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mercoledì 30 giugno 2021

I TESTARDI di Francesco Mancini

Suono in una boy band. Ci chiamiamo “I Testardi”. Perché? Non lo so.

Ci sembrava figo. Lo disse il batterista dopo una prova quando ci annullavano una data dopo l'altra per il lock down. Disse: “Certo, siamo testardi a continuare a provare con zero date all'orizzonte. Potremmo chiamarci: i testardi.” Tutti pensarono: perché no? Certo era un nome più accattivante de “i figli della clorofilla” che aveva proposto il chitarrista, un tipo romantico un po' new age.

Il batterista è un po' più scoppiettante. Letteralmente: gli piace mettere i petardi nella batteria dal vivo, per fare un casino epocale. Imitando un altro batterista che non vi cito almeno imparate a ripassare un po' di cultura rock. Chi indovina di chi sto parlando vince un biglietto per il prossimo concerto che non c'è. Elettrizzante, no?

Ora, visto che abbiamo sessant'anni suonati ciascuno è un po' un azzardo definirci una “boy band”, questo bisogna ammetterlo, ma il chitarrista ci ha iniziati al pensiero positivo, per cui ci sentiamo dei ventenni e festa finita. E sul palco, con aiuto di integratori, vitamine, bombole da sommozzatore, saltiamo e balliamo davvero come ventenni! Tanto il bassista lavora in misericordia e ci accompagna con l'ambulanza, per essere pronti in caso di problemi. Purtroppo l'ultima volta è svenuto proprio lui e non sapevamo che fare perché è l'unico di noi ad avere la patente. Si è sentito male non per il concerto, ma perché la ex moglie gli ha comunicato la cifra degli alimenti da corrispondere ogni mese e non ha retto. Per fortuna avevamo il respiratore a portata di mano. C'è da capirlo: ha alle spalle quattro divorzi. E lavora solo lui, noi siamo tutti disoccupati.

Stiamo meditando di fuggire a Cuba. A bordo della nostra ambulanza.

Rock'n'roll!

IL MARITO OMICIDA di Roberta Sandrini

Tanti non sanno scrivere o sanno scrivere quel tanto che basta per risultare appena gradevoli. Altri sanno scrivere davvero. Tutti condividono la convinzione di essere grandi scrittori. Anche chi se ne esce con discorsi posati sulla condivisione spirituale coi propri lettori, sulla comunanza di sensazioni e soluzioni, sulla ricerca comune di una via d’uscita, uno sprazzo di luce, un filo d’aria, in questo mondo schifoso, buio e soffocante, in fin dei conti, sotto sotto, è un presuntuoso.

Poi, ripeto, magari sa scrivere, ma proprio la coscienza delle sue capacità l’ha portato, passo dopo passo, ad una buona dose di supponenza e quella poi, alla fine, rovina il talento.

La presunzione, l’eccessiva fiducia in sé stessi, è come una macchia d’umido su un bel quadro, dapprima minuscola, poi piccola, un’ombra fra i colori, poi un po' più grande, un minaccioso squarcio nero fra due volti angelici o fra due fiori leggiadri, poi grande in modo vero e proprio, una pozza che esonda nell’azzurro delle nuvole o, peggio ancora, fra le diverse sfumature di bianco di manti anch’essi santificati da coloro che li indossano, poi enorme, una voragine scura dentro cui tutto sembra mescolarsi, mischiarsi e sparire, risucchiato dall’interno.

Già quando si arriva al livello dello squarcio il talento, posto che ci sia, non si intravede più, soppiantato dall’eccessiva coscienza di sé. Solo quella salta agli occhi e soppianta tutto il resto.

Così è secondo me: per questo non sono, o cerco di non essere, per quanto possibile, presuntuoso.

Però purtroppo, sono testardo. 

Che poi sono un testardo senza convinzioni. Proprio così. Non sono testardo perché voglio ad ogni costo credere in una certa cosa, avere fiducia in una certa persona, pensarla strenuamente in una certa maniera, a dispetto di ogni prova contraria. No, non è per questo, non ho bisogno di valori assoluti.

Ho bisogno di pace, anche pace interiore.

E fra le cose che possono darti questa pace c’è il credere fermamente in qualcosa o qualcuno.

Abdicare ad un ragionamento costruttivo e quindi rinunciare alla possibilità del dubbio ti rende certo più stupido, almeno agli occhi del prossimo perché tu sai come stanno veramente le cose, ma in compenso ti regala un grande e confortevole senso di quiete; nessuna ombra che vela la tua tranquillità, nessuna goccia che scava la pietra, nessun ingranaggio che ti stride nel  cervello, tentando di girare un po' in avanti, bloccandosi, sforzandosi di girare di nuovo ma stavolta all’indietro, rovinando le notti e le digestioni.

Certo alcuni lo faranno in quanto sono obbiettivamente poco intelligenti. Altri cercano di non soffrire e hanno trovato questo metodo.

Così io credevo nel mio matrimonio.

Era una necessità, anche per confermarmi nel fatto di aver messo almeno un punto nella mia esistenza, un bel punto grosso e rotondo, testimonianza di qualcosa di compiuto, di definito ed anche ben portato a termine ( ho dovuto lasciare gli studi da ragazzo, soldi in casa non c’erano più da quando era mancato mio padre ed ho dovuto trovare vari impieghi, fino all’officina dove siete venuti a prendermi).

Tutti i miei colleghi sono sempre stati persone più grandi di me, più d’esperienza, che quando non mi ignoravano, rivolgendomi parola solo per necessità o comunque per questioni lavorative, mi burlavano bonariamente, pensando di essere o di risultarmi ad ogni modo simpatici. Non era così ovviamente.   

Pertanto non avevo amicizie fra i miei compagni di lavoro ed avendo lasciato la scuola e dovendo riservare quanto guadagnavo alle necessità della famiglia e non al tempo libero, nemmeno fra i miei coetanei.

Mia moglie era più grande di me, non bella, per colpa di quel naso un po' lungo, che si assottigliava pericolosamente, prendendo una minacciosa forma di cuneo,  verso la punta e gli occhi piccoli e penetranti, quasi minacciosi.

I capelli erano lunghi e di un bel colore castano, ma sempre legati stretti in cima alla testa, in un modo che accentuava il suddetto naso appuntito. Niente di rilevante nel fisico, magro e di forme non particolarmente accentuate.

Ma insomma c’era di meglio ma c’era anche di peggio. Ed io del resto non mi ero mai posto il problema del mio aspetto fisico, di quello che potesse ispirare nel prossimo, dell’a che cosa o a chi potessi aspirare.

Suo padre era l’ex proprietario dell’officina, che aveva venduto al mio datore di lavoro. Soffriva di nostalgia e si annoiava, così, certi pomeriggi piovosi d’inverno e certe mattine assolate d’estate, si faceva accompagnare dalla figlia nel suo vecchio regno. Certi sorrisi troppo aperti e certi sguardi lunghi e dritti mi convinsero, anch’io per noia ed anche per scherzo, a farmi avanti, con una vera e propria richiesta di una passeggiata, cosa della quale non mi sarei mai fatto capace, prontamente accettata, altra cosa che non avrei mai immaginato.

Non è scoppiata nessuna bomba. Nessun fatto o nessuna azione improvvisa e deflagrante, nessun accadimento che potesse scatenare reazioni incontrollate o incontrollabili. Tanti piccoli petardi, di quelli che i bambini fanno scoppiare in mezzo a loro, mirando gli uni ai piedi degli altri, ridendo, quindi forse fastidiosi ma non certo rovinosi.

Dimenticanze: magliette non stirate, bucato lasciato per una quantità eccessiva di giorni nel cesto, piatti che odiavo stranamente preparati per pranzo o per cena, troppo sale o troppo poco, appuntamenti con qualche medico che avevamo concordato avrebbe preso lei, e per i quali nessuno invece aveva chiamato, con infermiere che tentavano costernate di darmi spiegazioni (soffro purtroppo di brutti mal di schiena da qualche anno), leggeri sbuffi al mio parlare, il suo cellulare che talvolta si illuminava sinistro di notte.

La bomba è stata la richiesta di divorzio. Una bomba arrivata dall’alto del cielo direttamente sulla mia testa. Ho avuto davvero la sensazione che la mia testa scoppiasse, e che i suoi pezzi partissero schizzando in ogni direzione, mescolandosi a quelli dell’unico punto fermo e dell’unica cosa compiuta della mia altrimenti piatta e poco significativa vita. Della montagna verdeggiante che si stagliava in una monotona e grigia pianura, in un piatto mare di nebbie.

Un marito che uccide la moglie che vuole lasciarlo.

Chissà se qualcuno bravo a scrivere, e non presuntuoso, o non eccessivamente presuntuoso, ne caverebbe fuori qualcosa di accettabile, malgrado la banalità dell’argomento. Anzi proprio da questa banalità si potrebbe stabilire se il talento c’è e se va oltre la presunzione.          


 

SOGNO di Verdiana Raw

È finita, anche se scritta.

Questa storia pesante,

che dà un unico nome al genere umano,

che divora  ogni altro ricordo

sopportando il proprio.

Le pieghe arcigne quanto perfette

delle belve

ritornano alla leggerezza

di un sogno apocrifo,

abbiamo ginocchia robuste per altri

sentimenti

oltre ogni immaginabile confine.

I cani sciolti

solo corrono lontano.

Volare è così facile,

come sedersi a pensare,

in ogni caso -

ci arriverai.

Le estati da bambina

volevo  diventare alta,

alta!

 

Incontro all'alba. 

MEMORIE FIORENTINE (III) di Narciso Fenice Ramparti

Tremo al vederti prender forma e vita, mia amata e terribile creatura.

L'intellighenzia florenjina fa quadrato attorno al cadavere di Z permettendosi di dire paroline niente meno che al ns maggior intellettuale vivente, il prof. Montanari. Per quel che valete, per quel che siete: lo vediamo ogni giorno. Muti dovete stare. Muti. Dovevate glissare, no rispondere! Sennò vi dobbiamo dire chi siete. Firenzina! Pagherete con ferro e cenere gli status da radical chic del cazzo.

Tutte cose, comunque, che dovevi già desumere da Pinocchio. Nel senso, niente può danneggiarti come le cattive frequentazioni: è un attimo credere che siano amicizie e che remino dalla tua parte. Tutte cose, appunto, che potevi leggere lì.

Comincio addivenir noioso, ma infatti poi basta.

Allllllllora: è mia premura informarvi che ho molto ben mangiato e molto ben bevuto, fin quasi al collasso, fra l'impagabile compagnia di selezionatissimi e titolatissimi commensali, nella letizia di un consuetamente superbo e amoroso servizio, da Pinko Pallino. Adesso, ebbro di rosso e grappini, devo stare fermo come un boa a digerire: ho selezionato all'uopo il film 'Amami' del 93 con Moana Pozzi e Novello Novelli, fra gli altri. Buona visione.

Eppure, cazzo, nei 90s sembrava davvero fossimo riusciti a superarla, sta cosa. E invece è l'inferno dei pelati intransigenti che però non valgono un cazzo. Io la penso così: il futuro è del meticciato.

I fochi li vediamo da via Trento, altroché!

Nessuno di voi ha i coglioni per uscire ora e prendere il 14b fino in centro: conosco le facce dei coraggiosi che mi accomapagnano. Arrivo a lavoro stravolto in una maschera di appiccicoso sudore proprio e altrui.

Però ganzo, da un certo punto mi aggancia il solito sconosciuto per farmi domande e io faccio enciclopedismo a voce alta: si chiama sindrome comiziale.

Non essere andati a quei Firenze Rocks è un rimpianto che vi avvelenerà la vita.

Ok, raga, adesso basta parlare del bellissimo Firenze Rocks, ché m'avete sfrangiato i coglioni. Mi stanno uscendo il rock e il metal dalle rekkie, basta, non ce la faccio più. Voi neanche sapete i titoli delle canzoni: solo io dovrei essere autorizzato a recensire sti concerti. Perché ho studiato anche altre cose e quindi capisco.

Comunque, saturazione da vecchiaia, il rock è finito, non è che continua a sfornare grandi cose anche oggi. La grandezza appartiene al passato. Splendidi shows, dunque, di Guns, Helloween, Maiden e altri che sapete voi ma che io non posso citare per contratto. Oh, se Dio vuole, questo era l'ultimo concerto della mia vita: davvero non ne posso più di queste cammellate da cerebrolesi analfabeti. Oggi vado a Messa. Ho capito il valore del catechismo, della meditazione, della lettura, del disegno a mano! Aiuto. Sono intrappolato dentro me stesso.


 


IL VICINATO STA IN PANCHINA di Giovanni Ciappelli

 


 

 

 

PLAYHERE

 

Batteria: Giorgio Ciappelli

Programmazione: Giovanni Ciappelli

Time out: Zeljko Obradovic

TADPOLE SUSHI di Gabriele Doria

 


 

 

 

PLAYHERE

BALZO COME UN PESCE FUORI DALL’ACQUA di Chiara Macinai

Balzo come un pesce fuori dall’acqua

Annaspo annaspo senza trovare ragioni oscure da disvelare

Domando Ascolto senza parlare di nulla

Ripeto il cerimoniale del autodesolazione

Credici abbi la decenza di continuare il percorso intrapreso

Trova la chiave la fermezza di affermare che esisti ci sei tutta

Intera vera autentica fallimentare stravagante crudele banalità

POI TI SPIEGO di Monica Capomonte

C'era questo film libanese in cui un bambino chiede di divorziare dai genitori perché lo hanno condannato a una vita di povertà. Intenso, emozionante. Ovviamente dopo che è uscito non ne ha parlato più nessuno e si è continuato invece l'annoso dibattito sugli accostamenti di colore preferiti dalla Regina nei suoi abiti da passeggio. Qui nel Regno Unito (oddio, Galles per la precisione) non è come in Italia, qui si può divorziare dal 1857, quando è stata istituita la “Corte per il Divorzio e le Cause Matrimoniali”. Potete evitare di andare a controllare, l'ho preso da Wikipedia.  Insomma, torno a casa dal cinema ancora scossa ed emozionata e penso: però, divorziare. Ma non solo dal marito, troppo banale. Dal gatto, dal cane, dai gruppi Whatsapp delle mamme, dagli amici di Facebook. Io che mi faccio popolo di me stessa, tutto il potere a me.

Salgo le scale, lascio le chiavi nel solito posto che sennò mio marito non le ritrova dicendo a me stessa: "una volta divorziata mi prendo un portachiavi tutto mio, e voi cari miei vi arrangiate". Entro come una furia in cucina, pensando che se divorzio da questa banda di rincitrulliti magari è la volta che posso farmi un bagno, con il bicchiere di vino poggiato sulla vasca, che nei film non si rovescia mai.

E invece.

Invece basta quel bigliettino "auguri mamma", con la firma dei cretinetti (c'è pure la zampa disegnata del cane e del gattaccio).

Nel 2021, nel Flintshire, c'è qualcuno che si ricorda della festa della Mamma. “Non cedere”, mi dico, “è tutta una trappola”.

Poi vedo il vino. Le sfogliatelle napoletane. No, vabbè. E come si fa.

"Attenta con quel bicchiere" dice mio marito che spunta fuori dal ripostiglio con l'evidente intenzione di cucinare la cena "che poi ti casca come al solito".

Sorride. E' ancora belloccio, diciamocelo.

"Già", faccio io "figuriamoci poi sul bordo della vasca."

"Quale vasca?"

"Non ti preoccupare, quando divorziamo te lo spiego."


 

PETARDI, DIVORZI E TESTARDI di Virginia Puccianti

 


MALEDETTO MONTALE di Marco Bianchini

Ferro caldo e vapore.

Le chiamo "le stropicciature della vita". Quelle pieghe che ho sempre stirato via. 

Collo, spalle, maniche e polsini. 

Collo, spalle, maniche e polsini. 

Come un mantra da ripetere.

 La mia preghiera laica, 

la mia liturgia antipiega. 

La mia giusta crociata. 

Ferro caldo e vapore.

Certe pieghe però, sono dure a stirarsi. 

Le barricate contro i circhi con gli animali. Il fegato alla veneziana. Tutto sommato. La mia famiglia perfetta. 

Tutte pieghe che non mollano. 

Oggi è caldo, niente ferro. 

Oggi, bisbiglio all'orecchio di un amico, ciò che non sono, ciò che non voglio.

Oggi è caldo, ma domani si stira

LA BELVA di Gabriele Giustri

Chicago era veramente un brutto posto se si frequentavano certi quartieri, per me però West Party era una specie di paradiso, ogni tanto poteva anche scapparci il morto ma era uno che sicuramente se lo meritava. La brava gente che si faceva gli affari suoi non era in pericolo. Nel quartiere la vita scorreva tranquilla, si poteva anche dormire con la porta aperta.

Però dopo il 15 aprile tutti avevamo un po' più di paura a girare per strada.

Accadde che in un giorno come tanti altri saranno state le tredici, in Hammer Avenue, davanti al cinema Little Italy, i fratelli La Canfora insieme alla famiglia La Fettuccia si presentassero armati fino ai denti per sfidare la banda Rutilio. La sparatoria non durò molto ma fu intensa, la banda Rutilio non esisteva più, erano tutti morti. I cadaveri però erano troppi. Una bambina, una bambina di otto anni giaceva in braccio alla madre, la donna era in lacrime ma non riusciva a gridare il suo dolore, tutti si affacciarono dai palazzi e videro cosa era successo.

In quel momento la mia vita prese una strada diversa dalla normalità. Dentro di me crebbe un odio verso tutto quello che era Mafia e killer. Mi sentivo impotente davanti a tutto questo, ma non sarei rimasto con le mani in mano. Vendetta ecco cosa echeggiava nella mia testa, vendetta! Li avrei trovati tutti e li avrei uccisi dal primo all'ultimo senza sconti per nessuno. Chiunque avesse fatto parte di una banda o di una famiglia mafiosa sarebbe passato a miglior vita e io bene o male, i mafiosi ed i malavitosi di Chicago li conoscevo quasi tutti grazie al fatto che mio padre era stato un poliziotto. Non so perché presi questa decisione, io in fondo sono sempre stato una persona tranquilla, ma a cinquant'anni non avendo una famiglia, non rischiando nulla, sarei stato il vendicatore invisibile.

Da dove iniziare? Uno come me sarebbe morto subito davanti ad un killer prezzolato delle varie bande non avrei mai potuto sostenere uno scontro faccia a faccia. Prima di tutto dovevo trovare un'arma. Andai fino ad Academy Avenue da Rocco Spino un armaiolo italiano che parlava solo dialetto catanese. Rocco mi vendette una pistola con il silenziatore, perfetta per quello che volevo fare.

Il vendicatore deve saper sparare bene, è la sua unica possibilità di salvezza ed io non avevo mai preso un'arma in mano. Mi recai fuori città, in campagna, in un posto isolato dove non ci fosse nessuno. Avevo un certo timore ad impugnare la pistola, puntai l'arma verso un albero e sparai, il rinculo fece andare il colpo in alto, allora presi una bottiglia la piazzai su di un ceppo e cominciai. Niente, non ne voleva sapere di farsi beccare dai miei proiettili, la bottiglia era lì intatta e i miei colpi andavano da tutt'altra parte. Alla fine però dopo molti spari tirati a vuoto riuscii a centrarla. Ci vollero giorni e giorni di proiettili e di bottiglie ma tutto sommato potevo dire di aver una buona mira.

Adesso quello che serviva era il coraggio di sparare ad un uomo, per quello non c'erano scuole c'era solo l'odio che dentro di me si faceva sempre più strada.

La prima vera occasione per mettere in atto i miei propositi di vendetta, mi si presentò una sera. Stavo rincasando quando davanti a me vidi Johnny il Giovane ed era solo. Johnny il Giovane era un uomo della famiglia dei La Fettuccia. Era solo, mi misi a seguirlo, ma quando entrò in un portone, tutto il mio entusiasmo si esaurì. E ora? Cosa fare? Lo avrei aspettato nel buio dell'androne del palazzo anche fino alla mattina se fosse servito. Poco dopo Johnny il Giovane uscì dall'ascensore chiuse le porte ed io dal buio della notte: flop! E Johnny il Giovane non era più tra i vivi. Senza aspettare uscii quasi di corsa, in strada non c'era nessuno e io volai a casa. Avevo l'adrenalina a mille sentivo gli orecchi e gli occhi pulsare e mi accorsi che stavo correndo. Il primo era andato ed era stato facile ora volevo vedere le prime reazioni che però non ci furono. Il giorno dopo sul giornale c'era un trafiletto ma niente di più. E la coscienza? La mia coscienza? Mi sentivo un leone, il re di Chicago e ancora non avevo fatto quasi niente.

Mi chiedevo. Continuare a fare fuori gli uomini dei La Fettuccia, oppure uccidere a caso? Intanto era scesa la sera ed io vagavo senza meta quando dal nulla apparve un uomo della famiglia Lo Cascio. I Lo Cascio vendevano droga e gestivano varie bische clandestine dove si poteva bere alcolici in quantità, erano potentissimi. Anche questa volta fu facile, mi avvicinai e lo seccai con un colpo alla testa. Mi sentivo bene. Mai stato meglio. Passata una settimana ne avevo uccisi cinque.

Nel quartiere la vita scorreva normale, nessuno ancora aveva capito. Uccidere i “cattivi” mi faceva stare bene. Naturalmente agivo sempre e solo di notte, di giorno era troppo pericoloso mi avrebbero potuto riconoscere.

Una sera verso le ventidue uscii di casa per vedere un po' il movimento, quando all'angolo vidi un uomo dei Della Monica che fumava, mi avvicinai e lo uccisi con un colpo secco alla testa. Non mi accorsi che nell'auto, appena posteggiata, c'erano altri due uomini dei Della Monica che accesero i fari e mi illuminarono. Fecero per scendere dall'auto ma io fui più svelto e li fulminai entrambi. Tremavo come una foglia, mi resi conto che avevo avuto molta fortuna, riuscire ad uccidere due killer era stata davvero fortuna per la paura che avevo avuto pensai anche di smettere, per ora mi era andata bene, ma il volto della bambina mi tornò in mente ed una voce mi riecheggiò in testa: vendetta!

Questa volta l'avevo fatta grossa. Tornai da Rocco Spino, l'armaiolo e comprai un piccolo mitra con il silenziatore. Ora avevo un'arma potente e silenziosa e mi sentivo più sicuro di prima.

L'idea era di andare al ristorante Da Mario, dove la famiglia Lo Cascio cenava tutti i giorni. Fuori del ristorante c'erano tre gorilla armati a fare la guardia seduti in macchina. Senza dare nell'occhio mi avvicinai all'auto dei Lo Cascio, avevano i finestrini abbassati, strisciai per quei pochi metri, mi concentrai e con uno scatto li seccai tutti e tre. Sembravano addormentati. Nessuno si era accorto di nulla, a quel punto entrai nel ristorante. La sala era vuota solo in un angolo appartato c'era un tavolo da dodici tutto occupato dai Lo Cascio. Padre, figlio grande, figlio piccolo, un prete e tutta la scorta, tutti killer professionisti. Erano armati fino ai denti. Sapevo per sentito dire che il padre, Salvatore Lo Cascio, aveva due pistole sotto la giacca. Mi avvicinai rapidissimo tirai fuori il mitra e feci fuoco. Nessuno fece a tempo a reagire. Tutti e dodici, morti. La famiglia Lo Cascio non esisteva più. Con la massima calma uscii dal ristorante guardai il cameriere gli strizzai un occhio e presi la via di casa.

Il giorno dopo sul Chicago Herald si legge di un grave regolamento di conti tra famiglie mafiose già conosciute dalla polizia. Chi era stato? Non si sapeva. La cosa che più mi esaltava era che anche tra i malavitosi tutto galleggiava nel mistero. Nessuno era stato, tra di loro nessuno avrebbe fatto questo ai Lo Cascio. Il clima era veramente infuocato ora tutti loro cominciavano ad aver paura.

Da anni la domenica amavo fare colazione all'italiana e così andavo a Little Italy al Bar Azzurro e mangiavo un bombolone con il cappuccino. Nel locale non si parlava d'altro che del massacro dei Lo Cascio. Ognuno diceva la sua. Io pagai ed uscii fuori.

Il funerale dei Lo Cascio si sarebbe svolto dopo due giorni. Sarebbero intervenuti tutti i peggiori elementi della città. Avrei potuto fare una vera e propria strage ma sarebbero stati troppi per uno solo. Li avrei presi tutti di sorpresa, ci sarebbe voluto una bella bomba, allora sì che sarebbero morti tutti. Come minimo ci sarebbero state trecento persone al funerale.

Tornai da Rocco Spino che mi disse: “Che fai la pesca con la dinamite? Ti darò 20 candelotti, di più non posso perché ne sono sprovvisto. Stai attento con questa roba se te ne scoppia uno fai saltare l'intero palazzo!”

Andai al cimitero e chiesi dove sarebbero stati sepolti i Lo Cascio. La cappella di famiglia era già pronta c'erano già alcune corone di fiori. Piazzai una bomba nella cappella e una fuori dietro i mazzi di fiori già posizionati. Non si vedeva nulla anche il filo del detonatore era ben nascosto, nessuno si sarebbe accorto. Sarebbe stato un grande botto con tanti morti.

Mi rendevo conto che ero impazzito, questa storia ormai mi aveva preso la mano. E se nel cimitero ci fossero stati degli innocenti? Non è come con la pistola pum colpo secco e via. Qui c'era la dinamite. Decisi di dormire nel cimitero per avere un margine di vantaggio.

Alle otto e trenta cominciarono ad arrivare le prime auto, “dei bonificatori”. Avrebbero evacuato l'intero cimitero dagli estranei al funerale. Mi ero appostato in un ottimo punto avevo il detonatore in mano e tremavo come una foglia. Intanto i primi ospiti stavano entrando con le loro auto tutti vestiti uguali di nero. Alle dieci il cimitero era pieno della peggior feccia di Chicago.

Aspettai che arrivasse il prete ed agii sul detonatore. Fu incredibile, un esplosione pazzesca, credevo di aver distrutto tutto il cimitero. Non ci credevo quasi.

Quando il fumo e la polvere si posarono vidi cosa era successo. Non vi saprei dire con esattezza ma penso che ci saranno stati trecento morti. Avevo fatto una strage. Uno come me era stato capace di fare tanto! Stavo da dio, ero entusiasta di quello che avevo fatto. Mi tenni nascosto fino a sera poi in piena notte, tornai a casa.

Mi recai dove sapevo abitasse la madre della bambina uccisa, presi un foglio e ci scrissi sopra “Vendetta è fatta!” e lo infilai nella cassetta della posta.

E ora? Cosa avrei fatto ora? Più della metà dei malavitosi di Chicago era sotto terra per sempre. Nessuno mi aveva mai visto, nessuno mi conosceva, nessuno sapeva chi fossi. Ero un uomo invisibile.

Attenzione là fuori, a giro per la città c'è una Belva.

LA FORCHETTA di Gila Manetti

 



La forchetta d’acciaio 18/10 con manico in teak che raccoglieva due fusilli grano Cappelli al sugo di pesto con basilico ligure, anacardi indiani, olio BioEVo della Toscana centrale, aglio rosso di Sulmona e solo un pizzico di sale di Trapani raccolto a mano, volteggiò altissima in una sinusoide ingraziata da tre testacoda schizzando di verde la parete est tinteggiata di fresco con terra ocra pallido,  e, in successione,  la credenzina Art Decó in legno chiarissimo della famiglia di Zaira, indi il calzino sinistro in filo di Scozia a righe orizzontali in nuance verdi di Arturo, prima di rimbalzare sul listone in Grès porcellanato effetto legno che pavimentava la casa.

Nel secondo volteggio un fusillo s’era dipartito in diagonale atterrando, solo per un istante prima di scivolare a terra, sul terzo globo del lampadario “Castore”, l’altra pasta elicoidale era restata infilzata nel profondo della forca.

Seguirono quarantaquattro secondi di silenzioso rimbombo di vuoto.

Quell’iperbole descritta nel cubo abitativo, come un trenino di montagna russa, aveva riesumato nei due i minuscoli mille divorzi mai preceduti da nozze.

Da quelle giravolte sprizzanti riaffiorarono gli screzi, come ricordi evidenziati da un pennarello sfacciato e volgare; niente di evoluto da poter gridare o almeno sussurrare.

Niente da biasimare.

Solo idiozie snervanti, come petardi in ascensore: tempi o parole leggermente fuori posto, mancanza di corrispondenze in territori di confine. Discronie di sapori.

Disattenzioni non specificamente dedicate.

Oggettistica.

Nulla che una volta proferito non si sarebbero dovuti rimangiare per ovvietà d’irrilevanza o per constatazione d’eccesso di stizza causata da nervosismi propri, allora il silente dei due avrebbe sorriso e quella serenità del volto avrebbe marcato la sua superiorità di vedute.

“Voliamo un poco più in alto” sarebbe stato un pensiero non detto e convenuto da entrambi.

Non si sarebbero mai appaiati a coppie che adunavano gli amici comuni per recitare le malefatte del partner tamponandosi con un asciugamano di lino intriso di lacrime e svenevolezza, non avrebbero mai chiesto di scegliere da che parte stare prima di bombardare i ponti.

Non si sarebbero mai collocati negli alvei del:” Sei mio”; “Mi devi”; “È colpa tua”; “Se avessi fatto”.

Negli anni avevano percorso i “giri della morte” delle passioni e delle trafitture, riportando a sé gli effetti senza sobbarcare l’altro di inutili orpelli di perfettibilità.

Strabordavano testardamente buonsenso su un binario d’equilibrio tracciato nei decenni.

S’accostavano sfiorando le proprie esistenze fra solitudine e compenetrazione.

Dopotutto le fondamenta degli intendimenti erano le medesime.

Eppure quel volo che li aveva trattenuti nello sguardo e nella sospensione, quegli schizzi di verde deliziosamente in pendant con le righe dei calzini di Arturo e non disdicevoli sulla parete ocra gialla ignuda di quadri; quei ghiribizzi esplosi da un’appoggiatura ridondante di pesi che avevano reso la forchetta una catapulta, non potevano sopportare d’essere perfetti.

Mentre Arturo raccoglieva la forchetta e strofinava il calzino con acqua leggermente gasata Zaira raccolse il fusillo e pulì la credenzina.

Il lume sarebbe rimasto per adesso con una pennellata verde.

Tornata a sedere e incrociando lo sguardo del compagno di cinquantatré anni, la donna sussurrò in Italiano soave:” Credo, Arturo, che si debba imparare a mandarsi Affanculo ad alta voce”; al ché Arturo rispose: “Sì Zaira, suppongo che ne avremo entrambi gran giovamento”.

“Bene, in tal caso: Vai a fare in culo... qualche cosa” disse lei.

“Tu vai in culo anche senza far niente”, aggiunse lui.

Quindi assaporarono il piatto di fusilli con una certa soddisfazione.

A PIEDI NUDI TRA LE MANGROVIE (88) di Lucio Cascavilla

Questa è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilemente false, o viceversa; a voi la scelta. Un capitolo al giorno (escluso il venerdì, il  sabato e la domenica).

 

CAPITOLO 88

New Orleans – Freetown- Back to the basic

 

Mohamed e Prince dopo una notte di cella erano stati costretti ad ascoltare il sermone della funzione assieme:

- Quello che il governo sta facendo è un atto di carità cristiana: vi permette di ritornare alla vostra terra con il bagaglio di esperienze accumulate in questi luoghi. Il vostro paese ha bisogno di voi, non siete obbligati a rimanere negli USA.

 

Il discorso di Cassidy che incolonnava parole ammantate di miele, fu interrotto da un violento colpo di tosse. Si perquisì i pantaloni, estrasse un fazzoletto dalla tasca e si scusò con i suoi interlocutori: la forma prima di tutto.

Convincere gli immigrati irregolari era la prassi. La firma dell’interessato che autorizzava il rimpatrio, era il colpo psicologico finale: quel documento non li avrebbe autorizzati mai più a richiedere il visto come rifugiati.

Il giorno successivo Prince rimase a letto, aveva qualche decimo di febbre e non riuscì ad alzarsi; più che malattia sembrava pigrizia.

Cassidy era convinto che si trattasse di una messa in scena per ritardare la partenza.

Dopo quattro giorni Prince mostrò difficoltà respiratorie e, nonostante il parere contrario del poliziotto, che continuava a tossire, fu portato in infermeria.

Il mattino successivo Mohamed fu prelevato, incatenato, mani e piedi, e trascinato sulla pista dell’aeroporto.

Avrebbe voluto ribellarsi, agitarsi, rendere la vita impossibile ai propri carcerieri, invece non riusciva a muovere le braccia e le gambe; il corpo era un’entità separata dalla mente.

L’unica cosa che ancora ubbidiva al cervello erano gli occhi. Ricordava che avrebbe voluto telefonare a Pam, salutarla, ma non riuscì a elaborare la richiesta.

Dovevano avergli dato qualche sostanza per tenerlo buono, come la prima volta.

- Hai visto? Hai un aereo tutto per te. Rise il poliziotto mentre lo accomodavano sul sedile e lo bendavano.

Cassidy non era sul velivolo, era ammalato, aveva rinunciato ad accompagnarlo e Mohamed non sentiva la sua voce petulante che ululava le solite parole: vogliamo riportarti a casa per il tuo bene.

Il formicolio del sangue che intorbidiva le articolazioni, ricominciò a interessarlo quando si trovò, sorretto da uno degli sbirri, all’ufficio immigrazione.

Con la bocca insensibile e la lingua increspata non articolò nemmeno il suo nome.

Fu accolto e accompagnato in una stanzetta dove avrebbe dovuto riprendersi. Quando gli tornò il dono della parola era troppo tardi per protestare.

Il mattino successivo Mohamed si alzò infreddolito: gli era salita la febbre per colpa dell’aria condizionata.

Dopo aver starnutito tredici volte, ricevette la visita di Usif, responsabile dell’associazione che si occupava di accogliere gli ex-richiedenti asilo.

L’unica preoccupazione di Mohamed era la malaria, non voleva averla presa appena rientrato; si sentiva senza forze e tornò letto.

Dopo quattro giorni gli fecero il test.

Si svegliò di soprassalto quando bussarono alla porta; aveva trascorso quelle giornate sotto la coperta: aveva freddo, anche se c’erano trentacinque gradi.

Aprì l’uscio e si trovò dinanzi tre dottori che indossavano tute anti contaminazione. Mohamed si stranì, era appena tornato, aveva avuto contatto con appena cinque o sei persone: Non poteva aver contratto l’ebola.

- Mr. Kamara, vero?

Era il caso numero zero in Sierra Leone, deportato assieme al morbo.

- Non si preoccupi sarà seguito nell’Ospedale Militare Numero trentaquattro.

I poliziotti che erano con lei sono stati avvisati della situazione. Lei pensi solo a stare bene.

Un militare a distanza di sicurezza, con un kalashnikov in mano, gli indicò la strada.




ANEDDOTO SU GASTONE di Francesco Barilli

Alla fine del 1995 facevo il filo a una ragazza di nome Tatiana. Abitava lontano, ci scrivevamo. Io tanto per cambiare ero molto preso. Lei invece, per ragioni che ho difficoltà oggi a spiegare, non era sicura che avessi i capelli, quindi nicchiava. Tuttavia, a dispetto delle canzoni di sfigati di allora che raccomandavano di non diventare mai amico di una donna, le ero amico. Di penna, appunto. Non starò a fare la lagna dei vecchi che glorificano le missive postali di un tempo rispetto alle chat di oggi, ma è tutto vero: la trepidazione di inviare la lettera, ricopiata più volte per via della scrittura da gallina, la struggente attesa nell’aspettare la risposta di lei. Insomma, ero sotto esame, e dovevo calibrare ogni singola parola che scrivevo, certo che se mi fossi perso in cretinate l’avrei perduta per sempre. Era tipo novembre, ascoltavo ottanta volte al giorno “Mia” degli Aerosmith (Mia è il nome della figlia di Steven Tyler, e se pensate che sia un dettaglio di nessun interesse, peggio per voi) che per ragioni ignote me la portava alla mente, e aspettavo una sua lettera di risposta. Quando arrivò, scoprì che la lettera era più corta di quanto avrei sperato, ma soprattutto conteneva una di quelle trappole da donne in cui centinaia di incauti spasimanti sono affondati tipo palude Everglades. Insomma, mi consigliava di leggere un libro, e mi diceva di dirle che ne pensavo.

Avrei dovuto capire dalla scelta di “Oceano Mare” di Alessandro Baricco che con Tatiana non sarebbe potuta durare, tuttavia mi incaponii a scrivere qualcosa di sensato. All’epoca pascolavo in casa d’altri gran parte delle giornate e come spesso accadeva, finii dal Prof. Gastone P., caro padre di un caro amico (IL mio amico, ma tagliamo corto).

Il Professore, ovviamente colto, ma anche stralunato e spassoso per qualche ragione non mi considerava un asino totale alla stregua degli altri stupidi amici del figlio e ascoltò la mia fuffa sentimentale su Tatiana. Docente di restauro, mi portò una volta in maniera del tutto clandestina a vedere il Corridoio Vasariano. Conosco la Rocca Malatestiana di Fano per via di lui. Una volta dettò al telefono alcune dritte a me e al figlio su Palazzo Vecchio facendoci fare un figurone in una improvvisata visita guidata in cui mettemmo nel sacco una Professoressa di Storia dell’Arte del tutto imbelle.

Insomma, a suo modo mi voleva bene. (Qualche anno dopo quando finii all’ospedale venne addirittura a trovarmi esordendo con un suo grande classico: “Posso stare poco, solo sei ore”. Ma è un’altra storia, torniamo all’aneddoto iniziale).

Quando citai “Oceano Mare” e la terribile prova che mi attendeva, indicò senza guardare una delle sue straboccanti librerie dove in alto, al quarto quinto scaffale c’era una copia del libro citato. Lo aveva, non dovevo comprarlo. Era già un ottimo inizio, restava solo da leggerlo.

Piccola digressione personale: a parte Buzzati, De Crescenzo e pochi altri, guardo con estremo sospetto qualsiasi autore e pubblicazione italiana. Non si tratta della solita idiota idiosincrasia di chi alle superiori odia Manzoni, Pascoli e compagnia bella. Semplicemente prediligo -tutt’oggi-autori inglesi e americani del Sette-Otto-Novecento. Ho letto qualche mitragliata russa, ho amato qualche francese, ma se non sei uno scrittore anglofono generalmente puoi andare a tagliare il fieno. Baricco poi, lo conoscevo perché conduceva- a piedi scalzi (Dio solo sa perché) -una trasmissione sui libri (il titolo era Pickwick, mi disse la mia amica Consuelo) e faceva il nanerottolo coi riccioli che si crede belloccio. Aveva scritto un romanzo (Castelli di Rabbia. Sagace gioco di parole, nevvero?) e questo bastava per farmelo odiare, senza un vero motivo.

Insomma, il mio segreto desiderio era che il Professore me lo raccontasse senza doverlo leggere davvero. Una sorta di Bignami orale, in cui il Bellavista della situazione (se non avete letto De Crescenzo, fatemi il favore, sparatevi) spiegava a me, il giovane semianalfabeta, la trama elaborata da Baricco, che si scoprì essere la storia di un tizio uguale a Baricco che vive su una spiaggia e scrive lettere a una donna che deve ancora incontrare. Lo so, detta così è avvilente. Ma la mancanza è mia: sono io che antepongo a qualsiasi giudizio di merito ed estetico il fatto che mi stava sul cazzo. A mia unica discolpa, il Baricco che viveva sulla spiaggia era scalzo come Baricco in televisione.

Il Professore capì che il mio odio per Baricco non si sarebbe placato, e disse qualcosa che finalmente svoltò la situazione: “Dovresti trovare dei miei appunti che lo lasciato mentre lo leggevo.” Saltai come un giaguaro sulla libreria, presi tra le mani quel libro dalla copertina celeste e vi scoprii dentro la Shangri-là dei nullafacenti come me (no, non ho letto il romanzo di James Hilton su Shangri-la, e nemmeno ho visto il film di Frank Capra, conosco solo la storia di Paperone creata da Carl Barks). Decine e decine di osservazioni scritte in corsivo su post-it infilate tra le pagine. Acute, intelligenti, piene di riferimenti letterari coltissimi, critiche di uno spessore così alto che mi fecero pensare che le avesse scritte solo per farmi fare bella figura con quella ragazza.

Inutile specificare che scrissi una lettera con i controfiocchi, la tipa diventò un vero brodo di giuggiole e da allora le cose tra noi andarono in netta discesa (poi in altrettanto netta risalita fino al crash finale, ma tant’è.)

Da qualche tempo il Professor Gastone P. non c’è più. Tra i tanti aneddoti che mi porto dietro di lui (“Non voglio drammatizzare, ma senza questa sei spacciato” disse una volta passandomi una pastiglia per l’asma, circondati da decine di gatti a cui eravamo entrambi allergici) ho scelto questo. Più che altro a uso e consumo mio e del caro amico, figlio del caro Professore, perché parla di un periodo che abbiamo vissuto praticamente insieme. Pochi mesi, ma che a distanza di anni, sembrano durare una vita intera.

Ah dimenticavo, la faccenda dei capelli. Conobbi Tatiana d’agosto in montagna, dove ero con i miei genitori. Essendomi rapato a zero qualche settimana prima (per via di una ripresa televisiva nel Sud della Francia, ma anche e soprattutto perché non ci stavo tanto con la testa), portai il cappello per tutte le due settimane che la vidi. Per questo, nella prima lettera a cui mi rispose, a settembre, mi chiese se per caso lo avessi fatto perché ero pelato. Le scrissi e giurai di no. Che ero pieno di capelli.

Lei non mi avrebbe visto prima di tre anni (fu nel 1998), per questo all’epoca dell’aneddoto, nonostante i miei giuramenti non era sicura che li avessi. Si vede che non ero tanto convincente, nelle mie lettere. Come se le cose che scrivevo in realtà le avesse scritte un altro. Già.

SABATO di Francesco Chiantese

 Implorandoti al telefono di respirare piano,

perché non sapevi lasciarlo,

perché non sapevi dirmelo,

perché non mi hai difeso,

perché non mi hai dato un nome,

per ogni volta che sei scappata,

per ogni volta che sei tornata,

perché nessuno doveva sapere,

perché era meglio un ingegnere,

perché non indosso una camicia,

per ogni volta che hai tremato, di piacere o di paura,

perché tu leggi le poesie,

perché io ho fede nelle poesie,

per tutto questo, io, sono morto.

Ora mi prometti un cambio di fiori,

uno straccio passato sui ceri, ed una spazzata,

per quel posto del tuo cuore,

dove vuoi che io riposi,

per la tua pace, in eterno