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martedì 2 novembre 2021

ANIMA di Gila Manetti


Cadde come sanno cadere quelli in piedi

fremette la Terra

si rovesciò l’Oceano

Arsure di lumi.

Si sciolsero i giorni e le stagioni

tutto svaporò

s’aperse a lasciarla tornare


Anima

domenica 31 ottobre 2021

DONAMI UN RENE di Nicola Leoni

eEra un pomeriggio indolente, così decisi di andare al bar, a buttare via un altro pezzo di vita.
Mi presentai col fidato Trotto&Turf e mi sistemai al bancone.
Rimasi a fissare Dora che asciugava i bicchieri. Nessuno asciuga i bicchieri come Dora.
«Che ti succede amore, ti sei incantato?”» commentò Gaetano, noto sodomita, habitué del locale.
«Ho visto qualcosa che mi piace» risposi laconico.
«Non è troppo giovane per te?» insinuò.
«Cos’hai capito, alludevo alla bottiglia di vermut» bluffai.
«Che ti do, Bandini?» mi chiese Dora, abbozzando un sorriso indulgente.
«Un Punt e Mes, grazie.»
«Posso farti un pompino?» riattaccò il pervertito.
«Magari più tardi» risposi, vago.
«Se preferisci possiamo fare una cosa a tre...» azzardò, strizzando l’occhio alla barista.
«Faccio fatica a fare una cosa a due» tagliai corto.
Gaetano si rassegnò ed io potei dedicarmi alle corse serali. Di tanto in tanto sbirciavo di là del bancone, nella speranza che a Dora scivolasse un bicchiere. Era il mio sogno erotico: lei che incrociava il mio sguardo e, vittima del mio magnetismo, inciampava facendo cadere un bicchiere. Anzi, un vassoio pieno di bicchieri. Birra e vetri dappertutto.
Come dire: “Quando ti guardo, Bandini, non capisco più nulla, vado in fibrillazione, perdo il controllo, la coordinazione motoria.”
Invece niente. Mai un’esitazione, un tentennamento. Imperturbabile.
Dov’è finito il tuo fascino, Bandini? Mah.
Accantonai le fantasie e tornai alle mie corse. Sesta di Albenga: dodici partenti, categoria G a reclamare su tre nastri. Un vero rebus.
Ero nel pieno di contorti ragionamenti, quando una fastidiosa melodia turbò la mia concentrazione.
Mi staccai dal giornale e notai un tizio malnutrito che fischiettava un motivetto irritante.
Se c’è una cosa che mi indispone è un balordo esibizionista che si mette a fischiettare mentre penso agli affari miei. Provai a incenerirlo. Ma lui se ne fregò.
Sarà stata quella brezza di fine estate, sarà stato Saturno in trigono, fatto sta che non c’erano le condizioni giuste per una rissa. Quindi lasciai perdere.
Dov’ero rimasto? Ah, sì...alla sesta di Albenga: handicap sulla distanza dei 2060 metri, con partenza da fermo. Inestricabile.
Provai a soppesare le ultime prestazioni, valutai il terreno, considerai i fantini, ma niente, la nenia di sottofondo non mi dava tregua, mi entrava nelle meningi. Così decisi di intraprendere la strada del dialogo.
In una serata più umida e malmostosa avrei potuto dirgli qualcosa del tipo :
«Sciroccato di merda vuoi chiudere quella fogna!»
Ma c’era la brezza. Sbarazzina. Anche se un po’ malandrina.
Per cui optai per un più accomodante:
«Senti, Hans Beckert, potresti smetterla di zufolare che sto cercando di concentrarmi?»
Lo squinternato restò interdetto per qualche secondo, poi si riprese e disse:
«Scusa, potrei smettere di fare cosa?»
«Di fischiettare, possibilmente.»
«E per quale motivo, se posso chiedere?»
«Sto provando a decifrare una corsa.»
«Quindi, se ho ben capito, io dovrei ammutolirmi per dar modo a un babbeo rabdomante di risolvere una corsa di cavalli...»
«È una corsa parecchio ingarbugliata» puntualizzai.
«Capisco. E come credi di persuadermi?» chiese, poco conciliante.
«Sono un ottimo negoziatore» risposi, asciutto.
«Ma pensa...io invece per niente» disse, ostile.
«Certe qualità o ce le hai o non ce le hai...» commentai.
«Naturale,” fece lui “in compenso io ho qualcosa che tu non hai...»
«Due grammi di eroina?» azzardai.
«No, questo!» ed estrasse un serramanico.
Ci mancava solo la scena da vecchio polar francese.
«Sei arrivato tardi amico,» lo dileggiai «i marsigliesi se ne sono andati da un pezzo...»
«Ora ti faccio passare la voglia di fare lo spiritoso, brutto pagliaccio tragicomico!» e mi venne incontro bellicoso.
Sulle prime non mi scomposi. Che pessimo attore, pensai.
Più si avvicinava, però, più sembrava a suo agio nella parte del villain.
Metodo Stanislavskij, pensai.
Ma proprio mentre cominciava a salirmi un filo di preoccupazione, mi corse in aiuto Gaetano che, alla vista del coltello, cacciò un urlo stridulo: «Aaaaaah!»
«Che cazzo urli, invertito!» fece il gangster da strapazzo, agitandogli la lama sotto il naso. Approfittai della sua distrazione per prenderlo alle spalle e assestargli un colpo di karate.
Il derelitto cadde braccia a croce, dopodiché ci fu una specie di lotta greco-romana di gruppo che si protrasse per qualche minuto.
Mezzora dopo tutto era tornato alla normalità, il facinoroso fu accompagnato fuori e io ripresi posto al banco. Non ci sono più le risse di una volta, pensai.
Me ne stavo seduto sul mio sgabello a favoleggiare sui titoli del giorno seguente:
Bandini sgomina una banda di malviventi - Bandini stana un traffico di droga -
Bandini evita una carneficina - quando fui svegliato da una voce efebica:
«Amore, ma tu sei ferito!»
Mi diedi una controllata e vidi del sangue, poi tirai su la camicia scoprendo il fianco lacerato.
Da dietro il bancone Dora vide la branchia spurgante e fece cadere una pinta di birra sul pavimento.
Lo dicevo che prima o poi saresti capitolata, piccola...
Ma che ci fai alle donne, Bandini...?
Per non parlare degli uomini!
Gaetano, vicino allo svenimento, compose il 113: “Presto, il mio amico sta morendo dissanguato!”
«Cosa vai farneticando, è solo un taglietto» minimizzai.
«Ma quale taglietto, come minimo ti dovranno asportare un rene!»
Senza rendermene conto mi ritrovai ad assecondare i suoi deliri.
«E poi come faccio senza un rene?»
«Non preoccuparti amore, vedrai che troveranno un donatore.»
«Un donatore? Non penserai mica che vada in giro col rene di uno sconosciuto...?»
«Tesoro, non vedo alternative, o preferisci un catetere venoso?»
«Perché non me lo doni tu un rene? Sei o non sei mio amico?»
«Ma amore, non posso...»
«E perché?»
«Perché serve a me, il rene...»
«Che egoista.»
Mentre mi aiutavano a salire sull’ambulanza, sentii di nuovo la brezza. E pensai che, a me, tutto sommato, di perdere un rene non m’importava nulla. Quello che davvero mi rodeva, era perdere la sesta corsa di Albenga.

 

 

 

 

NONO PIANO di Roberta Da Prato

Piano terra. Le porte dell'ascensore si aprono per far entrare una barella. Mi schiaccio in fondo, da qui la persona sdraiata è una catena montuosa di coperte scure.

«Buongiorno», dice l'infermiere, premendo il sei.

Sesto piano, penso, il piano in cui nascono i bambini.

Stesso ascensore, una barella identica. Otto anni fa c'eri tu lì sopra. Avevo dormito meno di tre ore, ma chi poteva dormire quella notte. Nessuno dorme quando diventa papà. Sulla tua pancia nostro figlio aveva gli occhi chiusi, la mano minuscola stringeva il tuo indice.

Eravate bellissimi.

Frugai la tasca in cerca del cellulare e lì, in ascensore, allungai il braccio per inquadrarvi bene.

«Il flash, cristosanto», imprecai sottovoce.

Il piccolo Luca prese a piangere il pianto disperato dei neonati.

«Non ti preoccupare», dicesti avvicinando la sua bocca al capezzolo. «Va bene così, si calma subito. La foto com'è?»

«Sfocata.»

«Ne farai un'altra.»

Terzo piano. Le coperte sulla barella gemono, forse è una donna che deve partorire. La mia mano, in tasca, stringe il cellulare. Lì dentro ho una foto per ogni giorno di vita di Luca, anzi da prima che nascesse. Quella mattina eri splendida con gli occhi lucidi e il test di gravidanza in mano e ora ho decine di foto di te che soffi baci, la pancia in fuori e gli occhi che ridono.

Quarto piano. Le porte dell'ascensore si aprono e si richiudono. Vi fotografavo insieme, voi due, come foste ancora uniti dal cordone ombelicale. A Luca piaceva, da piccolo. Al mattino, trovavo la forza di alzarmi pensando al momento in cui avrei aperto la porta di casa e lui mi sarebbe corso incontro per fare la foto.

Sesto piano. È il piano in cui nascono i bambini ma non è il mio piano, oggi. La barella esce, l'infermiere saluta di nuovo. Accarezzo il cellulare in tasca come se fosse una cosa viva, una parte di me. Da qualche mese Luca non vuole più essere fotografato, mette la mano davanti alla faccia, non sorride più.

«Senza di te non vuole», ti rispondo se mi chiedi della foto.

«È diventato grande. Va bene così», dici, ma sappiamo entrambi che non è vero. L'ascensore riparte, sono solo in una gabbia vuota.

Nono piano, il mio. So che è l'ultima volta, hanno chiamato per dirmelo, prima. Mi sono chiuso in bagno per non far sentire Luca e non sono riuscito a trattenere un singhiozzo.

«Posso venire anch'io?» mi ha chiesto poi.

«Oggi no. Forse domani», ho mentito.

Esco dall'ascensore e respiro forte.

«Va bene così», dico a voce alta.

Ma nulla va bene. Vorrei solo scappare via. Potrei tornare in ascensore e schiacciare il pulsante con il sei sopra, andare a scattare foto ai bambini appena nati esposti nelle culle, dietro al vetro. Fare finta di esserne il padre felice. Toglierei il flash, questa volta. In tasca, la mano stringe ancora il cellulare.

No.

Scuoto la testa e lascio la presa. Niente foto, oggi. Oggi il mio posto è qui, con te, al nono piano.

Il piano in cui muoiono le mamme.

Spingo la maniglia del reparto ed entro.

GAZZE di Chiara Macinai

Meraviglia in bianco e nero

Coppie di pennuti su ciuffi di rami

Parlano di richiami lontani

Proverbiali racconti di tempi

Di pioggia di teneri rituali diurni

Ordinaria poesia di code allungate

Poggiate sul modo spalancano ali

Si elevano verso le vette più alte

Osservano meglio con nitida attesa

Il domani ci attende per farsi scoprire

Giungono i becchi di esperienze comuni

Tratteggiano l’infinito con curiosità

Diffidenti per natura sono mobile quiete

Troneggiano maestose su cipressi adottati

I rami più spogli sono piedistalli ambiti

Scrutano intorno senza fretta

Attendono il momento indifferenti e decise

Vi osservo ammiro il vostro piumaggio

In volo prendente respiro

Sempre pronte a tornare sul punto più alto per lasciarvi guardare.




 

CADUTE: FRAMMENTI DI UN VERO RACCONTO di Roberta Sandrini

La prima volta che sono caduta mia madre piangeva.

Era un giorno d’autunno, credo, perché una larga riga d’oro tagliava la finestra, e sicuramente arrivava passando tra le foglie dell’albero che sbarrava le nostre finestre. Non faceva né caldo né freddo, me ne ricordo, forse venivo dal balcone piuttosto che da una stanza.

Era in cucina, come spesso, come sempre, china su una pentola, qualcosa in mano ferma a mezz’aria, forse per girarne il contenuto.

Le lacrime non le vidi subito, si confondevano nei vapori della cucina, e poi erano lacrime piccole, trasparenti ed assolutamente silenziose: si girò e non provò a nasconderle.

Avrei dovuto chiederle perché o solo allungare una mano ed accarezzarla sul braccio seminudo, con la manica tirata su: ma caddi. Poi dalla caduta si rialzò il rimpianto, il primo della lista.

 

La seconda volta che sono caduta era un giorno grigio, uno di quei giorni sospesi e senza storia, fatti per essere infilati in una qualsiasi parte dell’anno, a far da sfondo ad un attimo o ad una storia.

Frugai nel cassetto di mio padre in cerca di una penna, facevo i compiti.

Quel groviglio di mani, piedi, schiene, gambe ed altre parti del corpo, che in pose storte ed innaturali le persone fotografate cercavano comunque di mettere in mostra, i visi vagamente stravolti, con gli occhi chiusi e le bocche spalancate.

Non provai in realtà niente di particolare; cercai di osservare con attenzione, vagamente intuendo che erano cose che avrei dovuto fare, prima o poi, ed era meglio imparare, cosa non sapevo esattamente, ma insomma cercare di tenere a mente.

Ma per quanto mi fossi sforzata di mostrarmi fredda e lucida, una volta richiuso il cassetto sono caduta. 

 

La terza volta che sono caduta era nel giardino della scuola.

A metà mattinata di un giorno pallido, con un sole bianco che andava e veniva, nel grembiule nero che i ricami a fiori fatti da mia madre non riuscivano ad ingentilire, e che tirava sui fianchi perché ero grassoccia, ed essendo grassoccia ero anche goffa.

Non ricordo perché mi avvicinai a quel capannello di ragazzine di altre classi, avevano la mia età comunque, più o meno tutte, le più grandi giocavano a pallavolo o ci ignoravano.

Appena mi accorsi che parlavano a bassa voce fissandomi, e dei sorrisini che spuntavano sui loro visi, come chi, da dietro una porta, si prepara a spaventare un malcapitato ospite, mi girai di scatto e mi allontanai.

Indispettite, iniziarono ad inveire ad alta voce, richiamando l’attenzione di chi girava lì intorno.

Mi misi a fissare una delle prime rose che spuntavano sui cespugli del giardino, una rosa con un gambo lunghissimo ed un bocciolo piccolissimo, attorcigliato e stretto su se’ stesso, verde con una lieve sfumatura bianca in cima: feci in tempo a pensare che mi sembrava una delle lampadine vecchio stile, che svettavano sul lampadario del salotto.

Ma poi sono caduta lo stesso.

 

La quarta volta che sono caduta in realtà, in un certo senso, ero già in terra. Sdraiata su un letto, ma in realtà in terra, l’unica differenza un lenzuolo arruffato invece di un pavimento o dell’asfalto di un strada.

Lui parlava sorridendo, non ricordo cosa dicesse, mi accorsi che non mi toccava più e guardava verso la finestra: ma la strada in cui viveva era stretta e le case alte, con tetti spioventi. Era già mezza buia, anche se non era particolarmente tardi, e non si capiva che ora fosse, che tipo di giorno fosse, se bello, brutto, pure la pioggia si sarebbe sciolta nel grigio dei muri di fronte.

Tenevo le braccia larghe, perché stranamente non volevo toccare il mio corpo, non abbassavo neanche per sbaglio lo sguardo per vedere se fosse cambiato o meno: lo sentivo all’improvviso estraneo, come se fossi diventata aria, e lo avessi abbandonato lasciandolo vuoto e inanimato su quel letto.

Poi quel corpo mi ha ricordato improvvisamente che esisteva ed era lì, e mi sono alzata per andare in bagno.

Nel corridoio stretto e bianco sono caduta.

 

La quinta volta che sono caduta poco prima ero seduta davanti ad una cinquina di signori compiti e ben vestiti: li conoscevo da circa cinque anni, da quando mi ero iscritta all’università.

Parlavo sorridendo e loro mi sorridevano: ascoltavo mentre parlavo il suono della mia voce, erano parole che avevo scritto io, ed imparato quasi a memoria.

Ma non c’era compiacimento: piuttosto ero come un bambino che recita una poesia davanti alla maestra, chiedendosi se l’ha imparata bene, o un monaco che recita per l’ennesima volta la cantilena nota e senza più misteri, che ha l’obbligo di recitare ogni mattina.

Sorridono, e continuando a sorridere mi porgono la mano e stringono la mia: mi alzo, barcollo impercettibilmente e cado.

Ma per la prima volta è come la caduta del centometrista che dopo la vittoria, nello stadio urlante da ogni ordine e grado di posti, fra migliaia di sguardi increduli, si lascia cadere per rimanere lì sulla terra, ancora per un poco solo con se’ stesso, come prima, quando aveva davanti solo una striscia rossa contrassegnata da gesso bianco.

 

Sono a terra ma per fortuna è bel tempo: vedo frange di nuvole, un cerchio di uccelli grigio azzurri che sembra si tuffino nel cielo fatto piscina, sparendo per un istante sott’acqua, un aereo troppo piccolo per fare rumore, il salto di una palla gialla.

 

Mi rialzerò, è sempre successo.    

 

PRENDI SEGNI PER LEI di Sabatina Napolitano

(Grande è il suo potere in te)

Guardala. È bellissima, grande è il suo potere in te. Spieghi come la possiedi e come la guidi, e come la punisci. Oh sì, se l’hai punita, l’hai punita per tutti questi anni ma hai fatto di tutto per Sabatina, hai organizzato di corteggiarla tramite altre donne. Sapevi che sincero ti amava di più quindi eri sincero, sei sincero, facevi tutto per lei, fai tutto per lei. Il pensiero della sua esistenza è potente in te. Non vuoi che lei si guasti mai con te, pretendi che il mondo non vi divida mai. La ami troppo per permettere che lei soffra o che stia male. Sei accorto a lei ad ogni suo dettaglio.

 

(Il corteggiamento)

Hai organizzato pubblicamente di incontrarla, non ce la facevi più a vederla tramite social. Hai mangiato con lei, hai goduto con lei, l'hai portata a casa tua sotto la doccia -romantico? Ma tu sei romantico-. Tra te e lei c’è un turbinio dei sensi, una passione senza misura. Ti sei represso per troppi anni, nessuna donna è quello che lei è per te, non volevi altro che stare con lei sotto la doccia. E massaggiarle il culo quante volte volevi e soprattutto avresti fatto di tutto per darle più orgasmi e sentirla gridare. Hai sofferto così tanto la solitudine e l'amarezza così come lei ha sofferto l'amarezza di uomini inappropriati. Hai l'esigenza di offrirle il meglio della sofisticanza e dell'eleganza che puoi. Dovevi farlo. Devi farlo. Desideravi farlo. Desideri farlo. Non sopportavi più di vederla esclusa, non sopporti più che i giornali non parlino di lei, che non è ancora andata in televisione, che ha un nome forte da scrittrice oltre che da poeta e critica. È diventata una sorta di missione, sì ma non potevi dichiararlo e reprimerti ti faceva stare peggio. Desideri ardentemente il rispetto che lei merita non solo perché è bella ma soprattutto perché è la migliore. L'amavi sempre di più, le daresti la luna, non vuoi guastarti con lei, non desideri mai guastarti. Hai iniziato a fare ogni cosa per lei con un amore smisurato non perdendo mai il contatto, anche da lontano e seguendola ogni giorno dedicato, amante, amico. Per non spaventarla, era fragilissima, ma era bellissima, era bella, è bella. 

 

(Le restituzioni)

Le avresti restituito tutto quello che le era stato tolto, non ti interessava di nessuna, volevi solo il suo bene.  Preparavi ogni cosa per lei, prepari ogni cosa per lei, le avresti fatto volentieri un bagno nello champagne, una volta le hai messo dello champagne addosso e la leccavi dappertutto, per dirle che ti era mancata da sempre e che andavi di matto per lei. Non sapevi misurare l'amore che provavi per Sabatina. La guardavi da lontano, ma ora basta sei stufo, non puoi e non sai più controllarti. Conosci ogni movimento del suo corpo, sai come si sente, sei attento. Vuoi farle del bene, animarla perché sai di esserne innamorato. 

 

(Quando prepari e fai)

Prepari la cena, le prepari il bagno e oltre alla vita fai di tutto per essere presente nella sua vita sublimata, quella artistica. Non avresti permesso che lei avrebbe avuto bisogno di un altro uomo per fare carriera, non lo permetti, vuoi essere l’unico, le prepari la cena, le fai l'amore e vuoi e devi realizzarla. Vuoi sposarla per dire a dio che ti occuperai di lei perché lei è la tua droga, non riesci a stare senza, la vuoi per sopravvivere. E deve essere tua. Dai tuoi libri di poesie, dai tuoi saggi, dalle tue views, lei è tua. È tua quando la pensi sotto la doccia o nel letto prima di dormire e toccarti.

 

Avresti fatto di tutto per Sabatina (prendi segni per lei)

Amavi e ami fare fotografie alle strade e alle città, alle cose a casa tua per lei. Tutto quello che fotografi è per Sabatina. Ogni scatto, ogni incontro, ogni emozione sigillata, fai tutto per lei come una ossessione. Hai trasformato uno svago e un disimpegno in un gesto di affermazione e potere per lei, hai trasformato ogni atto per servirle. Hai trasformato e trasformi uno svago e un disimpegno in un gesto di affermazione e potere per lei, avevi trasformato ogni atto per servirle, hai trasformato ogni atto per servirle. Non si tratta di egocentrismo, questo è un battesimo commuovente.

 

IL DELITTO DELLA TASSINAIA di Narciso Fenice Ramparti

Venerdì 13 aprile 1951, nei boschi di Tassinaia, frazione di Villore nel comune di Vicchio, venne ritrovato dopo affannose ricerche il corpo martoriato e sfigurato del Bonini, venditore ambulante di Rostolena di Vicchio scomparso due giorni prima: era stato ucciso con diciannove coltellate, vibrate alla schiena, al petto, e soprattutto al viso, reso così irriconoscibile (da La Nazione: 'con la faccia maciullata... il volto tutto squarci, tutto un grumo di sangue'). Il corpo era inoltre legato con un filo elettrico, i pugni stretti sopra la testa, riverso nel fango, fra i rovi. Gli erano stati sottratti portafoglio e documenti. Il responsabile del misfatto era già stato individuato alcune ore prima nel contadino ventiseienne Pietro Pacciani; la di lui fidanzata Miranda Bugli venne a sua volta accusata di concorso in omicidio.

Indirizzati i carabinieri nel rinvenimento del corpo come nel ritrovamento dell'arma del delitto e del portafogli della vittima, che rivelò di aver nascosto in casa (in un anfratto del camino l'una, poi spostata nel forno da sua madre, sotto una mattonella l'altro), Pacciani negò ogni pianificazione dell'omicidio, sostenendo di essersi trovato sul luogo in quanto stava aspettando Miranda in una sua abituale area di pascolo; l'avrebbe dunque scorta, con sua sorpresa e disappunto, arrivare in compagnia del Bonini: seguitili fino ad una vicina macchia ascoltando la loro conversazione, non appena i due iniziarono a scambiarsi effusioni, Pietro, fuori di sé, si sarebbe fatto avanti per far valere le proprie ragioni; a suo dire, Miranda appena lo vide gli avrebbe gridato 'Ammazzalo, ammazzalo, mi voleva prendere con la forza...', ma fattosi sotto per picchiarlo sarebbe stato sopraffatto dal robusto e alto Bonini e costretto a difendersi disperatamente col coltello ('Ebbi a difendermi, sennò morivo io...' come ricorderà negli anni '90).

Il Bonini, che girava i paesi del comune di Vicchio vendendo e comprando pelli e merci varie a domicilio, mercoledì 11 aprile si era fermato per pranzo nei pressi di Villore, a casa di un suo cliente abituale, il fattore Carlo. A tavola aveva come suo solito preso garbatamente a flirtare colla sedicenne figliastra dello stesso, Miranda.

Dopo un pasto a base di pane e carne secca, il Bonini si congedò e uscì, seguito subito dopo dalla ragazza, che doveva portare le pecore a pascolare: i due si intrattennero in passeggiata fino ai vicini boschi della Tassinaia, dove si fermarono in uno spiazzo erboso e, pare, cominciarono ad amoreggiare. A quel punto, dai cespugli apparve improvvisamente Pietro, che si scagliò contro il Bonini, aggredendolo furiosamente con una pietra e con molteplici coltellate al petto, alla schiena e sopratutto al volto e alla testa. Sottrattogli il portafoglio e lasciatolo a terra morto, il Pacciani avrebbe costretto Miranda ad un rapporto sessuale proprio accanto al cadavere straziato di Severino, che poi occultò fra le frasche col proposito di nasconderlo meglio nottetempo. Concordata una strategia comune (pensata e “imposta” da Pacciani) su come comportarsi, i due rientrarono in paese. Quella notte, sotto una pioggia battente, Pietro tornò sul posto e, servendosi di un filo elettrico per legarlo e trascinarlo, gettò il corpo del Bonini in una vicina macchia di rovi. Avrebbe voluto disfarsene nel vicino laghetto di Maioli, ma il trasporto si rivelò, anche per le condizioni metereologiche, più difficoltoso del previsto, e dovette pertanto risolversi a lasciarlo nella sterpaia dove sarà trovato circa trentasei ore più tardi. Rientrato a casa fradicio e sconvolto, confidò l'accaduto alla madre (un fatto che potrebbe anche significare la totale mancanza di premeditazione), tacendone però al padre. La mattina seguente incontrò Miranda a Vicchio, e le dette undici o dodicimila lire, la metà di quanto trovato nel portafoglio del Bonini, raccomandandole il più assoluto silenzio sulla faccenda (ma anche la ragazza si sarebbe poi confidata con la propria madre). Giovedì pomeriggio, come si legge su La Nazione di pochi giorni dopo, Pacciani 'andò al circolo a giocare, vinse e offrì da bere a tutti'.  Nel frattempo, allarmati dalla scomparsa di Severino, i suoi quattro fratelli avevano avvertito i carabinieri e si erano dati con alcuni loro cugini a ripercorrerne le tracce (nei paesi tutti vedono tutti) fino a casa di Miranda; appreso che la ragazza era l'ultima persona ad esser stata vista con l'uomo, i Bonini la interrogarono privatamente: messa alle strette, Miranda ammise di sapere e rivelò che Severino era morto, ammazzato a coltellate dal suo fidanzato, che li aveva sorpresi insieme. La giovane venne dunque prelevata dai carabinieri e interrogata presso il comando di Vicchio fino a tarda notte; Pietro venne tratto in arresto nelle primissime ore del mattino: dopo un iniziale tentativo di negare, ammise in lacrime la propria colpevolezza, disperandosi e sbattendo la testa contro il muro.

Ovviamente la versione di Pacciani descrive il delitto come passionale, giustificabile, quasi necessario: Bonini avrebbe convinto la ragazza a concedersi dietro compenso di duemila lire, e Pietro, folle di gelosia nel vederli amoreggiare, sarebbe uscito allo scoperto quando scorse l'uomo abbrancare il prosperoso seno di Miranda (in particolare, oltre quarant'anni più tardi, si insisterà sul riferimento di Pacciani alla mammella sinistra scoperta dalla ragazza durante i preliminari amorosi, in un tentativo collegamento con la morbosa e feticistica attenzione che il Mostro di Firenze riserverà al seno sinistro di diverse sue vittime femminili, trafiggendolo o, negli ultimi due casi, escindendolo). Inoltre, Pacciani negò di essersi congiunto con Miranda dopo il delitto, infine ammettendo solo dopo molteplici dinieghi

Il delitto sconcertò la locale comunità montana, strettasi con partecipe cordoglio intorno alla famiglia Bonini, e fece grande scalpore in tutto il Mugello e nella provincia fiorentina: fu persino immortalato in una ballata (Delitto a Tassinaia di Vicchio) da uno degli ultimi cantastorie locali, Aldo Fezzi, meglio noto come i'Giubba, che, nel suo stile senza pretese, ne perpetuò la triste memoria già da quella stessa estate e nelle successive, per anni, alle feste di paese. Il successo della stessa spinse l'editrice Vallecchi a stamparne in quei mesi una versione illustrata. Essendone variamente disponibile in rete l'intera trascrizione ci limitiamo qui a riportarne i passaggi salienti:

 

un giovanotto iniquo e fello (…),

tal Pier Pacciani ha ventisei anni,

che a parlarne il sangue si ghiaccia (…).

Inferocito sorte dal cespuglio e (…)

disse ambedue vi voglio ammazzar.

Col coltello a serramanico

il sanguinario come fé Caino,

questo squilibrato paccianino,

diciannove colpi su lui vibrò. (…)

Giovanotti all'amore voi fate,

è bene ognuno abbia la fidanzata,

ma se sapete che è donna depravata,

come Pacciani non dovete far.

 

Il processo, tenutosi alla fine di dicembre, venne seguito con trepidazione dalla stampa e dall'opinione pubblica locali. I due imputati negarono ogni premeditazione, pur perseverando nelle rispettive, contrastanti, versioni: Pietro affermava di essere stato incitato dalla ragazza che avrebbe lamentato un tentativo di violenza, mentre Miranda confermava di aver subito violenza, ma sosteneva di aver detto 'Picchialo', non 'Ammazzalo', e di aver assistito attonita al repentino assalto del geloso fidanzato, temendo per la propria vita e così rassegnandosi persino a compiacerlo dopo il misfatto. Il pubblico ministero Sica era convinto che il delitto fosse stato premeditato a scopo di rapina e perpetrato da entrambi i ragazzi, con Miranda come consapevole esca ma anche come attivamente partecipe nell'aggressione. Il bosco di Tassinaia era un luogo di usuale ritrovo dei due imputati, e pareva sospetto che la vittima fosse stata portata proprio lì. Anche il fatto che il Bonini avesse una relazione con una ragazza di Poggiosecco, tale Laurina, rendeva implausibile per l'accusa il fatto che egli intendesse corteggiare Miranda. Pertanto Sica chiedeva trent'anni per Pacciani e ventidue per la Bugli. Nondimeno la difesa riuscì a mitigare la posizione degli accusati agli occhi della corte, che il 5 gennaio 1952 condannò Pietro Pacciani a ventidue anni per omicidio e furto aggravato e Miranda a sei anni e sei mesi per concorso in omicidio. La sentenza fu confermata in appello circa un anno più tardi.


GIORNI, CADUTE E RITORNI di Lorenzo Bellandi

Un ginocchio saltellava impaziente. Il suo padrone sbracato su una panchina nella notte sbuffò. Altri due energumeni giravano senza sosta sul manto fangoso, schiacciando i pochi fili d’erba emersi a respirare lo smog cittadino.

 

- Ma dove cazzo è finito? - fece quello sbracato.

-Sta’ calmo V. arriverà

- Si ma quando?! Dovevano essere dieci minuti due ore fa!

- Magari gli è successo qualcosa- ipotizzò un altro energumeno.

- Si magari ha incontrato tua madre per strada- lo zittì V.

- Anche se avesse incontrato sua madre sarebbe già tornato.

- Magari più avanti ha incontrato sua sorella.

- Non so ma sicuramente fare lo stronzo non fare arrivare A. prima.

 

Passarono ancora alcuni minuti di silenzio. Poi V. sbottò.

 

- Sentite mi sono rotto i coglioni di aspettare! Io me ne vado!

- Non puoi farlo!

- E perché no? La pazienza non è il mio forte e lo sapete bene! E poi si può sapere che cosa cazzo stiamo aspettando? Cosa ci deve portare di così importante?

- Ma come non sai cosa ci deve portare?

- No a me B. ha detto che stasera A. ci portava roba forte- sbraitò lanciando il mento verso B.

- Non lo so cazzo io penso sia droga- si giustificò B.

- Come non lo sai?! E perché abbiamo dato quei soldi a A. allora? Perché cazzo lo stiamo aspettando?

-Scusate un secondo voi due, quindi abbiamo dato ad A. sette centoni senza sapere perché?

-Senti D. ora non farci passare da idioti!

-V. ha ragione! Ha detto roba forte, non c’è bisogno di farsi troppe domande-

-Sta’ zitto B. Non so te ma io nell’oro non ci affogo. Non ho un padre sbirro ne mafioso e i soldi non mi piovono dal cielo

- Senti non fare la vittima! Neanche tu ti sei informato troppo prima di mettere la tua parte nel mucchio!

- Hai ragione V.! Hai proprio ragione! Sono il cazzone che si fida di quei ritardati dei suoi amici B. & V.! Il cazzo di gatto e la cazzo di volpe siete! Ci siamo fatti inculare!

-Tua madre si fa inculare stronzo!

- Ragazzi calma! Non litighiamo e cerchiamo di pensare. Perché A. ci dovrebbe inculare?

Sono sicuro che sta tornando.

V. scattò in piedi - E’ a pippare i nostri soldi con quella puttana di tua madre! Ancora non l’hai capito?!- urlò.

- Cazzo V. stai calmo! Perché devi essere così aggressivo con B.?

- Perché è un idiota!

- Così mi ferisci fratello.

- Smetti di fare la fighetta per favore e riporta quei piedi sulla merda che calpestiamo tutti per favore!

- Apprezzo il per favore, ti ringrazio cercherò di farlo.

D. chinò il capo tirandosi la mano sulla fronte. V. ricadde sulla panchina con un lungo sospiro.

- O.K. fratello perdonami lo sai che in certe situazioni la rabbia fa dire cose che non si pensano. Mi dispiace per quella storia di tua madre. E’ una brava donna e sono sicuro che è a casa a bere un thè e guardare un bel film O.K.?

- Grazie V. ti perdono.

- Bene se adesso avete finito di fare le checche sarebbe utile capire cosa abbiamo comprato da A.

- Non lo so… sarà droga- ipotizzò V.

- Non credo sia droga- rispose D.

- E perché mai?!

- Prima di tutto perché A. non avrebbe le palle di farsi un viaggio di due ore con addosso settecento euro di qualsiasi sostanza. Soprattutto con tutte le guardie che ci sono in giro. Secondo perché A. non ha mai avuto conoscenze nel settore. Terzo perché sicuramente se si fosse trattato di droga ci avrebbe almeno detto che di che tipo di roba stiamo parlando e quarto...

- O.K. O.K. è chiaro, non è droga, mi sta bene, ma allora cos’è?

- Un paio di scaccia infami? - Propose D.

- Scaccia-infami?

- Si B. vuol dire pistole.

- Pistole?!

- Ma che cazzo? Pistole?! Da quando noi compriamo o usiamo pistole? Dove merda siamo nel Bronx?!

- Effettivamente sarebbe strano… ma cos’altro può essere? -  D. si afferrò il mento scrutando il cielo.

- E se non fosse qualcosa di illegale?

- B. per favore sta un po’ cazzo zitto!

- V. non ricominciare, lascialo in pace. Cosa intendi B.?

- Magari si tratta di vestiti, tipo scarpe o giubbotti-

- Merda e io cosa me ne faccio di un giubbotto a Luglio?!

- A tarda notte può fare un discreto freddo-

- Smettiamola di dire cazzate per favore. B. non possono essere giubbotti

- Bene allora genio illuminaci! Dove cazzo abbiamo buttato i nostri soldi- sbottò V.

- Magari si tratta di roba di contrabbando.

- Contrabbando?

- Si B. tipo sigarette e roba del genere.

- E che cazzo me ne faccio di roba di contrabbando D.?

- La rivendiamo.

- Porca troia non ho voglia di mettermi agli angoli a vendere sigaretta per due spiccioli!

- Magari…