevi solo io riuscivo a regalarti per farti volare nell’amore della vita? E il sesso che come lo facevi con me, con nessuno mai?
-       Guarda che non esiste né sesso né amore ma solo distrazione da affermazione di potere…
-       …eh?...
-       Dicevo che non esiste…
-       Ma vaffanculo te e Fabio Volo!
Rumore di porta sbattuta. Fine.

 
- Ehi vecchio, quanti anni hai?
- Quasi 82, figliola
- 82?!? E di che vuoi parlare allora, nonnetto?!? Che ne sai tu di piercing?!? Li vedi questi tre bulloni sul mento? Rappresentano le mie battaglie. Io sono una guerriera, vecchio…
Decise di non umiliarla raccontandogli delle 16 viti che gli tenevano attaccata l’anca destra dopo l’ultima operazione. Fine.
 
-    Lore, ho finalmente iniziato a scrivere il mio romanzo! Ricordi? Te ne ho parlato mille volte! Ma adesso ci siamo, ho trovato l’ispirazione! Si intitola “Gli animali sono qui”
- Forte! E di cosa parla?
-   Non lo so ma alla fine c’è uno che dice: “dai ragazzi, salite a bordo: si torna a casa!”
-    Ganzooo
Fine.

 
Tra pochi giorni inizia il festival di Sanremo. Fine.

LONTANO DA QUELLO CHE SENTO di Chiara Macinai

Vorrei scappare lontano da me stessa da quello che sento 

vorrei fuggire senza meta alcuna per allontanarmi dal dolore

vorrei essere diversa credere ancora nella volontà di potere

vorrei dipingere tutti i miei dubbi e le insicurezze che mi paralizzano

vorrei trasformare tutta l’angoscia in forza creativa

vorrei cullarmi sentirmi al sicuro da tutto il male che ho attraversato

vorrei uscire dalla gabbia delle frustrazioni con coraggio e determinazione

vorrei vivere senza ripianti dimenticare la paura di sbagliare

vorrei essere compresa amata desiderata ammirata

vorrei sciogliere  la gelosia in acqua corrente

vorrei inondare di bellezza il vostro cammino

vorrei sconfiggere la paura lasciandomi precipitare 

Dovrei farlo, ora 

PRAGA di Chiara White

Le fiabe di una bambina
Colorano il cielo di Praga
Dove la musica scrive le strade
Dove la musica canta le strade
Celate dal silenzioso manto che vorrei bianco
Il ponte è lungo da attraversare
Il ponte è lungo da camminare
Che conduce alla festa danzante
Che conduce alle macabre danze
Ed ospita oscuri presagi di santi suicidi
Inascoltati
Non richiamarmi indietro
Io sono su quel ponte
Forse sul cocchio
Che conduce alla festa danzante
Forse ai piedi di un santo
Col mio suicidio bianco
Inascoltato
Inascoltato
Biancoinascoltato

PICCOLA CANZONE DEI SINONIMI (PER MIA NIPOTE ALE SU FACEBOOK) di Monica Capomonte

Il video di un gatto che salta su un muretto e sembra faccia la linguaccia non è GENIALE.
Forse volevi dire SIMPATICO, PIACEVOLE,  GRADEVOLE, ATTRAENTE o DIVERTENTE.


Quando vedi la foto di una nonnetta col ciuffo punk tu commenti con “ADORO”, non credo tu voglia dire che davvero VENERI, ONORI, DIVINIZZI, O MITIZZI, AMI, IDOLATRI o RIVERISCI l’amabile vecchiarda.

Se qualcuno scrive una cattiveria per dare un giudizio un po’ cinico ma che non manca di humor, non è obbligatorio che tu scriva SEVERO MA GIUSTO.

Il signore anziano di Milwakee capace di dire le parolacce mentre starnutisce non è per forza il TOP o il NUMERO UNO.


ABILE, CAPACE, ESPERTO, COMPETENTE, PREPARATO, FERRATO, VALIDO sono convincenti alternative a BRAVOH, compreso il tono ironico che l’acca infilata alla fine lascia suggerire.


MELODIA, ARMONIA, COMPOSIZIONE, o se preferisci intendere la parola in senso negativo, TIRITERA, SOLFA e RUMORE sono sempre preferibili a MOOSECA.


Così, giusto per dire che in Italiano, oltre alle faccine, i GIF, i pollici alzati, il t9, abbiamo anche una cosa che si chiama Parole. E prima che dall’alto dei tuoi quattordici anni tu inizi a dire che sono vecchia, sappi che per i sinonimi ho usato il Thesaurus di Word. Sono moderna io, cosa credi. E ho anche imparato ad allegare le foto ai SMS. Mi riesce quasi sempre.



Zia Monica

LA PRECARIETÀ del PARADISO di Francesco Barilli

Non mi aspettavo le ali. Le nuvole, e tutte le altre fesserie. A quelle non ho mai creduto. Ma di trovarmi di fronte a un signore sudato, con i capelli solo alle tempie e il sigaro acceso, beh … quello proprio no. Matt - potevo chiamarlo così, mi aveva detto lui – spostò la massa di fogli disordinati dal centro della scrivania e li sistemò con una mano sul PC rotto che aveva sulla cassettiera. Dalle carte spuntavano orecchie ovunque, davvero non riuscivo a capire come potesse raccapezzarsi in tutte le pratiche; dovevano essere miliardi.

“No, Stew, lei non rientra.”

“Ma …”

“Ho controllato e ricontrollato. Non c’è nessuno sbaglio. Lei non rientra. E’nato nel 1972, è  morto nel 2014. Niente da fare. E’ proprio nel periodo della nostra riforma amministrativa.”

“Quindi … Niente eternità.”

“Purtroppo no.”

Oh, cavolo.

“Intendiamoci: sua anima continua ancora a garantire di numerose tutele. Privilegi, se così possiamo chiamarli. Il giudizio preliminare è stato positivo: sorrida, lei è in Paradiso dopotutto.”

Si tirò indietro con la schiena. Era ancora madido di sudore, sulla fronte, e sulla camicia. Una brutta camicia, tra l’altro. Il sorriso morì sulla sua faccia dopo pochi secondi.

“Andiamo Stew, non sia così deluso. In fondo, non c’era alcuna possibilità che si potesse andare avanti così all’infinito. Tutte queste anime, in continuazione. Lo sa, da quando c’è stata la riforma e hanno ammesso i non battezzati, i buddisti, gli animisti … qui … è un casino, ecco!”

“Il Paradiso … è … un casino?”

“Lo sa quante prostitute redente mi sono arrivate questa settimana? Killer pentiti in un punto di morte, sequestratori che hanno chiesto il prete e si sono confessati!? Una volta bastava una bella eresia e pam! Finivi dritto in Purgatorio, dandoci il tempo di smaltire le pratiche. Ma adesso … adesso … Li chiamano filosofi,  pensatori. L’altro ieri è capitato qui persino un satanista. Lo sa che diceva il fascicolo? “la sua idea di Dio era forse male indirizzata, ma dopotutto non ha fatto male a nessuno”. Ma dico, siamo impazziti? “Forse” era male indirizzata?.

Lasciai che Matt si sfogasse. Mentre parlava smisi di guardarlo, e presi a fissarmi le mani. Avevo ancora al dito l’anello di Lisa.

“E quindi che cosa mi aspetta?”

“C’è una cosa interessante” Matt aprì il cassetto, da cui tirò fuori un paio di opuscoli plastificati. “Ecco qua: si chiama Anima a Progetto”

“A progetto?”

“Si tratta di un accompagnamento alle anime inquiete del Purgatorio. Si sta loro accanto finché non trovano la pace. Il lavoro di per sé non è faticoso, si tratta più che altro di ascoltare, sono dei gran chiacchieroni:  ‘se avessi fatto questo, se non avessi detto quest’altro …’ E’ una gran lagna, ma si fanno punti. E quando trovano pace, il progetto finisce e si passa a un altro contratto. Che ne dice?”

“Si fanno …. punti, ha detto.”

“Esatto. Più punti hai, più hai condizioni vantaggiose hai al prossimo giro.”

“Tutele crescenti.”

“Qualcosa del genere. Credo abbiano fregato l’idea a qualche induista, sai la storia della reincarnazione, l’aquila che diventa koala e poi tartaruga, o che Diavolo ne so!” Spense il sigaro con troppa foga su un posacenere arancione che aveva visto tempi migliori, sollevando una nuvoletta di cenere.”

“Mi sembra di capire che non ci siano molte alternative”.

“Manco una, in effetti” si piego di nuovo all’indietro, lasciando vedere una canottiera da muratore sotto la camicia che ormai aveva perso un paio di bottoni. “Dai, Stew … una bella firmetta?” Prese la penna senza cappuccio e me la porse dalla parte del fondo. Le dita erano piene di segni d’inchiostro. Era una scena che si era ripetuta decine di volte, solo in quella mattinata. Presi la biro.

“Solo una cosa …”

“Dimmi” piegò le braccia. Il segno che fanno i venditori quando considerano chiusa la trattativa, anche se continuano a sorridere.

“Si potrebbe fare qualcosa per la musica?”

“Quale musica?”

“Quella della sala d’attesa. Robaccia pop da ragazzini.”

Matt sgranò gli occhi, incredulo. “Non dipende da me. C’è una playlist, va in automatico, non sono io che … Stew! Stew! Dove stai andando?! Stew!!” Sentii lo sfrigolio della sedia mentre si alzava in piedi. Lasciai la porta aperta uscendo dall’ufficio e incrociai lo sguardo vitreo di un paio di signori che attendevano il loro turno nella sala d’aspetto. Un brav’uomo dalla pelle scura e una donna che gli teneva la mano. In sottofondo, una canzone di Jennifer Lopez.

Non pretendo tanto. Non dico Mozart, o Dvorak, o i King Crimson. Non dico le ali, o la trasfigurazione, o la luce eterna. Ma siamo in Paradiso, Dio mio. Almeno la musica.

LOVESAPP- L'AMORE AI TEMPI DI WHATSAPP- 4 di Fabrizio Colucci e Iacopo Melio


FRAMMENTI (II) di Fabio Langellotti

(…)

Sulla Metro Antonio guarda nervosamente il cellulare in attesa che quei due baffetti di Whatsapp divenissero azzurri. Intanto pensava a cosa dire all’architetto Doretto. 

Avrebbe creduto a questo terribile malinteso? E se avesse pensato che fosse il temuto Tommaso il cui viso appare in mente alla sua compagna tutte le volte che lo vede? Tira fuori il tesserino del Credito Nazionale, gli avrebbe mostrato quello anche per acquisire una certa credibilità

Ore 16:46. Mancava una sola fermata.

La luce della metro improvvisamente si spegne. Un bambino piange, qualche madre emette qualche urletto finché non si riaccende tutto. Ma la Metro è immobile. Dopo un minuto l’altoparlante squilla: “Gentili viaggiatori, siamo fermi a causa di un guasto di natura tecnica. Il treno dovrebbe ripartire nel più breve tempo possibile. Ci scusiamo per l’inconveniente.”

Dieci minuti.

Dieci minuti in cui come un’onda la gente parte sussurrando e finisce inveendo. Contro il sindaco, il governo, l’energia elettrica, l’Atm, il macchinista, il Vaticano. I bambini che riattaccano a piangere e le madri che chiedono silenzio e se li abbracciano sempre più stretti. Qualcuno continua a leggere, altri si sporgono sul finestrino chiuso, altri premono sul cellulare in cerca di risposte che non possono avere.

Il treno riparte.

Ore 17:02 finalmente la fermata San Babila. Antonio guarda l’orologio: ci vogliono circa dieci minuti per raggiungere lo studio, considerato che ha un appuntamento ce la dovrebbe fare.

Arriva allo studio, suona e sale al terzo piano. Lo accoglie una signorina, di circa 25 anni, con un rossetto appariscente, i capelli castani tirati in su e fermati da una penna.

“Mi scusi cercavo l’Architetto Doretto”

“Chi lo desidera?” gli risponde senza alzare gli occhi dallo schermo. Antonio si era preparato tutto: cosa dire, come scusarsi, come defilarsi una volta consegnata la notizia. Ma non alla risposta da dare a quella domanda. Perché spacciarsi per un cliente non era credibile. Se fosse andata a cercare il suo file non lo avrebbe mai trovato. Un amico? sarebbe stato rischioso se anche lei lo fosse –davvero- e avesse iniziato a chiedergli corrispondenze. Decide allora per la verità che alla fine paga sempre. “Sono del Credito Nazionale, devo fargli firmare un documento, l’altro giorno ce ne siamo colpevolmente dimenticati”. Vago e specifico nel giusto mix.

“Mi dispiace ma l’Architetto non si sentiva bene ed è tornato a casa, ha anche disdetto un appuntamento, Se vuole può lasciare a me e la richiamo una volta firmato.”

“No la ringrazio, sa ci sono problematiche di privacy, non si preoccupi non è così importante.” Senza lasciarle il tempo di ribattere saluta ed esce. Cernusco era a dieci fermate. Circa un’ora e mezzo. Il fatto di arrivare quando Francesco avesse già visto l’abbandono e non dover essere lui a dare la notizia lo tranquillizzava. Lui avrebbe comunicato solo data e ora dell’appuntamento e sarebbe stato in pace con se stesso. Stavolta la linea 2 non aveva fatto scherzi. Uscito dalla stazione prende il suo Iphone 5 e apre, coi tempi del telefono, Google map. La casa dell’Architetto Doretto distava 4 minuti a piedi.

Arriva al portone e inizia a suonare al campanello. Nessuna risposta. Continua e continua. Niente da fare. Decide allora di mettersi a sedere sul muretto della cancellata ricoperta di siepe di lauro accanto ai campanelli.

L’Architetto, quindi, aveva detto una bugia e non era tornato in ufficio.

Forse aveva scoperto della relazione tra “Disperata” e Tommaso. O forse era lui stesso ad avere una relazione e Disperata lo stava lasciando proprio per questo. Si ma Tommaso?

Forse erano cose che a lui non dovevano interessare e una volta consegnato il messaggio si sarebbe dimenticato di tutto.

Iniziano ad entrare delle persone. Ma troppo giovani o troppo anziane per essere Francesco. Un signore sulla sessantina, con una paffuta barba bianca e un Borsalino verde in testa si rivolge ad Antonio “Mi scusi sta aspettando qualcuno?”

Antonio si alza, sistema la cravatta e risponde “Si sono del Credito Nazionale, dovevo consegnare un documento all’Architetto Doretto”

“Da quando in qua le banche” riprende il signore fermandosi sul cancello aperto e abbassando con le dita gli occhiali sul naso “vengono a portare i documenti fino a casa dei clienti?”

“Si ha ragione, ma tanto abito in zona e per me è di strada.”

“Deve essere un cliente importante l’architetto?”

“Guardi” fece Antonio mettendo la mano alla bocca e avvicinandosi al signore barbuto “io non lo conosco neanche. E’ stato il mio capo a costringermi a venire qui. Anzi se mi indica   com’è fatto evito di importunare tutti gli abitanti del condominio”

“Lo può dare a me se vuole” disse porgendo la mano in avanti

“No, mi capisce, è qualcosa di estremamente riservato.”

“Accidenti che segreti. Comunque è un ragazzo con la barba castana gli occhiali, ha sempre un impermeabile grigio, una compagna meravigliosa e un sorriso illuminante. Anzi no, da quando è successa la disgrazia è sempre molto cupo.”

“Certo capisco. Il mio capo me lo aveva anticipato. Terribile”

“Terribile” ripete appoggiando una mano sulla spalla.

“Non si preoccupi, gli vado a suonare e se lo dovessi vedere in garage lo mando da lei.”

“La ringrazio è davvero gentile.”

Disgrazia.

Avevo finto di saperlo per conquistare, riuscendoci, confidenza. Ma cosa era successo? Come avrebbe potuto dare questa ulteriore terribile notizia?

Antonio rimane ad aspettare sempre seduto sul muretto. Le foglie della siepe che superano il cancello di ferro battuto gli fanno un irritante solletico sulle orecchie.

“Hey! Lei! Signor banchiere?” Antonio si sente gridare dietro le spalle. E’ il simpatico signore anziano che lo chiama dalla finestra del piano terra. Antonio sale sul muretto e si regge bene all’inferriata.

“Mi dica”

“Guardi l’Architetto non è in casa. Sarà al solito posto. Lo capisce anche lei vero?”

“Certo, ci mancherebbe” mente Antonio. “Solo” grida per cercare di farsi sentire scandendo le parole “come le dicevo, non sono della zona. Mi saprebbe indicare la via?”

“Saranno settecento metri da qui sempre diritto” e allunga il braccio a indicare la direzione. Chieda al custode se è dentro, tanto lo conoscono tutti.” “La ringrazio” urla mentre cerca goffamente di scendere.

Custode? Forse è a scuola a prendere il figlio.

Inizia ad affrettare il passo. Vuole farla finita con questa storia. Ma cosa gli era preso? Perché non aveva ignorato quella telefonata? In fin dei conti nessuno mai lo avrebbe scoperto. E anche lo avessero rintracciato, cosa avrebbero potuto imputargli? Lui aveva provato a richiamare. Perché non era in pace con se stesso?

Intanto le case fanno il posto ad un lungo viale alberato di cipressi. Vede avvicinarsi sulla sinistra un enorme parcheggio e sulla destra…un cimitero. Antonio vorrebbe tornare indietro. Il signore barbuto ha parlato di disgrazia. Ma allora “Disperata”? Tommaso? Vince le sue ritrosie e decide di entrare.
 

(To be continued…)