Cadde come sanno cadere quelli in piedi
fremette la Terra
si rovesciò l’Oceano
Arsure di lumi.
Si sciolsero i giorni e le stagioni
tutto svaporò
s’aperse a lasciarla tornare
Anima
fremette la Terra
si rovesciò l’Oceano
Arsure di lumi.
Si sciolsero i giorni e le stagioni
tutto svaporò
s’aperse a lasciarla tornare
Anima
Piano terra. Le porte dell'ascensore si aprono per far entrare una barella. Mi schiaccio in fondo, da qui la persona sdraiata è una catena montuosa di coperte scure.
«Buongiorno»,
dice l'infermiere, premendo il sei.
Sesto
piano, penso, il piano in cui nascono i bambini.
Stesso
ascensore, una barella identica. Otto anni fa c'eri tu lì sopra. Avevo dormito
meno di tre ore, ma chi poteva dormire quella notte. Nessuno dorme quando
diventa papà. Sulla tua pancia nostro figlio aveva gli occhi chiusi, la mano
minuscola stringeva il tuo indice.
Eravate
bellissimi.
Frugai
la tasca in cerca del cellulare e lì, in ascensore, allungai il braccio per
inquadrarvi bene.
«Il
flash, cristosanto», imprecai sottovoce.
Il
piccolo Luca prese a piangere il pianto disperato dei neonati.
«Non
ti preoccupare», dicesti avvicinando la sua bocca al capezzolo. «Va bene così,
si calma subito. La foto com'è?»
«Sfocata.»
«Ne
farai un'altra.»
Terzo
piano. Le coperte sulla barella gemono, forse è una donna che deve partorire.
La mia mano, in tasca, stringe il cellulare. Lì dentro ho una foto per ogni
giorno di vita di Luca, anzi da prima che nascesse. Quella mattina eri
splendida con gli occhi lucidi e il test di gravidanza in mano e ora ho decine
di foto di te che soffi baci, la pancia in fuori e gli occhi che ridono.
Quarto
piano. Le porte dell'ascensore si aprono e si richiudono. Vi fotografavo
insieme, voi due, come foste ancora uniti dal cordone ombelicale. A Luca
piaceva, da piccolo. Al mattino, trovavo la forza di alzarmi pensando al
momento in cui avrei aperto la porta di casa e lui mi sarebbe corso incontro
per fare la foto.
Sesto
piano. È il piano in cui nascono i bambini ma non è il mio piano, oggi. La
barella esce, l'infermiere saluta di nuovo. Accarezzo il cellulare in tasca
come se fosse una cosa viva, una parte di me. Da qualche mese Luca non vuole
più essere fotografato, mette la mano davanti alla faccia, non sorride più.
«Senza
di te non vuole», ti rispondo se mi chiedi della foto.
«È
diventato grande. Va bene così», dici, ma sappiamo entrambi che non è vero.
L'ascensore riparte, sono solo in una gabbia vuota.
Nono
piano, il mio. So che è l'ultima volta, hanno chiamato per dirmelo, prima. Mi
sono chiuso in bagno per non far sentire Luca e non sono riuscito a trattenere
un singhiozzo.
«Posso
venire anch'io?» mi ha chiesto poi.
«Oggi
no. Forse domani», ho mentito.
Esco
dall'ascensore e respiro forte.
«Va
bene così», dico a voce alta.
Ma
nulla va bene. Vorrei solo scappare via. Potrei tornare in ascensore e
schiacciare il pulsante con il sei sopra, andare a scattare foto ai bambini
appena nati esposti nelle culle, dietro al vetro. Fare finta di esserne il
padre felice. Toglierei il flash, questa volta. In tasca, la mano stringe
ancora il cellulare.
No.
Scuoto
la testa e lascio la presa. Niente foto, oggi. Oggi il mio posto è qui, con te,
al nono piano.
Il
piano in cui muoiono le mamme.
Spingo
la maniglia del reparto ed entro.
Meraviglia in bianco e nero
Coppie di pennuti su ciuffi di rami
Parlano di richiami lontani
Proverbiali racconti di tempi
Di pioggia di teneri rituali diurni
Ordinaria poesia di code allungate
Poggiate sul modo spalancano ali
Si elevano verso le vette più alte
Osservano meglio con nitida attesa
Il domani ci attende per farsi scoprire
Giungono i becchi di esperienze comuni
Tratteggiano l’infinito con curiosità
Diffidenti per natura sono mobile quiete
Troneggiano maestose su cipressi adottati
I rami più spogli sono piedistalli ambiti
Scrutano intorno senza fretta
Attendono il momento indifferenti e decise
Vi osservo ammiro il vostro piumaggio
In volo prendente respiro
Sempre pronte a tornare sul punto più alto per lasciarvi guardare.
La prima volta che sono caduta mia madre piangeva.
Era un giorno d’autunno, credo, perché una larga riga d’oro tagliava la finestra, e sicuramente arrivava passando tra le foglie dell’albero che sbarrava le nostre finestre. Non faceva né caldo né freddo, me ne ricordo, forse venivo dal balcone piuttosto che da una stanza.
Era in cucina, come spesso, come sempre, china su una pentola, qualcosa in mano ferma a mezz’aria, forse per girarne il contenuto.
Le lacrime non le vidi subito, si confondevano nei vapori della cucina, e poi erano lacrime piccole, trasparenti ed assolutamente silenziose: si girò e non provò a nasconderle.
Avrei dovuto chiederle perché o solo allungare una mano ed accarezzarla sul braccio seminudo, con la manica tirata su: ma caddi. Poi dalla caduta si rialzò il rimpianto, il primo della lista.
La seconda volta che sono caduta era un giorno grigio, uno di quei giorni sospesi e senza storia, fatti per essere infilati in una qualsiasi parte dell’anno, a far da sfondo ad un attimo o ad una storia.
Frugai nel cassetto di mio padre in cerca di una penna, facevo i compiti.
Quel groviglio di mani, piedi, schiene, gambe ed altre parti del corpo, che in pose storte ed innaturali le persone fotografate cercavano comunque di mettere in mostra, i visi vagamente stravolti, con gli occhi chiusi e le bocche spalancate.
Non provai in realtà niente di particolare; cercai di osservare con attenzione, vagamente intuendo che erano cose che avrei dovuto fare, prima o poi, ed era meglio imparare, cosa non sapevo esattamente, ma insomma cercare di tenere a mente.
Ma per quanto mi fossi sforzata di mostrarmi fredda e lucida, una volta richiuso il cassetto sono caduta.
La terza volta che sono caduta era nel giardino della scuola.
A metà mattinata di un giorno pallido, con un sole bianco che andava e veniva, nel grembiule nero che i ricami a fiori fatti da mia madre non riuscivano ad ingentilire, e che tirava sui fianchi perché ero grassoccia, ed essendo grassoccia ero anche goffa.
Non ricordo perché mi avvicinai a quel capannello di ragazzine di altre classi, avevano la mia età comunque, più o meno tutte, le più grandi giocavano a pallavolo o ci ignoravano.
Appena mi accorsi che parlavano a bassa voce fissandomi, e dei sorrisini che spuntavano sui loro visi, come chi, da dietro una porta, si prepara a spaventare un malcapitato ospite, mi girai di scatto e mi allontanai.
Indispettite, iniziarono ad inveire ad alta voce, richiamando l’attenzione di chi girava lì intorno.
Mi misi a fissare una delle prime rose che spuntavano sui cespugli del giardino, una rosa con un gambo lunghissimo ed un bocciolo piccolissimo, attorcigliato e stretto su se’ stesso, verde con una lieve sfumatura bianca in cima: feci in tempo a pensare che mi sembrava una delle lampadine vecchio stile, che svettavano sul lampadario del salotto.
Ma poi sono caduta lo stesso.
La quarta volta che sono caduta in realtà, in un certo senso, ero già in terra. Sdraiata su un letto, ma in realtà in terra, l’unica differenza un lenzuolo arruffato invece di un pavimento o dell’asfalto di un strada.
Lui parlava sorridendo, non ricordo cosa dicesse, mi accorsi che non mi toccava più e guardava verso la finestra: ma la strada in cui viveva era stretta e le case alte, con tetti spioventi. Era già mezza buia, anche se non era particolarmente tardi, e non si capiva che ora fosse, che tipo di giorno fosse, se bello, brutto, pure la pioggia si sarebbe sciolta nel grigio dei muri di fronte.
Tenevo le braccia larghe, perché stranamente non volevo toccare il mio corpo, non abbassavo neanche per sbaglio lo sguardo per vedere se fosse cambiato o meno: lo sentivo all’improvviso estraneo, come se fossi diventata aria, e lo avessi abbandonato lasciandolo vuoto e inanimato su quel letto.
Poi quel corpo mi ha ricordato improvvisamente che esisteva ed era lì, e mi sono alzata per andare in bagno.
Nel corridoio stretto e bianco sono caduta.
La quinta volta che sono caduta poco prima ero seduta davanti ad una cinquina di signori compiti e ben vestiti: li conoscevo da circa cinque anni, da quando mi ero iscritta all’università.
Parlavo sorridendo e loro mi sorridevano: ascoltavo mentre parlavo il suono della mia voce, erano parole che avevo scritto io, ed imparato quasi a memoria.
Ma non c’era compiacimento: piuttosto ero come un bambino che recita una poesia davanti alla maestra, chiedendosi se l’ha imparata bene, o un monaco che recita per l’ennesima volta la cantilena nota e senza più misteri, che ha l’obbligo di recitare ogni mattina.
Sorridono, e continuando a sorridere mi porgono la mano e stringono la mia: mi alzo, barcollo impercettibilmente e cado.
Ma per la prima volta è come la caduta del centometrista che dopo la vittoria, nello stadio urlante da ogni ordine e grado di posti, fra migliaia di sguardi increduli, si lascia cadere per rimanere lì sulla terra, ancora per un poco solo con se’ stesso, come prima, quando aveva davanti solo una striscia rossa contrassegnata da gesso bianco.
Sono a terra ma per fortuna è bel tempo: vedo frange di nuvole, un cerchio di uccelli grigio azzurri che sembra si tuffino nel cielo fatto piscina, sparendo per un istante sott’acqua, un aereo troppo piccolo per fare rumore, il salto di una palla gialla.
Mi rialzerò, è sempre successo.
(Grande è il suo potere in te)
Guardala. È bellissima, grande è il suo potere in te. Spieghi come la possiedi e come la guidi, e come la punisci. Oh sì, se l’hai punita, l’hai punita per tutti questi anni ma hai fatto di tutto per Sabatina, hai organizzato di corteggiarla tramite altre donne. Sapevi che sincero ti amava di più quindi eri sincero, sei sincero, facevi tutto per lei, fai tutto per lei. Il pensiero della sua esistenza è potente in te. Non vuoi che lei si guasti mai con te, pretendi che il mondo non vi divida mai. La ami troppo per permettere che lei soffra o che stia male. Sei accorto a lei ad ogni suo dettaglio.
(Il corteggiamento)
Hai organizzato pubblicamente di incontrarla, non ce la facevi più a vederla tramite social. Hai mangiato con lei, hai goduto con lei, l'hai portata a casa tua sotto la doccia -romantico? Ma tu sei romantico-. Tra te e lei c’è un turbinio dei sensi, una passione senza misura. Ti sei represso per troppi anni, nessuna donna è quello che lei è per te, non volevi altro che stare con lei sotto la doccia. E massaggiarle il culo quante volte volevi e soprattutto avresti fatto di tutto per darle più orgasmi e sentirla gridare. Hai sofferto così tanto la solitudine e l'amarezza così come lei ha sofferto l'amarezza di uomini inappropriati. Hai l'esigenza di offrirle il meglio della sofisticanza e dell'eleganza che puoi. Dovevi farlo. Devi farlo. Desideravi farlo. Desideri farlo. Non sopportavi più di vederla esclusa, non sopporti più che i giornali non parlino di lei, che non è ancora andata in televisione, che ha un nome forte da scrittrice oltre che da poeta e critica. È diventata una sorta di missione, sì ma non potevi dichiararlo e reprimerti ti faceva stare peggio. Desideri ardentemente il rispetto che lei merita non solo perché è bella ma soprattutto perché è la migliore. L'amavi sempre di più, le daresti la luna, non vuoi guastarti con lei, non desideri mai guastarti. Hai iniziato a fare ogni cosa per lei con un amore smisurato non perdendo mai il contatto, anche da lontano e seguendola ogni giorno dedicato, amante, amico. Per non spaventarla, era fragilissima, ma era bellissima, era bella, è bella.
(Le restituzioni)
Le avresti restituito tutto quello che le era stato tolto, non ti interessava di nessuna, volevi solo il suo bene. Preparavi ogni cosa per lei, prepari ogni cosa per lei, le avresti fatto volentieri un bagno nello champagne, una volta le hai messo dello champagne addosso e la leccavi dappertutto, per dirle che ti era mancata da sempre e che andavi di matto per lei. Non sapevi misurare l'amore che provavi per Sabatina. La guardavi da lontano, ma ora basta sei stufo, non puoi e non sai più controllarti. Conosci ogni movimento del suo corpo, sai come si sente, sei attento. Vuoi farle del bene, animarla perché sai di esserne innamorato.
(Quando prepari e fai)
Prepari la cena, le prepari il bagno e oltre alla vita fai di tutto per essere presente nella sua vita sublimata, quella artistica. Non avresti permesso che lei avrebbe avuto bisogno di un altro uomo per fare carriera, non lo permetti, vuoi essere l’unico, le prepari la cena, le fai l'amore e vuoi e devi realizzarla. Vuoi sposarla per dire a dio che ti occuperai di lei perché lei è la tua droga, non riesci a stare senza, la vuoi per sopravvivere. E deve essere tua. Dai tuoi libri di poesie, dai tuoi saggi, dalle tue views, lei è tua. È tua quando la pensi sotto la doccia o nel letto prima di dormire e toccarti.
Avresti fatto di tutto per Sabatina (prendi segni per lei)
Amavi e ami fare fotografie alle strade e alle città, alle cose a casa tua per lei. Tutto quello che fotografi è per Sabatina. Ogni scatto, ogni incontro, ogni emozione sigillata, fai tutto per lei come una ossessione. Hai trasformato uno svago e un disimpegno in un gesto di affermazione e potere per lei, hai trasformato ogni atto per servirle. Hai trasformato e trasformi uno svago e un disimpegno in un gesto di affermazione e potere per lei, avevi trasformato ogni atto per servirle, hai trasformato ogni atto per servirle. Non si tratta di egocentrismo, questo è un battesimo commuovente.
Venerdì 13 aprile 1951, nei boschi di Tassinaia, frazione di Villore nel comune di Vicchio, venne ritrovato dopo affannose ricerche il corpo martoriato e sfigurato del Bonini, venditore ambulante di Rostolena di Vicchio scomparso due giorni prima: era stato ucciso con diciannove coltellate, vibrate alla schiena, al petto, e soprattutto al viso, reso così irriconoscibile (da La Nazione: 'con la faccia maciullata... il volto tutto squarci, tutto un grumo di sangue'). Il corpo era inoltre legato con un filo elettrico, i pugni stretti sopra la testa, riverso nel fango, fra i rovi. Gli erano stati sottratti portafoglio e documenti. Il responsabile del misfatto era già stato individuato alcune ore prima nel contadino ventiseienne Pietro Pacciani; la di lui fidanzata Miranda Bugli venne a sua volta accusata di concorso in omicidio.
Indirizzati
i carabinieri nel rinvenimento del corpo come nel ritrovamento dell'arma del
delitto e del portafogli della vittima, che rivelò di aver nascosto in casa (in
un anfratto del camino l'una, poi spostata nel forno da sua madre, sotto una
mattonella l'altro), Pacciani negò ogni pianificazione dell'omicidio,
sostenendo di essersi trovato sul luogo in quanto stava aspettando Miranda in
una sua abituale area di pascolo; l'avrebbe dunque scorta, con sua sorpresa e
disappunto, arrivare in compagnia del Bonini: seguitili fino ad una vicina
macchia ascoltando la loro conversazione, non appena i due iniziarono a
scambiarsi effusioni, Pietro, fuori di sé, si sarebbe fatto avanti per far valere
le proprie ragioni; a suo dire, Miranda appena lo vide gli avrebbe gridato
'Ammazzalo, ammazzalo, mi voleva prendere con la forza...', ma fattosi sotto
per picchiarlo sarebbe stato sopraffatto dal robusto e alto Bonini e costretto
a difendersi disperatamente col coltello ('Ebbi a difendermi, sennò morivo
io...' come ricorderà negli anni '90).
Il
Bonini, che girava i paesi del comune di Vicchio vendendo e comprando pelli e
merci varie a domicilio, mercoledì 11 aprile si era fermato per pranzo nei
pressi di Villore, a casa di un suo cliente abituale, il fattore Carlo. A
tavola aveva come suo solito preso garbatamente a flirtare colla sedicenne
figliastra dello stesso, Miranda.
Dopo
un pasto a base di pane e carne secca, il Bonini si congedò e uscì, seguito
subito dopo dalla ragazza, che doveva portare le pecore a pascolare: i due si
intrattennero in passeggiata fino ai vicini boschi della Tassinaia, dove si
fermarono in uno spiazzo erboso e, pare, cominciarono ad amoreggiare. A quel
punto, dai cespugli apparve improvvisamente Pietro, che si scagliò contro il
Bonini, aggredendolo furiosamente con una pietra e con molteplici coltellate al
petto, alla schiena e sopratutto al volto e alla testa. Sottrattogli il
portafoglio e lasciatolo a terra morto, il Pacciani avrebbe costretto Miranda
ad un rapporto sessuale proprio accanto al cadavere straziato di Severino, che
poi occultò fra le frasche col proposito di nasconderlo meglio nottetempo.
Concordata una strategia comune (pensata e “imposta” da Pacciani) su come comportarsi,
i due rientrarono in paese. Quella notte, sotto una pioggia battente, Pietro
tornò sul posto e, servendosi di un filo elettrico per legarlo e trascinarlo,
gettò il corpo del Bonini in una vicina macchia di rovi. Avrebbe voluto
disfarsene nel vicino laghetto di Maioli, ma il trasporto si rivelò, anche per
le condizioni metereologiche, più difficoltoso del previsto, e dovette pertanto
risolversi a lasciarlo nella sterpaia dove sarà trovato circa trentasei ore più
tardi. Rientrato a casa fradicio e sconvolto, confidò l'accaduto alla madre (un
fatto che potrebbe anche significare la totale mancanza di premeditazione),
tacendone però al padre. La mattina seguente incontrò Miranda a Vicchio, e le
dette undici o dodicimila lire, la metà di quanto trovato nel portafoglio del
Bonini, raccomandandole il più assoluto silenzio sulla faccenda (ma anche la
ragazza si sarebbe poi confidata con la propria madre). Giovedì pomeriggio,
come si legge su La Nazione di pochi giorni dopo, Pacciani 'andò al circolo a giocare,
vinse e offrì da bere a tutti'. Nel
frattempo, allarmati dalla scomparsa di Severino, i suoi quattro fratelli
avevano avvertito i carabinieri e si erano dati con alcuni loro cugini a
ripercorrerne le tracce (nei paesi tutti vedono tutti) fino a casa di Miranda;
appreso che la ragazza era l'ultima persona ad esser stata vista con l'uomo, i
Bonini la interrogarono privatamente: messa alle strette, Miranda ammise di
sapere e rivelò che Severino era morto, ammazzato a coltellate dal suo
fidanzato, che li aveva sorpresi insieme. La giovane venne dunque prelevata dai
carabinieri e interrogata presso il comando di Vicchio fino a tarda notte;
Pietro venne tratto in arresto nelle primissime ore del mattino: dopo un
iniziale tentativo di negare, ammise in lacrime la propria colpevolezza,
disperandosi e sbattendo la testa contro il muro.
Ovviamente
la versione di Pacciani descrive il delitto come passionale, giustificabile,
quasi necessario: Bonini avrebbe convinto la ragazza a concedersi dietro
compenso di duemila lire, e Pietro, folle di gelosia nel vederli amoreggiare,
sarebbe uscito allo scoperto quando scorse l'uomo abbrancare il prosperoso seno
di Miranda (in particolare, oltre quarant'anni più tardi, si insisterà sul
riferimento di Pacciani alla mammella sinistra scoperta dalla ragazza durante i
preliminari amorosi, in un tentativo collegamento con la morbosa e feticistica
attenzione che il Mostro di Firenze riserverà al seno sinistro di diverse sue
vittime femminili, trafiggendolo o, negli ultimi due casi, escindendolo).
Inoltre, Pacciani negò di essersi congiunto con Miranda dopo il delitto, infine
ammettendo solo dopo molteplici dinieghi
Il
delitto sconcertò la locale comunità montana, strettasi con partecipe cordoglio
intorno alla famiglia Bonini, e fece grande scalpore in tutto il Mugello e
nella provincia fiorentina: fu persino immortalato in una ballata (Delitto a
Tassinaia di Vicchio) da uno degli ultimi cantastorie locali, Aldo Fezzi,
meglio noto come i'Giubba, che, nel suo stile senza pretese, ne perpetuò la
triste memoria già da quella stessa estate e nelle successive, per anni, alle
feste di paese. Il successo della stessa spinse l'editrice Vallecchi a
stamparne in quei mesi una versione illustrata. Essendone variamente
disponibile in rete l'intera trascrizione ci limitiamo qui a riportarne i
passaggi salienti:
un
giovanotto iniquo e fello (…),
tal
Pier Pacciani ha ventisei anni,
che
a parlarne il sangue si ghiaccia (…).
Inferocito
sorte dal cespuglio e (…)
disse
ambedue vi voglio ammazzar.
Col
coltello a serramanico
il
sanguinario come fé Caino,
questo
squilibrato paccianino,
diciannove
colpi su lui vibrò. (…)
Giovanotti
all'amore voi fate,
è
bene ognuno abbia la fidanzata,
ma
se sapete che è donna depravata,
come
Pacciani non dovete far.
Il
processo, tenutosi alla fine di dicembre, venne seguito con trepidazione dalla
stampa e dall'opinione pubblica locali. I due imputati negarono ogni
premeditazione, pur perseverando nelle rispettive, contrastanti, versioni:
Pietro affermava di essere stato incitato dalla ragazza che avrebbe lamentato
un tentativo di violenza, mentre Miranda confermava di aver subito violenza, ma
sosteneva di aver detto 'Picchialo', non 'Ammazzalo', e di aver assistito
attonita al repentino assalto del geloso fidanzato, temendo per la propria vita
e così rassegnandosi persino a compiacerlo dopo il misfatto. Il pubblico
ministero Sica era convinto che il delitto fosse stato premeditato a scopo di
rapina e perpetrato da entrambi i ragazzi, con Miranda come consapevole esca ma
anche come attivamente partecipe nell'aggressione. Il bosco di Tassinaia era un
luogo di usuale ritrovo dei due imputati, e pareva sospetto che la vittima
fosse stata portata proprio lì. Anche il fatto che il Bonini avesse una
relazione con una ragazza di Poggiosecco, tale Laurina, rendeva implausibile
per l'accusa il fatto che egli intendesse corteggiare Miranda. Pertanto Sica
chiedeva trent'anni per Pacciani e ventidue per la Bugli. Nondimeno la difesa
riuscì a mitigare la posizione degli accusati agli occhi della corte, che il 5
gennaio 1952 condannò Pietro Pacciani a ventidue anni per omicidio e furto
aggravato e Miranda a sei anni e sei mesi per concorso in omicidio. La sentenza
fu confermata in appello circa un anno più tardi.
Un ginocchio saltellava impaziente. Il suo padrone sbracato su una panchina nella notte sbuffò. Altri due energumeni giravano senza sosta sul manto fangoso, schiacciando i pochi fili d’erba emersi a respirare lo smog cittadino.
- Ma dove cazzo è finito? - fece quello sbracato.
-Sta’ calmo V. arriverà
- Si ma quando?! Dovevano essere dieci minuti due ore fa!
- Magari gli è successo qualcosa- ipotizzò un altro energumeno.
- Si magari ha incontrato tua madre per strada- lo zittì V.
- Anche se avesse incontrato sua madre sarebbe già tornato.
- Magari più avanti ha incontrato sua sorella.
- Non so ma sicuramente fare lo stronzo non fare arrivare A. prima.
Passarono ancora alcuni minuti di silenzio. Poi V. sbottò.
- Sentite mi sono rotto i coglioni di aspettare! Io me ne vado!
- Non puoi farlo!
- E perché no? La pazienza non è il mio forte e lo sapete bene! E poi si può sapere che cosa cazzo stiamo aspettando? Cosa ci deve portare di così importante?
- Ma come non sai cosa ci deve portare?
- No a me B. ha detto che stasera A. ci portava roba forte- sbraitò lanciando il mento verso B.
- Non lo so cazzo io penso sia droga- si giustificò B.
- Come non lo sai?! E perché abbiamo dato quei soldi a A. allora? Perché cazzo lo stiamo aspettando?
-Scusate un secondo voi due, quindi abbiamo dato ad A. sette centoni senza sapere perché?
-Senti D. ora non farci passare da idioti!
-V. ha ragione! Ha detto roba forte, non c’è bisogno di farsi troppe domande-
-Sta’ zitto B. Non so te ma io nell’oro non ci affogo. Non ho un padre sbirro ne mafioso e i soldi non mi piovono dal cielo
- Senti non fare la vittima! Neanche tu ti sei informato troppo prima di mettere la tua parte nel mucchio!
- Hai ragione V.! Hai proprio ragione! Sono il cazzone che si fida di quei ritardati dei suoi amici B. & V.! Il cazzo di gatto e la cazzo di volpe siete! Ci siamo fatti inculare!
-Tua madre si fa inculare stronzo!
- Ragazzi calma! Non litighiamo e cerchiamo di pensare. Perché A. ci dovrebbe inculare?
Sono sicuro che sta tornando.
V. scattò in piedi - E’ a pippare i nostri soldi con quella puttana di tua madre! Ancora non l’hai capito?!- urlò.
- Cazzo V. stai calmo! Perché devi essere così aggressivo con B.?
- Perché è un idiota!
- Così mi ferisci fratello.
- Smetti di fare la fighetta per favore e riporta quei piedi sulla merda che calpestiamo tutti per favore!
- Apprezzo il per favore, ti ringrazio cercherò di farlo.
D. chinò il capo tirandosi la mano sulla fronte. V. ricadde sulla panchina con un lungo sospiro.
- O.K. fratello perdonami lo sai che in certe situazioni la rabbia fa dire cose che non si pensano. Mi dispiace per quella storia di tua madre. E’ una brava donna e sono sicuro che è a casa a bere un thè e guardare un bel film O.K.?
- Grazie V. ti perdono.
- Bene se adesso avete finito di fare le checche sarebbe utile capire cosa abbiamo comprato da A.
- Non lo so… sarà droga- ipotizzò V.
- Non credo sia droga- rispose D.
- E perché mai?!
- Prima di tutto perché A. non avrebbe le palle di farsi un viaggio di due ore con addosso settecento euro di qualsiasi sostanza. Soprattutto con tutte le guardie che ci sono in giro. Secondo perché A. non ha mai avuto conoscenze nel settore. Terzo perché sicuramente se si fosse trattato di droga ci avrebbe almeno detto che di che tipo di roba stiamo parlando e quarto...
- O.K. O.K. è chiaro, non è droga, mi sta bene, ma allora cos’è?
- Un paio di scaccia infami? - Propose D.
- Scaccia-infami?
- Si B. vuol dire pistole.
- Pistole?!
- Ma che cazzo? Pistole?! Da quando noi compriamo o usiamo pistole? Dove merda siamo nel Bronx?!
- Effettivamente sarebbe strano… ma cos’altro può essere? - D. si afferrò il mento scrutando il cielo.
- E se non fosse qualcosa di illegale?
- B. per favore sta un po’ cazzo zitto!
- V. non ricominciare, lascialo in pace. Cosa intendi B.?
- Magari si tratta di vestiti, tipo scarpe o giubbotti-
- Merda e io cosa me ne faccio di un giubbotto a Luglio?!
- A tarda notte può fare un discreto freddo-
- Smettiamola di dire cazzate per favore. B. non possono essere giubbotti
- Bene allora genio illuminaci! Dove cazzo abbiamo buttato i nostri soldi- sbottò V.
- Magari si tratta di roba di contrabbando.
- Contrabbando?
- Si B. tipo sigarette e roba del genere.
- E che cazzo me ne faccio di roba di contrabbando D.?
- La rivendiamo.
- Porca troia non ho voglia di mettermi agli angoli a vendere sigaretta per due spiccioli!
- Magari…