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domenica 31 luglio 2022

APPARIZIONI di Andrea Mitri

Per il trentesimo compleanno di nostra madre, nostro padre le aveva regalato una cometa.

Ma noi non lo sapevamo.

In primis perché nostro padre se ne andò in Sudamerica quando mia sorella gemella ed io avevamo tre anni; secondariamente perché mia madre tenne segreta la cosa fino alla mattina del 7 aprile 2006, quando dopo averci messo al corrente della cosa disse:

- Il 10 aprile passa per la prima volta a distanza visibile. Poi ci vorranno altri 35 anni. Ma io questa soddisfazione a quel bastardo non gliela darò –

Morì la notte successiva ed io e mia sorella rimanemmo a lungo a pensare se seppellirla il giorno della apparizione della cometa sarebbe stato un gesto di riconciliazione familiare o una negazione delle volontà separatiste di una donna che, per quanto ne sapevamo, non si era più mescolata ad un altro uomo.

Alla fine propendemmo per l’ipotesi della riconciliazione convinti che sarebbe stato importante per lei il non avere strascichi, nel caso la reincarnazione delle anime non fosse una ipotesi tra le altre ma una certezza nel tempo prossimo a venire acquisita.

Ci pareva bello poi, che nel momento esatto in cui avremmo seppellito le sue ceneri nel giardino di casa la cometa potesse apparire ed in qualche modo, scientificamente non dimostrabile, illuminare tutta la scena.

Il 9 aprile passammo buona parte del giorno a naso in sù in direzione est, da dove secondo gli appunti lasciati da mio padre dietro il certificato di possesso, avrebbe dovuto apparire la scia luminosa. Verso sera ci sembrò di percepire dei movimenti nell’area prestabilita: ma fu un falso allarme.

Il fatto era che per quanto avessimo cercato su libri, riviste di settore ed internet, non vi era traccia del possibile passaggio di FT70123, la cometa che, da certificato, mio padre aveva regalato a mia madre.

Possedevamo niente più che un pezzo di carta con il timbro Agenzia Aerospaziale Italiana rilasciato in data 10 giugno 1972 da un non meglio identificato ufficio sito in Via Curtatone e Montanara 12 a Frosinone, dove ora risultava esserci la sede di uno studio di avvocati.

Della cometa non apparve traccia nemmeno la notte, quando per leggi della fisica assodate, sarebbe risultata perlomeno più visibile, pur se confusa in mezzo a tutte le altre stelle a brillare nel cielo.

Ci rassegnammo perciò a seppellire le ceneri di nostra madre il mattino del 10 aprile alle ore 11, quando al di sopra delle nostre teste l’unica cosa che si muoveva erano due merli che dovevano aver figliato in zona.

Fu nel momento preciso in cui cominciammo a ricoprire l’urna di terra che ci accorgemmo di quell’uomo al cancello, vestito di nero con una cravatta gialla, i capelli bianchi leggermente lunghi ed una cometa stilizzata di cartone colorato d’argento tra le braccia.

E mentre mia sorella scoppiava in singulti che si muovevano nel territorio tra il pianto ed il riso, a me riusciva solo di pensare che se quello era mio padre, per qualche motivo da comprendere prossimamente mia madre gli aveva voluto bene.

E forse, col tempo, avrei dovuto volergli bene anch’io. 

lunedì 31 gennaio 2022

RITROVAMENTI di Andrea Mitri

MP3 su chiavetta ritrovato dagli Scavatori Celesti durante la spedizione sul Pianeta Terra nel 2098. La datazione degli storici si aggira tra il 2025 e il 2027. La voce potrebbe essere quella di Luca Barbareschi, attore e regista dell’epoca. Trattasi di frammento di discorso più ampio.

…Il bando lo abbiamo vinto nel 2022.

Era dedicato alle Rievocazioni Storiche di interesse culturale, ma facevano punteggio in quell’anno anche Pasolini e il concetto di Resilienza applicato alla comunità viaggiante dei Luna Park.

Fin da subito avevamo chiaro in che direzione muoverci, ovvero in quella di ridare speranza ed utilità a tutte quelle persone che oramai avevano superato i sessanta e vivevano in una specie di limbo nebbioso in cui difficilmente riuscivano a dare un senso alla loro storia precedente.

Sono stati tre anni di duro lavoro, alla ricerca di testimonianze, di ricordi, di filmati da visionare e foto a cui ispirarci. In questo senso dobbiamo ringraziare diverse persone che hanno collaborato con noi: dai genitori, dei ragazzi over 35 che compongono il nostro gruppo, ai giornalisti, al sito cantautoriitalianiannisettanta.it e tanti altri che sarebbe lungo ora citare i quali con i loro consigli e i loro materiali hanno implementato il nostro progetto.

Un percorso difficile dicevo, ma che oggi ci porta ad inaugurare, con soddisfazione, qui ai Giardini Fabrizio De Andrè, il nostro parco tematico dedicato alla Vecchia Sinistra, nella speranza di dare, intanto alla comunità territoriale tutta un punto di riferimento, ma soprattutto una possibilità di conservazione e diffusione ad una memoria rivoluzionaria di cui ci resta solo qualche poster ingiallito di Che Guevara appeso in qualche cameretta vintage.

E’ un parco tematico che potete visitare seguendo il percorso approntato dai nostri storici o che potete affrontare in maniera più “guerrigliera” affidandovi al vostro istinto, alla vostra curiosità o, a seconda della vostra età, alle esperienze di vita vissuta.

L’idea è quella di ritrovare l’atmosfera dei bei tempi andati, di rivivere un po’ di quel sano spirito rivoluzionario che è così difficile ritrovare nella vita di oggi.

Ci sono i banchetti in cui firmare per la pace in Medio Oriente, il padiglione dei concerti in cui si fanno solo pezzi degli Inti Illimani e canzoni di Lolli e Guccini e quello con la retrospettiva dei film cecoslovacchi sottotitolati in francese degli anni Settanta.

Abbiamo le manifestazioni a tema a numero chiuso (credo che tra un’ora parta quella di solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo, se non sbaglio), l’edicola che vende solo vecchie copie del Manifesto e dell’Unità e la possibilità di vivere, in una esperienza 3D veramente coinvolgente, la manifestazione del 1 maggio senza cantanti e con il discorso conclusivo di Berlinguer.

Quindi è con vero piacere che chiamo qui vicino a me, il presidente del neonato Partito Comunista Democratico di Sinistra dell’Ulivo, ad alzare simbolicamente la bandiera rossa ricucita offertaci con simpatia e partecipazione dalla FCA (che l’ha fatta ricostruire sul modello di quelle sventolate davanti alla fabbrica negli anni Settanta) ….

 

domenica 31 ottobre 2021

DA UN’ALTRA PARTE di Andrea Mitri

Nessuno si preoccupò all’inizio, quando dopo i tre giorni di viaggio necessari non lo vedemmo tornare.

Perché era già successo altre volte che Feder ritardasse di qualche ora o qualche giorno, visto che doveva essere assolutamente prudente nel ritornare al villaggio.

Fuori dal bosco, giù nella valle, i pericoli erano immensi: c’era violenza, lussuria, cupidigia e chissà quali altre cose di cui era bene che noi ragazzi non venissimo a conoscenza.

Quando tornava era sempre provato dall’essere stato così a contatto con il Male, che dormiva per quasi un giorno di seguito, prima di presentarsi al Consiglio dei Saggi per relazionare sul suo viaggio e sull’acquisto dei semi necessari alla nostra agricoltura vitale.

A noi ragazzi e agli altri uomini e donne del villaggio non era consentito ascoltare il suo resoconto.

Ci accontentavamo delle avventure mirabolanti che ci raccontava le sere successive, intorno al fuoco, al termine della Preghiera della Sera, o sotto un albero di mele in qualcuna delle poche giornate non piovose dell’Epoca del Diluvio.

Ascoltavamo di come si era nascosto per dieci ore su di un albero mentre intorno i cani della Milizia Governativa impazzivano per aver perso le sue tracce, di come si travestiva per andare al mercato e della gigantesca Johanna che lo nascondeva in casa e gli procurava il denaro per gli acquisti in cambio dell’oro che i Saggi a lui affidavano.

E giocavamo ad essere inseguiti dalla Milizia e a nasconderci sugli alberi, alcuni di noi imparando anche ad usare la lingua dei Cittadini, per essere più credibili nei nostri travestimenti.

Io l’avevo imparata bene, quella lingua.

Lui me l’aveva insegnata per molti anni. Diceva che stava diventando vecchio e che qualcuno del Villaggio doveva essere in grado di andare nel Mondo di Basso a sbrigare le faccende a lui assegnate.

Forse per questo, passati 10 giorni, venni chiamato dal Consiglio dei Saggi, cosa che ad un ragazzo di 16 anni quale ero non era mai capitata.

Mi dettero uno zaino, una coperta, due rubini, che mi dissero valere 3000 fiorini vallici, ed una mappa da utilizzare una volta arrivato al margine del bosco. Poi una serie di indirizzi da imparare a memoria ed una chiave di un appartamento in città, in cui avrei trovato qualcuno ad aiutarmi.

E mi condussero davanti all’ingresso del tunnel che mi avrebbe condotto al di là delle rocce.

Dopo aver strisciato lungo il tunnel per circa due chilometri arrivai alla botola di uscita. Il sole mi accecò subito gli occhi.

Così forte non l’avevo mai visto, né sentito sulla pelle.

Il paese si stendeva appena sotto l’altura, brulicante di persone all’apparenza tranquille.

Mi avvicinai con prudenza, camminando nell’ombra inizialmente e poi rasente lungo i muri appena arrivato dentro il centro abitato. La gente sembrava non accorgersi di me e non vi era traccia alcuna di Milizia, né di lussuria o di gente che si sgozzava per un pezzo di pane.

C’era anzi una festa in corso nella piazza principale a cui mi aveva guidato la musica. La gente sembrava allegra, contenta di essere lì, per niente timorosa della collera di Dio che sovrastava invece il nostro villaggio.

E alfine voltato l’angolo lo vidi.

Era Feder a cantare la canzone che mi aveva guidato. E a fianco a lui una donna enorme che lo accompagnava alla fisarmonica sorridendogli di tanto in tanto.

E in un attimo, scoprendo il mondo, io compresi perché non era più tornato.

 

martedì 30 marzo 2021

DOMANI, ALLE SEI E TRENTA di Andrea Mitri

Tre giorni prima della cerimonia della mia nomina a Claustero, Diana mi diede appuntamento per le 18, dietro il deposito degli attrezzi agricoli, subito dopo la casa del Primiero Osvaldo. E lo fece baciandomi di nascosto, dietro l’angolo del vicolo del Grano, in maniera talmente veloce da lasciarmi dubbioso sul fatto che le nostre lingue si fossero incrociate.

Era la prima volta, in diciassette anni di famelica crescita insieme, di giochi nella terra, corse nei campi, preghiere e libri condivisi. Era l’esplicarsi di una possibilità sotterranea mai incoraggiata dall’una o dall’altra parte, ma inconsciamente contemplata come normalità comune di un qualsiasi giorno a venire della vita condivisa che mi sembrava di avere, sino ad allora, controllato.

Attesi l’arrivo del buio con trepidazione. 

Il sole non voleva saperne di sparire, continuava a stagliarsi arancione nel cielo, abbassandosi molto lentamente verso l’orizzonte. Poi d’improvviso scomparve dietro la collina, lasciandomi alle retine una macchia rossastra che inconsciamente identificai con il colore della passione.

Camminai allora con indifferenza verso il deposito, fingendo di essere assorto in chissà quali filosofici pensieri: sul nostro stare al mondo, sulla lungimiranza di Dio, sulla necessità delle zanzare.

Lei mi aspettava nell’oscurità. 

Mi baciò di nuovo e questa volta si, le lingue si incrociarono, con certezza.

Poi a bruciapelo mi disse che tra un paio di ore se ne sarebbe andata: avrebbe risalito la collina e sarebbe poi scesa verso l’abitato sottostante per prendere l’autobus delle 6.30 verso la città, dove l’aspettava quell’operaio che aveva lavorato al cambio delle tubazioni nel Palazzo degli Incontri, cinque mesi prima.

- Quello biondo con gli occhi castani? – chiesi.

- Quello castano con gli occhi scuri – mi rispose.

Ma io, in realtà, non riuscivo a immaginarmi nessuno dei due.

Era come se il mondo si fosse fermato in quel preciso istante ed io non potessi più muovermi né avanti né indietro, né nel tempo né nello spazio; ma solo fissare, attonito, i suoi occhi azzurri.

Obiettai a fatica che era una follia, che i suoi se ne sarebbero accorti.

Lei rispose che era l’anniversario del Primo Concepimento Familiare e quindi i suoi genitori si sarebbero chiusi in camera subito dopo cena e non ne sarebbero usciti fino al mattino, al suono della Sveglia Generale.

Non ho mai creduto alle fughe, né alle rivoluzioni che conducono in altri luoghi, lontano da quelle che molti considerano costrizioni ed io, invece, ho reputato, per tutta la mia vita, le necessarie regole per non perdersi nel mondo.

Ma accompagnandola verso casa per l’ultima volta, in quel silenzio assordante che avrei voluto spezzare, mi appariva più chiaro che i sogni avventurosi di cui avevamo riempito i nostri ultimi pomeriggi erano per lei desideri reali e non giochi in attesa del tramonto. Che l’insofferenza nei confronti delle cose che ci circondavano, non era un momento di ribellione adolescenziale ma l’essenza della sua persona.

Non ci baciammo più, solo ci tenemmo a lungo le mani senza scambiare parola, lasciando alle cellule di superficie, probabilmente più melodrammatiche di noi, il compito di legarci apparentemente per sempre.

Tre giorni dopo, davanti alla comunità sofferente, io ribadii la mia promessa al servizio di Dio, cercando nelle parole apposta realizzate dai Saggi ai tempi della Diaspora la consapevolezza di essere ancora nel giusto.

Alla fine della Promessa, fuori dai dettami concordati, provai a lanciare una preghiera per l’anima della nostra sorella Diana. Ma la mia richiesta cadde nel vuoto di un silenzio ostile, lasciandomi perplesso sul concetto di misericordia di cui avevano permeato la mia educazione.

E di lei nella nostra comunità non si seppe più nulla.

Di veritiero intendo, perché le voci che negli anni si rincorsero la davano inizialmente finita in mano a degli sfruttatori, successivamente sposata ad un narcotrafficante e talvolta morta, ingrassata, in un incidente stradale a Cuba o di stenti in una località montana del Nord Italia.

Un ventaglio di ipotesi variegate che lavoravano comunque tutte nella direzione di una qualunque tremebonda espiazione per la colpa commessa.

 

All’insaputa di tutti, nel totale segreto, io ho mantenuto con lei i contatti in tutti questi anni, lungo tutto l’arco del tempo che ci ha condotti fino a questo odierno ultimo atto.

Diradati nel tempo.

A volte lungamente attesi nell’assenza.

Fino a quando una qualche tubatura dell’acquedotto non si rompeva ed arrivava allora dalla città un uomo con i capelli castani e gli occhi scuri a consegnarmi delle buste color turchese. Inizialmente già aperte, ma poi, con l’andar del tempo chiuse, grazie ad una accettazione fiduciosa del contenuto a me rivolto.

Internamente, fogli fittamente scritti in cui mi raccontava le città e il mondo, le gioie e i dolori, altre regole, altri paesaggi, altri modi di rendere grazie alla vita donataci da nostro Signore.

Lettere che poi, in tempi successivi più frequenti, mi ha portato un ragazzo castano con gli occhi azzurri, testimone reale del fatto che la vita prosegue, in ogni forma e in ogni luogo, indipendentemente dalle regole in cui noi proviamo a circoscriverla.

Fino a questa mattina senza lettera.

Una mattina di occhi azzurri da ragazzo inondati di lacrime, di mani di ragazzo strette nelle mie, quasi a ricercare la memoria epiteliale che mi piace pensare sua madre gli abbia suggerito di ritrovare anche in me, prima di lasciare questa terra.

E di colpo ho realizzato che sono stato anche un’altra vita, in un altro dove da qui, in cui attraversavo il mondo con i passi di un’altra persona, osservavo il tramonto sul mare attraverso altri occhi. Un’altra vita di cui mi sono riempito giorno per giorno, senza mai rimpiangere che non fosse la mia: ma consapevole che qualcuno che non mi dimenticava ne viveva un pezzetto anche per me.

E anche, che l’ultimo messaggio era quello di ringraziamento per avere conservato lei, Diana, in un piccolo spazio segreto, nel contesto di queste sue radici abbandonate, in questo mondo imprigionante da cui era riuscita ad allontanarsi.

Per questo ora prego ad alta voce davanti a questa comunità che mi ha insegnato a divenire, controvoglia, il suo Primiero, il suo punto di riferimento. Prego ad alta voce, quasi urlando, davanti ai fratelli e alle sorelle increduli: prego per la sorella Diana che ha visto il mondo senza protezione, senza appigli a regole imposte, senza il conforto di questo nostro Signore che, dall’alto, qui ci guida nel nostro percorso predestinato.

E mentre congedo gli astanti chiedendo per loro la protezione di Dio so già che domattina alle 6.30 prenderò l’autobus e andrò per il mondo.

Chè non ha più senso, per me, rimanere qui.

mercoledì 30 dicembre 2020

TAGLI di Andrea Mitri

A pensarci bene fu quella ferita a cambiargli la vita.

Che altrimenti sarebbe rimasto per sempre un mezzo teppistello destinato a lungo andare ad incappare in un qualche arresto prevedibile per spaccio o, peggio, ad incastrarsi in un giro più grande di lui dal quale non sarebbe più riuscito ad uscire.

Quel taglio profondo, invece, allungato per dieci centimetri lungo la coscia, aveva avuto il potere di scatenare in lui un talento che nemmeno lontanamente avrebbe potuto immaginare. Di cui doveva essere grato, in parte, anche al marocchino che lo aveva accoltellato.

Non se n’era accorto subito, del collegamento tra il taglio e la capacità di vedere in un’altra dimensione parallela.

Nel primo periodo infatti aveva attribuito le visioni all’abuso di anti dolorifici ed al mescolio che ne faceva con la grappa realizzata da suo nonno, conservata neanche poi tanto segretamente in un armadietto, di fianco al vecchio mobile giradischi della Grundig, nella stanzetta in cui trascorse la convalescenza.

Ma quando il prodotto alcolico venne spostato in un nascondiglio del tutto sconosciuto, egli si rese conto che il Voltaren, anche da solo, continuava a presentargli facce di passaggio, accadimenti, incomprensibili voci. Smise pertanto di ingurgitare anche quello, nel tentativo di liberarsi di quelle presenze che invece, quasi subito, divennero ancora più nitide.

Non gli riuscì, all’inizio, di dare però un nome a tutte quelle persone che sembravano a volte quasi aggredirlo, venendogli fin sotto il mento a sussurragli qualcosa che non riusciva ad afferrare. Gli scivolavano via dagli occhi in un attimo, con la stessa velocità con cui erano apparsi, lasciando lo spazio ad altri apparenti questuanti.

Fu in un giorno di pioggia, qualche mese dopo, mentre sedeva al bar in disparte, che sentì, all’avvicinarsi della solita cameriera, una fitta fortissima all’altezza della ferita. E per la prima volta, una di quelle facce, distintamente gli permise di udire la propria voce.

- E’ sotto al divano, in un sacchetto di plastica – gli sembrò giusto di ripetere alla cameriera che lo guardò con fare stupito- Intende la lettera, quelle che cercavi l’altra notte mentre piangevi-

La donna rimase un momento interdetta. Poi si allontanò velocemente, lo sguardo preoccupato, come se la cordiale professionalità con cui cercava di governare il suo giornaliero incontrare le persone avesse subito una lacerazione irreparabile.

La ritrovò all’uscita, dopo qualche minuto, una sigaretta accesa in mano che lentamente si disfaceva senza essere aspirata e le labbra rinserrate in un inutile tentativo di soffocare il pianto.

- Va tutto bene – disse lui – E’ tutto spiegato lì dentro. E ci sono anche le password del pc. E del conto in banca-

Mentre la donna si accasciava piangendo sulla sua spalla sinistra, il dolore alla ferita, improvvisamente si era lenito.

Accadde da allora molte altre volte che la ferita gli dolesse in maniera insopportabile in presenza di una qualche persona e che contemporaneamente una visione del futuro, un ricordo del passato o un messaggio non recapitato si stagliassero nitidamente nel caos in cui il suo cervello di colpo sprofondava.

Divenne “il visionario del Bar Giannini”.

La gente faceva la coda davanti al bandone chiuso fin dalle quattro del mattino, nel tentativo di essere tra i primi ad essere ricevuti da lui quando alle 9.30 entrava a fare colazione. Perché essere i primi voleva dire avere possibilità maggiore di riuscire a sintonizzarsi, visto che come d’improvviso il dolore alla ferita arrivava, così altrettanto d’improvviso poteva nel corso della giornata sparire e non tornare più fino al giorno successivo.

Nel tempo, tra le altre cose, predisse una vittoria alla lotteria ad un fruttivendolo di Via Boccaccio, sciolse nel pianto il dolore per la perdita del figlio ad una trentaduenne di Lissone, annunciò il crollo del ponte sulla Statale 26. Ma anche quando riportava al questuante visioni banali, ricostruibili anche da un qualsiasi sceneggiatore di film di serie B, gli pareva all’uditore che già solo questo essersi sintonizzato con un altro mondo parallelo, portasse nella propria vita una leggerezza sino ad allora soltanto immaginata.

Divenne ricco.

Di denaro, di storie, di affetti inaspettati. Di sorrisi regalati, di lacrime condivise e di delusioni mitigate. Del bello e del brutto, entrambi necessari, che la vita altrui poteva dispensargli.

Fino a quando la ferita non gli fece più male.

E capì che era guarito. Che il suo malessere originario si era dissolto nella comprensione degli altri.

mercoledì 30 settembre 2020

CURANDERIE di Andrea Mitri

La curandera slava afferma con convinzione che in un’altra vita hai bruciato un villaggio. Te lo ha assicurato accomodando a fatica sul divano il suo corpo espanso, le cui circonferenze difficilmente suggeriscono l’esile figura della giovane ragazza che lei afferma essere stata. Trovo buffo, che una persona con l’apparente capacità di viaggiare nel tempo (come alla fin fine sembra lei si riveli) una in grado di sentire chi altro era in precedenza la persona che ha davanti, debba rimarcare di essere stata, in questa sua stessa vita, altro da quello che appare.

Personalmente poi, la trovo molto più credibile nel suo corpo di ora, mentre ti suggerisce la necessità di tuffarti nelle acque del torrente, a quattro chilometri da casa e rimanervi a mollo per 27 minuti a purificazione della colpa precedentemente commessa. Fosse lei una ragazza esile e magra, vi leggerei, in questa scelta, una sorta di demoniaca cattiveria, che la sua tranquillità burrosa invece non propaga. Evidentemente esistono dei corpi a cui viene concessa più credibilità di altri, a prescindere, in quanto più inerenti all’ iconografia che il tempo ha costruito intorno ai ruoli che uno si trova ad agire.

Tornando a te invece, trovo questa cosa dell’incendio abbastanza coerente con il tuo modo di essere.

Quel tuo accalorarti subito alle questioni ed alle persone potrebbe essere spiegata da una lunga esposizione alle alte temperature?

Certo, se la metà dei tuoi pazienti sapessero che la loro psicanalista girava con una torcia di fuoco in mano nelle campagne seicentesche della Bassa Padana, non credo andrebbero in tranquillità a sedersi su quella bella poltrona di pelle marrone del tuo studio, in cui si adagiano per provare a ritrovare se stessi o a seconda dei punti di vista, a dimenticarsi.

Trovo invece che la proposta di tuffarti nel torrente gelido (presumo a spegnere eventuali focolai in te…) sia pratica e soprattutto meno costosa di un viaggio in India; apprezzo che te l’abbia consigliata.

Questa sua cosa delle vite precedenti poi, la percepisco interessante: mi aiuta a trovare un senso nelle prove a cui veniamo sottoposti e mi consola molto di più del cattolicesimo sovrastrutturale di cui siamo pervasi. Volendo fare un parallelo tra due modalità di approccio alla vita, la questione dell’immersione, presuppone qui un mettersi in gioco ora, per riparare, piuttosto che un ingresso in un mondo di accettazione sacrificale in vista di un premio futuro in un altro spazio. Spazio nell’aldilà a venire poi, la cui ambientazione immaginifica, per come ci rimbalza dalla nostra cultura pittorica, ho sempre trovato piuttosto stucchevole.

Chissà se vede qualcosa anche in me, la curandera, attraverso le pareti, dal momento che sto in cucina a lavare i piatti mentre tu ti sottoponi a questa seduta illuminatrice del tuo passato.

Magari mi chiarirebbe il fatto che per quanto io ti trovi meravigliosa, non riesco a passare una notte con te senza rimanere a lungo sveglio, allertato per un qualcosa che non mi riesco a spiegare.

Oppure mi illuminerebbe sul mio innervosirmi fortemente quando qualcuno mi tocca, anche leggermente, la gola, all’altezza del pomo di Adamo; sento quasi una scossa elettrica che mi attraversa il corpo. Non credo sia una questione di chakra chiuso, come ha detto la maestra di tantra da cui siamo andati per un mese e mezzo, ottenendo, per quanto mi riguarda, un’infiammazione alla schiena ed un unico singolo orgasmo un po’ più lungo del solito. Penso sia qualcosa di più profondo, che in effetti potrebbe avere a che fare con una mia vita precedente.

Ma alla fin fine tutto ciò mi interesserebbe il giusto.

Ritengo che la ricerca di se stessi che avidamente molti perseguono, spesso  conduce in territori che non dovremmo praticare, per sanità mentale, in primis, ma anche fisica.

A conferma di questa ipotesi posso ascrivere cose come la Francigena, che mi ha chiarito solo la toponomastica di vesciche possibili sotto i piedi o quella giornata trascorsa ad abbracciare gli alberi, in Val Pusteria, riempiendoci inconsapevolmente di formiche, di cui abbiamo poi popolato casa, una volta rientrati.

Trovo ammirevole il tuo mettere in discussione un percorso di studi universitari faticosamente realizzato sopravvivendo in un monolocale di Bologna, integrandolo con lo sperimentare altre strade possibili per la guarigione dei mali affioranti.

E’ sicuramente un valore aggiunto, come si usa dire, una possibilità in più per cercare di capire le persone che si affidano a te. Per questo ho sempre accettato queste tue frequentazioni di personaggi improbabili, quali quel pranoterapeuta calvo in tuta dell’Adidas che voleva convincerci di essere in grado di curare la mia sciatica con la semplice energia delle sue mani. O quella eremita isolata in quel bosco dell’Alta Lucania, con i suoi thè allucinogeni che mi hanno fatto sognare cartelle di Equitalia per tre notti di fila.

Invidio la tua capacità di trovare sempre il lato positivo, in tutte queste esperienze che io reputo poco più che una perdita di tempo. Ogni volta ne sei uscita arricchita, magari anche di una cosa minima, che hai saputo aggiungere al tuo modo di stare nello spazio che ti sei ritagliata nel mondo.

Sento ora la voce della curandera prescriverti un ulteriore rito liberatorio successivo, con la stessa emotività inesistente con cui professionalmente il mio medico di base mi prescrive gli esami per il colesterolo. Mi sarei aspettato una sua partecipazione maggiore, qualcosa del tipo rotolarsi sul tappeto sputando frasi in un linguaggio incomprensibile o che arrivasse in cucina saltellando e mi coinvolgesse in una danza balcanica. Ma mi rendo conto di piegarmi anch’io all’iconografia che tanto critico nel versante cattolico.

E comunque oggi mi va bene così.

Mi rasserena l’essere finalmente escluso da coinvolgimenti potenzialmente pericolosi, quali il dormire su di una amaca nella foresta pluviale, circondato da sibili e rumori sconosciuti, nel tentativo di mettersi in contatto con non so quale spirito brasiliano: che per inciso, anche se avesse parlato a me anziché a te, avrebbe dovuto fare i conti con la mia incapacità di comprensione del portoghese.

Alla lunga hai accettato questa mia idiosincrasia al magico, allo spirituale, alla messa in discussione delle mie belle razionali convinzioni con le quali continuo a guidare la mia vita. Mi rendo conto che la cosa non ti fa piacere, ma mi ripeti sempre che il nostro è un legame che ha attraversato il tempo; ed io mentre mi baci , appena appena ci credo.

La curandera esce dalla stanza e prima di andarsene mi fissa intensamente per un attimo.

-    Mi dispiace, era la legge del mare –

E di colpo, mentre lei richiude la porta mi vedo, dondolare nel vento, la corda al collo, appeso al pennone più alto di una nave pirata. E voi due che sul ponte sogghignate, nelle vostre divise della Reale Marina Inglese. 

sabato 30 maggio 2020

INCONSAPEVOLMENTE DIRETTO di Andrea Mitri



Mentre camminava nell’aria fresca delle sette, per arrivare in anticipo al lavoro e mettere subito mano definitiva a quella pratica che da troppo tempo lo teneva occupato, venne distratto dal rimbalzare di una pallina da tennis, lungo la via in leggera discesa. Non ebbe nemmeno il tempo di percepire precisamente il punto da cui questa era arrivata, che si incollò con lo sguardo a controllarne le traiettorie, sempre più brevi e destinate alla quiescenza.
Sperando, neanche troppo inconsciamente, che il momento definitivo rimanesse lontano.
Apparentemente (rimbalzando contro le macchine in sosta) la pallina acquistava un leggero nuovo abbrivio, che unito al fatto che la strada fosse in discesa, poteva far pensare che non sarebbe stato così immediato, per la forza di gravità, di avere partita vinta. Ma in realtà più il tempo passava, più era matematico che la spinta propulsiva si fermasse e la pallina divenisse un semplice oggetto inanimato.
Solo qualche tempo, quando tutto era finito e più chiari gli apparivano i fatti, si chiese, il geometra Manlio Podavini, cosa lo avesse spinto a rincorrere la pallina e a colpirla, a venti centimetri dal suolo, ributtandola verso l’alto alla ricerca di una nuova energia. E perché lo avesse poi rifatto, non una ma mille e più volte, non appena la piccola sfera sembrava perdere forza.
E la sua risposta a se stesso era stata: “Mi andava di giocare “.
Giocando, perciò, aveva alla fine camminato per trentadue chilometri, ripristinando ad intervalli irregolari il moto di una pallina da tennis, che seguendo le sue traiettorie inesplicabili lo aveva condotto fuori dalla città. 
Non che non gli fosse mai passato per la testa, in quel percorso, che stava facendo una cosa senza senso; solo che, alla fine, gli era sembrato che mantenere in vita un movimento fosse, in quella circostanza, molto ma molto importante: qualcosa che confinava con il perdurare dell’inaspettato nel mondo. E nell’abbandonarsi senza pensiero a quell’andare e nel variare senza logica il percorso, a tratti gli era pervenuta una sensazione di libertà da tempo impraticata, come se tutta la logica che permeava la sua vita potesse essere in quei momenti accantonata.
Che ci fosse invece nel suo muoversi un disegno preciso, dovettero pensarlo due vigili urbani in bicicletta, che dal chilometro 10 del suo girovagare iniziarono a seguirlo, piuttosto insospettiti, in attesa di comunicazione dalla sede operativa. I quali si sentirono anche successivamente preoccupati, nel momento in cui, un paio di ragazzini, di ritorno dalla scuola, si unirono all’apparente assurdo gioco, sostituendo il geometra nel tratto di strada in cui lui si fermò ad espletare un bisogno primario, della cui necessità la pallina, nel suo movimento, non poteva avere consapevolezza.
Ma che infine entrarono in uno stato di tranquillità ed in parte anche di divertimento, una volta ottenuta comunicazione di continuare a seguire tranquillamente l’evento in questione, pronti ad intervenire, casomai, solo in caso di effettivo blocco della circolazione stradale.
La strana piccola comitiva che si era formata, proseguì così fino al punto esatto in cui la scelta della pallina sarebbe stata di sterzare verso il mare o proseguire verso l’incrocio con la strada statale, piena di camion che ne avrebbero potuto bloccare il movimento in maniera definitiva, oppure prorogarlo all’infinito nel mondo percorribile.
Fu allora che il geometra Manlio Prevedini si sorprese a desiderare di intervenire sull’apparente casualità del movimento, indirizzando in maniera decisa la pallina, con un colpo di taglio della mano destra, verso la strada principale; scoprendosi così attratto dall’ignoto molto più di quanto immaginasse.
Solo che dopo un paio di rimbalzi, direzionalmente precisi, la pallina, colpendo probabilmente un sasso o una rimanenza di catrame, ritornò d’improvviso sulle sue tracce, finendo con l’indebolire la sua forza propulsiva davanti al vigile più alto, il quale inaspettatamente per il collega, la colpì spedendola decisamente in direzione del mare.
Nell’ultimo chilometro e mezzo del suo allontanarsi dall’impulso originale venne la pallina spinta a turno anche dai ragazzini e dai vigili, con l’aggiunta nel pezzo finale del proprietario di uno stabilimento balneare di ritorno da un piccolo controllo delle attrezzature. Fino a quando, per legge naturale, a contatto con la sabbia della spiaggia, si adagiò in maniera definitiva, lasciando la piccola comitiva in preda ad un misto di delusione e di dubbio sul da farsi.
Fu allora che il ragazzino più minuto, con gli occhi sgranati, indicò deciso il mare. E tutti videro, per la prima volta nella loro vita, in lontananza, passare le balene.

venerdì 31 gennaio 2020

DREAMING HOUSE di Andrea Mitri


Stamattina, poco dopo la prima pausa, quella di sei minuti, dopo tre ore di lavoro, Terry mi ha preso da una parte e sottovoce mi ha raccontato che il figlio del calzolaio, vicino di casa, le ha giurato di averne incontrato uno, tre sere prima, in un vecchio magazzino abbandonato della Barilla. E di averci parlato, per dieci minuti.
La cosa mi ha lasciato abbastanza indifferente all’inizio, perché ultimamente non passa giorno che Terry o qualcuno del vecchio gruppo non se ne salti fuori con la storia che ci sono stati dei sopravvissuti; cosa che io ritengo del tutto improbabile. Ho continuato ad ascoltarla più che altro pensando che la mia prostata è davvero migliorata, se dopo tre ore di lavoro non avevo necessità di andare di corsa al bagno ed ero abbastanza tranquillo sull’arrivare alla pausa lunga delle sei ore, senza paura di cominciare a soffrire per l’impellenza.
Davanti al mio scetticismo Terry ha ricominciato con quella sua fissa che almeno quattro di loro inizialmente non erano stati trovati e che i cadaveri bruciati, presentati successivamente, erano talmente irriconoscibili che potevano essere quelli di un qualunque migrante recuperato in uno di quei camion che ancora continuavano a trasportarli, lungo la rotta che partiva dalla Turchia.
Per l’ennesima volta le ho ripetuto che per come si era sviluppato l’incendio, era abbastanza improbabile che qualcuno, oltre ai 7 arrestati e subito fatti sparire dalla milizia governativa, si fosse salvato.
La Dreaming House, quella notte, era andata completamente distrutta in poco più di mezz’ora.
L’incendio, sicuramente doloso, si era sviluppato contemporaneamente su tutti i tre piani dell’edificio, nello stesso preciso momento, tagliando qualsiasi via di fuga che non fosse quella del buttarsi dalle finestre. Che però, piuttosto stranamente, erano risultate quasi tutte sigillate a causa della disinfestazione generale programmata per il lunedì successivo. Qualcuno alla Dreaming House era stato troppo previdente, se è vero che aveva bloccato ermeticamente le finestre tre giorni prima del necessario. Ma quello non era un posto di gente qualunque.
Alla Dreaming House ci andavamo a sognare.
A colori.
Si, perché allora, nonostante tutto, parecchi di noi riuscivano ancora a sognare. Seppur solo in bianco e nero.
Se però volevi ritornare a sognare a colori, dovevi seguire il corso clandestino che avevano messo in piedi due finlandesi di cui noi conoscevamo solo i nomi di battaglia: Aureliano e Topiki.
Nonostante l’impegno che ci ho messo, io non ci sono mai riuscito.
Magari era questione di nervosismo, di non predisposizione, ma non mi è mai riuscito.
O forse ci avevano messo tante di quelle schifezze nel cibo, alla mensa, che qualche parte del nostro sistema nervoso, si era bruciata la capacità di sognare. Inizialmente solo a colori, poi con l’andar del tempo anche in bianco e nero.
O ancora, forse, si trattava di incapacità a togliermi di dosso la paura che qualcuno ci avesse seguito, lungo il percorso labirintico che eravamo costretti a fare, quando ci veniva data la possibilità.
Ci avvisavano battendo la porta tre volte. E noi dovevamo rispondere battendo la porta due volte. Se per risposta sentivamo ancora un battito, significava che la serata era confermata. Altrimenti era assolutamente sconsigliato uscire a caso.
I colori dai sogni avevano iniziato a sparire ai tempi della Migrazione Vorticale, qualche anno fa, quando la gente si era convinta che il futuro era comunque da un’altra parte e che non valeva la pena battersi per uno migliore nel posto dove abitava.  E tutti avevano cominciato a trasferirsi da una parte all’altra del mondo, ridisegnando città, riscrivendo rapporti, depauperando comunità.
E finendo talvolta con il tornare sui propri passi, a volte senza nemmeno accorgersene. Ma sempre senza più la capacità si sognare.
L’ultima cosa che ricordo di aver sognato a colori era un limone giallo, poggiato su di un tavolo di una non precisata sala da pranzo di un albergo, il giorno successivo alla morte di mia madre, avvenuta a 200 chilometri da casa, in un paesino dell’Alsazia dove era anche lei finita nella follia della Migrazione Vorticale.
Dopo l’incendio alla Dreaming ho smesso di sognare del tutto
Terry giurava che alla Dreaming una volta aveva sognato a colori. Credo si fosse inventata la cosa, per continuare a dare un senso alle nostre pericolose uscite notturne. O forse alle nostre vite.
E comunque, fosse stato anche vero, rimaneva un sogno di merda.
C’era casa nostra che bruciava. Il cielo tutto intorno era di colore rosso e io correvo dentro e fuori e salvavo delle cose inutili e che assolutamente non mi appartenevano: un porta carta igienica con la faccia di Dalì, un candeliere ebraico che avevo comprato da Woody Allen, una copia di “Piccole Donne”autografata da Garcia Marquez . Che peraltro non avevo mai letto. Piccole Donne intendo.
Alla pausa grande Terry ha continuato ad insistere che dovevamo fare un giro a quel magazzino della Barilla e abbiamo litigato. E a fine turno, quando sono tornato a casa, dopo una birra con un amico lei non c’era.
Ho cenato da solo, succede talvolta. Ho aggiornato il mio profilo obbligatorio con gli ultimi dati e mi sono messo a letto.
Le milizie hanno abbattuto la porta verso le 22. Non hanno detto niente. Hanno buttato tutto sottosopra. Non ho protestato, so per esperienza che non conviene. Sono rimasto in un angolo a cercare di capire se ci fosse un anello debole, un qualcuno a cui aggrapparmi per chiedere notizie di Terry, perché a questo punto era chiaro che lei o qualcosa di lei stavano cercando. Ma non ho individuato nessuno. Sono usciti alle 22,38. Ma subito uno è rientrato chiedendo un bicchiere d’acqua. Gliel’ho dato e l’uomo mi ha ringraziato, prima di uscire nuovamente. E istintivamente ho pensato che anche lui doveva avere una compagna e magari dei figli e che faceva un lavoro di merda e poi mi sono fermato. Perché stavo santficando uno della Milizia.
Mi sono seduto su quello che rimaneva del divano, sventrato e ribaltato e mi sono preso la testa tra le mani. Non credo di aver pianto.
Poi sono andato in cucina e sotto il bicchiere ho trovato il biglietto.
“Sto bene . Sono stata avvisata in tempo. E avrai capito da chi. Stiamo provando a sognare “
C’è buio adesso, profondo, nella testa, nel cuore e intorno a me.
Ma non riesco a prendere sonno.
Sento bussare alla porta tre volte, ma non mi alzo. Poi mi alzo di scatto e corro ad aprire la porta, ma non c’è nessuno. Di colpo il buio del cortile è attraversato da una fiammata rossa verso il cielo e distintamente sul fondo vedo esplodere un appartamento nel palazzo presidenziale. Luci gialle si accendono, sirene blu attraversano il cielo ululando. Intorno è il caos.
E di colpo mi sveglio. Sul divano, la testa fra le mani. E non so se tutto è reale o è solo un sogno.
So che comunque è a colori.