Tre giorni prima della cerimonia della mia nomina a
Claustero, Diana mi diede appuntamento per le 18, dietro il deposito degli
attrezzi agricoli, subito dopo la casa del Primiero Osvaldo. E lo fece
baciandomi di nascosto, dietro l’angolo del vicolo del Grano, in maniera
talmente veloce da lasciarmi dubbioso sul fatto che le nostre lingue si fossero
incrociate.
Era la prima volta, in diciassette anni di famelica
crescita insieme, di giochi nella terra, corse nei campi, preghiere e libri
condivisi. Era l’esplicarsi di una possibilità sotterranea mai incoraggiata
dall’una o dall’altra parte, ma inconsciamente contemplata come normalità
comune di un qualsiasi giorno a venire della vita condivisa che mi sembrava di
avere, sino ad allora, controllato.
Attesi l’arrivo del buio con trepidazione.
Il sole non voleva saperne di sparire, continuava a
stagliarsi arancione nel cielo, abbassandosi molto lentamente verso
l’orizzonte. Poi d’improvviso scomparve dietro la collina, lasciandomi alle
retine una macchia rossastra che inconsciamente identificai con il colore della
passione.
Camminai allora con indifferenza verso il deposito,
fingendo di essere assorto in chissà quali filosofici pensieri: sul nostro
stare al mondo, sulla lungimiranza di Dio, sulla necessità delle zanzare.
Lei mi aspettava nell’oscurità.
Mi baciò di nuovo e questa volta si, le lingue si
incrociarono, con certezza.
Poi a bruciapelo mi disse che tra un paio di ore se ne
sarebbe andata: avrebbe risalito la collina e sarebbe poi scesa verso l’abitato
sottostante per prendere l’autobus delle 6.30 verso la città, dove l’aspettava
quell’operaio che aveva lavorato al cambio delle tubazioni nel Palazzo degli
Incontri, cinque mesi prima.
- Quello biondo con gli occhi castani? – chiesi.
- Quello castano con gli occhi scuri – mi rispose.
Ma io, in realtà, non riuscivo a immaginarmi nessuno
dei due.
Era come se il mondo si fosse fermato in quel preciso
istante ed io non potessi più muovermi né avanti né indietro, né nel tempo né
nello spazio; ma solo fissare, attonito, i suoi occhi azzurri.
Obiettai a fatica che era una follia, che i suoi se ne
sarebbero accorti.
Lei rispose che era l’anniversario del Primo
Concepimento Familiare e quindi i suoi genitori si sarebbero chiusi in camera
subito dopo cena e non ne sarebbero usciti fino al mattino, al suono della
Sveglia Generale.
Non ho mai creduto alle fughe, né alle rivoluzioni che
conducono in altri luoghi, lontano da quelle che molti considerano costrizioni
ed io, invece, ho reputato, per tutta la mia vita, le necessarie regole per non
perdersi nel mondo.
Ma accompagnandola verso casa per l’ultima volta, in
quel silenzio assordante che avrei voluto spezzare, mi appariva più chiaro che
i sogni avventurosi di cui avevamo riempito i nostri ultimi pomeriggi erano per
lei desideri reali e non giochi in attesa del tramonto. Che l’insofferenza nei
confronti delle cose che ci circondavano, non era un momento di ribellione
adolescenziale ma l’essenza della sua persona.
Non ci baciammo più, solo ci tenemmo a lungo le mani
senza scambiare parola, lasciando alle cellule di superficie, probabilmente più
melodrammatiche di noi, il compito di legarci apparentemente per sempre.
Tre giorni dopo, davanti alla comunità sofferente, io
ribadii la mia promessa al servizio di Dio, cercando nelle parole apposta
realizzate dai Saggi ai tempi della Diaspora la consapevolezza di essere ancora
nel giusto.
Alla fine della Promessa, fuori dai dettami
concordati, provai a lanciare una preghiera per l’anima della nostra sorella
Diana. Ma la mia richiesta cadde nel vuoto di un silenzio ostile, lasciandomi perplesso
sul concetto di misericordia di cui avevano permeato la mia educazione.
E di lei nella nostra comunità non si seppe più nulla.
Di veritiero intendo, perché le voci che negli anni si
rincorsero la davano inizialmente finita in mano a degli sfruttatori,
successivamente sposata ad un narcotrafficante e talvolta morta, ingrassata, in
un incidente stradale a Cuba o di stenti in una località montana del Nord
Italia.
Un ventaglio di ipotesi variegate che lavoravano
comunque tutte nella direzione di una qualunque tremebonda espiazione per la
colpa commessa.
All’insaputa di tutti, nel totale segreto, io ho
mantenuto con lei i contatti in tutti questi anni, lungo tutto l’arco del tempo
che ci ha condotti fino a questo odierno ultimo atto.
Diradati nel tempo.
A volte lungamente attesi nell’assenza.
Fino a quando una qualche tubatura dell’acquedotto non
si rompeva ed arrivava allora dalla città un uomo con i capelli castani e gli
occhi scuri a consegnarmi delle buste color turchese. Inizialmente già aperte,
ma poi, con l’andar del tempo chiuse, grazie ad una accettazione fiduciosa del
contenuto a me rivolto.
Internamente, fogli fittamente scritti in cui mi
raccontava le città e il mondo, le gioie e i dolori, altre regole, altri
paesaggi, altri modi di rendere grazie alla vita donataci da nostro Signore.
Lettere che poi, in tempi successivi più frequenti, mi
ha portato un ragazzo castano con gli occhi azzurri, testimone reale del fatto
che la vita prosegue, in ogni forma e in ogni luogo, indipendentemente dalle
regole in cui noi proviamo a circoscriverla.
Fino a questa mattina senza lettera.
Una mattina di occhi azzurri da ragazzo inondati di
lacrime, di mani di ragazzo strette nelle mie, quasi a ricercare la memoria
epiteliale che mi piace pensare sua madre gli abbia suggerito di ritrovare
anche in me, prima di lasciare questa terra.
E di colpo ho realizzato che sono stato anche un’altra
vita, in un altro dove da qui, in cui attraversavo il mondo con i passi di
un’altra persona, osservavo il tramonto sul mare attraverso altri occhi.
Un’altra vita di cui mi sono riempito giorno per giorno, senza mai rimpiangere
che non fosse la mia: ma consapevole che qualcuno che non mi dimenticava ne
viveva un pezzetto anche per me.
E anche, che l’ultimo messaggio era quello di
ringraziamento per avere conservato lei, Diana, in un piccolo spazio segreto,
nel contesto di queste sue radici abbandonate, in questo mondo imprigionante da
cui era riuscita ad allontanarsi.
Per questo ora prego ad alta voce davanti a questa
comunità che mi ha insegnato a divenire, controvoglia, il suo Primiero, il suo
punto di riferimento. Prego ad alta voce, quasi urlando, davanti ai fratelli e
alle sorelle increduli: prego per la sorella Diana che ha visto il mondo senza
protezione, senza appigli a regole imposte, senza il conforto di questo nostro
Signore che, dall’alto, qui ci guida nel nostro percorso predestinato.
E mentre congedo gli astanti chiedendo per loro la
protezione di Dio so già che domattina alle 6.30 prenderò l’autobus e andrò per
il mondo.
Chè non ha più senso, per me, rimanere qui.