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domenica 31 luglio 2022

MI PARLAVA di Monica Capomonte

Mi parlava delle stelle

E mi guardava le tette

Passò una cometa

E mi guardava i bordi della gonna

 

Iniziò a raccontare di sé, di quello che voleva dalla vita

E intanto mi aveva messo una gamba sulla coscia

Poesie, sospiri, baci leggeri

Era eccitato, sentivo le sue dita ficcarsi intorno, là sotto.

 

Oggi passo davanti a lui. Mi marito legge su internet qualche notizia di sport

“Amò, hai visto che stelle, stasera?”

Niente, continua a leggere.

“Amò, guarda, ci sta pure una stella cadente”

 

Mi allunga una mano sulle chiappe.

Mi ama ancora.


sabato 30 aprile 2022

REGALO PERSONALIZZATO di Monica Capomonte

Me ne stavo placidamente a guardare una televendita col tizio pazzo che promette sfracelli e di andare in bancarotta mentre sta vendendo gioielli. Bigiotteria, roba a poco prezzo con il prezzo maggiorato su cui viene fatto lo sconto e torna a poco prezzo. Sbadigliavo, cercando di scordare dei cucchiai di gelato nel bel mezzo dello stretto regime di dieta. Tenevo gli occhi socchiusi quanto basta per vedere il tizio in televisione con l’immancabile giacca a quadrettini e il farfallino giallo. Capelli corti col gel, anelli ovunque. La sua personale versione di uomo rispettabile che ispira fiducia, con contorno di pelle rossastra sulle guance per via della barba appena fatta. Insomma, un malavitoso tirato a lucido che tira dei pacchi assurdi alla gente che alle 23 aspetta che inizi Marzullo. Tra un sospiro e l’altro (mal di collo e di schiena, siamo ben dopo gli anni ruggenti) resto in freeze davanti al paio di orecchini che sono in bella mostra, con la voce del conduttore in piena distorsione. Grandi, a goccia, con un piccolo disegno di una Emme su ogni lato. 80 euro. Stropiccio gli occhi (è un modo di dire, non lo fa nessuno, lo si scrive sempre a mo’ di fumetto di Sampei) e faccio due fessure per guardare meglio. No, no. 80 euro. Ottanta. Quindi otto di valore autentico. Resto calma. In silenzio.

Poi prendo il telefono di casa di mamma, e faccio il prefisso internazionale del Flintshire, Galles.

Dall’altra parte dell’Europa risponde assonato mio marito.

“Monica, tutto bene? Tua madre sta bene? Aspetta, che ore sono a Napoli?”

“Parliamo.”

“Di che?”

“Degli orecchini che mi hai regalato per l’anniversario. Quelli da 800 euro. Con la Emme che hai fatto mettere, solo per me.”


 

lunedì 31 gennaio 2022

NAPOLI CLUB CILEA di Monica Capomonte

Giorgia se ne arrivò di corsa, saltando i gradini dispari, come le piaceva fare. Sorrideva come un poster della parrucchiera e spalancò la porta con aria trionfale: “il nostro Napoli Club è stato approvato!” Che poi a dirla così ti immagini chissaquale trafila di carte bollate, commissioni che si riuniscono la notte, pareri della Soprintendenza. In realtà Leonardo le aveva detto che Salvo gli aveva fatto sapere che sì, il Capo Supremo degli Ultras nel nostro settore, Ciccio Gargiulo, aveva sorriso. E quando Ciccio sorrideva voleva dire pollice alzato dell’Imperatore, semaforo verde, la Nasa che approva la missione dello Shuttle. Era fatta. Giorgia si fiondò sul divano lanciando in aria le gambe e finendo come al solito con la sottana in faccia. Di lì a pochi anni un gesto del genere avrebbe fatto salire la pressione a diversi ragazzi che le avrebbero girato intorno. Ma adesso aveva ancora dodici anni, le gambe magre come un tubo di gomma e i capelli riccioluti alla Maradona, quindi se lo poteva ancora permettere. Si era messa perfino un filo di lucido intorno alle labbra e i suoi occhioni sparati facevano dimenticare il filino di moccio che le si era seccato sotto al naso: era raggiante. Aveva fatto una cosa da uomini e l’aveva fatta nella maniera migliore, vale a dire fatta da una donna. Suo fratello Alessio quasi buttò via la merendina briciolosa alla marmellata che stava mangiando, poi ci ripensò e continuando a masticare si mise a sedere accanto a lei, annuendo dandole una strizzata paurosa al braccio, che nel suo linguaggio significava approvazione e affetto incondizionato. Lei continuò a sorridere e questo non le impedì di notare che era il terzo giorno di fila che lo vedeva con la stessa maglietta bianca con le strisce spesse rosse. Il ciuffo biondo gli copriva parte del volto e delle briciole, ma non si sarebbe sognata di pettinare con la mano i capelli di suo fratello senza incorrere nella sua vendetta.

-Adesso manca solo bandiera- disse Alessio, pensando al suo ingresso trionfale in Curva B. Il nuovo “Palummella”, a tredici anni.

- Mettiamoci un teschio- disse Giorgia- con i coltelli, la mazza ferrata e due asce incrociate. E poi un ariete. Lance, pugnali. Pistole no, sennò poi pensano che siamo della Camorra.

-Perché non ci mettiamo uno zombie che tiene in bocca una gamba sanguinolenta con calzettone della Juve?- risponde Alessio.

-Si potrebbe scrivere qualcosa contro i ricchioni della Cavese!

-Perché, che ti hanno fatto i ricchioni?

-Nulla, ma odio quelli della Cavese.

Quella sera dissero le loro idee ad Arturo, in cucina, mentre la mamma preparava la cena. Raccontarono tutto, tranne la storia dei ricchioni che sennò la mamma si arrabbiava per via dello zio Vincenzo, e poi si metteva di traverso. Arturo annotò tutto su un quadernetto piccolo come la tasca di una camicia: i mostri di Ghostbusters, i vampiri, le teste mozzate, perfino i missili: “Ve la preparo io la bandiera, non vi preoccupate. Il vostro Club sarà il più terrificante della Curva B.

Due domeniche Giorgia e Alessio erano allo stadio. Il pomeriggio era freddo, ma c’era il sole. Il babbo e Arturo srotolarono la bandiera del Club, con scritto: “Forza Napoli”. E basta.

Alessio e Giorgia si guardarono. Proprio in quel momento Ciccio Gargiulo si fermò sotto di loro. E sorrise.

“Jammo, ja!” disse Alessio al massimo della gioia, salutando i giocatori del Napoli che entravano in campo.

Giorgia era contenta per Gargiulo, per il babbo che era con loro allo stadio, per il Napoli che entrava in campo, per suo fratello che si era cambiato la maglietta.

“Magari aggiungo qualche scritta in pennarello, piccola piccola” disse Giorgia al fratello. Che annuì e sorrise, come faceva Gargiulo.

“Jammo, ja!” gridò Giorgia, ricevendo in cambio una bella strizzata al braccio.

 

domenica 31 ottobre 2021

PREGHIERA DEI PRIMI GIORNI DI OTTOBRE di Monica Capomonte

 1 OTTOBRE: Vogliamo leggere interessanti dettagli sulla vita privata di Elton John? Santi Angeli Custodi, proteggetemi.

2 OTTOBRE: Allora, vogliamo dilettarci di chi rompe le scatole su Halloween e le sue radici pagane? Santa Teresa di Gesù Bambino di Lisieux, mi affido a te.

3 OTTOBRE: Oppure ci vogliamo dedicare a chi organizza preghiere contro i libri di Harry Potter?  San Dionigi l'Aeropagita prega per me.

4 OTTOBRE: Ci vogliamo dedicare a chi sciopera sui cambiamenti climatici? San Francesco d'Assisi accoglimi.

5 OTTOBRE: Vogliamo rivolgere i nostri pensieri ai fanatici del vaccino e ai fanatici contro il vaccino? Santa Maria Faustina Kowalska, abbi pietà di me.

6 OTTOBRE: Vogliamo, che so, trascorrere un secondo della nostra esistenza pensando al doppio mento di Boris Johnson? San Brunone, difendimi dal male.

7 OTTOBRE: Vogliamo parlare di blogger, influencer, intellettuali, gente inutile in generale? Beata Vergine del Rosario, concedimi la tua grazia.

8 OTTOBRE: Oppure vogliamo flagellarci con i vari dittatori turchi, afghani, sudanesi, sauditi e compagnia bella? Santa Pelagia, accoglimi con la tua grazia.

9 OTTOBRE: Ho scritto questa preghiera l’8 ottobre, ho finito i santi del giorno a cui votarmi, datemi pace. Comunque oggi sarebbe San Dionigi, anche se non so chi è. Mamma da lassù, pensaci tu.

 

mercoledì 30 giugno 2021

POI TI SPIEGO di Monica Capomonte

C'era questo film libanese in cui un bambino chiede di divorziare dai genitori perché lo hanno condannato a una vita di povertà. Intenso, emozionante. Ovviamente dopo che è uscito non ne ha parlato più nessuno e si è continuato invece l'annoso dibattito sugli accostamenti di colore preferiti dalla Regina nei suoi abiti da passeggio. Qui nel Regno Unito (oddio, Galles per la precisione) non è come in Italia, qui si può divorziare dal 1857, quando è stata istituita la “Corte per il Divorzio e le Cause Matrimoniali”. Potete evitare di andare a controllare, l'ho preso da Wikipedia.  Insomma, torno a casa dal cinema ancora scossa ed emozionata e penso: però, divorziare. Ma non solo dal marito, troppo banale. Dal gatto, dal cane, dai gruppi Whatsapp delle mamme, dagli amici di Facebook. Io che mi faccio popolo di me stessa, tutto il potere a me.

Salgo le scale, lascio le chiavi nel solito posto che sennò mio marito non le ritrova dicendo a me stessa: "una volta divorziata mi prendo un portachiavi tutto mio, e voi cari miei vi arrangiate". Entro come una furia in cucina, pensando che se divorzio da questa banda di rincitrulliti magari è la volta che posso farmi un bagno, con il bicchiere di vino poggiato sulla vasca, che nei film non si rovescia mai.

E invece.

Invece basta quel bigliettino "auguri mamma", con la firma dei cretinetti (c'è pure la zampa disegnata del cane e del gattaccio).

Nel 2021, nel Flintshire, c'è qualcuno che si ricorda della festa della Mamma. “Non cedere”, mi dico, “è tutta una trappola”.

Poi vedo il vino. Le sfogliatelle napoletane. No, vabbè. E come si fa.

"Attenta con quel bicchiere" dice mio marito che spunta fuori dal ripostiglio con l'evidente intenzione di cucinare la cena "che poi ti casca come al solito".

Sorride. E' ancora belloccio, diciamocelo.

"Già", faccio io "figuriamoci poi sul bordo della vasca."

"Quale vasca?"

"Non ti preoccupare, quando divorziamo te lo spiego."


 

martedì 30 marzo 2021

UNA PRECE di Monica Capomonte

Uno prega di non morire. Ma poi muore.

Uno prega di stare bene. Ma poi sta male lo stesso.

Uno prega, e chi invece non prega sta bene lo stesso.

Uno prega e si deve sorbire la solfa di chi non prega e non capisce perché preghi.

Uno prega perché è scampato alla malattia, e chi invece non gli è andata bene aveva pregato anche lui.

Uno prega perché sente che c’è un’intelligenza che anima il mondo, mentre chi non prega alla fine è intelligente solo lui e quelli come lui.

Uno prega per diventare migliore, ma poi giudica chi non prega e non diventa migliore.

Uno prega perché non sa cos’altro fare

Uno non prega perché non sa chi pregare.

Uno ringrazia pregando l’altro dice solo “prego” dopo un grazie.

mercoledì 30 dicembre 2020

IL CUORE SANGUINANTE di Monica Capomonte

Maagnificaaat. Anima meee-a Dominuum. La mia voce si nasconde tra le altre del coro della chiesa. Il sabato pomeriggio le prove, il sabato sera praticamente solista alla messa dei vecchietti, in pompa magna la domenica alle dieci e trenta. Chiesa di San Francesco d’Assisi al Vomero, ovazione da stadio da parte dei miei parenti che giurano di riconoscere la mia voce tra altre trentuno. “L’unica intonata Moni’, li trascini proprio!”. Non ci credo, neanche se ho tredici anni, ma se faccio la brava poi zia Alba mi dà ventimila lire. Che se poi si scorda di avermele date, sono altre ventimila dopopranzo, totale quarantamila, che mi mette davanti a Palanca, Krol e Dirceu tra quelli più ricchi che abitano a Napoli. Siamo in epoca pre- Maradona, per capirci. Nonostante questo, al giorno d’oggi ho ancora 42 anni. Misteri della Fede, come il sangue di San Gennaro.

Ci sono passata, qualche mese fa: era vuota, eppure la terribile quarantena è finita. Una settimana prima, ho visto su Youtube gente che si lamentava per le chiese vuote, oggi che si può andare non ci va nessuno. Neanche zia Alba ancora viva, a colpi di ventimila lire riuscirebbe a riempirla. Così va il mondo, diceva mio cugino Gino. E come va? Domandava Alba. Pausa. Male. Ecco come. E Gino si rimetteva a leggere il giornale.

Fa freddo, è quasi sera. Oddio, freddo a Napoli non è che sia proprio rispondente a realtà. Per una come me che vive da 28 anni in Galles poi, non scherziamo.

Sì, 28 anni in Galles, 42 anni di età. Ci sono andata a 14 anni, va bene? No, non va bene. Non torna.

Riproviamo.

Per una come me che vive da 12 anni in Galles, non scherziamo.

Meglio.

Dicevo: è quasi sera. Ci sono luci, festoni inutili che illuminano il marciapiede vuoto. Entro nella chiesa con la facciata rosa illuminata, bifore e nicchie ognuna con la sua lucina, come un presepe gigante. D’altronde siamo a Napoli. Dentro è grande, ma me la ricordavo enorme. Non c’è nessuno dicevo. Il cuore sanguinante di Cristo vicino all’altare, splende nel riflesso delle candeline elettriche. Non l’ho mai capito davvero come sia saltato in mente di ideare un’immagine come quella, secoli fa. Un cuore sanguinante trafitto con un coltello, e sotto nel dipinto addirittura un piccolo secchio dorato a raccogliere il sangue colato giù. Il cuore è tipo quello dello dei cartoni animati e dei disegnini dei bambini, poi però c’è il coltello che riporta alla cruda realtà. Sì, il cuore trafitto è redenzione, l’espiazione dei peccati e compagnia bella. Si ricorda quanto accaduto al momento della crocifissione, la lancia nel costato di Cristo. Ma è anche e soprattutto qualcosa di simbolico e forse nella lingua greca in cui furono scritti i vangeli tutto suona molto suggestivo e affascinante. Però, più osservo quella scodellina col sangue che raccoglie quello che scende dal cuore trafitto dal pugnale e più mi sento a disagio. Saranno tutti quei tatuaggi che si vedono nei film addosso agli avanzi di galera, tra una pistolettata e un’altra. Ma anche quando avevo tredici anni mi faceva impressione, quando mi sistemavo sulla pedana di pietra accanto a quella spilungona di Michela (lei non aveva bisogno della pedana) e ci mettevamo a cantare. Poggiavo sempre una mano sul cuore, non per motivi patriottici come quando i calciatori cantano l’inno nazionale, ma per proteggermi dalla coltellata che ero sicuro mi sarebbe arrivata se avessi fissato troppo a lungo il cuore sanguinante.

E così, tanti anni dopo (non così tanti, ho solo quarantadue anni) mi ritrovai a cantare. Da sola, in chiesa, fissando le panche vuote. Fossimo in una storia di fantasmi, zia Alba comparirebbe dal nulla, in una nuvola vaporosa. Ma io non sono Dickens, e per di più siamo al Vomero.

Maagnificaaat. Anima meee-a Dominuum.

“E brava, Moni’… si sentiva solo te.”

D’un tratto sento un gran freddo, ficco le mani nei tasconi del cappotto e faccio per allontanarmi. Non prima però di sentire tra le dita, il fruscio di qualcosa nella tasca.

Ma certo, le ventimila lire. Grazie zia, non ti sei scordata.

mercoledì 30 settembre 2020

LA PEGGIORE STORIA MAI RACCONTATA di Monica Capomonte

Seduta sulla metropolitana e circondata da una massa di facce indifferenti rapite da stupidaggini sui telefonini, stringevo tra le mani quella che sicuramente era la peggiore storia mai raccontata.

Mini salto indietro.

Mi chiamo Monica, ho 43 anni (va bene 52, non mi stressate, mica mi sono tolta 20 anni come le Kardashian), faccio l’editor per una casa editrice di Dublino. Vivo in Galles, Dublino è in Irlanda, questo complica un po’ le cose, ma non più di tanto. Insomma, ogni tanto mi danno seguire questo o quell’autore. In genere non sono veri scrittori, si tratta di gente diventata più o meno famosa per qualcos’altro, e a forza di andare in televisione i geni del marketing del 12esimo piano si convincono che qualcuno comprerà il loro libro. Attenzione, ho scritto comprerà, non leggerà, che è una cosa diversa. D’altronde, da dove credete arrivassero tutti i romanzi di seconda mano sullo scaffale dei remainder di Borders e altri librerie postaccio che per fortuna hanno chiuso?

Ah, io chiamo le librerie postaccio quelle che hanno sempre gli stessi libri della grande distribuzione; in pratica sono sempre la stessa libreria, disseminata in varie città del mondo: la caffetteria, la sezione bambini, la narrativa, la filosofia (orientale, mi raccomando), i manuali di giardinaggio e training autogeno, la sezione biografie con tizi che hanno letto Open di Agassi e hanno detto “ci provo anch’io” ma era meglio se restavano alla playstation.

Ma vedo che sto divagando. E poi mica sono una della carampane di cinquant’anni suonati che adora i piccoli negozi con edizioni limitate con romanzi russi e delle Filippine: perdiana, ho solo 43 anni (ahia!).

Insomma, mi hanno affidato questo tizio, che lo incontri di persona ha gli occhialoni e la faccia da topo, poi lo vedi in televisione e sui manifesti e sembra che Clark Kent sia riuscito a infilarsi nella cabina telefonica. A proposito, ma ora che ci sono smartphone ovunque dove va a cambiarsi l’Uomo D’Acciaio, è un po’ che non leggo i fumetti.

Uffa, basta divagare. Dicevo: questo tizio, divenuto noto ai più per una storia romanzata di Hitler, va dai miei capi e dice: ragazzi, ho un’idea, scrivo un giallo.

E loro, pensando che sia il colore della parete di camera sua, dicono: “Fantastico!”. Stretta di mano, anticipo che equivale a 22 mesi del mio stipendio e via verso nuove avventure.

I miei capi, ovviamente solo dopo aver sganciato i quattrini, si rendono conto che forse la fantastica idea non è poi così grandiosa, e mi fanno la solita telefonata. Domande sui figli, sul cane, sul gatto (che non ho) e sul marito, poi tra un salamelecco e un altro “Monique… (sanno che non sono britannica, pensano sia francese, sono nata sul Vesuvio, fate voi) “ci sarebbe da riguardare un po’ le bozze di Marvin. Sai le solite cose: una telefonata una volta alla settimana, lettura di capitoli, qualche aggiustatina.”

Cioè, devo riscrivere tutto da capo.

Il che non è esattamente un problema, quando hai la storia. Solo che Marvin, in spregio a qualsiasi basilare fondamento di giallistica, ha iniziato il libro senza sapere come andrà a finire, e tra le tante idee strampalate che riesco far eliminare dalla stesura, solo su una è irremovibile. Il protagonista ha un gemello che è il vero assassino. Sì, lo so: ve l’ho già detto. E’ la peggiore storia mai raccontata.

Scendo dalla metropolitana, mi avvio alla scala mobile, resto sulla destra come fanno i britannici ma vengo spintonata da un irlandese che ha fretta e vuole passare a sinistra. Lo fulmino con la mia famosa occhiata (è famosa, fidatevi, è l’occhiata più cattiva di tutto il Vomero, a parte i poco di buono) e proseguo.

La storia è pronta per tre quarti, gli indizi sul gemello sono sparsi dappertutto tra le pagine, ho provato a nasconderli, ma più di tanto non potevo fare. Insomma, una roba pietosa, da discutere con tizi della casa editrice.

Entro nell’ingresso del palazzo, getto il documento d’identità sul tavolone del portiere per non stare a ripetere il mio nome 40 volte, che tanto poi lo scrive male lo stesso. Il portiere è grassoccio, con una vaga somiglianza con un tizio della televisione, mi dice il piano a cui devo andare, tutto sommato è gentile e quindi gli perdono la camicia stropicciata in stile scapolo che sfodera con noncuranza.

Mi avvio all’ascensore, premo il tasto. Per fortuna non parte nessuna musica di sottofondo. Un’occhiata a me stessa allo specchio: non male per i miei 43 anni.

Le porte dell’ascensore si aprono, davanti a me l’ufficio non assomiglia per niente a quello che ho visto 3 mesi fa. Se tutte le volte che hanno speso i soldi per cambiare l’arredamento li avessero dati a me bla bla, lo dico ogni volta, mi annoio da sola. Poi sulla parete lo vedo: il film tratto dall’ultimo successo editoriale della casa editrice, messo in bella mostra per far vedere di che pasta siamo fatti.

La storia del film è quella di un tizio che fa la spia, che spara a tutti ma è molto sensibile dentro, e per questo fa innamorare una fotomodella che alla fine salva gettandosi dal trentaduesimo piano.

Do nuovamente un’occhiata al manoscritto di Marvin: massì, può andare. Anzi: sarà un successo.

venerdì 31 gennaio 2020

LETTERA DI ME DA GIOVANE A ME DA VECCHIA di Monica Capomonte


“Non ci sono abbastanza donne manager perché non puoi mettere a capo di qualcosa una persona che ha le mestruazioni una volta al mese”. Lo ha detto davvero, un consigliere comunale di Napoli, Dal mio amato Galles controllo l’indirizzo web del giornale (vuoi mica sia un buontempone) e invece no, è tutto vero. Nella mia amata Napoli un tale eletto da u’puopolo ha detto questo. Uff, m’incacchio, ma che faccio? Scrivo un vibrante commento sdegnato sulla rivistina su cui correggo articolesse altrui? Metto un pollice giù sul computer, accompagnato da una minacciosa faccina arrabbiata. Sono troppo vecchia per queste cose.
Ma no lasciamo correre, di cretini è pieno il mondo, che ci possiamo fare?
Lasciamo stare.

Alzo la testa, mi guardo allo specchio e vedo qualcosa di strano: il paesaggio dietro di me non è il mio amato Galles, ma la mia amata Napoli, proprio la fine di Via Chiaia che vedevo dalla mia finestra quando andavo a scuola. Mi alzo, accendo la tv. Si vede tutto sgranato, per via di un tubo catodico che ha più anni di mamma.  “Televideo: pagine dimostrative”.
“Papà, chi è il numero 9 del Napoli?” chiedo, con una vocina giovane giovane
“Domenico Penzo” risponde papà dalla sala.
Mmm.
Penzo. Prima di Careca. Non siamo neanche nel 1985. Potrei chiedere di Maradona, ma non lo faccio, che poi mi emoziono.
Realizzo.
Sono di nuovo una bambina. O quasi. Insomma sono giovane.
Mi rimetto a sedere. Il computer non c’è più, c’è solo una macchina da scrivere. La riconosco, è quella di zio Marco.
Inizio a battere sui tasti

“A Monica, nel 2020.
Mo’ ascolta. Non muori nel 1991 in quell’incidente con la moto, nemmeno dopo quando nasce Dilla. Non mi fare perdere tempo, devo dirti solo una cosa, non so per quanto tempo posso scriverti da qui. Lo so, sarai sempre stanca, dietro alle bimbe, al marito eccetra eccetra. Però quando da grande leggerai quella cosa “non ci sono abbastanza donne manager” famme o’piacere, incacchiati. Non lasciare correre.
Va bene, sei istruita, ma incacchiati proprio, già alla “m” di manager, alza la voce, tira un pugno, fai quello che ti pare.
No, perché lo so che hai tante cose da fare: ma nessuna di queste è davvero importante.
Che c’entra, mica devi curare i malati come Cetta che fa l’infermiera, ma non lasciare correre.
Quel tizio ha uno stipendio, un ufficio stampa, chiamalo Mo’ e dai.
Magari non cambia niente, ma tu fallo, togliti la soddisfazione.
Che se non lo fai poi per farti passare il nervoso ti metti a cucinare e quello lo sai non è cosa tua.
Diglielo, non lasciare correre.

Sto per aggiungere di Franco e Rosa, quando tutto si fa buio.
Riapro gli occhi.


Sullo schermo del pc,  la pagina di quel sito italiano: “ “Non ci sono abbastanza donne manager. Già alla “m” di manager mi sturbo.

Vediamo un po’ il nome del consigliere comunale… vediamo … mmm bene. Sito del comune di Napoli … eccolo qua.
Biografia.
Nu cazzo e’ scienziato, proprio.
Vediamo un po’: contatti... Ufficio stampa.
Prendo il telefono in mano. Prefisso italia.
Così. Solo per soddisfazione. Che sennò poi mi metto a cucinare, e quella non è cosa mia.