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lunedì 1 agosto 2016

IL GRINTA DI SAN FREDIANO di Giovanna Daddi

Il Nannucci era grullo, lo sapevano tutti.

Andava a giro per il quartiere con un cappello da cow boy, non se lo toglieva mai. 

All’inizio era un ragazzino come gli altri, poi gli morì il babbo e lui si mise il cappello. Ci dormiva anche, secondo i suoi vicini di casa, che la mattina lo intravedevano seduto al tavolo di cucina, davanti alla tazza di caffellatte, in canottiera, e con il cappello. La Bruna, la sua mamma, andava a servizio da dei signori che stavano sui lungarni, e manteneva questo figliolo grullo, che non aveva mai lavorato, e non parlava quasi mai.

Quando cominciò a portare il cappello, in via Romana la gente cominciò a farsi un’idea:

“Ma icchè c’ha i’Nannucci, che è pelato?”

“Un lo so, a me mi pare grullo. Un tu lo vedi va a giro come Gion Vaine?”

“Chi?..”

“Venvia, ignorante, quell’attore che fa i firm amerihani di cobboi”

L’avvocato rimaneva sempre stranito da queste conversazioni, non capiva, veniva da Treviso lui, e s’era ritrovato in quella bella città perché aveva sposato una di San Frediano. Che tradusse per lui:

“Il povero Nannucci si veste come John Wayne, il famoso attore americano di film western!”

La gente del quartiere comunque non lo prendeva per i fondelli, aveva anzi un gran rispetto del Nannucci, perché quando uno è grullo ma non parla e non dà noia a nessuno, tutti istintivamente lo proteggono. E così ogni giorno faceva le sue giratine, si fermava dal barbiere, dal calzolaio, dal pizzicagnolo, si metteva un po’ a sedere e poi ripartiva.

Solo ogni tanto qualcuno, tra un ragionamento e un altro tra povera gente in mille difficoltà, lo guardava e gli diceva “Beato te Nannucci, che tu se' grullo!”

La merciaia e la lavandaia lo guardavano con tenerezza, e gli davano sempre qualcosa per la sua mamma. La lavandaia ogni tanto provava a convincerlo a lavare quel cappello, ma lui faceva spallucce e andava oltre.

I problemi nacquero quando il Nannucci s’innamorò della Nara.

La Nara era bionda, con la pelle bianca e liscia e gli occhi neri, sottile come un giunco ed elegante per natura. Nel quartiere la chiamavano Veronica Lake (cioè, veroniha leic). Faceva la ricamatrice, e cuciva anche i bambolotti di pezza per un giocattolaio del Campo di Marte.

E il Nannucci perse i’capo.

Il quartiere stava col fiato sospeso, sperando che la Nara almeno gli rivolgesse la parola. La mamma Bruna sperava più degli altri, che arrivasse un’anima buona a levargli di casa il figliolo grullo e nullafacente, e che si prendesse cura di lui, perché lei diceva sempre “Quando moio io chi ci pensa a Piero?” Piero, era il nome del Nannucci.

L’impresa aveva dell’impossibile, anche se il Nannucci non era certo brutto, era un bel ragazzo, alto e moro. Ma sempre più rimbischerito.

Ogni giorno arrivava con qualcosa per la Nara, dalla sarta di via del Campuccio: un fiorellino, una pasta, un cappellino, uno scialle…Spendeva più soldi per la Nara che per sé.

Ma la Nara era inamovibile, prendeva il regalino “Grazie Piero, ora via, levati da’ tre passi che c’ho da lavorare”. E avanti così per dei mesi.

La gente che conosceva il Nannucci da quand’era piccino era sempre più preoccupata.

“Guardate che l’è rimbischerito forte, ora un si ferma nemmen più da Mario, piglia e va a diritto, un si sa indò va, torna la sera a buio…”. Qualcuno chiedeva alla Bruna, ma lei abbassava gli occhi scuoteva la testa.

Il Nannucci, in buona sostanza, era grullo si, ma mica scemo. E aveva capito che di speranze non ce n’erano.

E così una mattina, con l’alba più rossa delle altre, prese e sparì.

Se n’accorsero dopo un paio di giorni nel quartiere, e cominciarono a cercarlo dappertutto, ci fu anche l’inchiesta. Ma il Nannucci non fu mai ritrovato.

La Bruna non resse al dolore, e dopo qualche mese morì.

La Nara, sotto gli occhi di tutti, cominciò piano piano ad appassire, perse tutta la bellezza e non si sposò mai. 

I sanfredianini si fecero convinti che la Nara lo amava, il Nannucci, anche se era grullo, e che era stato il suo babbo a impedirle di vederlo: “Grulli in casa non ne voglio” E così il babbo della Nara tarpò i sogni d’amore del povero Piero Nannucci.

Nessuno ha mai saputo più nulla del cow boy di San Frediano, ma se chiedete in giro tutti vi risponderanno che “i’Nannucci l’è andato in America, tuvvedrai”.

Sarà in America il Nannucci, magari in Texas, finalmente a cavallo.

LA TELEFONATA di Monica Capomonte e Francesco Barilli

Composi il numero distrattamente, mentre con una mano cercavo i cracker nella borsa, tenendo il collo piegato come uno struzzo. L'autobus aveva i finestrini aperti, quindi c'era un caldo infernale e il fracasso copriva tutte le voci dei passeggeri intorno. Un signore sulla cinquantina, ben messo, ci teneva a farmi sapere quanto fosse stata entusiasmante la partita del Galles a Euro2016. Avevo finto la necessità di un telefonata solo perché la piantasse di fare il pappagallo fuori stagione, ma mi restava appiccicato come un wrestler che non vuole mollare la presa. Al telefono rispose questa tizia. Gentile, intendiamoci, ma avevo fatto il numero di casa mia. "Ho sbagliato, mi scusi" tagliai corto. Rifeci il numero con più attenzione, e controllai che fosse quello giusto. Ancora quella voce. Sempre gentile. Ma di donna. A casa mia. Quando io non ero a casa. Ipotesi 1) mio marito mi vede stanca e ha assunto una donna di servizio senza dirmelo: adorabile 2) mio marito mi vede stanca e anche lui si è stancato di me. (Aspetta aspetta aspetta. Jackie diserta l'ufficio per andare a casa nostra con l'amante, e lei risponde al telefono??)

"Mi scusi con chi parlo?" Avete presente la voce che hanno le stronze? Ecco avevo quella voce.

"Sono Judith. E lei è?"

Il fracasso dell'autobus si fa insopportabile, vaneggio qualcosa, lei risponde gentile qualcos'altro, nessuna delle due sente niente. Il tizio ben messo sulla cinquantina mi acchiappa mentre la frenata ci fa precipitare contro la portiera davanti. Il cellulare cade, si apre in tre pezzi. Mi chino, mentre uno studente cerca di travolgermi e una vecchia carampana spinge per uscire, come se potessi diventare di maionese e farla passare. Con la calma del giusto recupero due pezzi del mio vetusto telefonino, manca la pila. Che è in mano del tizio ben messo. "Grazie" (la voce a stronza è sempre quella). Scendo, anche se mancano quattro fermate. Ah, le comode panchine in pietra di una volta. Rimetto insieme il cimelio telefonico, il tempo di vedere il display illuminarsi d'immenso e la fatidica scritta "incoming call" comincia a lampeggiare. "Ehi". E' Jackie, dall'ufficio. Niente amante. Racconto la faccenda di questa Judith, ma dopo sei secondi ha già smesso di ascoltarmi.

Va bene, va bene. Riattacco. Compongo di nuovo il numero di casa.

Squilla, squilla: niente.

Mi dimentico della faccenda per quattro anni, tanti ne sono passati da allora. Nel frattempo, Jackie eredita dai suoi genitori un appartamento grande tre volte il nostro, davanti a Roath Park. Abbiamo messo un annuncio per vendere la nostra vecchia casa, abbiamo appuntamento alle 4 con l'agente immobiliare coi dentoni.

Suonano alla porta. Apro, sforzandomi di sorridere.

"Ciao" mi fa quello coi dentoni "ti presento la cliente che è interessata alla vostra casa. Accanto a lei una tizia, sembra gentile.

La voce, sprofondassi nell'inferno del Galles, è quella: "Sono Judith. E lei è?"

AD VICENNALEM SPETIARUM PUELLARUM CELEBRANDUM di Narciso Fenice Ramparti

Lascio ristagnare il vostro imbarazzo per una sola riga e passo subito a spiegare che, tradotto dal latino, il titolo significa 'Celebrazione per il Ventennale delle Spice Girls'.

Esatto, siamo già arrivati a questo punto: in un convulso frullìo d'ali la nostra giovinezza s'involò, ed eccoci qui canuti a spiegare ai giovinastri la grande musica dei nostri tempi che furono. Non Freddie Mercury, al tempo già cibo per vermi, non i Guns'n'Roses, ormai persisi per strada, né gli acclamatissimi Nirvana, Soundgarden e Pearl Jam, ma le Spice.

Le Spice Girls. Sì, perché nei mitici '90s me la vidi abbastanza brutta: per me la musica era anfetaminico misticismo e gloriosa celebrazione dell'ormone, su tinte possibilmente fucsia-puttana, porpora-sbocco o nero-fluo, e quindi non riuscii mai a conformarmi all'ondata grunge. Vivevo come un reietto, ostracizzato da tutti quei circoli musicali “seri” che avrei poi visto morire fra i rantoli (o ancor peggio reincarnarsi malissimo) all'alba dei duemilas, col revival degli Eighties e il ritorno del plastic-pop. Gli Aqua non potevano certo bastare, e così, sparute congreghe di metallari mi accordavano talora la loro benevolenza e io ricambiavo: l'esaltante musicalità hard&heavy restava in quell'ultima decade del Novecento la mia sola àncora di salvezza. Almeno fino alla pubblicazione del più devastante debut hit single di tutti i tempi: Wannabe.

Ora, se una serie di commenti biecamente sessisti non corrisponde al vostro ideale di lettura piacevole, è forse il caso che passiate direttamente ad un altro contributo di questo numero della nostra prestigiosa rivista. Tutti gli altri allupati possono tranquillamente proseguire.

Era un ozioso pomeriggio estivo del '96, e MTV stava come al solito abusando della mia inerzia, propinandomi la sua ignobile heavy rotation di boy-bands e inascoltabili grungettoni. Mai che passassero roba di mio specifico gusto: ero ridotto al punto di esultare per la pregevole Save Tonight di Eagle Eye Cherry o di plaudire all'esordiente Niccolò Fabi e alla sua orecchiabile Dica, come anche di gradire qualsiasi cosa dei Blur o dei Supergrass. Poi, col tempo, ho imparato ad amare anche la roba che mi lasciava indifferente (tipo gli Smashing Pumpkins, o gli Oasis, o i già citati Nirvana), ma all'epoca ero un intransigente quanto semplicista succhiatore di vita. Insomma, com'è come non è, bastò il primo minuto del loro primo video ed ero già fan delle Spice Girls.

Wannabe era una deliziosa frustata sulle chiappe, una ventata d'aria fresca e uno sberleffo britannico al depressivo machismo del Seattle sound; la cosa bella fu che tutti capirono immediatamente che non si trattava di una delle solite, effimere, merdate pop, ma di una novità potente, se non alla Beatles, comunque, e con le debite proporzioni, di portata similare: in ogni caso era qualcosa che non sarebbe passato inosservato e che anzi avrebbe dettato i prossimi, durevoli, fashion trends (le zeppe in primis!). I ragazzi coi capelli da cocker e i maglioni spigati tentarono in ogni modo di screditarle, pur senza staccare gli occhi dalle loro anche ondeggianti: ma le cinque inglesine sbaragliarono ogni ostacolo e in pochissime settimane ascesero al trono dello stardom.

Le mie preferite, da subito, erano Geri e Mel B; le altre non erano propriamente i miei tipi, ma nel mucchio una botta non si negava a nessuno. Emma era occhei, ma non sono mai impazzito per le bionde platino, cioè, cerco altro, non mi fermo ai capelli; Mel C aveva la miglior voce del quintetto, ma difettava irrimediabilmente di sex-appeal, una mancanza soggettivamente acuita dalla mia totale indifferenza per la pratica agonistica. Con Victoria, infine, non c'è mai stata chimica, sopratutto perché praticamente non cantava: nondimeno, per tutti gli anni a venire il mondo l'ha adorata come strafiga classy, ma a me non ha mai detto granché come ragazza e tanto meno come artista. Sono comunque certo che non ha mai sofferto per questa mia tiepida considerazione nei suoi confronti.

Riguardatevelo, il video di Wannabe: ovvio che la canzone non l'hanno scritta loro e che quel successo e i seguenti furono genialmente architettati da un team di strateghi dell'industria discografica, ma le ragazze, innegabilmente, ci sapevano fare. Quanto bastava per catalizzare l'attenzione di un miliardo di persone.

I capezzoli delle due Mel schizzavano impietosi da sotto i toppini attillati, Geri miagolava e Emma faceva le fusa, Victoria era ancora sopportabile. Insomma, un'apoteosi scandita da un riff di marimba (ocosacazzè) e da vocalità gorgiosamente irriverenti. Ciao Kurt, riposa in pace. Hasta manana, nello walkman dei repressi.

Non facemmo neanche in tempo a ripulirci coi kleenex che subito uscì Say you'll be there, e buonanotte al cazzo. Non so se ve la ricordate, musica suadente e ritmata, con suoni azzeccatissimi, e un video che rilanciava su scosciate ipnotiche e maliziosi ammiccamenti in un neanche troppo inconscio richiamo alla filmografia pettoruta del grande Russ Meyer. E poi, in una morbid sequence che finì col rincitrullirci, seguirono a nastro 2 become 1 e Who do you think you are?

Già all'inizio del 1997 il mondo ne voleva ancora. L'auspicato come-back e la conferma del loro successo planetario non si fecero attendere troppo. L'autunno seguente sfornarono un altro gigantesco calcio nei coglioni dei perdenti in la minore, con l'acclamato Spice World.

Faccio un esempio banale. Vi capita mai di risvegliarvi e trovarvi catapultati nel video di Spice up your life? No? Ecco, vedete? Se non c'è empatia fra Autore e lettori, cosa continuo a fare? Meglio finirla qui.

LA GIUSTIFICAZIONE di Roberta Sandrini

Siamo diventati tutti dei numeri ormai, e’ questo il problema! Il principale, se posso permettermi della nostra società! Che ci vuole privi di un cervello per pensare, di sensibilità per emozionarci, per riconoscere il bello ed il brutto, il meritevole e l’immeritato!

Numeri quando ci alziamo, ci laviamo e ci vestiamo, per infilarci in un ufficio, in una fabbrica, in un centro commerciale, ad incrementare altri numeri come noi, quelli delle cose vendute, delle cose comprate, delle cose prodotte, perfino delle cose scartate e rimaste lì, su uno scaffale, come per dispetto, in barba al loro essere numeri!

Anche i nostri pensieri sono numeri, ogni giorno apriamo gli occhi e mettiamo in fila dei numeri: le cose da fare, le cose da acquistare, le cose da pulire, le cose da ricordare ... se qualcuno si alza dal letto con in testa l’inizio di una poesia o è ricco, o e’ uno sfaccendato o e’ un pazzo!

Sì’ perché, sa,  sono poche le persone che possono sfuggire a questa logica dell’essere tutti numeri e ciascuno per un motivo  molto pertinente: o sei pieno di soldi, e puoi pagare perché qualcuno inanelli numeri al posto tuo, o al contrario sei povero, forzatamente te ne stai senza niente da fare, ed allora per un puro caso, per fortuna dico io, sei fuori dall’ingranaggio che ingoia numeri per risputarne di più e di più ancora, o sei un matto, o uno che fa finta di essere matto, non ti appartiene nessuna logica, tantomeno quella dei numeri, e te ne freghi, scusi il termine, e sei libero di vagare con la testa e le intenzioni.

Oppure sei un artista, oppure, per venire al mio caso, sei un attore.

L’artista è un privilegiato, non e’ un numero, madre natura lo ha dotato di qualche dono speciale che gli permette di diversificarsi ed uscire dalla schiera dei numeri (che saranno pure tutti diversi, uno più uno, poi l’altro, ma sempre una serie sono ...), per produrre non più altri numeri ma emozioni!

Ora lei mi sta guardando così perché sarà stato bravo in matematica da bambino e starà pensando ai numeri primi, ma io le dirò che certo, i numeri primi spiccano, ma non certo per produrre emozioni, solo per isolarsi, dividendosi solo per se stessi ed al limite per uno!

Un artista invece e’ altruista di natura, non solo produce emozioni ma le vuole comunicare, vuole che tutti sentano quello che sente lui, vuol riprodurre all’infinito quello che lui per primo ha sentito.

E … ecco … l’attore … l’attore e’ l’artista degli artisti! Prende l’emozione che un altro per primo ha sentito, la sente a sua volta e la fa sentire agli altri!

E’ come una bella scatola, di una bella carta resistente e lucida, elegante, imbottita ed infiorettata, dentro la quale si recapita in regalo un’emozione, l’emozione che un altro non ha saputo esprimere efficacemente, lasciandola sulla carta, nella speranza e nell’attesa che qualcuno di buona volontà trovasse il tempo e la voglia di andarsela a cercare e di farla propria.

In questo mondo di numeri che le dicevo prima! E quando mai! Dovrebbe essere il ricco, il matto o lo sfaccendato che dicevo prima!

Ecco, ho fatto tutta questa premessa per farle capire ... il motivo di quello che ho fatto!

Io sono sempre stato un attore dilettante, compagnie amatoriali, in piccoli teatri di quartiere, sul palco di qualche piazza o di qualche locale, dove se il pubblico scarseggia ti devi frugare in tasca per dare qualcosa al proprietario od al disoccupato che ti ha sistemato le luci o messo su un po’ di musica di sottofondo. Dove per costumi di scena si possono anche intendere quelli di carnevale.

Pensi che a volte e’ capitato che mi truccassi con cose trafugate a mia sorella o a qualche donna che aveva passato la notte da me!

Ma a me bastava, tanto l’importante era la parola detta in scena, in un modo che servisse a trasmettere un’emozione.   

Che poi, se posso permettermi una divagazione, la maniera migliore per farlo secondo me è sentirle per prima cosa tue le emozioni che qualcun altro ha messo in prosa od in versi: sa cosa diceva Cechov di Eleonora Duse? “E’ così brava perché sembra che usi parole sue”. Ecco spero di essermi spiegato.

Comunque … ecco … mi scusi … per tornare al motivo per cui siamo seduti uno di fronte all’altro io e lei ...

A me bastava per non essere un banale numero, un numero chiamato a produrre altri numeri, o almeno per non sentirmi un banale numero, che poi, tirando le somme, è la stessa cosa, aldilà di quello che oggettivamente siamo sono le nostre sensazioni la misura del nostro vivere piuttosto che del nostro sopravvivere.

E quell’omuncolo, quello scarto, quell’idiota, un bel giorno si permette di venirmi a dire che mi butta fuori dalla compagnia! Nemmeno si parlasse di Strehler di una messa in scena al Piccolo piuttosto che alla Comédie-Française! Oh di sicuro questa era la misura del suo sentire, quanto giustificata poi, dovrebbe dirlo lei forse, ma d’ora in avanti certo, la scena non ci restituirà più niente di lui!

Dice che ha parlato con tutti gli altri e non mi sopporta più nessuno! Le mie manie, il mio vuol fare di testa mia mentre tutti si adeguano a quello che suggerisce lui, il regista! Oddio, scusi mi scappa da ridere … il mio pretendere chissà che, un vero costume teatrale, quando mai, e i soldi dove pretendevo di trovarli? Gli incassi, certo gli incassi ultimamente erano andati bene, merito certo di quella sala in centro, accanto a quel bar- ristorante pretenzioso ma sempre pieno ... ma di sicuro non potevo avanzare pretese assurde, c’era prima da stipulare l’assicurazione per gli infortuni in scena!

Le giuro che non ho mai messo in dubbio di fronte a nessuno l’utilità’ dell’assicurazione contro gli infortuni in scena, anzi, a volte nelle discussioni che capitavano ne sono stato un fautore! E che mi sarebbe anche andato bene un costume di seconda o terza mano, anche per dire i pantaloni così e la giacca cosà, diversa, di un altro modello, di un altro colore, poi ci si arrangia! E che nessuno era mai venuto a dirmi qualcosa, riguardo al mio comportamento fuori dalla scena, che se poi nessuno si prende la briga di venire a dirti le cose in faccia e manda avanti il regista, ecco stronzi loro per primi! Quantomeno corresponsabili di quello che e’ successo!

Mi scusi, mi scusi, signor giudice, sto divagando lo so... voglio concludere mi creda, sono stanco, mi rendo conto di trasmetterle solo tristezza e pietà in questo momento e sono sensazioni che non mi piace trasmettere fuori da una scena …

E’ stato solo per spiegarle che non volevo tornare nella schiera dei numeri, dei numeri privi di umanità che sanno produrre solo altri numeri, altre cose da contare … io volevo produrre emozioni, sensazioni, ed in galera, dove molto probabilmente entrerò nel novero degli sfaccendati, potrò continuare a farlo.

Poi la maniera in cui l’ho fatto … avrà già capito se mi ha seguito fin qui … proporgli, una volta tanto, di stare in scena, quella piccola parte da tre battute dell’amante sorpreso sotto il letto … un segno di pace avrà sicuramente pensato … la pistola di quando ho fatto il militare nei carabinieri invece del giocattolo del nipote della prima attrice …

BANG,BANG,BANG! … Emozione … ancora una volta … sipario … 

IL BAMBINO CHE IMPARO' A CONTARE di Fabio Langellotti


Ore 6.26, la sveglia suona.

Antonio si alza dal letto, infila prima la pantofola destra quindi la sinistra e va in bagno. Preme il tubetto del dentifricio per fare uscire una riga che si appoggi senza sbavature sullo spazzolino. Si lava, torna in camera e apre l’armadio. Col dito cerca tra i cassetti la scritta giovedì e tira fuori le mutande la canottiera e i calzini. Sopra il cassetto, dall’appendiabiti afferra la divisa da ferroviere. Si veste, prende il borsello, conta quanti soldi ha nel portafoglio e ride pensando che la mamma tutte le mattine gli chiedeva “ma che pensi che la notte raddoppino?”

Esce di casa.

In 7 minuti è alla fermata dell’autobus. Dovrebbe arrivare dopo circa 6 minuti.

Passati, Antonio inizia a guardare nervosamente l’orologio. Finalmente vede sullo sfondo i grossi fari e indica sull'orologio i 3 minuti di ritardo. Sale, fa vedere l’abbonamento mensile all’autista che è impegnato a rispondere a un messaggio sul suo cellulare, si guarda intorno e si mette a sedere dietro alla macchinetta obliteratrice. Il suo.

Arriva alla stazione. Il bus ha accumulato ben 13 minuti di ritardo, per cui corre al bar. Dovrà fare colazione in 7 minuti anziché 20 come suo solito. Il barista lo vede e prepara sul bancone la brioche alla marmellata di albicocca e il latte macchiato. “Dormito troppo oggi? “

“No no” balbetta Antonio. “Ha fatto tardi l’autobus”.

Da quando la mamma non c’è più, la colazione è costretta a farla fuori. Ma i cornetti non hanno lo stesso sapore del panino caldo di forno.

Esce e tutto trafelato si va a sedere al suo posto all’ufficio informazioni. Chiude gli occhi, ripassa a mente gli orari: può aprire.

Ad Antonio piace quel lavoro perché vede e parla con un sacco di persone. E alla fine tutti lo ringraziano. Qualche volta c’è anche chi gli porta un caffè o una brioche come premio per la cortesia, ma lui – come gli hanno insegnato da bambino- non accetta mai, indicando la stretta fessura del plexiglas come scusa.

“Mi scusi, il primo treno per Milano? “

“Centrale ? Porta Garibaldi? Rogoredo?…” “Centrale … Centrale” lo ferma spazientito il cliente con un lembo della camicia bianca, tutta grinzosa e tirata sull'enorme pancia, fuori dai pantaloni.

“ore 8:21. Frecciargento 9402 e ferma a…” “Non mi interessa, grazie” e corre via verso la biglietteria travolgendo tre giapponesi immersi in una cartina.

Davanti alla sua postazione scorre la coda nervosa dei passeggeri bisognosi di informazioni su orari, prezzi e fermate.

Al di là della coda, Antonio vede una comitiva di bambini, con le camicie azzurre e il foulard giallo e nero al collo degli scout che, mano nella mano, formano un girotondo al cui interno due bambini girano in senso opposto indicando i compagni. A destra, due zingare che si nascondono fra la gente, mentre dietro di loro due poliziotti li seguono con lo sguardo sorridendo.

“Excuse me, to Venezia Santa Lucia?” Antonio guarda davanti a sé e vede il busto di un uomo alto 1,90 e largo altrettanto, con una t-shirt bianca su cui campeggia la scritta Hard Rock Cafè che nasconde un paio di pantaloncini verde bottiglia. Antonio prende il blocchetto, la penna e scrive “h 10.15, Frecciargento 9408 stops at Bologna Centrale, Padova Venezia Mestre”. La massa di carne abbassa il minuscolo viso verso la fessura sul plexiglas e dice in uno stentato italiano “Grazie mister, tu buono. Ciao”

Antonio sorride e vede avvicinarsi una signora anziana che spinge una ragazza su una sedia a rotelle.

In quel momento sente uno scoppio.

Si abbassa sotto il bancone. Gli scoppi sono dieci, cento mille. Sente urlare, piangere e maggiore è il rumore e più si nasconde dietro la sedia.

Poi il silenzio.

Aspetta. Si rialza.

Vede la gente al di là del vetro, sdraiata in terra.

Vede 10 poliziotti che corrono e 4 soldati con i fucili alzati.

Vede sul pavimento tanto liquido rosso.

Esce dal suo ufficio. Dopo il primo passo inciampa su una ruota della sedia a rotelle. Si abbassa tocca la sostanza rossa appiccicosa che ricopre il suolo e gli torna in mente quando a 5 anni mentre giocava in un vagone con la madre, il treno guidato dal padre uscì dai binari. Venne trascinato fuori, ma si divincolò dalla presa del volontario e corse verso la cabina dei macchinisti.

Vide lo stesso liquido rosso appiccicoso. Si sporse dentro al finestrino e vide il padre con la stessa espressione degli scout immobili in terra. Fu allora che la madre lo raggiunse, lo tirò via e lo portò in mezzo al campo su cui il treno si era appoggiato su un lato e gli disse "Antò, non ti girare verso il treno, guarda i campi e inizia a contare”

“Cosa mamma?”

“Conta. Le spighe, i fiori, le api, gli alberi e metti le mano sulle orecchie se no poi ti dimentichi a che numero sei arrivato”

Antonio ricomincia a sentire i lamenti della gente in terra, si gira verso il vetro dietro al quale lavora, si mette le mani sopra le orecchie e inizia a contare.


 

QUELLO SCRITTO IN CORSIVO NON E' VERO di Gabriele Giustri


(s'invitano lettrici e lettori ad evitare la lettura della parte sottolineata)
 Nella storia, a volte è più importante quello che è quasi accaduto che non ciò che è realmente accaduto. Vi voglio raccontare di come un uomo, del quale  la maggior parte del mondo non aveva mai sentito parlare sarebbe diventato il più grande eroe di tutti i tempi, avendo “veramente” salvato il mondo dalla sua fine. Era il 1983, piena guerra fredda,  il 23 marzo, il fenomenale e geniale nonché fascistissimo presidente Reagan lanciò la sua “Star Wars”, definendo la Russia “L’impero del male”, i sovietici presero la cosa molto sul serio. USA e NATO progettavano di collocare dei missili nella Germania dell’Ovest. I russi presero una decisione: scaricare tutto il proprio arsenale al primo segno di attacco nucleare. “ORDIGNO FINE DI MONDO” come aveva profetizzato Kubrick con il suo IL DOTTOR STRANAMORE. La tensione era al massimo. La notte del 25 settembre 1983, un colonnello di 44 anni, della sezione spionaggio militare dei servizi segreti dell’Unione Sovietica giunse al proprio posto di comando  da dove si coordinava la difesa aerospaziale russa, il suo compito era analizzare e verificare tutti i dati provenienti da un satellite in vista di un possibile attacco nucleare americano. Poco dopo la mezzanotte scattarono tutti i sistemi di allarme, suonarono le sirene, e sugli schermi dei computer comparve la scritta: “attacco di missile nucleare imminente“.Un missile era stato lanciato da una delle basi degli Stati Uniti. Nonostante le conferme, il nostro, concluse che doveva essersi verificato un errore, non era logico che gli USA lanciassero un solo missile se davvero stavano attaccando l’Unione Sovietica, così ignorò l’avviso, considerandolo un falso allarme. Poco dopo, però, il sistema mostrò un secondo missile e poi un terzo. In quel momento, il sistema indicò un altro attacco: un quarto missile nucleare e immediatamente un quinto. In meno di 5 minuti, 5 missili nucleari erano stati lanciati da basi americane contro l’URSS. Il tempo di volo di un missile balistico intercontinentale dagli Stati Uniti era di 20 minuti. Dopo aver rilevato l’obiettivo, il sistema di allarme doveva passare attraverso 29 livelli di sicurezza per conferma. Il nostro uomo cominciò ad avere forti dubbi man mano che venivano superati i vari livelli di sicurezza, sapeva che il sistema  avrebbe potuto avere qualche malfunzionamento. Ma poteva l’intero sistema essere in errore, 5 volte? Il principio di base della strategia della guerra fredda sarebbe stato un massiccio lancio di armi nucleari, una forza travolgente e contemporanea di centinaia di missili, non 5 missili uno a uno. Doveva esserci un errore. Aveva cinque missili nucleari balistici intercontinentali in viaggio verso l’URSS e solo 10 minuti per prendere la decisione se informare i leader sovietici … perfettamente consapevole che avrebbe scatenato la terza guerra mondiale.  Gli americani non erano ancora in possesso di un sistema di difesa missilistico e sapevano che un attacco nucleare all’URSS sarebbe equivalso all’annientamento immediato del proprio popolo. Pensò: “Un tale imbecille non è ancora nato nemmeno negli Stati Uniti.” Decise quindi di segnalare un malfunzionamento del sistema. Quando di colpo, a pochi secondi dalla fine, le sirene smisero di suonare e le spie di allarme si spensero, si rese conto di aver preso la decisione giusta e salvato il mondo da un cataclisma nucleare, si accasciò sulla sua sedia e bevve oltre mezzo litro di vodka senza respirare.
Quando tornò al lavoro i suoi compagni gli regalarono una TV portatile di fabbricazione russa per ringraziarlo. Erano tutti vivi grazie alla decisione che aveva preso. Nel venire a sapere ciò che era avvenuto, il suo superiore lo informò che sarebbe stato decorato per aver evitato la catastrofe.
Ma non andò così. La Russia non poteva permettere che gli Stati Uniti ed il popolo russo venissero a conoscenza di quanto era successo. Il colonnello , fu ammonito e  “trasferito” ad una posizione gerarchica inferiore, poco dopo fu mandato in pensionamento anticipato. Ha vissuto il resto della sua vita in un modesto bilocale alla periferia di Mosca, sopravvivendo con una misera pensione di 200 dollari al mese, in assoluta solitudine e anonimato. Fino a quando, nel 1998, il suo comandante in capo,  presente quella sera, ha rivelato l’accaduto, in un libro di memorie che accidentalmente arrivò fino a Douglas  Mattern, Presidente dell’organizzazione internazionale per la pace, “Associazione di cittadini del mondo”. Mettern dopo aver verificato la veridicità di una storia così allucinante, andò in cerca di questo eroe sconosciuto a cui tutti dobbiamo qualcosa, per consegnargli il “Premio Cittadino del Mondo”.L’unico indizio  per trovarlo l’aveva avuto da un giornalista russo che lo aveva avvertito che per incontrarlo sarebbe dovuto andare direttamente a casa del nostro eroe senza un appuntamento, perché lui non aveva né il telefono, né il campanello funzionanti.“Quando mi affacciai alla porta ho sentito che ero con Gesù”, ha detto Douglas Mattern.“Tuttavia, viveva come un barbone. Zoppicando, i piedi gonfi, non potendo più camminare molto ed essendogli doloroso stare in piedi, mi disse che usciva solo per le provviste”. Dopo aver raccontato la storia più o meno come abbiamo appena finito di riferire, disse: “Non mi considero un eroe; solo un ufficiale che ha compiuto il proprio dovere secondo coscienza in un momento di grande pericolo per l’umanità “. “Ero solo la persona giusta, nel luogo e nel momento giusto”. Dopo essere venuti a conoscenza di questo evento, esperti di Stati Uniti e Russia hanno calcolato quale sarebbe stata la portata della devastazione in base all’arsenale a loro disposizione al tempo sono arrivati ad un’agghiacciante conclusione: dai tre ai quattro miliardi di persone, direttamente e indirettamente, sono stati salvati dalla decisione presa da quest’uomo quella notte.“La faccia della terra sarebbe stata sfigurata e il mondo che conosciamo, finito”, ha detto uno degli esperti.
Quest’uomo ha ricevuto:
·Premio Cittadino del mondo: 21 maggio 2004.
·Il 23 giugno 2004 il Senato australiano gli ha conferito un'onorificenza .
· E' stato ricevuto all’ONU e ha detto che quello è stato il suo “giorno più felice da molti anni”. 19 giugno 2006.
·In Germania, gli è stato conferito il premio dedicato a chi ha apportato significativi contributi alla pace nel mondo, per aver scongiurato una guerra nucleare potenziale.
·Premiato a Baden Baden, 24 febbraio 2012.
·Vincitore della Dresda Preis nel 2013.
·Inoltre Kevin Costner ha realizzato il documentario “Pulsante rosso” in suo onore.
Oggi continua a vivere nel suo piccolo appartamento alla periferia di Mosca, con la sua piccola pensione di 200 dollari al mese, in relativo anonimato. Ha dato la maggior parte del denaro dei premi alla sua famiglia, tenendone solo un po’ per se per potersi comprare un aspirapolvere che sognava da tempo e che si è rivelata difettosa quasi subito.
Quando ho sentito questa storia, la prima cosa che ho pensato è stata: quando qualcuno si trova a guardarlo, pensa mai di dover la vita propria e quella dei propri familiari, discendenti e amici a quest’uomo?
La notizia che doveva restare segreta, trapelò oltre cortina. Giunse fino al tavolo del presidente della repubblica Italiana Sandro Pertini che appena avuta la conferma si dannò l'anima per conoscere e ricevere l'eroe. Il presidente Italiano dopo aver parlato con quest'uomo e in collaborazione con la Farnesina organizzò un summit per la pace a Roma dove invitò sia Reagan che Andropov e come si dice in Italia riuscì a fare “il pateracchio”. I due leader si piacquero  e iniziarono con quell'incontro una serie di riunioni che portarono al totale disarmo atomico dei due paesi, l'URSS non era più l'Impero del Male. La pace, la vera pace, era finalmente scoppiata.
E il nostro tenente colonnello? Diventò comandante in capo dell'armata rossa primo ministro sovietico e successivamente venne eletto addirittura presidente dell'ONU. La fine della guerra fredda fece si che le spese per le armi fossero dirottate per un maggior sviluppo mondiale. Successivamente, le basi scientifiche internazionali costruite su Marte e su Venere portano entrambe il nome del nostro colonnello, così come il pianeta gemello della terra che si trova nella costellazione X9358 dove nel 2008 è stata scoperta la vita.
Questa è la vera storia del  tenente colonnello Stanislav Evgrafovich Petrov, l'uomo che salvò il mondo.

COMEUNINCANTAMENTO di Sabrina Carollo


Certo che lo desiderava. Lo osservava attentamente tutte le mattine, seduta al suo tavolino. Si sistemava diligentemente sotto gli ombrelloni, nel dehors che si affaccia sulla piccola piazza ombrosa. Una delizia sedere lì, in questi giorni in cui la bella stagione è cominciata da poco, le piante muovono le foglie alla brezza sfarfallando come applausi silenziosi e le persone si raccontano a bassa voce il modo in cui hanno trascorso la serata precedente - all’aperto, lungo i canali, bevendo birra al tramonto sotto le luci discrete delle decorazioni estive. Quel tempo in cui come per una strana magia siamo più sereni, leggeri che pare di pattinare sulla terra, sorridenti e vestiti di chiaro.

Aveva studiato l’orario in cui arrivava e si faceva trovare preparata per tempo, un lungo latte macchiato davanti e una brioche burrosissima, da sbocconcellare come una formichina. Nessuno le diceva niente, mentre rimaneva incantata a osservarlo. Lui arrivava in bicicletta, la legava a uno dei paletti al limitare della piazza pedonale, appena prima che cominci la pavimentazione a sampietrini di porfido rosso. Si sedeva su una panchina sotto gli alberi più sottili, quelli con il fusto ancora legato al sostegno, e cominciava la sua preparazione. Appoggiava lo specchio all’alta fioriera accanto e spalmava il viso di una crema bianca e densa, prima con movimenti veloci e generici, poi sempre più lentamente, dettagliando ogni angolo della superficie alla maniera di un pittore meticoloso. Una minuscola goccia scura sotto l’occhio, sempre il sinistro, e la trasformazione era quasi pronta. La bombetta sul capo, le bretelle e un palcoscenico disegnato in terra con il gessetto colorato.

Dalle sue mani uscivano improvvisamente mazzi di fiori, strumenti coloratissimi e minuscoli, bolle di sapone e perfino animali. Chiuso in un silenzio gentile, avvicinava i passanti e offriva sorrisi, piccole sorprese, polvere di fantasia in ordine sparso. Mai invadente, mai aggressivo. Il suo numero più bello, o almeno quello che lei amava di più, era lo specchio. Le persone passavano e lui per un breve tratto le accompagnava, prendendone esattamente la stessa postura. Non c’era ironia nella sua imitazione, solo una autentica immedesimazione, un cortese omaggio. Sentiva la partecipazione, l’empatia profonda che viveva e che provava per ogni persona che affiancava. Alti, bassi, frettolosi o lenti, donne uomini bambini. Di ogni colore genere o abbigliamento, lui diventava loro per qualche passo. E quelli che si giravano, per un attimo vedevano se stessi. Alcuni si infastidivano, molti ridevano, qualcuno lasciava una moneta. Sempre - sempre - i bambini interrompevano il loro percorso e rispondevano al gioco, gesticolando in modo ostentato, ridendo, ballando e saltando, senza mai staccare gli occhi dal loro doppio per verificare i propri movimenti, per godere di quel trionfo di loro stessi in duplice copia muta.

Anche lei non gli staccava mai gli occhi di dosso. Non avrebbe saputo dire esattamente come era cominciata e perché, cosa provava per quel mimo sorridente con una lacrima sotto l’occhio. Sapeva solo che non poteva, non riusciva proprio a fare a meno di contemplarlo a mattinate intere, come ipnotizzata. Come se lui racchiudesse in quel corpo morbido e flessuoso un segreto che a lei sfuggiva, e di cui aveva disperatamente bisogno. Guardava le sue mani, delicate e lunghe mani di artista, il collo sottile quasi femminile, le gambe atletiche dalla muscolatura disegnata che si intravedeva sotto i pantaloni aderenti. Le braccia solide e compatte, le orecchie piccole. I riccioli che si allungavano e si riavvolgevano come lucidi serpenti tutte le volte che si sfilava il cappello. Ma soprattutto vedeva la magia che emanava. La luce riflessa sulle nuvole all’alba, le note acute cristalline e quelle più gravi che si attorcigliavano in melodie indispensabili, tutto l’arcobaleno in polvere di fata, il profumo di biscotti, la frescura dei torrenti di montagna. Il calore della sabbia e il candore delle conchiglie, la morbidezza dell’erba alta e un’infinità di storie appassionanti, di avventure nella giungla, inseguimenti a perdifiato e spedizioni tra le stelle.

Rimaneva così, incantata a guardarlo, sognando di afferrare quella meraviglia che lui raccontava senza parlare.

Passarono così i mesi. Nell’estate che impazziva di caldo, si ripetevano i gesti e si ritualizzavano gli appuntamenti. Fino a che un giorno.

Un occhio attento avrebbe notato le nuvole nere che veleggiavano da sud ovest, minacciose come una flottiglia di navi pirata. Aveva appena finito di tracciare con il gesso in terra le linee necessarie che cominciarono a cadere le prime gocce. Grosse, dure, pesanti come piombo. Le persone cominciarono ad affrettare il passo in modo direttamente proporzionale al cadere dell’acqua. In un attimo fu nero, un tuono violentissimo fece tremare le ali dei passeri rintanati negli angoli. I clienti si ritirarono dal dehors con le ordinazioni in mano. Il fuggi fuggi era generalizzato. Anche lui raccolse in fretta e furia le sue cose, raggiunse la bici e corse via con ancora la faccia completamente bianca.

La pioggia si rovesciò prepotente e rabbiosa lavando le strade e strappando le foglie più deboli dai rami. Lei osservava la scena in piedi, dietro al vetro del locale, la brioche dimenticata sul tavolino accanto. Non ci volle molto perché smettesse.
 
Dopo un temporale violento, la sensazione è sempre quella di essere sopravvissuti a un conflitto. Le persone si riaffacciano quasi inebetite, osservando il cielo tra l’incredulo e il grato, osservando ogni dettaglio luccicante come se lo vedessero per la prima volta. È un incantamento che dura un attimo; poi bisogna ritornare alle proprie attività, il tempo riprende il suo scorrere regolare. Ma quel momento è speciale: è un risveglio collettivo, una sospensione benedetta che apre alla speranza. Che le cose non siano solo cambiate, ma addirittura migliori. È il settembre di tutti, quando si torna a scuola carichi di buoni propositi ed entusiasmo.
In mezzo alla gente che si riappropriava del posto che le spettava nella generale rappresentazione quotidiana, lei rimaneva lenta. Mentre tutti riacquisivano il ritmo e tornavano a distrarsi con i doveri quotidiani, uscì dal bar come una lumachina dal guscio, allungando le antenne con titubanza. Raggiunse lo spazio tra gli alberelli al centro della piazza - i sostegni avevano funzionato bene e i giovani fusti erano ancora solidamente ritti, anche se i rami erano allegramente spettinati. Le linee tracciate con il gesso erano sparite, sciacquate via in un attimo. Eppure, il gessetto era ancora lì. Solo un mozzicone giallo canarino, abbandonato sotto la panchina. Lei lo raccolse e sorrise. Poi si chinò, e cominciò a tracciare la prima linea del suo palco.
 
 
 

LOVESAPP- L'AMORE AI TEMPI DI WHATSAPP- PUNTATA 2- Di Fabrizio Colucci e Iacopo Melio


Iacopo:            Fà, e se l’amore fosse tutto una commedia?

Fabrizio:          Io sarei come il bambino che alle elementari fa l’albero alla recita di fine anno.

Iacopo:            Io l’erba.

Almeno a te incidono frasi d’amore.

A me al massimo mi strappano.

O mi brucano

Fabrizio:        Ma se lo diceva anche Baglioni: "baciarsi le labbra con un filo d’erba” non l’ho mai capita eh, però bella.

Iacopo:         Mah. Sarà che io i fili d’erba li ho sempre messi tra i pollici delle mani per soffiarci forte e farli fischiare...

Ma uscivano pernacchie.

 

ATTORI, NUMERI E VALORI di Virginia Puccianti


CHE FINE HA FATTO ENRICO PAPI di Jack Panforte



E così mentre ero intento a guardare le repliche di Sarabanda su Mediaset Extra alle 2 di notte ho ripensato al mio primo bacio. 

Mare, Riccione, anno 1997, 13 anni, brufoletti, capelli a caschetto e abbigliamento terrificante. Fossi stato una ragazza piuttosto avrei baciato un senzatetto con l'herpes. 

Non so grazie a quale sortilegio passibile di inquisizione ero riuscito (con la pazienza che solo chi ha sperimentato l'astinenza da contatto femminile è capace di portare) a circuire questa discreta ragazza di Alessandria. Molto carina. Essendo molto più alta di me optai per il bacio da seduti anche se l'impressione era che la sua malcelata puttananza l'avrebbe indotta a baciarmi anche nel peggior bagno del peggior autogrill del Pakistan (ammesso che in Pakistan ci siano gli autogrill e di conseguenza vorrei sapere com'è la rustichella in Pakistan). Ella si divincolava con la testa sulle mie gambe, distesa su una riparata panchina notturna, in un giardinetto fronte mare; tesa a fare capire al mio cervello tanto voglioso di baci quanto completamente rincoglionito dalla giovine età e dalla poca esperienza (la cosa più vicina al bacio prima di tale avvenimento è stata la consumazione del Calippo Frizz) che era il caso di BACIARLA PORCA PUTTANA!  

Tant'è che, obiettivamente, ho avuto l'impressione che prima di me avesse già baciato la stragrande maggioranza dei tredicenni di Alessandria e provincia. 

Preso da un irrefrenabile romanticismo la accompagnai al primo stabilimento balneare disponibile e postala su di un lettino la circuii con un braccio e tentai il bacio. 

Al primo contatto si sentì distintamente in tutto il territorio del comune di Riccione e più in la, in mare aperto fino ad un peschereccio in acque croate, un rumore come di collisione; tanto che il comandante del peschereccio croato controllò invano se vi fosse stato un impatto con un'altra imbarcazione. Il povero nostromo non poteva sapere che quel rumore proveniva dai miei denti che avevano colliso con i denti della bella e alta alessandrina a me avvinghiata. Mi sentii morire e l'imbarazzo mi salì alla testa; e se avessimo dovuto fare il CID? Io mi avvicinavo da destra, avevo 13 anni, niente assicurazione..chi avrebbe pagato il dentista? Mi accorsi però con un guizzo di intelligenza (forse il primo in vita mia) che ella era imbarazzata quanto me, forse convinta di essere stata lei la causa dell'incidente. 

Stavo già per chiedere una costatazione del perito dell'assicurazione che non avevo, quando tornammo a baciarci con passione come se non ci fosse mai stato nessun impatto dentale fra noi. Quindi quando fate un tamponamento in auto al semaforo non pensate al CID ma baciatevi, chiunque voi siate...e soprattutto qualcuno mi faccia sapere che fine ha fatto Enrico Papi! 

AMICI DI PALCO, di Andrea Mitri

Il primo ad accorgersi che qualcosa non andava fu Gunther Dietmar, il regista tedesco: un omaccione di un metro e novanta per 110 chili, che a scapito della corporatura era dotato di una sensibilità e di un’attenzione alla figura dell’attore, che ne faceva uno di quei maestri con cui lavorare almeno una volta nella vita.
Fu lui, a chiamare pausa, verso la fine della quarta scena del secondo atto, quando Alfredo Rugani si inceppò per la terza volta, in un apparente vuoto di memoria che andava a confliggere con la sua proverbiale capacità di non sbagliare una battuta.
Fu in quell’istante preciso, che l’attore italiano potè con certezza affermare a sé stesso, quello che negli ultimi minuti gli era sembrato di percepire: il suo amico immaginario era sparito.
Non che non ne avesse mai paventato la possibilità.
Spesso litigavano e si allontanavano l’uno dall’altro, anche per lungo periodo, ritrovandosi poi con rinnovata amicizia. A volte spariva durante le cene dopo il debutto, o nel bel mezzo di un’intervista. Non c’era stato ad esempio il 22 marzo del 1999, quando Alfredo ritirò il premio come miglior attore dell’anno per il suo meraviglioso personaggio di Mercuzio, e neppure quella volta che in tv si era abbassato a fare da ospite in una trasmissione del pomeriggio, su insistenza quasi maniacale del proprio agente, che voleva dargli una qualche visibilità fuori dal palcoscenico.
Ma mai Mark era mancato ad una prova, ad uno spettacolo o anche ad un semplice reading.
Non era mai successo, e per fortuna. Perchè senza la presenza del suo amico immaginario, Alfredo Rugani era un attore mediocre, incline allo stereotipo e peraltro posseduto da una sconcertante inclinazione al birignao, che lo avrebbe tolto in meno di 12 minuti da qualsiasi palcoscenico importante.
Perché era Mark ad entrare in azione quando il personaggio necessitava delle emozioni necessarie, lui che si accollava il pianto sconsolato, la rabbia incontenibile, l’invidia più subdola; ma anche il riso più irrefrenabile, l’allegria coinvolgente e la generosità estrema.
Non appena il testo o la situazione richiedevano una profondità più accentuata, era Mark che vi si infilava, incurante delle conseguenze derivabili per la propria persona. Anche le meravigliose scene di seduzione nel film “Matera 1990, una storia italiana” appartenevano a lui, dal momento che mai e poi mai Alfredo sarebbe riuscito ad innamorarsi di Pamela Feuerback, in quel modo così assoluto, al limite della follia, che la sceneggiatura richiedeva.
L’amico immaginario non era apparso in tenera età come a molti succede.
La prima volta della loro amicizia fu durante un corso di perfezionamento all’ Actor’s Studio di New York che il venticinquenne attore era riuscito a pagarsi offrendo corpo e volto alla pubblicità della Fiat Duna, mezzo di cui non erano poi andati fieri né lui né la Fiat.
Nel mezzo di un ricordo, che avrebbe dovuto risultare doloroso per lui e per l’anziana attrice americana che teneva il corso, Mark apparve,  piangendo di un pianto così singultante, che ad Alfredo gli ci vollero 10 minuti per calmarsi ed apprezzare appieno il commosso applauso che la classe gli aveva restituito al termine dell’improvvisazione.
Da allora sul palco erano stati sempre insieme; fino a questo fatidico 11 luglio 2013.
Che questa volta qualcosa potesse non andare per il verso giusto però, Alfredo avrebbe dovuto cominciare a sospettarlo già nel momento in cui gli avevano detto che il suo albergo era al numero 13 di Via Slataper; oppure quando la produzione stabilì che le prime repliche si sarebbero svolte dal 13 al 17 luglio. Superstizioso com’era, avrebbe dovuto ribellarsi, pretendere cambiamenti, premunirsi. E invece se n’era rimasto tranquillo, concentrandosi sul suo lavoro e godendosi il fatto di poter girovagare per più di un mese, negli angoli rimessi di questa città sveviana.


 

Il giorno della prova generale, Alfredo non si inceppò, ma mai raggiunse, nemmeno per un attimo, la credibilità, nel suo rappresentare quell’uomo disperato e tradito che il suo personaggio diveniva all’interno del dramma polacco che andava recitando.

Gunther Dietmar lo rincuorò, con la solita considerazione che quando una prova generale andava male, la prima sarebbe stato un successo.

Ma Alfredo dubitava che ciò sarebbe accaduto: era consapevole che se non fosse riapparso Mark, il debutto sarebbe stato un disastro, le repliche pure e la tournè una lenta inesorabile agonia. Stupidamente gli scrisse una lettera che non avrebbe mai potuto spedire, lo attese fino alle sei del mattino nella sua solitudine alberghiera e lo implorò di preghiere mai pronunciate prima.

Ma quando poi la sera del 13 il sipario si aprì, il suo amico immaginario non c’era.

Eppure, fu un successo comunque. La gente si commosse e pianse, di fronte alla sofferenza di quell’uomo che vagava per il palco, abbandonato per sempre dalla moglie che credendolo morto non aveva atteso più il suo ritorno e si era ricostruita una vita, da cui ora non voleva più staccarsi. E rise, di quella imbranataggine sottile che l’uomo aveva nell’affrontare oggetti che per vent’anni non aveva mai maneggiato.

Gli applausi finali durarono dodici minuti e quaranta secondi.

Fu al settimo minuto di questi, che Alfredo lo vide, alzarsi dal suo posto in decima fila , sorridergli a lungo e salutarlo , semplicemente accennando un piccolo gesto con la mano all’altezza della fronte.

E fu sempre allora che le lacrime gli uscirono calde e copiose lungo il viso, vere come mai gli era  capitato in tutti questi anni.

Alzò la mano anche lui e rispose al saluto, tenendo poi lo sguardo fisso su Mark che si allontanava.

Teneramente abbracciato a Pamela Feuerback.

GLUE di Francesco Mancini

Ho appena finito di fare lo spettacolo. Il sudore fin nelle mutande, ma contento come una mamma dopo il parto. Mi bruciano gli occhi, ma sorrido, mi inchino, mi inchino. Troia, ti sei divertita, eh? Dico al pubblico. Il pubblico applaude, sorride largamente. Lo so che sono bravo, ma ditelo, ditelo ancora! Considero che differenza dei pubblici, le donne dopo l'amplesso non usano applaudire; consuetudine che se fosse introdotta, incrementerebbe l'autostima dei partner. Anche se si trattasse di un applauso un pochino finto -di cortesia- come larga parte degli applausi dei pubblici teatrali, sarebbe comunque meno colloso delle coccole, o no? A proposito di colla, abbiamo recitato al “Glue”, vicino a Campo di Marte, Firenze; uno stanzone che funge da discoteca, sala concerti, cinema e sala parto, per stasera. Una prima. Del mio Hidalgo, che ha vinto pure un premio nazionale porco boia, il premio Sipario 2012 (Pubblicità Progresso). -E' andata benissimo!- precisa Norberto una volta che siamo in camerino, visibilmente sollevato, anche lui fradicio. L’impresa è stata titanica, senza scherzi: un'ora e mezzo di spettacolo zeppa di testo e movimento, solo noi due in scena, fatta con dieci giorni scarsi di prove. Fino a mezz'ora prima dell'inizio siamo stati a far memoria, e più la facevamo, meno ci ricordavamo. Inspiegabilmente in scena ci è venuto tutto -mica siamo noi sul palco, diceva Carmelo Bene- a parte un paio di trascurabili arrostini dei quali il pubblico non puo’ essersi accorto. -Molto bene ragazzi- decreta austero Pier Pedro Pedrini, il regista, austerità che cozza abbastanza con i tatuaggi multicolori che gli sbucano dalle maniche della raffinata camicia. Bene, mi asciugo la testa e vado ad affrontare i fans. Invece si apre di nuovo la porta del camerino e sgrano gli occhi come se fosse comparso ET. Non è ET: è Anna. Resto basito perché sono quasi tre anni che non ci vediamo, ma soprattutto perché Anna non è mai venuta a vedermi a teatro, a parte quando stavamo insieme (anche allora, solo qualche volta). Anna è il mio eterno amor di giovinezza che mi è costato tanto, soprattutto di analista. Ha i capelli abbastanza corti, adesso, e veste ancora casual-povero: roba larga e sformata. L'ultima volta che ci siamo visti -da amici- ha dichiarato che non voleva più vedermi da solo, per tutto quello che c'era stato. In effetti, lì non siamo da soli, c’è un sacco di gente. -Bravi, bravissimi!- dice Anna. Ci baciamo sulle guance, cortesemente. -Che ci fai da queste parti?- sorrido -Che bello vederti! -Sai, ho visto su Internet uno spettacolo del Martini, e ho detto: dai, andiamolo a vedere. Martini? Da quando mi chiama per cognome? -Sono contento che ti sia piaciuto. -Tanto. Davvero. Ora devo andare, sono con delle amiche. -Vediamoci, qualche volta. Anna fa un gesto come a dire: sicuro, che problema c'è? Certo, se non chiami mai... Come se fossi stato io a mettere il divieto, l’ultima volta. Mi guardo allo specchio come per ritrovarmi. Quando vedo Anna, mi ci vogliono almeno dieci minuti per riprendermi. Un tempo, i mesi. Norberto se ne accorge. -Che è? -C’è stata la mia ex. -Quella era la tua ex? -Si. -E che ti piglia? -Niente, che vuoi che mi pigli? Fuori, orgia; la zoccola che è in me vorrebbe concedersi tutta spalancata, invece con gli occhi corro a cercare Anna. Sta parlando con gente che non conosco, vede che la vedo e un po’ ricambia l’occhiata, un po’ fa finta di niente. Raccolgo i complimenti senza riserve della gente, e quelli puntigliosi degli addetti ai lavori “io avrei tagliato qui, avrei cambiato là, ma perché quella scelta …”. Sorrido e li mando a cagare mentalmente, dico due palle e torno a cercare Anna che già s’è data. Ricordo che non sopportava il teatro e i teatranti, era convinta che il teatro fosse ambiente promiscuo. Magari lo fosse ancora. Già non lo era più quando stavamo insieme, cara, l’era dei pesci è finita e finisce sempre più... Le scenate che mi faceva! A pensarci bene, cosa cazzo mi guardo in giro pavido come una sedicenne? Primo: non stiamo più insieme da un pezzo, secondo: mi ha fatto vedere i sorci verdi, porco boia! Dopo la ronda dei saluti, dopo aver bevuto che c’era bisogno, mi apparto appena fuori dal locale con Norberto, Pier Pedro e quelli del Glue per spartire il malloppo dell’incasso. Simbolico, per carità. Sapete, cari lettori ignavi, come funziona nei teatrini per i soldi? Ve lo dico io: 70% alla compagnia e 30% al teatro, al netto delle spese Siae. Lo so che non ve ne frega niente, ma ho deciso di essere onesto, almeno nella scrittura. Per il cibo, al Glue offrono qualcosa tipo zuppa di farro o simili, io e Norberto optiamo per un bel luridissimo panino alla salsiccia zeppo di salse al chioschino della mitica Piera, davanti al Palasport, che ora si chiama “Mandela Forum”. Saluto Norberto, fantasticando con lui che un giorno faremo l’Hidalgo alla Pergola, garantito, poi mi avvio alla macchina pensando che i miei capelli sono ancora parecchio bagnati. Sono in fissa coi capelli, io. Ognuno ha le fisse sue. Vedo che appoggiate alla mia macchina ci sono delle persone, il parcheggio è quasi vuoto. Mi preparo a chiedere ai suddetti gentilmente -non si sa mai- di spostarsi dalla portiera che devo salire, quando vedo Anna. Esce fuori dal gruppetto come da una quinta. E mi squadra, di rinterzo. Con lo sguardo m'asseconda, poi primeggia. Il gruppetto sono due gonzi ben piazzati, due dei centri sociali che lei ama tanto, a giudicare dall’abbigliamento e dal capello. La trovo in piedi davanti a me a un metro di distanza, mi guarda in un modo che non riesco a decifrare. Poi fa un cenno ai tipi che m'afferrano subitanei. -Ma che cazz… Anna sventola davanti a me la sua dolce manina, piena di anelli che non le avevo mai visto prima, poi mi molla un rovescio sulla guancia destra. -Ma sei rincretinita? Oh, lasciatemi! I tipi mi tengono serrato in una morsa, sono belli forti, noto. -Sai che se avessi voluto fare dei figli con me adesso saremmo una famiglia?- mi molla un'altro rovescio sulla guancia opposta, operando una gran torsione del busto e arrivandomi con tutto il peso del corpo. Sospetto che si sia allenata. Spero non si sia specializzata in capoeira e non usi anche i piedi. Sento il sapore metallico del sangue in bocca. -Un uomo che scappa sempre che uomo è? Hai un bell'infarcire le tue fughe da coniglio con la filosofia, sei solo uno che si caga sotto, secondo me. Mi viene in mente una frase di Platone: Fuga è rendersi simili a Dio, ma non mi pare il caso di citarla. Intanto un'altro colpo robusto mi becca lo zigomo destro, e il sangue questa volta lo vedo schizzare proprio, poi l'occhio destro mi diventa una macchia scura. -Stai rivangando cose di anni fa! Io sono tornato, lo sai bene, sei tu che poi non mi hai più voluto- sputo sangue -Io c'ero e non c'ero, lo so, sono immaturo, ma tu eri come me, non dire di no! -Io ero pronta, eri tu che scappavi! Ero immatura perché lo eri tu! M'arriva un'altro colpo sempre a destra, l'orecchio attacca a ronzarmi come un'antifurto. -Sei proprio un ragazzino, un fantoccio falso, vittima di tua madre! -Ora non fare la psicologa della domenica! Lei mi si piazza davanti alla faccia. Ha gli occhi rossi, o è un'impressione mia? Ma che è, un horror vero? Si china con calma, non riesco a vedere esattamente cosa prende in mano. Un bastone? Una spranga? Prima che riesca a decifrarlo, un tonfo sordo mi piomba alla radice del naso, e non sento più nulla. Panico, ambulanze, uno dei due energumeni mi sputa, oppure sono morto, il prete sentenzia che ero un bravo ragazzo, dopotutto, il funerale sembra un film, tutti sono in nero e piangono, anche Anna (un bel coraggio!) Mia zia, piangendo, deposita una scodella di pasta e fagioli sul feretro. Mia zia? Ma se è morta da anni! Pasta e fagioli? Mi sveglio. Sono un bagno di sudore. Un sogno! Un sogno grazie a Dio! Vado in bagno e mi lavo la faccia. Che è successo? Ieri ho fatto lo spettacolo al Glue, è stato bello, c'era Anna, molto insolito, e poi? L'ho salutata, mi ha lasciato il suo numero di telefono nuovo, ce l'ho sul comodino. La chiamerò? No. Per ora no