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lunedì 31 gennaio 2022

ORA DI RELIGIONE di Gabriele Giustri

Ora di Religione

Scuola Media Statale Emilio Salgari

Gabriele Giustri 1^ I

COMPITO

Racconta a parole tue la lettura della Bibbia fatta in classe con commenti e note.

 

Dimolti anni fa, prima del primo scudetto della Fiorentina, ma tanto tanto prima, insomma tanti anni fa, Dio*1, visto che gli uomini erano delle carogne pazzesche, s'arrabbiò di brutto. Arrabbiato oggi, arrabbiato domani, decide di far fuori tutti e ricominciare da capo, come quando il computer del babbo non va più e il babbo s'arrabbia come una bestia e alla fine spegne tutto e riaccende.

Dio, data la carognaggine dell'uomo, decide quindi di mandare un diluvio purificatore. Acqua dal cielo senza un domani. Poi però Dio si rende conto che gli animali non avevano fatto nulla e decide di salvarli, almeno una parte.

Dio si accorge però che proprio tutti stronzi gli uomini non erano, uno buono c'era. Chiamò allora Noè che era un tizio buono come il pane. Dio dice a Noè che deve costruire un'arca che poi è una barca molto grande che avrebbe contenuto tutte le coppie di animali e la sua famiglia, la Bibbia dice che Noè aveva seicento anni*2.

Noè costruisce l'arca e come per magia tutti gli animali a coppie si presentano e lui li accoglie bello tranquillo. Coppie di ogni animale: coccodrilli, scimmioni, gabbiani, fagiani, topi anche le piattole e le zanzare, arrivarono non si sa come anche i koala e i canguri*3 Una volta tutti dentro l'arca, cominciò a piovere quaranta giorni e quaranta notti*4. Appena smesso di piovere e appena spuntato il sole, Noè mandò un piccione per vedere se ci fosse stato della terra emersa ma questa bestia non tornò mai*5. Poi aspettò qualche altro giorno e rischiò la colomba, questa però tornò con un rametto di olivo nel becco*6. Terra, da qualche parte terra! Dopo lungo navigare l'arca si arenò sul monte Ararat, tutti gli animali scesero per ripopolare il mondo, così come la grande famiglia di Noè.

 

FINE

 

NOTE E COMMENTI

 

1 Dio: Divinità totale, onnipotente creatore di tutto.

2 Ma non c'era uno buono più giovane che so di quaranta/cinquant'anni? Far fare le cose pesanti ad un anziano è molto rischioso. I suoi figli? Quanti anni avevano? E poi i nipoti? Ci saranno stati? E i nipoti dei nipoti? Insomma un monte di gente, icché lo ha fatto a fare il diluvio?

3 Ma erano in Australia come avranno fatto? Salti lunghissimi?

4 Sull'arca ci sarà stato un caldo pazzesco e un puzzo di bestia da andar via di cervello.

5 I piccioni li deve aver avuti doppi.

6 Non si sa come, dopo le devastazioni del diluvio che, ricordiamolo ricoprì d'acqua il globo, ci fosse già un ulivo bello pronto...mah?!

 

Le zanzare: perché Noè non sfruttò la situazione del diluvio per farle sparire dalla Terra? Perché le ha salvate? Produceva Autan in segreto? A quei tempi non conoscevano né l'Australia, né i due poli,

 

mercoledì 30 giugno 2021

LA BELVA di Gabriele Giustri

Chicago era veramente un brutto posto se si frequentavano certi quartieri, per me però West Party era una specie di paradiso, ogni tanto poteva anche scapparci il morto ma era uno che sicuramente se lo meritava. La brava gente che si faceva gli affari suoi non era in pericolo. Nel quartiere la vita scorreva tranquilla, si poteva anche dormire con la porta aperta.

Però dopo il 15 aprile tutti avevamo un po' più di paura a girare per strada.

Accadde che in un giorno come tanti altri saranno state le tredici, in Hammer Avenue, davanti al cinema Little Italy, i fratelli La Canfora insieme alla famiglia La Fettuccia si presentassero armati fino ai denti per sfidare la banda Rutilio. La sparatoria non durò molto ma fu intensa, la banda Rutilio non esisteva più, erano tutti morti. I cadaveri però erano troppi. Una bambina, una bambina di otto anni giaceva in braccio alla madre, la donna era in lacrime ma non riusciva a gridare il suo dolore, tutti si affacciarono dai palazzi e videro cosa era successo.

In quel momento la mia vita prese una strada diversa dalla normalità. Dentro di me crebbe un odio verso tutto quello che era Mafia e killer. Mi sentivo impotente davanti a tutto questo, ma non sarei rimasto con le mani in mano. Vendetta ecco cosa echeggiava nella mia testa, vendetta! Li avrei trovati tutti e li avrei uccisi dal primo all'ultimo senza sconti per nessuno. Chiunque avesse fatto parte di una banda o di una famiglia mafiosa sarebbe passato a miglior vita e io bene o male, i mafiosi ed i malavitosi di Chicago li conoscevo quasi tutti grazie al fatto che mio padre era stato un poliziotto. Non so perché presi questa decisione, io in fondo sono sempre stato una persona tranquilla, ma a cinquant'anni non avendo una famiglia, non rischiando nulla, sarei stato il vendicatore invisibile.

Da dove iniziare? Uno come me sarebbe morto subito davanti ad un killer prezzolato delle varie bande non avrei mai potuto sostenere uno scontro faccia a faccia. Prima di tutto dovevo trovare un'arma. Andai fino ad Academy Avenue da Rocco Spino un armaiolo italiano che parlava solo dialetto catanese. Rocco mi vendette una pistola con il silenziatore, perfetta per quello che volevo fare.

Il vendicatore deve saper sparare bene, è la sua unica possibilità di salvezza ed io non avevo mai preso un'arma in mano. Mi recai fuori città, in campagna, in un posto isolato dove non ci fosse nessuno. Avevo un certo timore ad impugnare la pistola, puntai l'arma verso un albero e sparai, il rinculo fece andare il colpo in alto, allora presi una bottiglia la piazzai su di un ceppo e cominciai. Niente, non ne voleva sapere di farsi beccare dai miei proiettili, la bottiglia era lì intatta e i miei colpi andavano da tutt'altra parte. Alla fine però dopo molti spari tirati a vuoto riuscii a centrarla. Ci vollero giorni e giorni di proiettili e di bottiglie ma tutto sommato potevo dire di aver una buona mira.

Adesso quello che serviva era il coraggio di sparare ad un uomo, per quello non c'erano scuole c'era solo l'odio che dentro di me si faceva sempre più strada.

La prima vera occasione per mettere in atto i miei propositi di vendetta, mi si presentò una sera. Stavo rincasando quando davanti a me vidi Johnny il Giovane ed era solo. Johnny il Giovane era un uomo della famiglia dei La Fettuccia. Era solo, mi misi a seguirlo, ma quando entrò in un portone, tutto il mio entusiasmo si esaurì. E ora? Cosa fare? Lo avrei aspettato nel buio dell'androne del palazzo anche fino alla mattina se fosse servito. Poco dopo Johnny il Giovane uscì dall'ascensore chiuse le porte ed io dal buio della notte: flop! E Johnny il Giovane non era più tra i vivi. Senza aspettare uscii quasi di corsa, in strada non c'era nessuno e io volai a casa. Avevo l'adrenalina a mille sentivo gli orecchi e gli occhi pulsare e mi accorsi che stavo correndo. Il primo era andato ed era stato facile ora volevo vedere le prime reazioni che però non ci furono. Il giorno dopo sul giornale c'era un trafiletto ma niente di più. E la coscienza? La mia coscienza? Mi sentivo un leone, il re di Chicago e ancora non avevo fatto quasi niente.

Mi chiedevo. Continuare a fare fuori gli uomini dei La Fettuccia, oppure uccidere a caso? Intanto era scesa la sera ed io vagavo senza meta quando dal nulla apparve un uomo della famiglia Lo Cascio. I Lo Cascio vendevano droga e gestivano varie bische clandestine dove si poteva bere alcolici in quantità, erano potentissimi. Anche questa volta fu facile, mi avvicinai e lo seccai con un colpo alla testa. Mi sentivo bene. Mai stato meglio. Passata una settimana ne avevo uccisi cinque.

Nel quartiere la vita scorreva normale, nessuno ancora aveva capito. Uccidere i “cattivi” mi faceva stare bene. Naturalmente agivo sempre e solo di notte, di giorno era troppo pericoloso mi avrebbero potuto riconoscere.

Una sera verso le ventidue uscii di casa per vedere un po' il movimento, quando all'angolo vidi un uomo dei Della Monica che fumava, mi avvicinai e lo uccisi con un colpo secco alla testa. Non mi accorsi che nell'auto, appena posteggiata, c'erano altri due uomini dei Della Monica che accesero i fari e mi illuminarono. Fecero per scendere dall'auto ma io fui più svelto e li fulminai entrambi. Tremavo come una foglia, mi resi conto che avevo avuto molta fortuna, riuscire ad uccidere due killer era stata davvero fortuna per la paura che avevo avuto pensai anche di smettere, per ora mi era andata bene, ma il volto della bambina mi tornò in mente ed una voce mi riecheggiò in testa: vendetta!

Questa volta l'avevo fatta grossa. Tornai da Rocco Spino, l'armaiolo e comprai un piccolo mitra con il silenziatore. Ora avevo un'arma potente e silenziosa e mi sentivo più sicuro di prima.

L'idea era di andare al ristorante Da Mario, dove la famiglia Lo Cascio cenava tutti i giorni. Fuori del ristorante c'erano tre gorilla armati a fare la guardia seduti in macchina. Senza dare nell'occhio mi avvicinai all'auto dei Lo Cascio, avevano i finestrini abbassati, strisciai per quei pochi metri, mi concentrai e con uno scatto li seccai tutti e tre. Sembravano addormentati. Nessuno si era accorto di nulla, a quel punto entrai nel ristorante. La sala era vuota solo in un angolo appartato c'era un tavolo da dodici tutto occupato dai Lo Cascio. Padre, figlio grande, figlio piccolo, un prete e tutta la scorta, tutti killer professionisti. Erano armati fino ai denti. Sapevo per sentito dire che il padre, Salvatore Lo Cascio, aveva due pistole sotto la giacca. Mi avvicinai rapidissimo tirai fuori il mitra e feci fuoco. Nessuno fece a tempo a reagire. Tutti e dodici, morti. La famiglia Lo Cascio non esisteva più. Con la massima calma uscii dal ristorante guardai il cameriere gli strizzai un occhio e presi la via di casa.

Il giorno dopo sul Chicago Herald si legge di un grave regolamento di conti tra famiglie mafiose già conosciute dalla polizia. Chi era stato? Non si sapeva. La cosa che più mi esaltava era che anche tra i malavitosi tutto galleggiava nel mistero. Nessuno era stato, tra di loro nessuno avrebbe fatto questo ai Lo Cascio. Il clima era veramente infuocato ora tutti loro cominciavano ad aver paura.

Da anni la domenica amavo fare colazione all'italiana e così andavo a Little Italy al Bar Azzurro e mangiavo un bombolone con il cappuccino. Nel locale non si parlava d'altro che del massacro dei Lo Cascio. Ognuno diceva la sua. Io pagai ed uscii fuori.

Il funerale dei Lo Cascio si sarebbe svolto dopo due giorni. Sarebbero intervenuti tutti i peggiori elementi della città. Avrei potuto fare una vera e propria strage ma sarebbero stati troppi per uno solo. Li avrei presi tutti di sorpresa, ci sarebbe voluto una bella bomba, allora sì che sarebbero morti tutti. Come minimo ci sarebbero state trecento persone al funerale.

Tornai da Rocco Spino che mi disse: “Che fai la pesca con la dinamite? Ti darò 20 candelotti, di più non posso perché ne sono sprovvisto. Stai attento con questa roba se te ne scoppia uno fai saltare l'intero palazzo!”

Andai al cimitero e chiesi dove sarebbero stati sepolti i Lo Cascio. La cappella di famiglia era già pronta c'erano già alcune corone di fiori. Piazzai una bomba nella cappella e una fuori dietro i mazzi di fiori già posizionati. Non si vedeva nulla anche il filo del detonatore era ben nascosto, nessuno si sarebbe accorto. Sarebbe stato un grande botto con tanti morti.

Mi rendevo conto che ero impazzito, questa storia ormai mi aveva preso la mano. E se nel cimitero ci fossero stati degli innocenti? Non è come con la pistola pum colpo secco e via. Qui c'era la dinamite. Decisi di dormire nel cimitero per avere un margine di vantaggio.

Alle otto e trenta cominciarono ad arrivare le prime auto, “dei bonificatori”. Avrebbero evacuato l'intero cimitero dagli estranei al funerale. Mi ero appostato in un ottimo punto avevo il detonatore in mano e tremavo come una foglia. Intanto i primi ospiti stavano entrando con le loro auto tutti vestiti uguali di nero. Alle dieci il cimitero era pieno della peggior feccia di Chicago.

Aspettai che arrivasse il prete ed agii sul detonatore. Fu incredibile, un esplosione pazzesca, credevo di aver distrutto tutto il cimitero. Non ci credevo quasi.

Quando il fumo e la polvere si posarono vidi cosa era successo. Non vi saprei dire con esattezza ma penso che ci saranno stati trecento morti. Avevo fatto una strage. Uno come me era stato capace di fare tanto! Stavo da dio, ero entusiasta di quello che avevo fatto. Mi tenni nascosto fino a sera poi in piena notte, tornai a casa.

Mi recai dove sapevo abitasse la madre della bambina uccisa, presi un foglio e ci scrissi sopra “Vendetta è fatta!” e lo infilai nella cassetta della posta.

E ora? Cosa avrei fatto ora? Più della metà dei malavitosi di Chicago era sotto terra per sempre. Nessuno mi aveva mai visto, nessuno mi conosceva, nessuno sapeva chi fossi. Ero un uomo invisibile.

Attenzione là fuori, a giro per la città c'è una Belva.

sabato 30 maggio 2020

HARD BOILED di Gabriele Giustri e Francesco Barilli


I vetri sporchi, la polvere ovunque, puzzo di fumo e mozziconi spenti qui e là in almeno tre portacenere, quattro bottiglie di whisky facevano del mio ufficio un vero schifo, una fogna. Non mi potevo permettere una donna delle pulizie e per il resto me la passavo veramente male. Ormai erano mesi che non vedevo uno straccio di cliente. Nessuno che avesse bisogno di Sam Watson, nessuno che avesse bisogno di un detective privato a cento dollari il giorno più le spese.
Eppure sono sempre stato bravo nel mio mestiere. Con la polizia avevo avuto sempre un buon rapporto, reciproco se si vuole, come nel caso della bambina scomparsa o in quello dell'eredità Zabrinsky Tutta roba che era andata sui giornali. Ero lì seduto in poltrona a chiedermi se era il caso di chiudere l'attività e trasferirmi a San Francisco.
D'improvviso vidi una sagoma dietro la porta a vetri. Qualcuno bussò e io come un'automa dissi:
-          Avanti!
L'uomo entrò nell'ufficio e quando mi vide quasi trasalì.
-          Buongiorno, si accomodi
Si sedette sulla sedia, sembrava sfinito, eppure se è venuto da me è per un motivo ben preciso. Io infatti non sono un supermercato ma un detective.
-          Le dico subito che i soldi non sono un problema Sig. Watson mi ha fatto il suo nome il capo della polizia.
-          Che cosa vuole da me? A che cosa Le servono i miei servigi?
-          Cerco mia moglie. E' scomparsa da più dio tre settimane. Cosa devo fare? Sto impazzendo!
-          Lei è facoltoso signor...
-          Giusto ancora non le ho detto il mio nome, Patrick Wilson
-          Della Wilson & Wilson? (Un colosso legato a tutto quello che serve a farsi la barba, dalle lamette ai saponi dalle schiume ai dopobarba.)
-          Lei è facoltoso! Ha pensato che sua moglie si sia allontanata volutamente con uno scopo?
-          No mia moglie non si allontana senza prima avvisare. Ha una sorella in Italia e quando va a trovarla si prepara almeno una settimana prima, Mia moglie è molto metodica.
-          Potrebbe essere stata rapita per chiedere un riscatto, mi ha appena confermato che lei è molto facoltoso, non sarebbe la prima volta!
-          Ma dopo tre settimane? Possibile? Si sarebbero fatti vivi!
-          Si è vero, ma spesso aspettano per fare calmare le acque. Forse sono troppo ardito, ma ad un tradimento amoroso ci ha pensato? Una fuga d'amore? Sua moglie potrebbe avere perso la testa per qualcuno...
-          No lei non conosce mia moglie e non l'ha mai vista. Nessuno potrebbe scappare con lei. Si, perché anche se io l'amo con tutto me stesso, mia moglie è bruttissima. Molto brutta. Brutta che più brutta non si può. Mostruosa ecco!
Rimasi un attimo interdetto, non era una battuta di spirito il sig. Wilson era serio non stava scherzando.
-          Ha una foto di sua moglie?
-          Si due belle grandi, così si potrà rendere conto della sua peculiarità!
Presi le foto e le guardai. Si, brutta ma non bruttissima.
-          Non mi sembra così brutta come dice lei?
-          Si è vero nella foto migliora. Comunque io so con chi ho a che fare se le dico che la fuga d'amore è un'idea da scartare a priori!
-          Le dico subito Mr Wilson che è molto difficile trovare le persone scomparse. Solo negli Stati Uniti se ne contano migliaia ogni anno. Se ne vanno, spariscono, forse sono stanchi della loro vita...E' un mistero.
-          Bene allora io voglio che lei scopra il mistero.
-          Come si chiama sua moglie?
-          Alessandra, Alessandra Boretti, è italiana.
-          Mi dica, sua moglie, oltre lei, chi frequentava?
-          L'unica cosa che faceva era partecipare alle riunioni di un circolo per la precisione “Il circolo della buona cucina” di Emma Gallagher. S'incontrano una volta alla settimana e parlano di ricette, di bon ton. Tutta roba d'altri tempi. Ci va molto volentieri.
-          Night, Pub, Niente?
-          Ma sta scherzando? No, gliel'ho detto! Mia moglie è un tipo casa e chiesa, per usare una frase fatta.
-          Ok Mr Wilson, accetto il caso, troverò sua moglie e...
-          ...voglio un rapporto giornaliero, vado al letto molto tardi può chiamarmi anche di notte.
-          Bene ogni sera la chiamerò anche se non ci saranno sviluppi.
Wilson si alzò salutò ed uscì da mio ufficio.
-          Finalmente si torna a lavorare, potrò pagare alcuni debiti. Ma avrò fatto bene? Avrò fatto bene ad accettare questo incarico?
Parlavo da solo come un cretino. Capita, quando si è soli. E anche quando si è cretini. Va bene, bando alle ciance. Dovevo parlare con la Sig.ra Emma Gallagher. Ma mi serviva la Macchina da Sceneggiata. Quando si va incontrare gente con i soldi non ti puoi presentare con la bagnarola con cui vai a fare i pedinamenti. I ricchi sentono la puzza di povero lontano un miglio. Il piccolo Alan (piccolo era un complimento, era davvero un nano) dell’autorimessa Thompson faceva al caso mio. Ogni tanto prendeva a prestito le macchine dai ricconi che posteggiavano le loro auto a settimane intere e me le dava in gentile concessione quando c’era qualcuno da impressionare. La Chevy Bel Air che mi dette quella volta era grande come un vaporetto: azzurra, portiere con bande bianche, cerchioni cromati giganteschi. Dovevo sembrare un pappone.
Ma mai quanto lo strano tipo che in teoria doveva essere il maggiordomo di quel villone sulla Mulholland  n° 7212, due piani di color azzurro chiaro con un bel giardino intorno. Sulla cassetta della posta oltre al nome Gallagher c'era anche una targa con su scritto “Il circolo della buona cucina”.
Il maggiordomo era nero, scarpe lucide, livrea da ammiraglio. Sembrava dovesse mettersi a cantare Chattanooga Chu chu da un momento all’altro. Era leggermente strabico. Oppure stava parlando al mio amico invisibile che vedeva soltanto nella sua testona lucida. Prese il mio biglietto da visita come se stesse decifrando un codice atzeco. Poi alla scritta “detective”, si ricordò di non avere il permesso di soggiorno in regola e sfoderò un gran sorriso.
“Si accomodi” mi disse in perfetto accento del District. Entrai in quello che era il salone lussuoso più fasullo che avessi mai visto. Entrando sulla sinistra c’era addirittura una fontana con i puttini, sulla parete era appesa un’imitazione di un quadro italiano del ‘500: Parmigianino, o uno di quei nomi assurdi, con la solita divinità greco romana dalla pelle diafana e il cavallo bianco, sproporzionato, per non dire gigantesco.
Feci a tempo a poggiare sulla poltrona damascata rossa i miei pantaloni grigi presi a noleggio che subito schizzai sull’attenti come un soldatino di fronte a un sergente pazzo in trincea.
Emma Gallagher era entrata nella stanza. Vestita leggera, elegante. Molto bella, sui quaranta cinque. Capelli castani, occhi blu. Metteva in soggezione, con quelle labbra che sembravano due confetti rossi poggiati su una bomboniera. Mi sarei trovato più a mio agio seduto nella mia Chevrolet, ma non si può entrare in casa della gente sfondando i vetri, per quanto sia bello il tuo macchinone.
Le porsi il mio biglietto da visita, senza smettere di fissarle le labbra. Dovevo piantarla di sembrare un dannato maniaco e darmi una calmata.
-          Posso offrirle qualcosa da bere?
-          No, la ringrazio, signora Gallagher.
-          … Signorina, s’affrettò a precisare
Trasalii. Soltanto a San Pedro Street avevo visto una commediola sexy con testi tanto scadenti. Dubitavo però che saremmo finiti a rotolarci nel lettone al piano di sopra.
-          Arrivo subito al punto, signorina Gallagher. Si tratta della signora Boretti.
-          Oh. La cara Alessandra. Di che si tratta?
Stavo per iniziare a raccontare la mia tiritera, quando il maggiordomo entrò con un vassoio. Dentro di me speravo che con quelle scarpe lucide inciampasse come un tacchino, ma restò perfettamente in equilibrio e appoggiò il vassoio con due infusi d’erbe sul tavolinetto di marmo davanti a noi. Di solito non bevo quella roba neanche sotto minaccia di armi da fuoco, ma Lei sorrideva.
-Lo preparo io. E’ rilassante- disse la signorina Gallagher.
- Lo prendo volentieri- dissi mentendo con spudoratezza. Ci scommetto che era una vita che una donna come lei si sorbiva menzogne da parte di meschini idioti come me. Fui inondato da un odore fruttato alle erbe che avrebbe fatto vomitare anche un cammello e buttai giù, nella maniera più educata possibile.
-          Le piace?
-          Molto rilassante- risposi.
-          Vero? … Ma mi stava parlando della cara Alessandra che le è successo?
-          E’ scomparsa. Suo marito la sta cercando. Ed è molto preoccupato
-          Ah, davvero.
Non capivo dove voleva andare a parare. In condizioni normali le avrei dato ragione e basta. Ma stavo lavorando, quindi chiesi: - il loro matrimonio… non è felice
La signorina Gallagher sospirò. Poi con aria cupa rispose: - suo marito non la vedrebbe neanche se lei si spogliasse davanti ai suoi occhi, in camera da pranzo.
-          Che intende dire?
-          Che non la valorizza. Non sa vedere la bellezza che è in lei.
Stavo per replicare, ma mi morsi la lingua. Dire a una donna bella che la sua cara Alessandra è brutta come una serpe uscita da una scatolone in soffitta non è una cosa elegante.
-          Beh, in ogni caso il marito mi è sembrato preoccupato.
-          E … lui ha provato a cercarla?
-          Ha incaricato me.
-          Certo. Capisco.
-          Ho come l’impressione che lei sappia dove sia.
La signorina Gallagher si piego verso di me. Una remota parte del mio cervello ipotizzò che volesse baciarmi. Invece si limitò passarmi un biglietto da visita “Skid Row Dance Hall, Central City East 809”.
Scivolò via dalla stanza e mi lasciò là come un salame, a immaginarmi le sue labbra a confetto e la pelle rosata. Dopo qualche minuto mi decisi a levare le tende. Mi sentivo scombussolato. Ubriaco, quasi: la strada che mi aveva portato laggiù aveva più curve che all’andata. Visto però che il pomeriggio era passato da un pezzo, decisi di guadagnarmi la paga giornaliera andando a visitare il locale di Skid Row. Alla peggio avrei dato un’occhiata a qualche venticinquenne che si abbarbicava su un palo con il sottofondo di qualche canzone di Sheryl Crow.
Venti minuti dopo ero là, e il diavolo mi porti all’inferno se non ero rimasto di sasso davanti alla scena che avevo davanti. C’era la musica, il palo e la femmina che si agitava al ritmo della canzone. Quella femmina era Alessandra Boretti, vi posso assicurare che era un bel bocconcino.
Niente a che fare con la faccia da sparviero della foto che mi aveva dato il marito. Ogni curva era al posto giusto e anche il viso era molto più che attraente. Nel suo genere, era uno schianto.
Aspettai che finisse il suo numero, poi ci parlai.
-          Come ha fatto a trovarmi?
Insomma, non un dialogo indimenticabile, per chi fa il mio lavoro. Le domande, sempre le stesse, e le espressioni del viso di chi scappa. Un misto di ansia, rimorso, voglia di perdono. In genere se uso gli argomenti giusti, riesco a far tornare alla tana tutti i coniglietti che scappano. E quello era un gran bel coniglietto, se proprio devo dire.

L’appuntamento con il mio cliente, il signor Wilson, era alle nove di quella sera. Giusto il tempo di dare un’occhiata alle carte, pensavo, invece avevo trovato un regalino. Un sacchettino profumato, dalla signorina Gallagher. D'improvviso vidi una sagoma dietro la porta a vetri.
-          L’ha ritrovata?
-          Sì.
-          Dov’è?
-          Abbiamo appuntamento qui tra mezz’ora. Si sieda.
-          Se è per i soldi le assicuro che…
-          Si sieda.
-          Che succede? Sta bene?
-          Sta benissimo. Gradisce un infuso? E’ molto rilassante.
-          No, se non c’è del gin dentro.
-          Lo prenda.
Allungai la tazzina verso il mio cliente. Profumava in modo intenso, ammaliante.
-          Lei non lo prende?
-          L’ho già fatto. Lo prepara una mia amica. Erbe aromatiche, un goccio di vino bordeaux, dulcamara, laudano. Mandragola. Com’è?
-          Molto … Rilassante.
-          Che le dicevo? Vede, io non sono qui per farle la predica. Stasera però ho avuto modo di farmi un po’ i fatti suoi. Le sue amicizie, specie femminili, i suoi viaggetti. Vede, sono un uomo di mondo.
-          Ma…
-          Mi lasci finire. Ecco, finisca anche lei il suo infuso. Vede, io lo capisco che dopo anni di convivenza vengano meno alcune attenzioni, alcuni.. particolari. Piccoli dettagli che fanno andare via le donne. Non crede? Piccole… vanità.
-          Vanità? Mia moglie è…
-          Bruttissima. Orrenda. E’ cosi che me l’ha descritta quando ci siamo incontrati. Ma le donne sono sempre un po’ streghe, un po’ fattucchiere. In grado di escogitare qualche piccolo trucco per rendersi di nuovo desiderabili.
-          E’ questo che mi sta dicendo? Che Alessandra se n’è andata per farsi ...
-          Cercare, certo. Quale donna non lo fa?
Sentimmo bussare alla porta a vetri. La signora Boretti Wilson entrò nell’ufficio. Il marito restò fermo a fissarla, a bocca aperta. Avrei potuto sparare un colpo di pistola in aria, e lui non si sarebbe mosso. Finalmente si decise a parlare.
-          Ma tu… sei … bellissima!
Lei stava per rispondere, ma il marito non le lasciò neanche aprire bocca. L’abbracciò con veemenza, e di lì fu un susseguirsi di miagolii imbarazzanti. Li lasciai allontanare dalla stanza, avvinghiati come pitoni, tra promesse d’amore e qualche piccola sconcezza che si perdona a due persone che stanno insieme da tanti anni. Camminavano stretti, con lui che inciampava di continuo, scombussolato. Ubriaco, quasi.

Rimasi solo, con i vetri sporchi, la polvere ovunque, puzzo di fumo, mozziconi spenti qui e là e bottiglie di whisky. Un vero schifo, una fogna. Afferrai il regalo della mia nuova amica, la signorina Gallagher, tenendo tra le dita quelle piccole eppure miracolose erbe. Chiedendomi se la signora Boretti fosse all’oscuro di quel curioso elisir, o se anche lei, come il marito, desse il merito di quella ritrovata passione amorosa a un gioco del caso.

Cercai di mettere a fuoco nella mia testa la signorina Gallagher: era uno schianto anche prima di bere il suo dannato infuso d’erbe, oppure soltanto dopo? Non riuscivo a ricordare.

Il telefono squillò. Una voce roca impastata:
-          Credo che mio cognato e mia moglie vogliano uccidermi.
La mia vecchia vita da detective scapolo veniva a reclamarmi. Mi sedetti, pronto ad ascoltare la storia del mio nuovo cliente.
-          Si calmi. Mi dica tutto, dissi, accendendomi una sigaretta.